Uso del blu

L'uso del colore blu nella storia umana, nell'arte, nella religione e per altri fini sociali non risale alla notte dei tempi[1]. Nelle pitture parietali del Paleolitico superiore compaiono rossi, neri, bruni e ocra in tutte le loro sfumature, ma non c'è posto per il blu. Anche in seguito, quando comparvero le prime tecniche di tintura degli abiti, l'uomo iniziò a tingere di blu molto tempo dopo aver impiegato il rosso, l'ocra, il rosa e il viola, a causa della costante difficoltà di fabbricare buoni coloranti e pigmenti di questo colore[1]. I primi coloranti blu conosciuti furono pertanto ritenuti preziosi: prodotti di origine vegetale (il guado in Europa, l'indaco in Asia e in Africa), mentre i primi pigmenti blu furono ricavati da minerali, di solito lapislazzuli o azzurrite[2].
Nell'antichità
[modifica | modifica wikitesto]Il lapislazzuli, pietra semipreziosa, è stato estratto in Afghanistan per più di tremila anni ed esportato in ogni parte del mondo antico[3]. In Iran e in Mesopotamia veniva utilizzato per fabbricare gioielli e vasellame, mentre in Egitto fu impiegato per realizzare le sopracciglia della maschera funeraria di Tutankhamon (1341-1323 a.C.)[4]. Importare il lapislazzuli dall'Afghanistan all'Egitto con le carovane era molto dispendioso; pertanto, a partire da circa il 2500 a.C., gli antichi Egizi iniziarono a produrre un proprio pigmento blu, noto come blu egiziano, macinando silice, calce, rame e alcali e riscaldando il tutto a 800-900 °C. Il prodotto ottenuto con questo procedimento è considerato il primo pigmento sintetico mai realizzato[5]. Il blu egiziano veniva usato per dipingere su legno, papiro e tela e per colorare perline, intarsi e vasi di maiolica. Era particolarmente diffuso in statue e figurine funebri e nei dipinti che ornavano le pareti delle tombe. Il blu era considerato un colore benevolo, capace di proteggere i morti dal male nell'aldilà; per questo una tintura di questo colore veniva anche usata per tingere i tessuti con cui si avvolgevano le mummie[6].
In Egitto il blu era associato al cielo e alla divinità. Il dio Amon poteva rendere la sua pelle di questo colore, così da poter volare invisibile attraverso i cieli. Il blu poteva anche proteggere dal male: molte persone nel bacino del Mediterraneo indossano ancora oggi un amuleto blu, che rappresenta l'occhio di Dio, per proteggersi dalle sventure[7]. Vetri blu venivano prodotti in Mesopotamia e in Egitto già a partire dal 2500 a.C., utilizzando gli stessi ingredienti a base di rame del blu egiziano. I minerali di cobalto fornivano un blu più profondo di quello ottenuto dal rame; queste ricette furono usate, con scarse modifiche, nel Medioevo per le grandiose vetrate istoriate delle cattedrali di Saint-Denis e di Chartres[8]. La Porta di Ishtar dell'antica Babilonia (604-562 a.C.) era decorata con mattoni smaltati di colore blu scuro, sui quali spiccavano le raffigurazioni di leoni, draghi e uri[9].
Gli antichi Greci classificavano i colori in base al fatto che fossero chiari o scuri, piuttosto che in base alla tonalità. La parola greca per indicare il blu scuro, kyaneòs, poteva designare anche il verde scuro, il viola, il nero o il marrone. Allo stesso tempo il termine glaukòs non esprimeva soltanto il blu chiaro, ma anche il verde chiaro, il grigio o il giallo[10]. È stata rinvenuta fritta blu egizia nelle pitture murali di Cnosso, a Creta, anteriori al 2100 a.C., sugli edifici del periodo miceneo della Grecia arcaica (verso il 1400 a.C.) e in vari manufatti lungo tutto l'arco della civiltà greca. Il blu non era uno dei quattro colori primari della pittura greca descritti da Plinio il Vecchio (rosso, giallo, nero e bianco), ma veniva comunque impiegato come colore di sfondo dietro i fregi sui templi e per colorare la barba delle statue[11].
A Roma vestirsi di blu era di solito considerato sminuente o eccentrico (soprattutto in età repubblicana e all'inizio dell'Impero), oppure era segno di lutto; per i Romani, tuttavia, il blu era soprattutto il colore dei barbari, Celti e Germani, che, a detta di Cesare e di Tacito, avevano l'abitudine di tingersi il corpo di questo colore per spaventare gli avversari. Ovidio aggiunge che i Germani anziani si tingevano i capelli con il guado per coprire i capelli bianchi[12]. Nonostante questo, anche i Romani fecero un ampio uso del blu nelle decorazioni. L'indaco era importato dall'India: i Greci lo chiamavano indikós, e Vitruvio narra che i pittori romani lo usavano nel I secolo a.C. Oltre a ciò, i Romani impiegavano anche il blu egiziano: se ne trova non solo sulle pareti di Pompei, ma anche immagazzinato nelle botteghe di colori della città, così come nelle tombe di pittori romani[13]. I Romani usavano molte parole diverse per indicare le varie sfumature di blu, tra cui caeruleus, caesius, glaucus, cyaneus, lividus, venetus, aerius e ferreus; ciò favorì in seguito l'introduzione di due parole nuove nel lessico latino per designare il blu, l'una proveniente dalle lingue germaniche (blavus), l'altra dall'arabo (azureus). Saranno queste parole a prendere il sopravvento sulle altre e a imporsi nelle lingue romanze. Così, in francese, italiano e spagnolo, i due termini più comuni per designare il colore blu non sono un retaggio diretto del latino, ma del tedesco e dell'arabo: «blu» (blau) e «azzurro» (lazaward)[14].
- Pendente in lapislazzuli rinvenuto in Mesopotamia (2900 a.C. ca.).
- Ciotola in lapislazzuli rinvenuta in Iran (fine del III-inizio del II millennio a.C.).
- Un ippopotamo decorato con foglie acquatiche, fatto di maiolica smaltata di blu per sembrare di lapislazzuli (2033-1710 a.C.).
