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Fercolo

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Il fercolo argenteo, detto vara, di sant'Agata a Catania

Il fercolo è una portantina utilizzata per portare in processione simulacri o reliquie di santi. In Sicilia e in parte dell'Italia meridionale è detto comunemente vara, termine che designa anche i grandi carri processionali; il cataletto è un fercolo a forma di bara, impiegato soprattutto per la processione del Cristo morto il Venerdì santo.

Etimologia e terminologia

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Il termine deriva dal latino fercŭlum, che designava nell'antichità un'analoga portantina, usata per trasportare le immagini degli dei o le spoglie dei nemici vinti;[1] si trova anche nella forma arcaica ferculo.

In Sicilia e in altre regioni dell'Italia meridionale il fercolo è detto comunemente vara, forma dialettale di bara, e con lo stesso termine si indica il carro trionfale su cui statue o dipinti di santi sono portati in processione.[2] Le prime strutture di questo genere avrebbero avuto l'aspetto di tombe processionali, e in origine il termine avrebbe indicato il contenitore delle reliquie del santo patrono più che l'impalcatura che sorregge il simulacro. Talvolta si distingue fra il fercolo in senso stretto, a forma di tempietto, e la vara come grande impalcatura capace di sostenere anche più simulacri. È in uso anche il diminutivo varetta: nel catanese sono dette così, impropriamente, anche le candelore, grossi ceri votivi di corporazioni e ceti sociali portati su costruzioni lignee di gusto barocco.

Fin dai più antichi riti che prevedevano la processione di un simulacro fu necessaria una portantina. Nella Grecia antica le immagini degli dei erano portate in processione in diverse occasioni, fra cui i Misteri eleusini. Apuleio, nell'XI libro delle Metamorfosi, descrive la processione in onore di Iside che si svolgeva nel II secolo d.C. a Cencre, porto di Corinto. Nell'antico Egitto le immagini divine erano condotte su barche sacre: durante i misteri di Osiride ad Abido il simulacro del dio era portato in processione sulla barca sacra neshmet.

Nel Medioevo il Carroccio, carro che portava una croce e un altare e accompagnava in battaglia le milizie comunali, comparve a Milano nella prima metà dell'XI secolo; il più celebre è quello della Lega lombarda nella battaglia di Legnano del 1176.

In occasione della Festa di Sant'Agata a Catania l'immagine della santa era portata in processione su un carro, la cui forma veniva cambiata ogni cinque anni, già nel 1376; la tradizione potrebbe però risalire agli anni successivi al 1126, quando le spoglie della santa, riportate da Costantinopoli, furono condotte in processione dal castello di Aci a Ognina e da qui alla cattedrale.

Il fercolo di San Rocco a Satriano di Lucania

Fu soprattutto in età barocca che i fercoli divennero opere d'arte. Sul modello di quello di Sant'Agata a Catania, avviato nel 1514 dall'argentiere Vincenzo Archifel e completato da Paolo Aversa, in quasi tutte le città della diocesi catanese furono realizzate elaborate macchine barocche in argento o in legno, a forma di tempietto a quattro o sei colonne.

Fercoli a tempietto e a baldacchino

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Il fercolo può assumere forme diverse, la più diffusa delle quali è quella a baldacchino. In Sicilia, sul modello più antico di Catania, tende ad assumere l'aspetto di un tempietto, costituito da un'alta base, poggiata su assi o dotata di anelli per le corde del trasporto, da quattro o sei colonnine e da una copertura piatta o a cupola, generalmente in stile corinzio. In alcuni casi sulla base è montato un baldacchino in stoffa, come nei fercoli dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino a Trecastagni e dell'Addolorata a Caltagirone.

Il cataletto della chiesa madre di Zafferana Etnea

Il cataletto è un fercolo a forma di bara, talora di piramide, generalmente in legno rivestito di stucco o di metalli preziosi. In alcune località della Sicilia, soprattutto nell'area etnea, è la portantina che accoglie la statua del Cristo morto per l'esposizione e per la processione del Venerdì santo: si tratta spesso di opere in legno scolpito e dorato, in particolare di epoca tardo-barocca, aperte sui quattro lati o chiuse da vetri, così da lasciare visibile la statua ai fedeli. In alcuni luoghi è detto semplicemente bara o vara. Per l'uso è affine al catafalco.

A Nola si chiamavano cataletti le strutture lignee di forma piramidale ornate di ceri e di gigli che, secondo la tradizione, venivano portate in processione in ricordo del ritorno del vescovo Paolino dalla prigionia presso i barbari; se ne trova notizia nel De Nola di Ambrogio Leone e nel corso dei secoli si sono evolute negli attuali gigli.

