Utente:Mapelli Fabrizio/Sandbox8

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Luigi Enrico Dall'Ovo nacque a Bergamo l'8 gennaio 1821 da Ermenegildo e Rosa Carrara.

Fu il secondogenito di tre fratelli, dei quali Giuseppe, come Luigi, si distinse per eroismo nelle vicende militari del 1848-1849.

Compiuti gli studi a Bergamo, Luigi si dedicò al commercio della seta, che lo portò frequentemente a Milano ed a Venezia facendo molte conoscenze, sia sociali che politiche.

I moti del 1848, che anche a Bergamo si svolsero dal 18 al 22 marzo videro Luigi Dall'Ovo attivo a Bergamo e poi a Milano ove si battè tra le file della Compagnia di Nicola Bonorandi.

Rientrato a Bergamo si iscrisse alla 1ª Legione della Guardia Mobile o Legione Bergamasca delle Alpi, partecipò alla spedizione nel Tirolo che si proponeva di ostacolare la discesa dei rinforzi austriaci verso il Quadrilatero.

Dopo la spedizione nel Tirolo si iscrisse nel 2° Battaglione della Guardia Nazionale apprestato da Gabriele Camozzi ed il Dall'Ovo fu inquadrato come tenente.

Il 3 novembre 1849 Giuseppe Garibaldi con le sue truppe, sapute delle difficoltà delle Repubblica Romana, accorse con i suoi uomini a cui si unirono Nino Bixio e Luigi Dall'Ovo. Si distinse negli scontri di Anagni ed a Velletri, dopo di cui venne promosso capitano.

Al comando dell'8ª Centuria si distinse il 3 giugno 1849 a Villa Corsini e poi al Vascello.


Nel 1858 Luigi Dall'Ovo con il Nullo , il Tasca , i Cucchi , aderisce alla « Società Nazionale Italiana », mettendosi fedelmente in linea con l'evolvere degli atteggiamenti di Garibaldi di fronte alla sempre viva, ma pur sempre complicata questione italiana. E quando ai primi del '59 più intenso si fece a Cuneo ed a Savigliano l'arruolamento dei volontari 7.244 lombardo-veneti; 3.708 da Parma; 3.890 dalla Toscana; 2.448 dalla Romagna; 1.970 da Modena, 392 dalle Due Sicilie, con un totale di 19.656 uomini, tra i primi ad accorrere fu Luigi Dall'Ovo ( 4 ). Incorporatesi a Savigliano come semplice milite, fu dal Medici subito riconosciuto e nominato sottotenente. Creato con R. D. 24 aprile 1859 il Corpo dei Cacciatori delle Alpi , questi ebbe una sua divisa : i soldati cappotto di panno grigio, berretto e calzoni di colore azzurro scuro e giberna con cinturino di cuoio nero; gli ufficiali una tunica di panno azzurro scuro come i pantaloni; colletto, pittagne e bande color verde. Luigi Dall'Ovo fece tutta quella gloriosa e fortunata Campagna. Entrò l'8 giugno con Garibaldi in Bergamo; raggiunse Brescia e poi, con il 2° Reggimento Medici , precedette in Valtellina la Brigata Cacciatori delle Alpi , passata alle dipendenze della Divisione Cialdini inviata a difesa delle Giudicarle. Il Reggimento Medici più dei nemici ebbe ostili le forze della natura: le nevi e i ghiacci di Val Furva, di Monte Reit, di Monte Cristallo e dello Stelvio. E tra quelle difficoltà esso si destreggiò abilmente, assolvendo i compiti che gli erano stati affidati. Venuto l'armistizio di Villafranca - che Garibaldi deplorò, ma per il quale non piegò l'animo, come di fronte ad un evento di una tragicità insuperabile - Luigi Dall'Ovo chiese ed ottenne, allo scioglimento della Brigata Cacciatori delle Alpi , il congedo (13 settembre 1859) e ritornò alla sua Bergamo ove si mise all'opera, per assecondare per altre vie il proposito del suo Capo. Fece così parte della Commissione Cittadina per il « Milione di Fucili», che fu la forma concreta che assunse, in un primo momento, il moto di opinione pubblica che Garibaldi suscitò e tenne vivo, in attesa degli eventi che, egli asseriva, sarebbero venuti a coronare con moto irresistibile quel drammatico secondo atto della vicenda nazionale, che fu la guerra del 1859.