- Blu egiziano in un dipinto tombale (1500 a.C. ca.).
- Ciotola egiziana di maiolica (1550-1450 a.C. ca.).
- Vaso di vetro colorato al cobalto proveniente dall'antico Egitto (1450-1350 a.C.).
- Statuina di servitore proveniente dalla tomba di Seti I (1324–1279 a.C.), realizzata con maiolica smaltata di blu per somigliare al turchese.
- Leone che si staglia sullo sfondo blu della Porta di Ishtar dell'antica Babilonia (575 a.C.).
- Dipinto parietale romano a Pompei raffigurante Venere con il figlio Eros (30 a.C. ca.).
- Affresco nella camera da letto della villa di Fannio Sinestore a Boscoreale (50-40 a.C.), oggi al Metropolitan Museum.
- Vaso di ceramica dipinto di epoca Han (206 a.C.-220 d.C.).
Nell'impero bizantino e nel mondo islamico
[modifica | modifica wikitesto]Il blu scuro veniva ampiamente usato nell'arte bizantina. Cristo e la Vergine Maria venivano di solito raffigurati con vesti di colore blu scuro o viola, e il blu era impiegato anche come colore di fondo per rappresentare il cielo nei magnifici mosaici che decoravano le chiese bizantine[15].
Nel mondo islamico il blu occupava un ruolo secondario rispetto al verde, ritenuto il colore preferito dal profeta Maometto. In alcuni periodi, nella Spagna moresca e in altre parti del mondo islamico, il blu era il colore indossato da cristiani ed ebrei, poiché solo ai musulmani era consentito vestire di bianco e di verde[16]. Piastrelle decorative di colore blu scuro e turchese venivano utilizzate assiduamente per ornare le facciate e gli interni di moschee e palazzi, dalla Spagna all'Asia centrale. Il pigmento ricavato dal lapislazzuli veniva inoltre usato per ottenere il blu intenso delle miniature persiane.
- Il soffitto a mosaico blu raffigurante il cielo notturno nel mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (V secolo).
- Il mantello blu di Cristo in un mosaico della chiesa di Santa Sofia a Istanbul (XIII secolo).
- Ciotola in pietra smaltata dalla Persia (XII secolo).
- Piastrelle blu sulla facciata della Moschea del Venerdì a Herat, in Afghanistan (XV secolo).
- Miniatura persiana del XVI secolo.
- Piastrella con motivi floreali a İznik, in Turchia (seconda metà del XVI secolo).
Durante il Medioevo
[modifica | modifica wikitesto]Nelle arti e nella vita quotidiana europea del primo Medioevo il blu ebbe un ruolo minore. I nobili si vestivano di rosso o di viola, mentre solo i poveri indossavano abiti blu, tinti con coloranti di scarsa qualità ricavati dalla pianta del guado. Il blu non aveva alcun ruolo né nei ricchi costumi del clero né nell'architettura e nella decorazione delle chiese. Le cose cambiarono radicalmente tra il 1130 e il 1140, a Parigi, quando l'abate Sugerio fece ricostruire la basilica di Saint-Denis installando vetrate colorate con il cobalto che, combinate con la luce filtrata dai vetri rossi, riempivano la chiesa di una luminosità viola-bluastra. La chiesa divenne una vera meraviglia del mondo cristiano e quel colore divenne noto come «blu di Saint-Denis». Negli anni successivi vetrate blu ancora più eleganti furono installate in altre chiese, come la cattedrale di Chartres e la Sainte-Chapelle di Parigi[17].
Un altro importante fattore che contribuì ad accrescere il prestigio del blu nel XII secolo fu la venerazione della Vergine Maria e il cambiamento dei colori con cui venivano rappresentati i suoi abiti. Nei secoli precedenti, infatti, Maria era stata quasi sempre raffigurata con vesti scure: nere, grigie, brune, viola, blu o verde cupo. Nello stesso periodo, in pittura, iniziò a diventare più frequente l'impiego di un nuovo pigmento, più costoso e importato dall'Asia, il blu oltremare; il blu cominciò così a essere associato alla santità, all'umiltà e alla virtù.
Il blu oltremare veniva ricavato dal lapislazzuli, un minerale raro: in pratica l'unica fonte, durante tutto il Medioevo, furono le cave di Badakhshan, nell'attuale Afghanistan, alle sorgenti del fiume Oxus. Marco Polo visitò le cave nel 1271 e se ne meravigliò, definendo quel materiale «il migliore e il più fine del mondo», e ricordando che nella regione si estraevano anche altre risorse.[18] Il lapislazzuli fu talvolta usato come pigmento ottenuto con semplice macinazione: compare, per esempio, in manoscritti bizantini dal VI al XII secolo e in dipinti cinesi e indiani dell'XI secolo. Tuttavia, a meno che la pietra fosse composta da lazurite molto pura, i risultati erano modesti. Nel blu oltremare, invece, le impurità venivano rimosse attraverso un procedimento lungo e difficile, ottenendo un blu carico e intenso. Poiché giungeva da oltre il Mediterraneo, prese il nome di blu oltremare (o bleu outremer in francese). Costava molto più di qualsiasi altro colore e divenne un pigmento di lusso per re e principi d'Europa[18].
Il re Luigi IX di Francia, meglio noto come Luigi il Santo (1214-1270), divenne il primo sovrano francese a vestirsi regolarmente di blu, e fu imitato da altri nobili. Anche il leggendario re Artù iniziò a essere raffigurato con abiti blu. Lo stemma dei re di Francia divenne uno scudo azzurro (o blu chiaro) cosparso di fleurs-de-lys, cioè gigli dorati. Il blu uscì dall'ombra per diventare il colore reale[19].
Una volta divenuto il colore dei re, il blu divenne anche il colore dei ricchi e dei potenti d'Europa. Nel Medioevo, in Francia e in parte dell'Italia, la tintura dei tessuti blu era consentita solo con una licenza rilasciata dalla corona o dallo Stato. In Italia la tintura del blu era assegnata a una specifica corporazione, i tintori di guado, e non poteva essere praticata da altri senza incorrere in pene severe. All'epoca indossare abiti blu era indice di dignità e di ricchezza[20].
