Valle Padusa

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La valle Padusa fu una vastissima area paludosa che dall'antichità al XVII secolo si estese a nord e a sud del basso corso del Po (Padus in latino).

Il Po che attraversa Ferrara e il Primaro visibili in una carta del 1568
Le paludi e le isole formate dalle alluvioni del Po secondo una carta del 1570)
Carta del 1603 (Galleria delle Carte presso i Musei Vaticani) Palude del delta del Po
La Valle Padusa ed i canali di Bologna nel 1778.

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

L'estesa area valliva occupava tutto il Delta del Po ed arrivava, a sud, fino al territorio di Ravenna-Cervia. L'opera di bonifica condotta dall'uomo ha ridotto notevolmente le sue dimensioni. Oggi quello che rimane della Padusa sono le valli di Comacchio.

Idrologia[modifica | modifica wikitesto]

La Padusa fu un esteso sistema di valli che si formò alla destra del fiume Po. In età antica il Reno confluiva nel Po ad ovest della valle. Invece i fiumi che scendevano dall'Appennino romagnolo, anch'essi affluenti di destra, non riuscendo a sfociare nel grande fiume poiché il piano di campagna era più basso, si esaurivano nella Padusa. Il continuo apporto di detriti argillosi faceva alzare il letto di questi fiumi che, quando andavano in piena, spagliavano nelle valli[1]. Confluivano in quest'enorme conca d'acqua: il Sillaro, il Santerno-Senio, il Ronco e il Montone. Il Lamone invece terminava il suo corso dentro le mura di Ravenna, dove si gettava nel Padenna, ramo meridionale del Po.

Questi specchi d'acqua formarono un vasto sistema vallivo di transizione fra terraferma e mare che si protrasse dall'antichità all'età moderna. Alcune valli erano navigabili e permettevano di raggiungere il Mare Adriatico. Nell'Alto medioevo, nei territori incolti situati immediatamente a sud delle valli si formò una foresta che si estese fino ad arrivare a circa 10 km dalla via Emilia. La foresta copriva un'area dalla forma triangolare, i cui vertici erano Massa S. Pauli (odierna Massa Lombarda), Granarolo faentino (10 km nord di Faenza) e le Valli a nord di Ravenna. Ne sono testimonianza i toponimi di San Lorenzo in Selva e di San Bernardino in Selva, a settentrione di Lugo, e della pieve di S. Pietro in Sylvis (che porta tuttora questo nome), vicino a Bagnacavallo.
Alcuni storici ritengono che la foresta sia da identificare con la magnum forestum oggetto della donazione, nel 743, del re longobardo Liutprando al Vescovo di Faenza.

Una carta del 1568 (vedi immagine) conservata negli archivi municipali di Ferrara, cita: Laguna antica del Po nominata Padusa, quale, secondo l'itinerario d'Antonino inferito da Gasparo Sardi, estendevasi da Nonantola sino à Ravenna in longheza di miglia 60 e secondo il Prisciano in larghezza di uno, e più Miglia.

Oggi l'habitat dell'antica Padusa sopravvive a Comacchio e nelle riserve naturali protette, come l'oasi di Valle Santa di Campotto (Argenta) e l'oasi di Punte Alberete (situata tra i lidi ravennati di Marina Romea e di Casal Borsetti), una delle ultime foreste planiziali d'Europa e la più estesa d'Italia.

Attività umane[modifica | modifica wikitesto]

Le numerose isole che emergevano in mezzo alla palude furono sede di comunità umane fin dalla preistoria. I primi abitanti di questa vasta area mangiavano radici, erbaggi, frutti selvatici, latte, pesci e cacciagione. A causa della conformazione del terreno, caratterizzato da vaste distese d'acqua, vivevano in molti piccoli centri isolati, ciascuno dei quali conduceva una vita più o meno indipendente dagli altri. Le loro capanne erano costruite con i materiali che la natura offriva: legni, canne, erbe secche, fango. Queste abitazioni erano di palis atque virgultis, coperte di canne palustri, come la pavíra (it. carice), uso che, in qualche raro caso, si è protratto fino all'inizio del XX secolo.

Sui confini tra le valli e la terraferma sorsero piccoli ma attivi scali portuali. Di tali porti vallivi, numerosi soprattutto tra X e XIII secolo, è rimasta testimonianza nel toponimo Portomaggiore. Gli scali erano collegati alla via Emilia tramite strade ortogonali ricalcate sul tracciato degli antichi kardines. Più a sud di Portomaggiore si avevano i porti vallivi di Caput Silicis, Petredulo, Liba e castrum Bagnacaballi, nei quali sbarcavano merci e uomini provenienti da Argenta, Ferrara, Sant'Alberto e Ravenna [2].
Sulle isole, le famiglie nobili di Ferrara edificarono, in un periodo che va dalla fine del Trecento a metà del Cinquecento, le proprie residenze estive.

