Utente:Carmen Santarsiero/Sandbox

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Egloga I[modifica | modifica wikitesto]

L'Egloga I delle Bucoliche rappresenta il dialogo tra due pastori: il primo, Melibeo, che è costretto ad abbandonare la sua patria per motivi che non vengono specificati ("Nos patriam fugimus"/ "Noi abbandoniamo la patria" v. 4) e Titiro che, contrapposto a questo, si riposa all'ombra di un faggio intonando un canto silvestre, essendo riuscito a mantenere i propri possedimenti grazie all'intervento di un giovane dio ("deus nobis haec otia fecit"/"un dio ha fatto per noi questi ozii" v.6) al quale renderà grazie per tutto il corso della sua vita, sacrificando teneri agnelli sul suo altare. Più avanti, Titiro afferma di aver incontrato il dio a Roma, essendovisi recato per riscattare la propria libertà (in precedenza era, infatti, stato uno schiavo), ma, fino a che era stato innamorato di Galatea, non era riuscito a trovare il denaro necessario, cosa che era stata possibile solo nel momento in cui aveva intrapreso una relazione con Amarillide. Melibeo attribuisce a Titiro l'aggettivo fortunatus ("Fortunate senex"/ "Vecchio fortunato" vv. 46-51), poiché a quest'ultimo rimarranno i campi che ha coltivato per una vita intera e potrà godersi la frescura di posti conosciuti, mentre egli sarà costretto a vagare come esule in territori a lui estranei, mentre soldati barbari godranno dei frutti del suo duro lavoro ("Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vitis!"/ "Innesta ora, o Melibeo, i peri, metti in ordine le viti!" v. 73). I due interlocutori mantengono sempre un tono distaccato, a eccezione dell'ultima parte dell'egloga in cui il tono si fa più coinvolto. Infatti, quando, ormai al tramonto, Melibeo annuncia mestamente di essere in procinto di incamminarsi verso l'esilio, Titiro afferma che lo avrebbe volentieri ospitato in casa sua per la notte, se avesse voluto.

Egloga II[modifica | modifica wikitesto]

L'Egloga II delle Bucoliche rappresenta il monologo del pastore Coridone che canta il suo amore disperato per Alessi, giovane fanciullo che non corrisponde questo sentimento. Dapprima Coridone si presenta, meravigliato dal fatto che non riesca a farlo innamorare di sé, nonostante possegga numerosi capi di bestiame, sia di bell'aspetto e canti bene come il tebano Anfione, e gli propone addirittura di insegnarli a suonare la zampogna, strumento del dio Pan, ricevuta in eredità da Dameta. Questi non sono gli unici doni che Coridone offre: l'intera natura renderà omaggio ad Alessi. Verso la fine, però, il tono si fa disilluso e Coridone, con un'apostrofe a se stesso, ammette tristemente che Alessi non accetterà i suoi doni perché lo reputa uno zotico di poco conto, ma, nell'ultimo esametro, rassegnato, afferma che se questo non ha intenzione di amarlo, troverà un altro Alessi. Questo componimento si rifà all'Idillio XI di Teocrito, in cui il Ciclope Polifemo si strugge d'amore per Galatea, ninfa del mare, che non ricambia il suo amore. I toni dei due componimenti sono, però, completamente differenti: mentre l'Idillio teocriteo è sviluppato in toni comici, scaturiti da una delicatezza che risulta piuttosto inappropriata per Polifemo, l'Egloga virgiliana mantiene un tono disilluso e angosciato.