Oltre all'oltremare, un blu meno costoso era ricavato dall'azzurrite, un carbonato basico di rame. Per gli artisti occidentali le fonti erano più vicine: vi erano depositi nella Francia orientale, in Ungheria, Germania e Spagna. Già i Romani lo utilizzavano, e Plinio lo chiamava lapis armenius, rivelandone così la provenienza. Nell'Inghilterra medievale era spesso denominato «azzurro d'Alemagna», mentre i Tedeschi lo indicavano come Bergblau, «azzurro di montagna». Macinata molto finemente, l'azzurrite produce una tonalità di celeste pallido con una punta di verde, adatta ai cieli. Albrecht Dürer, come la maggior parte dei suoi compatrioti, si affidava soprattutto all'azzurrite locale per preparare i suoi blu migliori[21].
A queste tradizionali tinte azzurre il Medioevo ne aggiunse un'altra: il tornasole (o folium in latino), estratto dalla pianta che i dotti medievali chiamavano «morella» e identificata con la Chrozophora tinctoria, originaria della Francia meridionale e chiamata maurelle in Provenza. Se ne ricavava un prodotto trasparente, molto apprezzato per miniare i codici[22].
Un altro pigmento blu era la polvere di vetro blu contenente cobalto, detta «smaltino». Lo smaltino di qualità migliore aveva una lieve nota di porpora, che lo rendeva adatto a sostituire l'oltremare; tuttavia questa caratteristica si attenua quando viene mescolato con l'olio. Lo smaltino rende meglio negli acquerelli o negli affreschi. Divenne particolarmente popolare nel XVII secolo, quando il blu oltremare divenne più difficile da ottenere. Fu impiegato, tra gli altri, da Tiziano, Tintoretto, Veronese, El Greco, van Dyck, Rubens e Rembrandt[23].
- Vetrate della basilica di Saint-Denis (1141-1144).
- Vetrata della cattedrale Notre-Dame di Chartres (1180-1225).
- Dettaglio di vetrata della Sainte-Chapelle (1250).
- La veste della Vergine Maria della Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna (1308) è dipinto con blu oltremare. Il blu divenne il colore della santità, della virtù e dell'umiltà.
- Nel XII secolo il blu divenne parte dello stemma reale di Francia.
- Nel Dittico Wilton (1400 ca.), realizzato per re Riccardo II d'Inghilterra, vi è un uso sontuoso del blu oltremare.
- L'incoronazione del re Luigi VIII di Francia nel 1223 (qui in un dipinto del 1450) mostra che il blu era diventato il colore reale.
Nel Rinascimento europeo
[modifica | modifica wikitesto]Nel Rinascimento si ebbe una rivoluzione nella pittura: per la prima volta nell'arte occidentale i pittori si sforzarono di raffigurare il mondo come appare veramente all'occhio, con prospettiva, profondità, ombre e luce proveniente da un'unica fonte. Di conseguenza, gli artisti dovettero adattare l'uso del blu alle nuove regole pittoriche. Raffaello divenne un maestro di questa tecnica: il suo genio consistette nel trovare un modo di lavorare con tinte brillanti che, tuttavia, stessero insieme in un equilibrio armonioso. Evitava i contrasti troppo forti: il blu oltremare del manto della Vergine nella Madonna d'Alba (1511) è ammorbidito con biacca, e il rosso vivo contro l'azzurro acquamarina nella Madonna del Granduca (ca. 1505) è bilanciato dalle profonde ombre e dallo splendore aureo dei toni carnicini[24].
Il blu oltremare era il blu di maggior prestigio durante il Rinascimento e, talvolta, i committenti richiedevano esplicitamente che venisse utilizzato nei dipinti commissionati. Il contratto per la Madonna delle Arpie (1515) di Andrea del Sarto prescriveva che la veste della Vergine fosse resa con oltremare «di almeno cinque fiorini grossi l'oncia»[25]. Un buon blu oltremare era più costoso dell'oro: nel 1508 il pittore tedesco Albrecht Dürer riferì, in una lettera, di aver speso dodici ducati (l'equivalente di quarantuno grammi d'oro) per soli trenta grammi di blu oltremare[26].
Spesso pittori e committenti risparmiavano impiegando blu meno costosi, come lo smaltino e l'azzurrite, o pigmenti ottenuti dall'indaco, ma ciò talvolta causava problemi. I pigmenti a base di azzurrite, pur più economici, tendevano a scurirsi e a virare al verde con il tempo. Ne è testimonianza la veste della Vergine Maria della Pala Colonna di Raffaello, conservata al Metropolitan Museum di New York, il cui blu di azzurrite si è degradato fino a diventare nero-verdastro[27].
L'introduzione della pittura a olio portò cambiamenti nell'aspetto dei colori e nel modo in cui venivano utilizzati. Nell'olio, per esempio, l'oltremare appare più scuro che nella tempera all'uovo; tuttavia, il ricco colore blu poteva essere ravvivato mescolandolo con un po' di biacca, come fece Raffaello nella citata Madonna d'Alba[24]. In Bacco e Arianna, Tiziano conferì maggiore brillantezza alla veste blu di Arianna stendendo un velo sottile di pigmento più scuro, macinato più grossolanamente, sopra uno spesso strato macinato più finemente[28].
- Giotto usò l'azzurrite per i blu della Cappella degli Scrovegni a Padova (1305 ca.). Fonte principale è il volume speciale del Bollettino d'Arte 2005 sui materiali per la tecnica pittorica nella Cappella degli Scrovegni, dell'Istituto centrale per il restauro.
- Per tutto il XIV e XV secolo gli abiti della Vergine Maria furono dipinti col blu oltremare. In questa Madonna dell'Umiltà del Beato Angelico (1430 ca.) il blu riempie la scena.
- Nella Madonna del Belvedere (1506) Raffaello usò il bianco per ammorbidire il blu oltremare delle vesti della Vergine Maria per bilanciare il rosso e il blu e armonizzarlo con il resto dell'immagine.
- Tiziano dipinse il cielo e gli abiti di blu oltremare per dare profondità e brillantezza al suo Bacco e Arianna (1520-1523).
