Utente:Lorenz-pictures/Silvio Berlusconi/I temi caldi dell'attività politica

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La questione dell'ineleggibilità[modifica | modifica wikitesto]

La mai abrogata legge n.361 del 1957 all'articolo 10 afferma: "Non sono eleggibili (...) coloro che (...) risultino vincolati con lo Stato (...) per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica". Dati i numerosi possedimenti in campo mediatico, edilizio e assicurativo della famiglia Berlusconi, Silvio Berlusconi risulterebbe perciò tuttora ineleggibile per la legge italiana.

Tuttavia, la Giunta per le elezioni, anche grazie ad una parte degli esponenti del PDS del neo-segretario Massimo D'Alema, decide nel luglio 1994 di rigettare il ricorso promulgato da alcuni esponenti di centro sinistra, permettendo l'ascesa politica di Berlusconi.

Conflitto di interessi[modifica | modifica wikitesto]

Il conflitto di interessi è l'incompatibilità fra la copertura di cariche che hanno in qualche misura potere decisionale su aspetti in cui è coinvolto l'interesse del soggetto, e il ruolo imparziale che quella carica dovrebbe garantire.

La proprietà di società di assicurazione, di colossi dell'editoria, di imprese turistiche, e così via, acuisce questo problema nella figura di Silvio Berlusconi.

Con riferimento ai mezzi di informazione, si intende per conflitto di interessi l'incompatibilità fra la proprietà di testate giornalistiche o di emittenti radio-televisive con l'assunzione di cariche pubbliche che consentano di controllare o influenzare altre testate o reti concorrenti, il cui controllo, parziale o totale, sia appannaggio della cosa pubblica.

In particolare la proprietà da parte di Berlusconi delle reti Mediaset configurerebbe un conflitto di interesse nella misura in cui, nella sua veste di Presidente del Consiglio, egli fosse in grado di influenzare la nomina degli organismi dirigenti della RAI, televisione pubblica. Tutte le reti italiane, comunque, si devono attenere per legge ai medesimi criteri atti a garantire un'appropriata visibilità a tutti i principali partiti e/o movimenti che si presentano alle elezioni (la cosiddetta Par Condicio). La visibilità dei partiti politici non equivale comunque alla libertà e al pluralismo dell'informazione, che richiede soprattutto voci indipendenti.

Il Consiglio di Amministrazione della RAI è nominato, di comune accordo, dai presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. Sebbene entrambi i presidenti siano espressione della maggioranza è prassi consolidata che essi siano scelti in modo da essere accettati anche dalle opposizioni. La ragione di ciò risiede nell'alto profilo istituzionale di queste due figure, che rappresentano rispettivamente la seconda e terza carica dello Stato, subito dopo il Presidente della Repubblica, e che sono quindi tenute ad agire "super partes" in questioni riguardanti l'alto interesse nazionale. Attualmente queste due posizioni sono occupate, rispettivamente, da Franco Marini e Fausto Bertinotti e ai tempi del governo Berlusconi II e Berlusconi III rispettivamente da Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini. . Questo approccio è tipico del sistema politico italiano: la Costituzione Italiana, infatti, è stata approvata nel 1948 subito dopo il periodo fascista, e, al fine di prevenire il ritorno a forme di governo dittatoriali, ha posto un'estrema cura nel bilanciare fra di loro i diversi poteri dello Stato, così da evitarne l'eccessiva concentrazione in un'unica persona o istituzione.

Tuttavia secondo il rinomato settimanale britannico The Economist, Berlusconi, nella sua doppia veste di proprietario di Mediaset e Presidente del Consiglio, deteneva il controllo di circa il 90% del panorama televisivo italiano[1]. Questa percentuale include sia le stazioni da lui direttamente controllate, sia quelle su cui il suo controllo può essere esercitato in maniera indiretta attraverso la nomina (o l'influenza sulla nomina) degli organismi dirigenti della televisione pubblica. Questa tesi viene respinta da Berlusconi che nega di controllare la RAI. Egli sottolinea il fatto che durante il suo governo siano stati nominati presidente della RAI persone facenti riferimento al centrosinistra, in primo luogo Lucia Annunziata. Attualmente il presidente della RAI è Claudio Petruccioli, di centro-sinistra, mentre il ruolo di direttore generale è ricoperto da Claucio Cappon. Di fatto durante il governo Berlusconi il CdA della RAI era a maggioranza di nomina della Casa delle Libertà.