4. - La Spedizione dei Mille (1860). E le cose si evolsero e maturarono più rapidamente di quanto si potesse sperare. Non solo la Romagna e l'Italia Centrale spontaneamente si mossero, ma dalla Sicilia una significativa irrequietezza e sanguinose manifestazioni continuarono come un invito ad osare, per concludere, nell'ambito di quella vasta crisi politica e militare che fu il 1859, il moto nazionale italiano. Risulta che il Dall'Ovo si occupò energicamente dell'arruolamento e col Tasca tenne in Bergamo le fila della Compagnia formatasi da noi, mentre il Nullo ed il Cucchi vivevano in Genova i trepidi momenti della fine dell'aprile 1860. Il cielo si rasserenò il 30 aprile ed allora buone nuove giunsero ai Bergamaschi in attesa. Il testo di un telegramma è in un taccuino a matita del Nullo , conservato nel nostro Museo del Risorgimento; esso dice: « E. Dall'Ovo. L'affare abbandonato fassi ancora. Prepara mercé scelta. Mercoledì 2ª corsa aspettami. Nullo » ( 5 ). Il 3 maggio 1860 Luigi Dall'Ovo - occupatesi con il Nullo ed il Cucchi dell'arruolamento dei Bergamaschi, nel teatrino dei filodrammatici in via Borfuro - partiva con essi alla volta di Genova ed a Talamone, costituitasi l'8ª Compagnia, ne divenne con Vittore Tasca uno dei due comandanti in 2ª, alle dipendenze di quell' Angelo Bassini pavese, che li avrebbe guidati nei primi decisivi cimenti della campagna in Sicilia. Il Dall'Ovo fu tra i primi a toccare terra a Marsala; fu nel vortice di Calatafimi calmo e padrone di sé, come era suo costume anche sul campo di battaglia; a Parco, ormai in vista di Palermo - dovendosi insieme affrontare in testa il nemico ed a tergo proteggersi dalle colonne borboniche vaganti attorno alla città - Garibaldi formò una salda retroguardia, al comando del Türr , con Carabinieri Genovesi, squadre di « picciotti », la 3ª e la 8ªCompagnia, che il Bassini , il Tasca ed il Dall'Ovo condussero da bravi. A Palermo avvenne un primo riordinamento delle forze. Parte dei 180 Bergamaschi o partiti da Bergamo - 146 all'8ª Compagnia, un gruppo alla 7ª e gli altri un po' ovunque assegnati alle altre - costituirono il nerbo del 3° Battaglione, sempre al comando del Bassini , che il Türr (ammalatesi fu sostituito dall'Eber) avrebbe dovuto condurre all'interno dell'Isola, per prenderne materiale possesso. La Brigata su tre Battaglioni per Misilmeri, Castrogiovanni (oggi Enna) raggiunse, dopo 25 giorni, il 15 luglio, Catania, percorrendo 250 chilometri. Il 25 giugno lasciava Palermo la 1ª Divisione Bixio , su due Reggimenti. Al Battaglione Dezza fu assegnato il Dall'Ovo, al comando di una Compagnia, col grado di capitano. Per Licata - Terranova e Caltagirone raggiunsero il 27 luglio Catania, dopo aver percorso 400 chilometri. Durante la lunga marcia il Bixio creò il Dall'Ovo suo aiutante di campo, forse vedendo nel pacato e controllato ufficiale bergamasco la forza misurata, che andava a completare quella espansiva e travolgente del suo focoso temperamento. Non fu quella del prode Generale genovese una passeggiata militare, ma piuttosto una marcia di assestamento della situazione di quelle terre, infelici ed inquiete sempre. Specialmente nei paesi circumetnei l'avvento delle nuove forze aveva scatenato una crisi politico-sociale, sfociata in una vera e propria anarchia. Garibaldi era con le sue forze da sbarco sul litorale Faro-Taormina: non era possibile passare sul continente, senza aver pacificato le sedizioni dell'isola. E alla triste bisogna fu spedito il Bixio , che nella repressione fu accorto e deciso assieme. Lo accompagnava il Dall'Ovo, che di quell'impresa serbò un rammaricato ricordo, insieme con l'ammirazione per il suo Generale. Dopo un viaggio a Malta per acquistarvi della stoffa per le « camicie rosse », il Nostro - sempre nella Divisione Bixio , del quale sarebbe diventato più tardi aiutante - passò con Garibaldi attraverso lo Stretto, marciò su Reggio, che cadde il 21 agosto. Si trattava, ormai, non tanto di dirigere - quasi ispirandole con la propria fisica fascinosa presenza - poche centinaia di volontari, ma di manovrare un vero e proprio esercito. Successive spedizioni avevano portato in Sicilia ben cinque Brigate, che unite ai Garibaldini dei Mille ed a quelli che anche di propria inziativa erano in seguito accorsi, costituivano una massa di 22-24 mila uomini. Questo che fu detto l'« Esercito dell'Italia Meridionale » fu da Garibaldi organizzato su quattro Divisioni, attraverso la numerazione progressiva a quella dell'Esercito regolare sardo, e cioè: la 15ª Divisione Türr , su 6 Brigate; la 16ªDivisione Cosenz , su 5 Brigate; la 17ª Divisione Medici , su 5 Brigate; la 18ª Divisione Bixio , su 2 Brigate; Con quest'ultima fu il Dall'Ovo alla battaglia del Volturno. « Garibaldi - scrive lo Scalvo , nelle Noterelle dell' Abba , su invito di costui - tre o quattro giorni prima del fatto d'armi, era venuto a trovare Bixio e gli aveva detto: "Mi fido a voi; queste sono le nostre Termopili". Tale fu la consegna; tutti sapevano che là i doveva stare o morire » ( 6 ). La 18ª Divisione, in quel fatale 1° ottobre, alla destra dello schieramento con i Corpi dei generali Milblitz e Medici , tuttavia non resse al ben condotto e forte attacco borbonico; ma messosi Garibaldi in direzione di Capua, in modo da minacciare la ritirata delle colonne nemiche dei generali Tabacchi e Afan de Rivera, la situazione parve ristabilirsi. Bixio intuì felicemente le nuove favorevoli prospettive di azione e, ripreso quale aiutante di campo il Dall'Ovo, dispose per la difesa della zona affidatagli, la Brigata Eberhardt sul versante nord del M. Longano; e, a sinistra di quella Brigata, collocò due Battaglioni della Brigata Dezza sulle pendici di Monte Caro, ossia sul versante sinistro della valle ed, al centro, nel fondo valle, la Brigata Spinazzi, in posizione arretrata presso Villa Gualtieri. La riserva restò costituita con i restanti quattro Battaglioni della Brigata Dezza situati presso M. S. Michele e della Brigata Fabrizi, ammassata presso Maddaloni. Il generale borbonico Mechel aveva ripartite le forze da lui