Le principali attività economiche che svolgevano gli abitanti delle valli erano due: pesca e coltura di piante vallive (tife per sedie, sporte e stuoie; giungo busmarolo, giunchetto; canne palustri).

La bonifica[modifica | modifica wikitesto]

La bonifica delle paludi è cominciata con la diversione del corso del Santerno. Nel 1460, quando la Bassa Romagna entrò nell'orbita della signoria Estense di Ferrara, il corso del fiume fu inalveato. Rimase da risolvere il problema dello spagliamento nelle valli poco a nord di San Lorenzo di Lugo. Per evitare lo spagliamento fu modificato il corso del fiume, facendolo confluire nel Po di Primaro, in territorio ferrarese (1534).

Nel XVI secolo furono realizzate tre grandi opere di bonifica col sistema della colmata [3]:

  • 1531: bonifica Clementina (da papa Clemente VII);
  • 1578: bonifica Gregoriana (da papa Gregorio XIII). L'area interessata dai primi due interventi raggiunse gli 11.500 ettari complessivi, sparsi per 1/3 attorno alla valle di Mezzano e Sant'Alberto per 2/3 lungo lo spalto orientale del Lamone, fino alle Mandriole [4];
  • 1604: bonifica Maggiore, cosiddetta perché aveva una portata più ampia di quella, meramente locale, delle due precedenti. I due precedenti interventi erano riusciti, ma l'assetto idrografico appena stabilizzato non sarebbe durato a lungo se non fosse stato accompagnato da un intervento sui fiumi. La bonificazione Maggiore fu organizzata in due fasi:
    • irregimentazione dei fiumi che solcavano la pianura (acque alte). Furono innalzati centinaia di km di argini; Senio e Lamone furono portati artificialmente a confluire nel Po di Primaro;
    • realizzazione, a lato dei terreni, degli scoli di drenaggio delle acque basse.

Complessivamente, l'intervento era difficile per la sua complessità, ma i lavori furono ulteriormente complicati dalla mancata collaborazione delle città di Ferrara e Ravenna. Una città bloccò l'altra per evitare che la rivale traesse troppi vantaggi dalle opere di bonifica. Risultato: l'opera ebbe successo parziale. Tra la fine dei Seicento e il Settecento i fiumi ruppero di nuovo gli argini; la mancanza di un'adeguata rete di scolo nei campi fu causa del periodico ristagno delle acque per alcuni mesi dell'anno. Il fenomeno si ripeté durante la prima metà del Settecento [5].

I lavori ripresero nel XVIII secolo. Scopo principale fu la bonifica delle Valli a destra del Po di Primaro. Alla metà del secolo tutta l'area a destra del Primaro (su cui si immettevano le acque di Senio e Lamone) era regolarmente soggetta a inondazioni. La causa principale era la mancanza di argini, che non erano stati costruiti per il veto della città di Ferrara. Era impensabile bonificare il territorio ravennate senza prima aver realizzato l'arginatura della sponda destra del Primaro. Un altro problema era dato dal Reno, il più importante dei fiumi che si gettavano nell'estesissima rete valliva che andava da Malalbergo fino a Comacchio. Il suo corso nella bassa pianura separava il Ferrarese dal Bolognese e poi (nei suoi ultimi 40 km) il Ferrarese dal Ravennate. Il letto del fiume era troppo stretto per la quantità di acque che trasportava, per cui il Reno spagliava frequentemente nelle zone circostanti. Il Reno era il principale tributario della Valle Padusa.

Si pensò più volte di inalvearlo nel Po Grande, o nel Po morto di Primaro, dal letto molto più largo. Ciò avrebbe consentito un più rapido deflusso delle acque verso il mare, evitando così che spagliasse nelle Valli. A causa dei veti reciproci tra le città interessate, l'unica operazione che fu portata a termine nella prima metà del secolo fu la costruzione del Cavo Benedettino, che interessò il solo territorio bolognese. Voluto dal pontefice Benedetto XIV [6](1740-1758), fu realizzato un canale artificiale di collegamento tra Reno e Po di Primaro, lungo 30 km. Rimanevano irrisolti i problemi riguardanti i 40 km di Po di Primaro, tra Ferrarese e Ravennate. In particolare, Ferrara contrastò il completamento dell'arginatura del Po di Primaro, che mancava di rinforzi nella parte destra (quella rivolta verso la Romagna).