Il vasto controllo sui media esercitato da Berlusconi è stato ricollegato da alcuni osservatori alla possibilità che i media italiani possano essere soggetti ad una limitazione delle libertà d'espressione. L'Indagine mondiale sulla libertà di stampa 2004 (Freedom of the Press 2004 Global Survey), uno studio annuale pubblicato dall'organizzazione americana Freedom House, ha retroceduto L'Italia dal grado di "Libera" (Free) a quello di "Parzialmente Libera" (Partly Free) [1] sulla base del concentramento di potere mediatico su un solo soggetto. L'indagine dell'anno successivo ha confermato questa situazione con l'aggravante di ulteriori perdite di posizione in classifica. [2]

Reporter senza frontiere dichiara inoltre che nel 2004, "Il conflitto d'interessi che coinvolge il primo ministro Silvio Berlusconi e il suo vasto impero mediatico non è ancora risolto e continua a minacciare la libertà d'espressione".[3] Nell'aprile 2004, la Federazione Internazionale dei Giornalisti si unisce alle critiche, obbiettandosi al passaggio di una legge firmata da Carlo Azeglio Ciampi nel 2003, che i detrattori di Berlusconi ritengono sia destinata a proteggere il suo controllo dichiarato del 90% dei media nazionali. [4]

Il dibattito sulle ragioni dell'ingresso in politica[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei temi della vita di Silvio Berlusconi su cui si è molto dibattuto è quello relativo alle ragioni del suo ingresso in politica. I due aspetti più ricorrenti in di questo dibattito sono le sue condizioni economiche e giudiziarie prima e dopo l'ingresso in politica.

Berlusconi ed i suoi sostenitori affermano che la sua enorme ricchezza è una garanzia di onestà, in quanto egli non avrebbe nessun interesse ad utilizzare la politica per arricchirsi ulteriormente, e affermano inoltre che i processi intentati contro di lui siano iniziati solo dopo il suo ingresso in politica, frutto di un complotto dei suoi oppositori che avrebbero cercato di eliminarlo tramite delle persecuzioni giudiziarie. Berlusconi ha inoltre spesso ricordato, sin dall'annuncio del suo ingresso in politica il 26 gennaio 1994 e durante tutta la sua carriera politica, che il motivo principale della sua scesa in politica è lo scongiurare il "pericolo comunista", rappresentato a suo parere dalla vittoria dello schieramento di centrosinistra:

«Nel '94 scesi in campo perché gli eredi dei comunisti stavano per prendere il potere dopo aver scardinato la democrazia con l'uso politico della giustizia.»

(Silvio Berlusconi ne Il Giornale, 30 gennaio 2005, p.5 [5])

L'espressione sull'uso politico della giustizia si riferisce all'inchiesta di Mani pulite.

Alcuni fra i critici di Berlusconi sostengono invece che la vera ragione del suo impegno politico sarebbe quella di curare i propri interessi, ovvero, a loro detta, quella di salvare le proprie aziende dalla bancarotta e se stesso da condanne giudiziarie.

Aspetti imprenditoriali[modifica | modifica wikitesto]

Berlusconi si propone, ed è acclamato dai suoi sostenitori, come un imprenditore capace, l'uomo in grado di rendere più efficiente la burocrazia e riformare lo stato. Alcuni stretti collaboratori di Berlusconi, hanno però in alcuni casi affermato che la difficoltà in cui si trovava la Fininvest nei primi anni 90 sia stato uno dei motivi della scesa in campo; ad esempio Marcello Dell'Utri:

«Silvio Berlusconi è entrato in politica per difendere le sue aziende»

(Marcello Dell'Utri, 28 dicembre 1994)

«[...] la situazione della Fininvest con 5 mila miliardi di debiti. Franco Tatò, che all'epoca era l'amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d'uscita: "Cavaliere, dobbiamo portare i libri in tribunale" [...] I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della P2, andò in carcere e perse l'azienda»

(Marcello Dell'Utri, intervistato da Antonio Galdo; l'intervista è stata pubblicata nel libro Saranno potenti? (Spergling & Kupfer, 2003, ISBN 8820035014))

Riguardo all'indebitamento, risulta dal tradizionale rapporto di Mediobanca, che ogni anno analizza le dieci maggiori aziende italiane, che le aziende del gruppo Berlusconi avevano nel 1992 7.140 miliardi di lire di debiti (4.475 finanziari e 2.665 commerciali), mentre il loro capitale netto ammontava a 1.053 miliardi. Essendo questa una situazione ad alto rischio di bancarotta, aumentata dal fatto che nel 1993 gli introiti pubblicitari televisivi registrarono crescita zero (dopo molti anni di aumenti elevati ed ininterrotti), le banche creditrici cominciarono in quel periodo a richiedere il saldo dei conti.

