Una pagina di follia

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Una pagina di follia
Una pagina di follia.png
Una scena del film
Titolo originale 狂った一頁, Kurutta Ippeji
Paese di produzione Giappone
Anno 1926
Durata 59 min
Dati tecnici B/N
film muto
Genere drammatico
Regia Teinosuke Kinugasa
Soggetto Yasunari Kawabata
Sceneggiatura Yasunari Kawabata, Teinosuke Kinugasa, Minoru Inuzuka e Bankô Sawada
Produttore Kinugasa Eiga Renmei (Unione cinematografica Kinugasa)
Interpreti e personaggi

Una pagina di follia (狂った一頁, Kurutta Ippēji o Kurutta Ichipeiji), è un film muto giapponese, in bianco e nero, diretto da Teinosuke Kinugasa nel 1926.

Storia del film[modifica | modifica wikitesto]

Creduto perduto per 45 anni fu ritrovato per caso dallo stesso regista e fu diffuso nel 1971. Il film non contiene didascalie perché le proiezioni cinematografiche giapponesi negli anni 20 prevedevano che fosse presente nella sala un narratore (detto benshi o setsumeisha), e manca di un terzo dell'originale del 1926.[1]

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Eiko Minami in A Page of Madness.

Il film è un capolavoro dell'avanguardia cinematografica giapponese della metà degli anni Venti.

Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura nel 1968, collabora alla sceneggiatura adattando, insieme a Kinugasa, Banko Sawada e Minoru Inozuka, un suo racconto breve.

Il film si può considerare espressione del movimento letterario giapponese (fondato da Kawabata insieme a Riichi Yokomitsu e a altri giovani scrittori) chiamato Scuola delle Nuove Percezioni (Shinkankaku-ha) e aperto agli influssi culturali occidentali.[2]

Vicende produttive[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu girato in un mese, con un budget ridottissimo. Kinugasa, regista e anche produttore, dipinse d'argento le pareti dello studio per compensare la scarsità delle lampade.[3]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Il film ottenne un notevole successo.[4]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film è ambientato in un manicomio. Un ex marinaio è stato assunto come portinaio e inserviente. Fra i ricoverati c'è sua moglie, impazzita dopo aver tentato di annegarsi insieme al figlioletto: lei è sopravvissuta mentre il bambino è morto. L'uomo tenta inutilmente di farla evadere ma la donna è terrorizzata e non è in grado di affrontare la fuga.

Tecnica cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Artifici espressivi[modifica | modifica wikitesto]

Gli stati del subconscio, gli incubi, i sogni, le ossessioni sono rappresentati con immagini sfocate o distorte, doppie esposizioni della pellicola, inquadrature oblique e rovesciate, effetti ottici ottenuti con l'uso di lenti deformanti, schermo diviso in diverse inquadrature, panoramiche velocissime, montaggio accelerato.

Elementi di contrasto[modifica | modifica wikitesto]

Per esprimere il dramma della follia e dell'internamento,Teinosuke Kinugasa e Yasunari Kawabata, lo sceneggiatore, hanno costruito il film attorno a una serie di elementi contrapposti: follia/normalità, dentro/fuori, chiuso/aperto, stasi/movimento, ombra/luce... L'effetto è una forte tensione narrativa e formale.

Temi iconografici[modifica | modifica wikitesto]

Ossessivamente nel film ricorrono immagini di sbarre, corridoi, serrature, cancelli, porte che si aprono e si chiudono.[5]

Surrealismo[modifica | modifica wikitesto]

Freddy Buache, conservatore della Cinemateca Svizzera afferma[6]:

« ...Al termine di questa straordinaria meditazione sulla follia, incompresa e regolarmente negata, il regista insinua una rivendicazione per la soppressione dell'internamento di coloro che non rientrano nel concetto di cosiddetta normalità: il messaggio antipsichiatrico prende forma in questo affresco in cui si legge in filigrana anche l'imperativo surrealista: Aprite le prigioni, sciogliete gli eserciti![7] »

Modelli di riferimento[modifica | modifica wikitesto]

I realizzatori del film avevano presenti alcuni modelli del cinema occidentale[8] come ad esempio:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Hubert Niogret, Intervista al regista, apparsa su Positif, maggio 1973
  2. ^ [1]
  3. ^ Robert Cohen, A Japanese Romantic, Teinosuke Kinugasa, Sight and Sound, estate 1976
  4. ^ Robert Cohen, A Page of Madness, in Film quarterly, n. 4, Estate 1976.
  5. ^ Max Tessier, Une page folle, in Écran, n. 35, aprile 1975.
  6. ^ [2]
  7. ^ Antonin Artaud in La rivoluzione surrealista : antologia 1924 - 1929, a cura di Antonio Bertoli, Firenze, Giunti, 2007 ISBN 978-88-09-05102-712.00 EUR; 88-09-05102-5
  8. ^ V. Petric, A Page of Madness, a neglected masterpiece of the silent cinema, in Film criticism, n. 1, 1983.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Dizionario dei registi del cinema mondiale, a cura di Gian Piero Brunetta, Torino, Einaudi, 2008. ISBN 978-88-06-19070-5
  • Maria Roberta Novielli, Storia del cinema giapponese, Venezia, Marsilio, 2001. ISBN 88-317-7754-8
  • Max Tessier, Breve storia del cinema giapponese, Torino, Lindau, 1998. ISBN 88-7180-261-6
  • G. Morris, A Page of Madness, in "Take one", n. 11, Settembre 1975.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]