E a pag. 238: « So che il Generale è stato da Bixio , qua oltre, nella gola di Maddaloni: so che si son detti delle parole solenni e che Bixio senti Leonida in sè. “Fin che sarò vivo, nessuno passerà!” Lo disse, e sarà Vangelo». direttamente dipendenti su tre colonne, affidando alle due di sinistra l'attacco di M. Longano, mentre la colonna di destra doveva procedere per il fondo valle verso Maddaloni. La Brigata Eberhardt, attaccata decisamente, fu costretta in breve ad abbandonare le posizioni occupate, e, quasi avvolta dall'avversario, si sbandò, inducendo i difensori di M. Caro ad indietreggiare, nel dubbio di essere aggirati. Erano le 8,30; Bixio , preoccupato della piega che prendeva il combattimento, provvide a rinforzare la difesa di M. Caro con la Brigata Spinazzi, facendo avanzare per M. S. Michele e Villa Gualtieri i quattro Battaglioni di 2ª linea della Brigata Dezza, nonché la Brigata Fabrizi . Ben presto si trasformò la situazione di M. Caro: il tempestivo arrivo della Brigata Spinazzi, che contrattaccò, unitamente ai Battaglioni Dezza , l'avversario, assicurò il possesso di quell'altura. Bixio , allora, con sano accorgimento, vista perduta la sua destra, si accinse a sistemare le sue forze, disponendole su di una nuova fronte perpendicolare alla precedente, tale da assicurargli in ogni evento la ritirata su Caserta. Profittando dell'inattività dell'avversario, egli afferrò il momento favorevole (circa le ore 13) per passare al contrattacco. Ponendosi alla testa degli assalitori con due Battaglioni della Brigata Dezza , con quello di coda della Brigata Spinazzi e con la Brigata Fabrizi , puntò arditamente sul centro borbonico, ricacciandolo ed incalzandolo verso Ducente, prendendogli anche due cannoni. Alle 16 la battaglia era vinta ( 7 ). In quella giornata sanguinosa, nella quale numerosi combatterono i Bergamaschi - parecchi appartenevano alla Brigata Eberhardt - si distinse il Dall'Ovo, promosso maggiore « per il valore dimostrato nel fatto d'armi di Villa Gualtieri, contribuendo efficacemente a riordinare i dispersi della Brigata Eberhardt ed a ricondurli all'attacco ». Il Dall'Ovo, anche in questa occasione, apparve l'uomo adatto a superare una crisi, perché il sangue freddo e la calcolata serenità sul campo sedano gli sbandamenti e valgono non meno del pronto intuito, che afferra e capovolge le situazioni. I combattimenti di M. Caro e di Villa Gualtieri ebbero effettivamente un peso nella battaglia, se l' Abba fa narrare i fatti da altri nelle sue « Noterelle », perché non aveva potuto esserne testimone. Efficacemente descrive, invece, la vita di quei luoghi, ancora occupati dalle truppe, dopo gli scontri sanguinosi : « Dei focherelli morivano su pei greppi di Monte Caro e della Villa Gualtieri; le camicie rosse nel grigio delle sassaie, nel verde ferrigno degli olivi mettevano un rilievo, una vita, quasi dei sentimenti. Sul ponte del Vanvitelli passavano delle file rosse, quete quete allora, andando forse a cambiar le guardie; ma lassù a un certo momento della battaglia s'erano incontrati i bavaresi e i nostri e da quell'altezza n'eran caduti ( 8 ).