- Nella Pala Colonna, uno dei primi lavori di Raffaello, ora al Metropolitan Museum of Art, il manto blu della Vergine Maria, realizzato con la più economica azzurrite, è divenuto verde-nerastro.
- La Vergine adorante il Bambino Gesù, terracotta invetriata di Andrea della Robbia (1483).
- Le Très riches heures du Duc de Berry furono il più importante manoscritto illuminato del XV secolo. Il blu venne realizzato con il costoso blu oltremare.
La porcellana blu e bianca
[modifica | modifica wikitesto]Intorno al IX secolo, gli artigiani cinesi abbandonarono il blu Han, che avevano usato per secoli, e iniziarono a impiegare il blu cobalto, ottenuto da sali di cobalto e allumina, per fabbricare la delicata porcellana bianca e blu. Piatti e vasi venivano modellati e lasciati asciugare; quindi venivano dipinti a pennello, ricoperti con uno smalto trasparente e infine cotti ad alta temperatura. A partire dal XIV secolo, questo tipo di porcellana iniziò a essere esportato in grande quantità in Europa, dove ispirò un intero stile artistico, quello delle cineserie. Le corti europee cercarono per molti anni di imitare la porcellana bianca e blu cinese, ma vi riuscirono solo nel XVIII secolo, quando un missionario riuscì a riportare il procedimento segreto di fabbricazione dalla Cina.
Altre celebri porcellane con motivi bianchi e blu furono prodotte a Delft, a Meissen, nello Staffordshire e a San Pietroburgo, in Russia.
- Porcellana blu e bianca cinese del 1335 ca., fabbricata a Jingdezhen, la capitale della porcellana in Cina. Esportata in Europa, questa porcellana lanciò lo stile delle Cineserie.
- Un vaso in porcellana a pasta morbida realizzato a Rouen, in Francia, alla fine del XVII secolo, imitando quella blu e bianca cinese.
- Ceramiche blu e bianche settecentesche di Delft, nei Paesi Bassi.
- Porcellana russa con motivo a rete blu cobalto. La Fabbrica Imperiale di Porcellana di San Pietroburgo venne fondata nel 1744. Questo modello, realizzato per la prima volta nel 1949, è stato copiato da un disegno realizzato da Caterina II di Russia.
La guerra dei blu: indaco contro guado
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Nonostante il blu fosse un colore costoso e di grande prestigio nella pittura europea, durante il Rinascimento divenne comune anche nell'abbigliamento. L'ascesa del blu nella moda tra XII e XIII secolo portò allo sviluppo dell'industria tintoria in alcune città, in particolare Amiens, Tolosa ed Erfurt, dove veniva prodotto un colorante (chiamato pastello) a partire dal guado, una pianta comune in Europa già impiegata da Celti e popoli germanici per ottenere tinte blu. Il blu divenne così un colore indossato anche da domestici e artigiani, non soltanto dai nobili. Nel 1570, quando papa Pio V stilò l'elenco dei colori ammessi per gli abiti ecclesiastici e le decorazioni dell'altare, escluse il blu, perché lo considerava troppo comune[30].
Il processo per ricavare il blu dal guado era lungo e nocivo: bisognava immergere le foglie della pianta, per un periodo variabile da tre giorni a una settimana, nell'urina umana, possibilmente di uomini che avessero bevuto molto alcol, poiché si riteneva che ciò migliorasse la qualità del colore. Il tessuto da tingere veniva quindi immerso per un giorno nella miscela risultante e poi esposto al sole, dove, asciugandosi, diventava blu[30].
L'industria del guado fu minacciata nel XV secolo dall'arrivo dall'India di un colorante analogo (l'indaco), ricavato da un arbusto ampiamente coltivato in Asia e molto più facile da ottenere. Nel 1498 Vasco da Gama aprì una rotta commerciale per importare l'indaco dall'India in Europa. In loco, le foglie venivano immerse nell'acqua, lasciate fermentare, poi pressate in panette ed essiccate in «mattoni», quindi trasportate nei porti di Londra, Marsiglia, Genova e Bruges. Più tardi, nel XVII secolo, Inglesi, Spagnoli e Danesi crearono piantagioni di indaco in Giamaica, Carolina del Sud, nelle Isole Vergini e in Sudamerica, iniziando a importare in Europa anche l'indaco americano.
I paesi in cui l'industria del pastello era particolarmente sviluppata e fiorente cercarono di bloccare l'uso dell'indaco. In Germania un governatore mise fuorilegge l'indaco, descrivendolo come «una sostanza perniciosa, ingannevole e corrosiva, il colorante del Diavolo»[31][32]. In Francia Enrico IV, con un editto del 1609, proibì, sotto pena di morte, l'uso della «falsa e perniciosa droga indiana»[33]. In Inghilterra fu proibito fino al 1611, quando i mercanti britannici impiantarono una propria industria dell'indaco in India e iniziarono a importarlo in Europa[34].
Gli sforzi per bloccare l'importazione dell'indaco, tuttavia, furono vani: la qualità del blu ottenuto dall'indaco era troppo elevata e il prezzo troppo basso perché il pastello ricavato dal guado potesse competere. Nel 1737 sia il governo francese che quello tedesco consentirono finalmente l'utilizzo dell'indaco. Questo portò alla rovina l'industria del guado a Tolosa e nelle altre città produttrici di pastello, ma creò un nuovo e fiorente commercio dell'indaco in porti come Bordeaux, Nantes e Marsiglia[35].
Alla fine del XIX secolo ebbe luogo un'altra «guerra dei blu», questa volta tra indaco e indaco sintetico, scoperto nel 1868 dal chimico tedesco Johann Friedrich Wilhelm Adolf von Baeyer. La società chimica tedesca BASF immise sul mercato il nuovo colorante nel 1897, in diretta concorrenza con l'industria dell'indaco a conduzione britannica, che all'epoca produceva la maggior parte dell'indaco immesso sul mercato. Nel 1897 la Gran Bretagna vendette diecimila tonnellate di indaco naturale in tutto il mondo, mentre la BASF vendette seicento tonnellate di indaco sintetico. L'industria britannica abbassò i prezzi e ridusse gli stipendi dei suoi lavoratori, ma non poté competere: l'indaco sintetico era più puro, produceva un blu più duraturo e non dipendeva dal buon o cattivo esito dei raccolti. Nel 1911 l'India vendeva solo 660 tonnellate di indaco naturale, contro le 22.000 tonnellate di indaco sintetico vendute dalla BASF. Nel 2002 sono state prodotte oltre 38.000 tonnellate di indaco sintetico, utilizzate soprattutto per la produzione di blue jeans[36].
