Vaalbara

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Vaalbara è il nome che è stato dato al primo supercontinente esistito sulla Terra, circa 3,3 miliardi di anni fa.

La denominazione Vaalbara fu proposta da E. S. Cheney che la derivò dalle ultime quattro lettere dei due cratoni che lo costituivano, il Cratone di Kaapvaal e il Cratone Pilbara.[1]

L'esistenza di un supercontinente antecedente Vaalbara, un proto-Valbaara datante 3,6–3,2 Ga, è suggerita da alcune ricostruzioni paleomagnetiche, ma non vi sono prove certe e materiali a testimoniare della sua struttura o localizzazione[2].

L'unione dei cratoni di Kaapvaal e Pilbara[modifica | modifica wikitesto]

In base ai dati radiometrici dei cratoni che formavano la Vaalbara, si ritiene che esso sia esistito 3,3 miliardi di anni fa (3,3 Ga), spingendosi forse fino a 3,6 Ga[3].

Gli studi geocronologici e paleomagnetici dei due cratoni archeani (protocontinenti) denominati Cratone di Kaapvaal, con riferimento alla regione sudafricana di Kaapvaal, e Cratone Pilbara, con riferimento alla regione di Pilbara nell'Australia Occidentale, provano che i cratoni facevano parte della Vaalbara[3]. Questi due cratoni rappresentano gli unici resti originali della crosta terrestre, come era ai primordi, sopravvissuti fino ai giorni nostri.

Un'ulteriore prova è rappresentata dalla sequenza di somiglianze strutturali delle cinture di nefriti e di gneiss che presentano questi due cratoni, con tracce di quattro grandi impatti meteoritici avvenuti fra 3,2 e 3,5 Ga[4]. Le stesse cinture archeane di nefriti si trovano anche ai margini del Cratone Superiore in Canada, come pure nei cratoni degli ex continenti della Gondwana e della Laurasia[5].

Scissione[modifica | modifica wikitesto]

Posizione dei cratoni di Kaapvaal e Pilbara nell'Olocene.

La deriva dei due cratoni di Kaapvaal e Pilbara, avvenuta all'incirca 2,8 Ga, è un'ulteriore prova del fatto che essi un tempo erano connessi.

Non è certo quando la Vaalbara ha iniziato a scindersi, ma studi geocronologici e paleomagnetici mostrano che i due cratoni presentavano un movimento rotatorio latitudinale di 30° tra 2,78 Ga e 2,77 Ga, portando alla conclusione che essi non fossero più uniti già 2,8 Ga[6].

Vita archeana[modifica | modifica wikitesto]

I cratoni di Pilbara e Kaapvaal sono fra le rocce più antiche del mondo e contengono microfossili archaiani ben conservati. Perforazioni hanno rivelato tracce di vita microbica e fotosintesi datanti dell'Archeano in Africa e in Australia[7][8] La più antica prova ampiamente accettata di prime forme di vita con fotosintesi è data da fossili molecolari trovati in argille vecchie di 2,7 miliardi di anni nel cratone di Pilbara. Questi fossili sono stati interpretati come tracce di eucarioti e cianobatteri, anche se alcuni scienziati sostengono che questi biomarcatori possano essere entrati in queste rocce più tardi e datare i fossili a 2,15–1,68 Ga.[9]