Aspetti giudiziari[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Legge ad personam.

Silvio Berlusconi ha più volte dichiarato che dopo il suo ingresso in politica è stato vittima di un persecuzione giudiziaria organizzata dai suoi oppositori.

«Appena sono sceso in politica, hanno cominciato a fischiare i proiettili delle procure eccellenti per rovesciare il mio governo»

(Silvio Berlusconi, 16 ottobre 1998)

«Da quando sono sceso in campo, la magistratura ha dedicato alla Fininvest un'attenzione e un impegno degni della maggior organizzazione mafiosa»

(Silvio Berlusconi, 24 novembre 1995)

Silvio Berlusconi annunciò il suo ingresso in politica il 26 gennaio 1994 tramite uno storico discorso di 9 minuti trasmesso in TV. Già nel 1992 e nel 1993, la Fininvest, come tutte le altre grandi aziende nazionali, fu oggetto di indagini da parte del pool di Mani pulite e delle Procure di Torino e Roma.

Tali indagini riguardarono varie vicende: presunte tangenti (ai partiti per la gestione delle discariche lombarde e per le licenze del supermercato Le Gru di Grugliasco, a funzionari pubblici per la vendita dei "palazzi d'oro", e altre ancora per gli spot sull'AIDS), le false fatture di Publitalia, i finanziamenti ai congressi di partito e le frequenze televisive.

Silvio Berlusconi ha però più volte ribadito che le indagini hanno seguito la sua scesa in campo, e ha denunciato i magistrati milanesi, presso la procura di Brescia, per il reato di "attentato ad organo costituzionale"; la denuncia è stata archiviata, e nelle motivazioni si legge:

«Risulta dall'esame degli atti che, contrariamente a quanto si desume dalle prospettazioni del denunciante, le iniziative giudiziarie [...] avevano preceduto e non seguito la decisione di "scendere in campo"»

(Carlo Bianchetti, giudice per le udienze preliminari di Brescia, ordinanza di archiviazione della denuncia, 15 maggio 2001)

La Corte d'appello di Venezia, già nel 1990 (quattro anni prima della sua entrata in politica), aveva infatti dichiarato Berlusconi colpevole di aver giurato il falso davanti al Tribunale di Verona che indagava sulla sua iscrizione alla P2. Da questo reato venne salvato dall'amnistia del 1989.

I rapporti col mondo dell'informazione[modifica | modifica wikitesto]

Dichiarazione contro Biagi, Santoro e Luttazzi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Editto bulgaro.

Il 18 aprile 2002, durante la visita di Stato a Sofia in Bulgaria in qualità di presidente del consiglio, Berlusconi rende la celebre dichiarazione (soprannominata dai suoi detrattori il "diktat bulgaro" o l'"Editto di Sofia"):

«L'uso che Biagi, Santoro, ... come si chiama quell'altro ... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un dovere della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga.»

La dichiarazione suscita diverse polemiche in Italia. Alcuni sostenitori di Berlusconi giustificano l'allontanamento dei succitati conduttori come doveroso in uno Stato di diritto, perché i tre lo avrebbero diffamato e avrebbero usato in modo non appropriato il servizio televisivo pubblico (le accuse di diffamazione verranno poi giudicate infondate dal tribunale di Roma con la condanna di Berlusconi al pagamento delle spese processuali) ). Alcuni oppositori di Berlusconi sostengono invece che il servizio pubblico dovrebbe essere caratterizzato dal pluralismo e che un Paese in cui il governo impedisce alle voci ostili di andare in onda è un regime. I partiti di opposizione e la FNSI fecero inoltre notare che l'eventuale realizzazione della dichiarazione di Berlusconi avrebbe potuto costituire un pericoloso precedente.

A partire dal dicembre del 2002 nessuno dei tre soggetti ha più lavorato in RAI. Luttazzi e Biagi non ottennero più alcun contratto, mentre Santoro rifiutò le proposte offertegli di conduzione di programmi in altre fasce orarie meno importanti.