- Il guado (Isatis tinctoria) era la principale fonte di colorante blu in Europa dall'antichità fino all'arrivo dell'indaco dall'Asia e dall'America. Una volta trattato, se ne ricavava una pasta - chiamata pastello.
- Una macina per il guado in Turingia (Germania) nel 1752. L'industria del guado era già sulla via dell'estinzione, incapace di competere con il blu indaco.
- Arazzo olandese del 1495-1505. Il colore blu proviene dal guado.
- L'arbusto tropicale Indigofera tinctoria è la fonte principale del colorante indaco. La composizione chimica del pigmento indaco è la stessa del guado, ma il colore che se ne ricava è molto più intenso.
- Panette di indaco. Le foglie vengono inzuppate in acqua, fatte fermentare, mescolate con liscivia o un'altra base, quindi pressate in panette ed essiccate, pronte per l'esportazione.
Il blu delle uniformi
[modifica | modifica wikitesto]Nel XVII secolo, Federico Guglielmo di Brandeburgo fu tra i primi sovrani a dotare il proprio esercito di uniformi blu. La motivazione era soprattutto economica: gli Stati tedeschi cercavano di proteggere la loro industria del pastello dalla concorrenza del blu indaco d'importazione. Quando il Brandeburgo divenne il Regno di Prussia nel 1701, il colore delle uniformi venne adottato dall'esercito prussiano. La maggior parte dei soldati tedeschi indossò uniformi blu scuro fino alla Prima guerra mondiale, con l'eccezione dei bavaresi, che avevano uniformi azzurre[37].
Anche grazie alla disponibilità del colorante indaco, il XVIII secolo vide una diffusione ampia delle uniformi militari blu. Prima del 1748 gli ufficiali della Marina britannica indossavano semplicemente abiti e parrucche civili di qualità superiore, ma in quell'anno venne stabilito che portassero un cappotto ricamato del colore allora chiamato «blu marino», noto oggi come «blu navy»[38]. Quando nel 1775 venne creata la Marina continentale degli Stati Uniti, uniformi e colori furono in gran parte modellati su quelli britannici.
Alla fine del XVIII secolo, le uniformi blu divennero un simbolo di libertà e di rivoluzione. Nell'ottobre 1774, ancor prima che gli Stati Uniti dichiarassero l'indipendenza, George Mason e un centinaio di abitanti della Virginia, vicini di George Washington, organizzarono una milizia volontaria (la Fairfax County Independent Company of Volunteers) ed elessero Washington comandante onorario. Per le uniformi scelsero il blu e il camoscio, i colori del partito Whig, allora all'opposizione in Inghilterra, le cui politiche erano sostenute da Washington e da molti altri patrioti delle colonie americane[39][40].
Quando, nel 1775, allo scoppio della rivoluzione americana, fu istituito l'Esercito continentale, il Primo Congresso continentale dichiarò che il colore delle uniformi ufficiali sarebbe stato il marrone, ma ciò andò contro l'opinione di molte milizie, i cui ufficiali indossavano già uniformi blu. Nel 1778 il Congresso chiese a Washington di disegnare una nuova uniforme e, nel 1779, Washington presentò ufficialmente le nuove uniformi color blu e camoscio. Il blu continuò a essere il colore delle uniformi da campo dell'esercito americano fino al 1902 ed è tuttora il colore delle uniformi da parata[41].
In Francia le Guardie francesi, reggimento d'élite alle dipendenze di Luigi XVI, indossavano uniformi blu scuro con rifiniture rosse. Nel 1789 i soldati fraternizzarono con il popolo e, cambiando campo, ebbero un ruolo di primo piano nella presa della Bastiglia. Dopo la sua caduta venne istituita una nuova forza armata, la Guardia nazionale, sotto il comando del Marchese de La Fayette, che aveva servito Washington in America. La Fayette diede alla Guardia nazionale uniformi blu scuro simili a quelle dell'Esercito continentale. Il blu divenne così il colore degli eserciti rivoluzionari, in contrapposizione alle uniformi bianche dei realisti e degli austriaci[42].
Napoleone Bonaparte abbandonò molte dottrine della rivoluzione francese, ma mantenne il blu come colore delle uniformi del suo esercito, nonostante le difficoltà nel reperire il colorante, poiché i britannici controllavano i mari e bloccavano l'importazione di indaco in Francia. Fu quindi costretto a tingere le uniformi con il guado, da cui si ottiene però un blu di qualità inferiore[43]. I soldati francesi indossarono un cappotto blu scuro e pantaloni rossi fino al 1915, ma la divisa dai toni sgargianti li rese bersagli troppo visibili sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Si decise allora di adottare nuove uniformi di un blu smorzato, tendente al grigio, chiamato «blu orizzonte».
Il blu fu il colore della libertà e della rivoluzione nel XVIII secolo, ma nel XIX secolo divenne sempre più il colore dell'autorità governativa, quello delle uniformi dei poliziotti e di altri funzionari pubblici. Era considerato un colore serio e autorevole, senza apparire minaccioso. Nel 1829, quando Robert Peel creò la prima polizia metropolitana di Londra, rese più scuro il colore delle uniformi, trasformandolo in un blu scurissimo, quasi nero, per distinguere i poliziotti dai soldati vestiti di rosso, talvolta impiegati per far rispettare l'ordine. La tradizionale giubba blu con bottoni argentati del «bobby» londinese venne abbandonata solo verso la metà degli anni Novanta del XX secolo, quando fu sostituita, per quasi tutte le occasioni formali, da un gilet o una maglia di un colore noto ufficialmente come «blu NATO»[44].
Il Dipartimento di Polizia di New York City, modellato sulla polizia metropolitana di Londra, venne creato nel 1844 e nel 1853 i suoi agenti ricevettero ufficialmente un'uniforme blu navy, il colore che indossano ancora oggi[45].