Quest'ultimo intervallo temporale è in linea con le stime basate sull'orologio molecolare che data l'ultimo antenato comune eucariota al 1,866–1,679 miliardi di anni. Se i fossili di Pilbara sono tracce di eucarioti antichi, potrebbero rappresentare gruppi estinti prima che emergessero gruppi moderni[10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ E. S. Cheney, Sequence stratigraphy and plate tectonic significance of the Transvaal succession of southern Africa and its equivalent in Western Australia, in Precambrian Research, vol. 79, 1–2, 1996, pp. 3–24, DOI:10.1016/0301-9268(95)00085-2.
  2. ^ (EN) A. J. Biggin, M. J. de Wit, C. G. Langereis, T. E. Zegers, S. Voûte, M. J. Dekkers e K. Drost, Palaeomagnetism of Archaean rocks of the Onverwacht Group, Barberton Greenstone Belt (southern Africa): Evidence for a stable and potentially reversing geomagnetic field at ca. 3.5 Ga, in Earth and Planetary Science Letters, vol. 302, nº 3, 2011, pp. 314–328, Bibcode:2011E&PSL.302..314B, DOI:10.1016/j.epsl.2010.12.024. URL consultato il 12 settembre 2016.
  3. ^ a b (EN) T. E. Zegers e A. Ocampo, Vaalbara and Tectonic Effects of a Mega Impact in the Early Archean 3470 Ma, Third International Conference on Large Meteorite Impacts, Nordlingen, 2003. URL consultato il 12 settembre 2016.
  4. ^ (EN) G. R. Byerly, D. R. Lowe, J. L. Wooden e X. Xie, An Archean Impact Layer from the Pilbara and Kaapvaal Cratons, in Science, vol. 297, nº 5585, 2002, pp. 1325–1327, Bibcode:2002Sci...297.1325B, DOI:10.1126/science.1073934, PMID 12193781. URL consultato il 12 settembre 2016.
  5. ^ (EN) B. Nitescu, A. R. Cruden e R. C. Bailey, Crustal structure and implications for the tectonic evolution of the Archean Western Superior craton from forward and inverse gravity modeling, in Tectonics, vol. 25, TC1009, 2006, Bibcode:2006Tecto..25.1009N, DOI:10.1029/2004TC001717.
  6. ^ (EN) T. E. Zegers, M. J. de Wit e S. H. White, Vaalbara, Earth's oldest assembled continent? A combined. structural, geochronological, and palaeomagnetic test (PDF), in Terra Nova, vol. 10, nº 5, 1998, pp. 250–259, Bibcode:1998TeNov..10..250Z, DOI:10.1046/j.1365-3121.1998.00199.x. URL consultato il aprile 2016.
  7. ^ (EN) P. Philippot, M. Van Kranendonk, M. Van Zuilen, K. Lepot, N. Rividi, Y. Teitler, C. Thomazo, M.-M. Blanc-Valleron, J.-M. Rouchy, E. Grosch e de Wit, Early traces of life investigations in drilling Archean hydrothermal and sedimentary rocks of the Pilbara Craton, Western Australia and Barberton greenstone belt, South Africa, in Comptes Rendus Palevol, vol. 8, nº 7, 2009, pp. 649–663, DOI:10.1016/j.crpv.2009.06.006. URL consultato il 12 settembre 2016.
  8. ^ (EN) J. R. Waldbauer, L. S. Sherman, D. Y. Sumner e R. E. Summons, Late Archean molecular fossils from the Transvaal Supergroup record the antiquity of microbial diversity and aerobiosis, in Precambrian Research, vol. 169, nº 1, 2009, pp. 28–47, Bibcode:2009PreR..169...28W, DOI:10.1016/j.precamres.2008.10.011. URL consultato il aprile 2016.
  9. ^ (EN) B. Rasmussen, I. R. Fletcher, J. J. Brocks e M. R. Kilburn, Reassessing the first appearance of eukaryotes and cyanobacteria (PDF), in Nature, vol. 455, nº 7216, 2008, pp. 1101–1104, Bibcode:2008Natur.455.1101R, DOI:10.1038/nature07381, PMID 18948954. URL consultato il aprile 2016.
  10. ^ (EN) L. W. Parfrey, D. J. Lahr, A. H. Knoll e L. A. Katz, Estimating the timing of early eukaryotic diversification with multigene molecular clocks (PDF), in PNAS, vol. 108, nº 33, 2011, p. 13626, Bibcode:2011PNAS..10813624P, DOI:10.1073/pnas.1110633108, PMC 3158185, PMID 21810989. URL consultato il aprile 2016.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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