5. - Da maggiore a generale dell'Esercito. Sappiamo che il Dall'Ovo, dopo il 1860, intraprese la carriera militare nell'Esercito regolare, unico dei Bergamaschi che, attraverso quella, pervenisse al grado di generale. Tra le difficoltà che affaticarono la vita del nuovo Regno fu anche quella della fusione dei due Eserciti e specie di quello volontario dell'Italia Meridionale, non facilmente innestabile nel tronco del vecchio organismo militare sardo, le cui origini erario lontane e risentivano un poco del prussianesimo di una tradizione di settecentesca memoria. Il Dall'Ovo non potè non porsi questo grosso problema, lui che il destino aveva scelto ad incarnarlo. Egli, che aveva visto al fuoco la migliore ufficialità garibaldina, ne auspicò la fusione nell'Esercito regolare. Non proveniva da avventurieri essa; ma era costituita da gente spesso non priva di cultura, esercitante utili professioni, segnata da una nobiltà di origini, di educazione o di sentimenti che - lungi dal costituire una « banda di filibustieri »ù;, come aveva predicato la àpropaganda borbonica - era a volte, invece, una vera e propria aristocrazia. Essa diede, com'era naturale, i quadri dell'Esercito meridionale: dai più alti gradi a quelli della minore ufficialità e la massa stessa dei graduati: caporali e sergenti. La carriera era stata per molti alquanto veloce: si erano degradati alcuni imbelli, fuggiti sul campo; ma si erano fatti avanzare i valorosi. Comunque 7.300 ufficiali alla fine della campagna apparivano realmente troppi! Garibaldi stesso, che forse non controùù la vasta situazione militare venuta via via creandosi (si parlava di 50 mila uomini, ma àà non ne disponeva che di 25 mila), aveva pensato ad una revisione delle nomine, quando questa fu assunta da una Commissione di scrutinio e di verifica. Tra radiati e dimissionari se ne andarono circa 4 mila ufficiali, ai quali peraltro non sarebbe stato possibile assegnare delle truppe da comandare. Dopo varie vicende la questione si concluse con lo scioglimento del « Corpo dei Volontari » non facilmente affiatabili ( 9 ) con l'Esercito regolare. (R. D. 27 marzo 1862). Non è il caso di seguire oltre tale questione. A Luigi Dall'Ovo fu riconosciuto il grado di maggiore dalla Commissione di scrutinio ed in base al R. D. 11 novembre 1860. L'anno dopo fu riconfermato nel grado con àà 8 ottobre 1860 (R. D. 4 agosto 1861), dopo essere stato insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia (R. D. 12 giugno 1861). Sciolto il « Corpo dei Volontari », come s'è visto, il Dall'Ovo fu destinato, sempre col grado di maggiore, al 37° Reggimento Fanteria di stanza a Novara ed in seguito confermato nella nuova carriera - che allora appena intrapresa, avrebbe poi esercitato tutta la vita - con il riconoscimento di un effettivo servizio anche per il periodo 3 luglio 1849-5 maggio 1859 (legge 25 aprile 1865). Il Nostro fu uno dei non molti ex-ufficiali garibaldini che durarono nell'Esercito; parecchi lo lasciarono, perché professanti sentimenti repubblicani o per riunirsi a Garibaldi , nelle imprese di Venezia e di Roma, rinnovantisi fino alla effettiva conclusione deàà italiana. Dei Mille rimasero 117 ufficiali (tra i quali si distinsero Bixio , Carini , Orsini , Sirtori , Türr ) e di essi 11 raggiunsero il grado di