- Federico Guglielmo I di Brandeburgo dette ai suoi soldati uniformi blu (qui in un'incisione del 1698). Quando il Brandeburgo divenne il Regno di Prussia nel 1701, il blu divenne il colore delle uniformi dell'esercito prussiano.
- L'uniforme di un tenente della Royal Navy (1777). Il blu marino divenne il colore ufficiale delle uniformi della Royal Navy nel 1748.
- George Washington scelse il blu e il camoscio per le uniformi dell'Esercito continentale. Erano i colori del partito Whig inglese, che Washington ammirava.
- Il Marchese La Fayette con l'uniforme della Guardia nazionale durante la rivoluzione francese (1790).
- I cadetti dell'École spéciale militaire de Saint-Cyr, l'accademia militare francese, indossano ancora le uniformi blu e rosse dell'esercito francese antecedenti al 1915.
- Ufficiali della polizia metropolitana a Soho, Londra (2007).
- Ufficiali della polizia di New York City a Times Square (2010).
Alla ricerca del blu perfetto
[modifica | modifica wikitesto]Per tutto il XVII e XVIII secolo, i chimici di tutta Europa cercarono di scoprire un modo per creare pigmenti blu sintetici, così da evitare le spese di importazione e di macinazione di lapislazzuli, azzurrite e altri minerali. Gli Egizi erano riusciti a creare un colore sintetico, il blu egiziano, tremila anni prima di Cristo, ma la formula era andata perduta. Anche i Cinesi avevano creato pigmenti sintetici, ma in Occidente il procedimento non era ancora conosciuto.
Nel 1709 un droghiere e fabbricante di colori tedesco, Johann Jacob Diesbach, scoprì per caso un nuovo pigmento blu mentre lavorava con potassa e solfato di ferro. Il nuovo colore venne inizialmente chiamato «blu di Berlino», ma in seguito divenne noto come «blu di Prussia». A partire dal 1710 fu utilizzato dal pittore francese Antoine Watteau e successivamente dal suo allievo Nicolas Lancret. Divenne immensamente popolare nella fabbricazione di carta da parati e, nel XIX secolo, fu ampiamente impiegato dai pittori impressionisti francesi[46].
A partire dagli anni Venti del XIX secolo, il blu di Prussia venne importato in Giappone attraverso il porto di Nagasaki. I Giapponesi lo chiamavano bero-ai, o «blu di Berlino», e divenne popolare perché non sbiadiva come il tradizionale pigmento blu giapponese, l'ai-gami, ricavato dalla Commelina communis. Il blu di Prussia venne usato sia da Hokusai, nelle sue celebri stampe di onde, che da Hiroshige[47].
Nel 1824 la Société d'encouragement pour l'industrie nationale offrì un premio a chi avesse inventato un blu oltremare artificiale capace di competere con quello naturale ricavato dal lapislazzuli. Il premio venne vinto nel 1826 da un chimico, Jean Baptiste Guimet, ma questi si rifiutò di rivelare la formula del suo colore. Nel 1828 un altro scienziato, Christian Gmelin, allora professore di chimica a Tubinga, scoprì il procedimento e ne pubblicò la formula. Fu l'inizio della nuova industria del blu oltremare artificiale, che alla fine sostituì quasi completamente il prodotto naturale[48].
Nel 1878 un chimico tedesco, Adolf von Baeyer, scoprì un sostituto sintetico dell'indigotina, il principio attivo dell'indaco. Questo prodotto sostituì gradualmente l'indaco naturale e, dopo la fine della Prima guerra mondiale, pose fine al commercio dell'indaco proveniente dalle Indie orientali e occidentali.
Nel 1901 venne inventato un nuovo pigmento blu sintetico, chiamato blu di indantrene, dotato di una resistenza ancora maggiore allo scolorimento provocato dal lavaggio o dall'esposizione al sole. Questo colorante sostituì gradualmente l'indaco artificiale, la cui produzione cessò intorno al 1970. Oggi quasi tutti gli abiti blu vengono tinti con il blu di indantrene[49].
- Nel Blue Boy di Thomas Gainsborough vi sono «il sontuoso lapislazzuli, il più scuro pigmento indaco e il più chiaro cobalto»[50].
- Hokusai, l'artista giapponese del XIX secolo, utilizzò il blu di Prussia, un colore sintetico importato dall'Europa, nelle sue rappresentazioni di onde, come La grande onda di Kanagawa.
- Una fabbrica di colorante indaco sintetico in Germania nel 1890. La produzione di questo colorante pose fine al commercio dell'indaco dall'America e dall'India, iniziato nel XV secolo.
I pittori impressionisti
[modifica | modifica wikitesto]L'invenzione di nuovi pigmenti blu sintetici nei secoli XVIII e XIX arricchì la tavolozza dei pittori, introducendo nuove tonalità brillanti. J. M. W. Turner era particolarmente incline a sperimentare pigmenti recenti, e vi sono indizi che abbia usato l'oltremare sintetico come acquerello tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta dell'Ottocento. Inoltre, tra i venti principali materiali impiegati nei dipinti impressionisti, dodici erano colori nuovi e sintetici, come l'azzurro ceruleo, il blu cobalto e l'oltremare artificiale[51].
Un altro importante fattore che influenzò la pittura del XIX secolo fu la teoria dei colori complementari, sviluppata dal chimico francese Michel Eugène Chevreul nel 1828 e pubblicata nel 1839. Egli dimostrò che, ponendo due colori complementari (per esempio il blu e il giallo-arancio, oppure il blu oltremare e il giallo) l'uno accanto all'altro, l'intensità di ciascuno si accresceva «fino all'apogeo della loro tonalità»[52]. Nel 1879 un fisico americano, Ogden Rood, pubblicò un libro, Modern Chromatics, in cui venivano indicati i complementari di ogni colore dello spettro[53].
