Valentino Parlato

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Valentino Parlato con una copia de Il Manifesto, 1983

Valentino Parlato (Tripoli, 7 febbraio 1931Roma, 2 maggio 2017) è stato un giornalista, politico e saggista italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Tripoli da genitori siciliani, trasferitisi in Libia alla fine degli anni '20 del Novecento: la madre, Angela Sajeva, proviene da Favara, il padre, Giuseppe, da Comitini, due località dell'agrigentino. La tranquilla infanzia nella società coloniale tripolina, termina con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La famiglia si trasferisce nella campagna di Sorman, dove il nonno materno possiede una concessione agricola. Non potendo studiare, divora la modesta biblioteca familiare, è il germe di una cultura onnivora curiosa che lo accompagnerà per tutta la vita; con il nonno impara a conoscere la vita di campagna, molto diversa da quella piccolo-borghese vissuta a Tripoli. Dopo la guerra, la Libia passa sotto l'amministrazione britannica. In questi anni forma la propria coscienza politica, conosce Clara Valenziano (che in seguito sposerà) ed è tra i fondatori del Partito Comunista Libico, fatto che ne provocherà nel 1951 l'espulsione dal paese. Si trasferisce a Roma, dove si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, conosce Luciana Castellina[1] e lavora per il giornale del partito, L'Unità. Dal 1953 si trasferisce ad Agrigento dove lavora per la locale federazione del PCI, divenendo funzionario di partito.[1] Tornato a Roma, prosegue il lavoro con L'Unità, collabora con Giorgio Amendola e diviene giornalista di economia per la rivista Rinascita. Nel giugno 1969 è tra i fondatori de Il manifesto di cui è stato, a più riprese, direttore.[2] Il 24 novembre 1969 viene espulso dal partito comunista, assieme ad Aldo Natoli, Rossana Rossanda e Luigi Pintor in seguito alle esplicite critiche mosse al partito, che non aveva condannato l'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Ha introdotto, tra le altre, l'edizione di opere di Adam Smith, Lenin, Antonio Gramsci e Mu'ammar Gheddafi.[3]

È morto a Roma il 2 maggio 2017, all'età di 86 anni.[1]

Premi[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Il blocco edilizio, Venezia, Marsilio, 1971.
  • Spazio e ruolo del riformismo, a cura di, Bologna, Il mulino, 1974.
  • un saggio in Vittorio Moioli, Made in Italy. Il mercato svizzero del lavoro italiano, Roma, Alfani, 1976.
  • Il nuovo macchinismo. Lavoro e qualità totale. I casi FIAT, Zanussi & Italtel, con altri, Roma, Datanews, 1992.
  • Dibattito sulla mostra storico-documentaria Il Partito comunista italiano. Settant'anni di storia d'Italia, con Luciano Canfora, Massimo D'Alema e Armando Cossutta, Milano, Teti, 1996.
  • Segnali di fumo. Locali per fumatori, secondo Valentino Parlato, a cura di Livia e Marcantonio Borghese, Roma-Milano, Il Manifesto, 2005. ISBN 88-7285-459-8
  • La rivoluzione non russa. Quarant'anni di storia del manifesto, San Cesario di Lecce, Manni, 2012. ISBN 978-88-6266-450-9.

Introduzioni e prefazioni[modifica | modifica wikitesto]

Curatele[modifica | modifica wikitesto]

Traduzioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Adam Smith, La ricchezza delle nazioni. Abbozzo, Torino, Boringhieri, 1959.
  • Pierre Sorlin, Breve storia della società sovietica, Bari, Laterza, 1966.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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