generale; 13 di colonnello; 17 di tenente colonnello; 25 di maggiore, Il Dall'Ovo si mise e continuò nella sua nuova carriera àà e senza tergiversazioni. Non volle questo significare abbandono degli ideali garibaldini, ai quali egli rimase sempre fedele, benché l'esserlo divenisse sùù difficile, in una situazione politica divenuta meno favorevole alle risoluzioni rivoluzionarie dei problemi. Così egli nel maggio 1862 scrisse direttamente a Garibaldi - intento a preparare a Trescore (Bergamo) quel che passò alla storia col nome di « fatti di Sarnico » - mettendosi a sua disposizione; ma l'Eroe lo esortò a rimanere, coi migliori dei suoi, nell'Esercito regolare e il Dall'Ovo obbedì ( 10 ). Dopo il 1862 il Nostro fu usato nella repressione del brigantaggio: fu a Sassari prima, poi a Bivona in Sicilia ecc. in un servizio mobile, che Io portò a cambiare quindici volte di sede, come quella vera e propria guerra richiedeva. Attivit&agùù a lui congeniale esplicò nella guerra del 1866. Ufficiale della « Brigata Ravenna » (37° e 38° Reggimento), che con la « Brigata Reggio » costituiva la 4ª Divisione, al comando del gen. Nunziante di Mignano , egli ebbe modo di distinguersi all'espugnazione della testa di ponte di Borgoforte sul Po, in appoggio alle batterie schierate davanti al nemico su largo fronte e con una pàà di 2.000-3.500 metri. Il cannoneggiamento durò l'intera giornata del 17 luglio: gli Austriaci sgombrarono Borgoforte, che gli Italiani occuparono. La tregua delle operazioni ed il successivo armistizio chiusero quell'infelice campagna. Luigi Dall'Ovo incominciò così il secondo tempo della sua carriera militare: quello tacito e un po' monotono della vita di guarnigione. Essa, con gli ultimi anni della sua esistenza, è cosi riassunta dal suo biografo Felice De Chaurand de Saint Eustache, usato spesso per le precedenti note: « Il 37° Fanteria fu destinato di guarnigione a Modena. Esso non prese parte alla breve campagna del 1870 nell'Agro romano ed il maggiore Dall'Ovo lasciò il Reggimento nel 1872, allorché promosso tenente colonnello passò al 42° Fanteria, di stanza a Salerno, ove trascorse gli anni fino al gennaio 1877, percorrendo i vari presidi del Salernitano e della Lucania. Nominato nel marzo 1871 comandante del 12° Fanteria di stanza a Viterbo, e poco dopo conseguito il grado di colonnello, riàà un anno, essendo stato, nel 1878, il 12° Fanteria trasferito di guarnigione a Bergamo, e così il Dall'Ovo, che tanto amava la àà natta, chiudeva la sua carriera militare attiva, ove l'aveva cominciata 32 anni prima. Passò nella riserva, ove ebbe il grado di maggiore generale. In Bergamo, Luigi Enrico Dall'Ovo serenamente si spense il 6 aprile 1897àà di 76 anni, ed a Sforzatica Egli riposa in pace, dopo essere passato in vita per tanti combattimenti e tante peripezie guerresche, ed avere tracciato indelebile orma nei fasti del nostro Risorgimento ». Sulla facciata della casa, in S. Alessandro al n. 46 presso la omonima chiesa, non lungi da quella Piazza della Legna, oggi Piazza Pontida, che dall'epoca della Rivoluzione francese divenne il centro del patriottismo bergamasco popolare e spontaneo e nei cui pressi sorgono ancora le case di tanti che parteciparono alla Spedizione dei Mille, morì Luigi Dall'Ovo. Lo ricordava una lapide, che recitava:

IN QUESTA CASA NEL 1821 EBBE I NATALI - LUIGI ENRICO DALL'OVO - ANIMO FERVIDO AUSTERO ALLA PATRIA - INFATICABILMENTE DEVOTO - COMBATTE' NEL '48 A MILANO E NEL TRENTINO - NEL '49 A ROMA, NEL '59 FRA I CACCIATORI DELLE ALPI - NEL '60 CON I M.ILLE, NEL '66 CON I BATTAGLIONI NAZIONALI – COMPI’ IL CORSO DELLA SUA VITA - DA MILITE GARIBALDINO A GENERALE.

Dovrebbe ritornare al suo luogo, perch&eacutùù tacito degli ufficiali bergamaschi dei Mille non tocchi ulteriormente la sorte di un immeritato oblìo ( 11 ). Occorrerebbe ora dire del carattere dell'uomo. Purtroppo non si è potuto prendere in visione nessun scritto di questo valoroso, neppure le lettere che meglio di tanti documenti sono rivelatrici della reale peàà degli uomini. L' Abba , con la nota efficace concisione, dice che « era una figura sùù sul fare del Tasca , forse un po' meno aspro, ma anch'egli burbero e buono » ( 12 ).

E lo dimostra il fatto che ci risulta amato dai sottoposti e prediletto dal Bixio , che non tenne in considerazione mai gli uomini che non fossero di buona tempra nativa. Beneficò largamente, aiutò con l'opera e con il consiglio le iniziùù grandi, specie quelle miranti ad eternare i fatti degli Eroi e della Patria. Integerrimo, di buona cultura, come rivelano i libri di storia e di economia, italiani e stranieri, della sua copiosa biblioteca, visse nell'intimo della sua coscienza làà nazionale, senza correre il rischio di contaminarla mai con la passione, che a volte influenza di sé la vita dei partiti o delle associazioni. Non abbracciò, quindi, làà mazziniana; non la massoneria. Parve trovarsi a suo agio solo condividendo ciò che la formula Italia e Vittorio Emanuele di fatto significò allora per la Patria: la rinascita della Nazione in un'atmosfera di ordine e di misura, a mezzo di forze organizzate validamente. E tuttavia, quando Garibaldi chiamò per la grande impresa, egli andò senza esitare. Realista qual era, egli vide che il momento, nel quale il destino l'aveva condotto a vivere, era ricco di imprevisti fuggevoli, che occorreva affermare, prima che passassero, magari senza ritorni. E l'Eroe dei due Mondi era l'uomo che meglio degli altri poteva, secondo lui, intuire, osare e trionfare. Era il figlio di un'epoca e di una situazione; l'interprete di stati d'animo diffusi, che occorreva affermare, prima che passassero, magari senza ritorni. trovato. Egli, perciò, compì un compito importante ed insostituibile: essere con lui era un dovere ed il Dall'Ovo lo assolse, seguendolo nei momenti decisivi della sua fortunata carriera militare : nel 1848-'49, nel '59, nel '60. Garibaldi comprese anche nel Dall'Ovo il significato della sua taciturnaàà, che tanto largamente aveva ispirato la gente cui apparteneva e lo contraccambiò di immutabile affetto. Quando nel marzo 1875 il Generale passava acclamato per le vie di Roma scorse tra la folla il Dall'Ovo, che non vedeva da quasi un quindicennio, e lo riconobbe: fermò la carrozza, salutò l'antico commilitone, gli strinse caldamente la mano. Forse negli occhi dei due brillò il ricordo di tempi ormai lontani: gli scontri di Velletri; gli assalti di Villa Corsini, le gesta che accompagnarono la difesa di Roma, nel cui nome si iniziò e si concluse il Risorgimento.