Michele Santoro si rivolge alla magistratura del lavoro, lamentando la violazione del contratto firmato con la RAI, e vince la causa con l'azienda televisiva. La sua elezione nel 2004 a europarlamentare nelle file dello schieramento di centrosinistra ha momentaneamente sospeso l'esecuzione della sentenza. Successivamente, Santoro si è dimesso da europarlamentare, chiedendo il reintegro immediato in RAI. Attualmente, una norma interna vieta a chiunque abbia svolto funzioni di parlamentare a livello nazionale o europeo di condurre trasmissioni durante il periodo di "par condicio" (legge subito definita contra personam unam). Il rientro in tv del giornalista salernitano è previsto il 21 settembre 2006, con il programma L'"Anno Zero", rif.

La legge Gasparri e Retequattro[modifica | modifica wikitesto]

Una degli obiettivi del governo Berlusconi II è stata il sostenere pubblicamente la necessità del pluralismo in campo televisivo, anche facendo crescere notevolmente il numero di canali televisivi disponibili mediante la cosiddetta Legge Gasparri sul digitale terrestre. Tale legge si distinse a causa del suo iter particolarmente travagliato e per essere stata approvata dopo un rinvio alle camere del Presidente della Repubblica a causa della manifesta incostituzionalità di alcuni articoli.

Le critiche alla proposta di legge giunsero dai partiti di opposizione, supportati dalla FNSI, e si concentrarono particolarmente sul cosiddetto sistema SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni). A questo proposito le opposizioni sostennero, durante il dibattito parlamentare, che la proposta di legge, pur lasciando immutati i limiti antitrust, li rendeva, di fatto, inefficaci, allargando l'insieme su cui calcolarli. La percentuale del 20% non sarebbe infatti più stata calcolata sulle singole risorse, come i canali televisivi, ma su tutto l'insieme delle risorse di comunicazioni, televisive, radiofoniche ma anche giornalistiche e cartellonistiche.

A seguito del rinvio alle camere il governo varò, nel dicembre del 2003, un decreto legge, definito dagli ambienti del centrosinistra "Salva Retequattro", con cui veniva anticipata la parte della legge Gasparri riguardo al digitale terrestre, indicando una moratoria di quattro mesi dopo la quale sarebbe stata verificata l'effettiva diffusione dei canali digitali.

Tale decreto permise al gruppo Mediaset di continuare le trasmissioni in chiaro di Retequattro, dopo che varie sentenze della Corte Costituzionale avevano stabilito che la rete avrebbe dovuto cedere le sue frequenze analogiche a partire dal primo gennaio 2004 (ma poteva trasmettere via satellite o via cavo), mentre dalla stessa data Raitre non avrebbe potuto trasmettere pubblicità. In entrambi i casi il motivo era legato al superamento del tetto del numero di canali nazionali disponibili: la Corte Costituzionale aveva infatti argomentato che fossero 12.

La situazione televisiva italiana è unica in Europa: RAI e Mediaset insieme arrivano al 90% dei telespettatori e delle risorse pubblicitarie [1].

Dissapori con la tv pubblica[modifica | modifica wikitesto]

Berlusconi ha sempre avuto rapporti contrastati con la televisione pubblica, da lui spesso accusata di essere, se non totalmente schierata a sinistra, per gran parte controllata dai partiti dell'opposizione (soprattutto Raitre, definita da Berlusconi "una macchina da guerra contro il Presidente del Consiglio"). Questa visione è ovviamente ribaltata secondo il punto di vista dei suoi oppositori.

In piena campagna elettorale per le elezioni politiche, il 12 marzo 2006, Berlusconi prende parte al programma di Raitre "In 1/2 h" (In mezz'ora) condotto dalla giornalista ed ex-presidente della Rai Lucia Annunziata. Al 17° minuto dell'intervista Berlusconi lascia lo studio accusando la giornalista di muoversi sulla base di posizioni di pregiudizio nei suoi confronti e di aperta partigianeria in appoggio della sinistra. Per contro Annunziata rimprovera a Berlusconi l'incapacità di trattare con i giornalisti (il video).

Il presidente della Rai Claudio Petruccioli, pur definendo inaccettabili le accuse di Berlusconi alla tv pubblica, ha criticato l'operato di Annunziata che a suo parere doveva portare fino alla fine la sua trasmissione anziché lasciare che fosse interrotta dopo diciassette minuti.


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