Claude Monet mostra alcuni dei contrasti più «chevreuliani» in quadri che raffigurano l'acqua, dove il gioco della luce solare raggiunge la massima luminosità. In Regate ad Argenteuil (1872) l'acqua azzurra è ravvivata da tocchi di arancione vivo; la casa dal tetto rosso è incastonata tra fogliame verde; figure e ombre violette si stagliano contro vele giallo crema. In Impressione, levar del sole (1872), grazie alla stessa audace giustapposizione di arancione e azzurro, il disco solare sembra quasi balzare fuori dalla tela. Pierre-Auguste Renoir, in In barca sulla Senna (1879-80), presenta una barchetta di un arancio stridente sullo sfondo dell'acqua azzurro cupo, mentre le ombre rosse della prua sono complementari a una zona di fogliame verde in primo piano; edifici pallidi gettano lumeggiature gialle tra i porpora dei riflessi indistinti. Sia Monet che Renoir facevano largo uso di colori non mescolati[54].
Monet e gli impressionisti furono tra i primi a osservare che le ombre erano piene di colore. In La Gare Saint-Lazare i grigi, i marroni e perfino i neri vengono ottenuti senza terre e quasi interamente attraverso complesse miscele dei nuovi colori artificiali: blu cobalto, azzurro ceruleo, oltremare sintetico, verde smeraldo, verde di Guignet, giallo cromo, vermiglione e cremisi intenso[55]. Il blu era il colore preferito dei pittori impressionisti, che lo usavano non solo per rappresentare la natura, ma anche per suggerire stati d'animo, sentimenti e atmosfere.
Il blu cobalto, un pigmento a base di ossido di cobalto e di ossido di alluminio, era tra i colori preferiti da Renoir e Vincent van Gogh. Era simile allo smaltino, il pigmento usato da secoli per produrre vetro blu, ma subì notevoli miglioramenti grazie al chimico francese Louis Jacques Thénard, che lo mise a punto nel 1802. Era molto stabile, ma anche estremamente costoso. Van Gogh scrisse al fratello Theo: «Il [blu] cobalto è un colore divino e non c'è niente di così bello per creare atmosfera intorno alle cose...»[56].
Con parole simili descrisse come compose un cielo: «Il cielo azzurro cupo... il mare di un oltremare molto scuro... la spiaggia violetta... alcuni cespugli blu di Prussia»[57]
- Claude Monet utilizzò diversi colori inventati di recente nella sua Gare Saint-Lazare (1877): il blu cobalto, inventato nel 1807, il blu ceruleo, inventato nel 1860, e il blu oltremare francese, prodotto per la prima volta nel 1828.
- Gli ombrelli, di Pierre-Auguste Renoir (1881 e 1885). Renoir usò il blu cobalto per il lato destro dell'immagine, ma impiegò il nuovo blu oltremare sintetico, introdotto negli anni '70 del XIX secolo, quando aggiunse le due figure a sinistra alcuni anni dopo.
- Negli Iris di Vincent van Gogh, gli iris blu sono posizionati contro uno sfondo del loro colore complementare, il giallo-arancio.
- In Notte stellata sul Rodano di van Gogh (1888) il blu serve per creare l'atmosfera magica della scena raffigurata. Il cielo è blu cobalto, l'acqua blu cobalto e oltremare.
- Campo di grano sotto un cielo tempestoso (luglio 1890), uno degli ultimi dipinti di Vincent van Gogh. Riferendosi al blu cobalto, l'artista scrisse che «non c'è niente di così bello per creare atmosfera intorno alle cose».
Il completo blu
[modifica | modifica wikitesto]Il blu divenne per la prima volta il colore «alla moda» dei ricchi e potenti d'Europa nel XIII secolo, quando venne indossato da Luigi IX di Francia, meglio noto come San Luigi (1214-1270). Indossare vesti blu era simbolo di dignità e di ricchezza e gli abiti di questo colore erano riservati alla nobiltà[58]. Tuttavia, nel XIV secolo il blu venne rimpiazzato dal nero come colore del potere, quando i principi europei e, in seguito, mercanti e banchieri, vollero esibire serietà, dignità e devozione (vedi nero).
Il blu tornò gradualmente protagonista della moda di corte nel XVII secolo, come parte della tavolozza di colori vivaci sfoggiati in costumi estremamente elaborati. Il moderno completo blu affonda le sue radici nell'Inghilterra della metà del XVII secolo. Dopo la peste di Londra del 1665 e il grande incendio che colpì la città nel 1666, Carlo II d'Inghilterra ordinò che i suoi cortigiani indossassero cappotti, gilet e calzoni di foggia semplice e di colore blu, grigio, bianco e camoscio. Ampiamente imitato, questo stile di moda maschile divenne quasi un'uniforme della classe mercantile londinese e del gentiluomo di campagna inglese[59].
Durante la rivoluzione americana, il leader del partito Whig d'Inghilterra, Charles James Fox, indossava un cappotto blu con gilet e calzoni color camoscio: i colori del suo partito e dell'uniforme di George Washington, di cui sosteneva i principi. Il completo maschile riprendeva la forma di base delle uniformi militari dell'epoca, in particolare di quelle della cavalleria[59].
All'inizio del XIX secolo, durante la reggenza del futuro re Giorgio IV, il completo blu fu rivoluzionato da un cortigiano, George Beau Brummell. Brummell ideò un abito che seguiva la forma del corpo: il nuovo stile prevedeva una lunga coda tagliata per aderire alla figura e lunghi pantaloni attillati che sostituivano i calzoni al ginocchio e le calze tipici del secolo precedente. Scelse colori sobri, come il blu e il grigio, affinché l'attenzione si concentrasse sulla linea complessiva, non sull'ornamento. Secondo Brummel, «Se la gente si gira a guardarti per strada, non sei ben vestito»[60]. Questo stile venne adottato dal Principe Reggente e, in seguito, dall'alta società londinese. In origine cappotto e pantaloni erano di colori differenti, ma nel XIX secolo divenne di moda il completo monocromatico. Dalla fine del XIX secolo, il completo nero divenne l'uniforme degli uomini d'affari in Inghilterra e in America. Nel XX secolo, il completo nero venne a sua volta in gran parte sostituito da quello blu scuro o grigio[59].
- Il re Luigi IX di Francia (a destra, con papa Innocenzo) fu il primo monarca europeo a vestire in blu, che divenne rapidamente il colore dei nobili e dei ricchi.