ALBERTO AGAZZI

STATO DI SERVIZIO DI LUIGI DALL'OVO 28-7-1848: Sergente furiere sezione artiglieria Guardia Nazionale Mobile al servizio del Governo provvisorio di Lombardia; 26-12-1848: Tale nella Legione Garibaldi , poi sottotenente in detta; 15-4-1849: Luogotenente comandante l’8ª centuria in detta; 3-7-1849: Cessa dal servizio; 3-5-1859: Volontario nei Cacciatori delle Alpi 10-7-1859: Sottotenente 2° Reggimento Cacciatori delle Alpi 11-6-1860: Capitano 1ª Divisione; 1-10-1860: Maggiore 1ª Brigata, 18ª Divisione, 2° Reggimento, 1° Battaglione per merito di guerra, per essersi distinto nel fatto d'armi di Villa Gualtieri; 4-8-1861: Confermato maggiore nel Corpo Volontari Italiani; 27-3-1862: Tale al 37° Reggimento Fanteria. (Gli è computata come effettivo servizio l'interruzione dal 3 luglio 1849 al 5 maggio 1860); dal 1864 al giugno 1866: Maggiore al 37° Reggimento Fanteria, 1ª Brigata, della 4ª Divisione (gen. Nunziante di Mignano); 12- 3-1871: Tenente colonnello del 42° Reggimento Fanteria (Salerno); 15- 7-1877: Colonnello comandante del 12° Reggimento Fanteria (Viterbo); 12-11-1878: Risulta colonnello comandante del 12° Reggimento Fanteria trasferito a Bergamo; 8-11-1880: A riposo; 12-3-1895: Nominato maggiore generale della riserva; Decorato delle medaglie delle Campagne 1848-1849, 1859, 1860, 1866; Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia; Cavaliere della Corona di Prussia di 2ª classe.

NOTE (1) A. VITTORIO VECCHI: La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi , Zanichelli, Bologna, 1910 - p. 58, ove Luigi figura sottotenente della V Compagnia e Giuseppe tenente dell'Artiglieria. (2) Si ignora quali fossero in questo periodo i rapporti che i Dall'Ovo possono aver avuto con Francesco Nullo , che era pure a Roma ed incominciava ad emergere tra i seguaci di Garibaldi . Questi lo nominò, infatti, quartiermastro e lo inviò latore di lettere ai Capitani di San Marino. Il carteggio è conservato nel Museo della Repubblica, da me copiato per studi sul Nullo e in parte riprodotto in fac-simile in BORTOLO BELOTTI: La Storia di Bergamo e dei Bergamaschi - Ed. Bolis - Bergamo, 1959. (3) MARCO RAVASIO o RAVAZZI - Nato il 1815 a Mantova (?). Studiò alla Accademia Carrara con il Diotti. (4) LUIGI MONDINI: I volontari nel 1859 - In « Nuova Antologia » n. 1906 - Ottobre 1959 - pp. 153-170. (5) Museo del Risorgimento - Bergamo - Vetrina 25, Colto G. (6) G. C. ABBA - Da Quarto al Volturno, Zanichelli, Bologna, 1899, pag. 255. (7) FELICE DI CHAURAND DE SAINT EUSTACHE: Luigi Enrico Dall'Ovo, Bergamo, Tavecchi, 1933, pagg. 151-152. (8) G. C. ABBA - Da Quarto al Voliamo, Zanichelli, Bologna, 1899, pag. 254. (9) Vedasi ad esempio, nella biografia del Sylva , un interessante episodio, che conferma questa affermazione. (10) La lettera del Dall'Ovo è, purtroppo, andata perduta. (11) La lapide è attualmente murata nella Rocca di Bergamo. (12) G. C. ABBA - Storia dei Mille, Bemporad, 1904, Firenze, pag. 61.