Per superare gli egoismi locali fu necessario di nuovo l'intervento diretto del pontefice. Nel 1765 Papa Clemente XIII (successore di Benedetto XIV) approvò l'inalveamento del Reno nel Po morto di Primaro. I lavori, basati sul progetto dell'abate Giovanni Antonio Lecchi, direttore delle opere di idraulica dei territori papali, iniziarono nel 1767.

Gli obiettivi da raggiungere furono molteplici e tra loro interrelati:

  • immettere le acque dei fiumi appenninici nel Primaro: fino a quel tempo solo il Lamone e il Senio sfociavano nel Primaro; il Sillaro e il Santerno non avevano uno sbocco e spagliavano nelle Valli;
  • convogliare le acque basse in modo che si intersecassero (ma non si mescolassero) con le acque alte, e poi fare confluire anch'esse nel Primaro;
  • evitare il riflusso delle acque dei fiumi (acque alte) nei canali di scolo.

Per finanziare i lavori, Clemente XIII approvò la creazione del «Monte sussidio acque», un fondo che venne finanziato con l'imposizione di una tassa ai possessori dei terreni interessati alla bonifica.

Nel 1772 il Sillaro fu fatto confluire nel Primaro in località Bastia; per il Santerno fu bonificata la Valle di San Bernardino, poi il corso del fiume fu irregimentato in un cavo di 6 km (orientato in direzione Sud-Nord) e fu fatto confluire anch'esso nel Primaro. Per ultimo, il Reno fu inalveato nel Primaro. Nel 1795 i lavori si poterono definire conclusi.

L'opera monumentale ridefinì l'assetto delle pianure ferrarese, romagnola e bolognese e conferì loro una struttura che - con qualche variazione - si è in buona parte conservata fino ad oggi [7].

Nel corso del XIX secolo anche i torrenti Idice e Sillaro e i fiumi Senio e Lamone vennero fatti confluire nel Reno. Successivamente per il Lamone fu scelta un'altra soluzione: il fiume fu fatto sfociare direttamente nel mare Adriatico pochi km più a sud del Reno.

La "riforma Baccarini" (dal nome del ministro dei Lavori pubblici nel periodo 1878-1883 Alfredo Baccarini), introdusse la possibilità dell'intervento dello Stato centrale nel finanziamento dei lavori di bonifica, nella misura del 75% dell'importo complessivo[8]. Ciò diede un rinnovato impulso agli interventi di risistemazione idrografica nella provincia di Ravenna[9]. Nel 1903 furono avviati i lavori per la realizzazione del Canale di bonifica in Destra Reno: un'opera artificiale che raccoglie tutte le acque "basse", che scorrono 3-4 metri più in basso rispetto al Reno, innalzato su un alveo pensile. Partendo dallo scolo Zaniolo, in territorio di Lavezzola, il canale scorre parallelamente al Reno e termina la propria corsa dopo 37 km gettandosi nel mare Adriatico utilizzando l'antica foce del Lamone. Il canale, inaugurato nel 1930, contribuì a prosciugare e a mettere a coltura numerosi acquitrini allora esistenti.

L'ultima valle ad essere prosciugata fu quella del Mezzano, bonificata negli anni cinquanta[10].

Aree naturali[modifica | modifica wikitesto]

Le aree naturali protette situate nei territori dove un tempo si estendeva la Valle Padusa sono 9:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Menzani e Matteo Troilo, Carte d'acqua. Le mappe della bonifica in Romagna (secc. XVIII-XXI), Faenza, EDIT 2016, p. 11.
  2. ^ AA. VV., Le Vie dei Romei nella Regione Emilia-Romagna, Bologna, Regione Emilia-Romagna, 1997.
  3. ^ La bonifica per colmata è una tecnica di bonifica idraulica. È utilizzata quando la zona da risanare si trova al di sotto rispetto a quelle circostanti ed è disponibile un corso d'acqua ricco di torbida (cioè che trasporta in sospensione molto materiale solido). Le acque di questo corso vengono lasciare ristagnare, perché possano depositare la torbida e così colmare la depressione; dopodiché le acque ormai limpide vengono eliminate con il normale prosciugamento.
  4. ^ Località posta 6 km a Est di Sant'Alberto.
  5. ^ Angelo Varni (a cura di), Lo scorrere del paesaggio, Faenza, EDIT, 2007. Pagg. 95-98.
  6. ^ Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, era di famiglia senatoria della vicina Bologna e fu anche arcivescovo del capoluogo emiliano.
  7. ^ Tito Menzani, Le bonifiche in Romagna, Imola, Editrice La Mandragora, 2008.
  8. ^ Menzani-Troilo, op. cit., p. 23.
  9. ^ Menzani-Troilo, op. cit., p. 30.
  10. ^ Menzani-Troilo, op. cit., p. 32.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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