- Joseph Leeson, in seguito primo conte di Milltown, nel tipico abito da gentiluomo di campagna inglese negli anni '30 del XVIII secolo.
- Charles James Fox (ritratto da Joshua Reynolds nel 1782), leader del partito Whig d'Inghilterra, indossava in Parlamento un completo blu a sostegno di George Washington e della rivoluzione americana.
- Beau Brummell introdusse l'antenato del moderno completo blu, modellato sul corpo (1805).
- Completo blu da uomo degli anni '70 del XIX secolo in un dipinto di Caillebotte (Parigi).
- Il presidente John F. Kennedy rese popolare il completo blu a due bottoni, meno formale di quello dei suoi predecessori (1961).
Nel XX e XXI secolo
[modifica | modifica wikitesto]All'inizio del XX secolo molti artisti riconobbero il potere emotivo del blu e ne fecero l'elemento centrale dei loro dipinti. Durante il suo Periodo blu (1901-1904) Pablo Picasso usò vari toni di blu e di verde, con una quasi totale assenza di colori caldi, per creare un'atmosfera malinconica. In Russia, il pittore simbolista Pavel Kuznetsov e il gruppo artistico della Rosa Blu (1906-1908) usarono il blu per creare un'atmosfera fantasiosa ed esotica. In Germania, Vasilij Kandinskij e altri emigrati russi formarono il gruppo artistico Der Blaue Reiter («Il cavaliere azzurro») e usarono il blu per simboleggiare la spiritualità e l'eternità[61]. Henri Matisse impiegò blu intensi per esprimere le emozioni che voleva suscitare negli spettatori; secondo le sue parole: «Un certo blu ti penetra nell'anima»[62].
Nella seconda metà del XX secolo, i pittori dell'espressionismo astratto iniziarono a usare il blu e altri colori nella loro forma pura, senza alcun tentativo di rappresentare oggetti o scene, con lo scopo di evocare idee ed emozioni. Il pittore Mark Rothko osservò che il colore era «solo uno strumento»: il suo interesse stava «nell'esprimere le emozioni umane, tragedia, estasi, sventura e così via»[63].
Nella moda, il blu, in particolare quello scuro, continuava a essere considerato un colore serio ma non cupo e, intorno alla metà del XX secolo, superò il nero come colore più comune dei completi da uomo, l'abito indossato di solito dai leader politici e finanziari. Sondaggi d'opinione pubblica negli Stati Uniti e in Europa hanno mostrato che il blu è il colore preferito di oltre il 50% degli intervistati; seguono il verde (poco meno del 20%), il bianco e il rosso (circa l'8% ciascuno), mentre gli altri colori si collocano molto più in basso[64].
Nel 1873 un tedesco immigrato a San Francisco, Levi Strauss, inventò un nuovo tipo resistente di pantaloni da lavoro, realizzati in tessuto denim e tinti con l'indaco, chiamati blue jeans. Nel 1935 la rivista Vogue elevò questo capo nel regno dell'alta moda e, a partire dagli anni Cinquanta, divenne una parte essenziale dell'abbigliamento giovanile negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo.
Il blu è considerato anche un colore autorevole senza risultare minaccioso. Dopo la seconda guerra mondiale, il blu è divenuto il colore simbolo di importanti organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, il Consiglio d'Europa, l'UNESCO, l'Unione Europea e la NATO. Le forze di pace delle Nazioni Unite indossano caschi blu per sottolineare il loro ruolo di mantenimento della pace. Nella simbologia militare della NATO, il blu indica le forze amiche: da qui il termine blue on blue («blu su blu») per il fuoco amico e il Blue Force Tracking, sistema di monitoraggio GPS per localizzare le unità amiche. L'Esercito Popolare di Liberazione (noto in passato come «Armata Rossa») usa il termine «Armata Blu» per indicare le forze ostili durante le esercitazioni[65].
Il XX secolo ha visto anche l'invenzione di nuovi modi di creare il blu, come la chemiluminescenza, che produce luce blu attraverso una reazione chimica.
Nel XX secolo è divenuto possibile anche possedere una propria tonalità di blu. L'artista francese Yves Klein, con l'aiuto di un venditore di vernici, creò un blu specifico chiamato International Klein Blue, che brevettò. Il colore è ottenuto combinando blu oltremare e una resina chiamata Rhodopa, che gli conferisce una brillantezza particolare. La squadra di baseball dei Los Angeles Dodgers sviluppò un proprio blu, chiamato Dodger blue, e diverse università americane crearono nuove tonalità per le loro uniformi.
Con l'avvento del World Wide Web, il blu è diventato il colore standard dei collegamenti ipertestuali nei browser grafici (nella maggior parte di essi i link diventano viola dopo essere stati visitati), così da renderne immediatamente evidente la presenza nel testo.
- Il cavaliere azzurro (1903) di Vasilij Kandinskij. Per Kandinsky, il blu era il colore della spiritualità: più scuro era il blu, più risvegliava il desiderio umano per l'eterno[61].
- Il pittore d'avanguardia russo Pavel Kuznecov e il suo gruppo, la Rosa Blu, usarono il blu per simboleggiare fantasia ed esotismo. Questo è Miraggio delle steppe (1911).
- I blue jeans, realizzati in denim colorato con l'indaco, brevettati da Levi Strauss nel 1873, sono diventati una parte essenziale del guardaroba dei giovani a partire dagli anni '50.
- Blu vividi possono essere creati da reazioni chimiche, chiamate chemiluminescenza. Questo è il luminolo, una sostanza utilizzata nelle indagini sulla scena del crimine: si illumina di blu quando entra in contatto anche con una piccola traccia di sangue.
- L'illuminazione al neon blu, utilizzata per la prima volta nella pubblicità, viene ora utilizzata nelle opere d'arte. Questo è Zwei Pferde für Münster (Due cavalli per Münster), una scultura al neon di Stephan Huber (2002) a Münster, in Germania.
- Lo Story Bridge di Brisbane (Australia) illuminato in blu durante una campagna di consapevolezza per il carcinoma dell'ovaio.
Note
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Bibliografia
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