Carri e grandi macchine processionali

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La Varia di Palmi

Oltre ai fercoli portati a spalla, esistono grandi carri e macchine processionali, anch'essi detti vare. In provincia di Palermo sono diffusi i carri, grandi strutture in legno a forma di nave rivestite di tessuti colorati, sul cui ponte prendono posto il coro o la banda musicale e il clero; il più celebre è quello del festino di Santa Rosalia a Palermo. Ad Altavilla Milicia, per la festa della Madonna dell'8 settembre, sul carro è montata una torre in legno e cartapesta alta circa 20 metri, con in cima l'icona della Vergine, trainata da buoi per le vie del paese. A Catania la Barca di Sant'Agata, oggi dismessa, precedeva un tempo il fercolo della santa.

Ad Enna la statua di Maria della Visitazione è portata a spalla da 124 confrati, il 2 luglio, sulla Nave d'oro, una vara del 1590 rivestita in oro zecchino. A Messina la Vara dell'Assunta, portata in processione il 15 agosto, è un'imponente macchina che rappresenta la morte e l'assunzione in cielo della Vergine; risale al XVI secolo ed è stata più volte rifatta, e i personaggi, un tempo impersonati da bambini, sono oggi figure di cartapesta. Sul suo modello è costruita la Vara dell'Assunta di Randazzo, alta 18 metri e trainata con lunghe corde dai fedeli, sulla quale i personaggi sono ancora impersonati da bambini. In provincia di Messina si segnalano inoltre la Vara di Fiumedinisi, dedicata all'Annunciazione, e la vara di San Giacomo Maggiore a Capizzi; in Calabria, simile per aspetto e significato a quella messinese ma con figuranti viventi, è la Varia di Palmi.

Sono dette vare anche i gruppi statuari della Settimana santa: le venti della processione dei misteri di Trapani, chiamate «gruppi sacri», rappresentano altrettanti episodi della Passione di Cristo, e altre sedici sfilano durante la Settimana Santa di Caltanissetta.

L'arcidiocesi di Catania, insieme alla vicina diocesi di Acireale e a quella di Siracusa, possiede un ricco patrimonio di fercoli. Fra quelli in argento o dorati si ricordano le vare di Sant'Alfio a Lentini, di Santa Barbara a Paternò, di Santa Lucia a Belpasso, di Santa Venera e di San Sebastiano ad Acireale, e di San Filippo d'Agira ad Aci San Filippo, realizzata dall'argentiere palermitano Benedetto Gelardi nel 2005; fra quelli lignei, i fercoli di San Giovanni Battista ad Aci Trezza, di San Mauro a Viagrande, di San Giuseppe a Santa Maria di Licodia, di Santa Maria del Monte Carmelo ad Aci Platani, di Sant'Antonio abate ad Aci Sant'Antonio, dell'Annunziata a Pedara, di Santa Lucia ad Aci Catena, di San Placido a Biancavilla, della Madonna della Pace a Tremestieri Etneo, di San Lorenzo a Sant'Agata li Battiati, della Madonna della Guardia a Belpasso e di San Mauro abate ad Aci Castello, che nel dopoguerra fu usato anche per portare in processione a Catania le reliquie di Sant'Agata, al posto di quello argenteo danneggiato dai bombardamenti.

Funzionamento

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Per muovere un fercolo si usa in generale la forza umana, coordinata in modo da evitare incidenti. In Sicilia ha un ruolo importante il capo vara o mastru di vara che, posizionato sul fercolo, dà indicazioni sulle manovre lungo il percorso e coordina le fermate e le partenze.

Quanto al movimento, il fercolo può essere:

  • portato a spalla dai portatori;
  • tirato con cordoni dai tiratori;
  • spinto dagli spingitori;
  • trasportato su un mezzo motorizzato.

Galleria d'immagini

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  1. ↑ Fèrcolo, su Vocabolario Treccani. URL consultato il 17 settembre 2020.
  2. ↑ Gioacchino Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti, Palermo, Stamperia del Giornale di Sicilia, 1880-1883, p. 267.
  • Giuseppe Pitrè, Feste patronali in Sicilia, Torino-Palermo, Carlo Clausen, 1900.
  • Giuseppe Pitrè, Feste patronali nella Sicilia orientale, Brancato.
  • Mario Fonte, Il folklore religioso in Sicilia, Greco.
  • M. A. Di Leo, Feste popolari di Sicilia, Newton & Compton, 1997.

Voci correlate

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Altri progetti

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