Una difesa dell'aborto

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"Una difesa dell'aborto" (A Defence of Abortion) è un saggio scritto da Judith Jarvis Thomson, pubblicato nel 1971. Il testo tratta la questione bioetica dell'aborto: partendo dal presupposto che il feto abbia diritto alla vita, la Thomson usa un esperimento mentale per sostenere che il diritto della donna incinta di controllare il proprio corpo e le proprie funzioni vitali prevarica il diritto alla vita del feto. Per questo motivo l'aborto può essere considerato come moralmente accettabile. Le tesi della Thomson hanno sollevato molte critiche sia da parte dei pro-choice che da parte dei pro-life[1], tuttavia il testo è tutt'oggi difeso[2] e usato come possibile giustificazione morale dell'aborto. La metafora del violinista e le controverse conclusioni della Thomson hanno reso "Una difesa dell'aborto" probabilmente "il saggio più largamente ristampato di tutta la filosofia contemporanea"[3].

Panoramica del saggio[modifica | modifica wikitesto]

Il violinista[modifica | modifica wikitesto]

La Thomson parte dal presupposto che il feto abbia effettivamente diritto alla vita, ma allo stesso tempo difende la legittimità morale dell'aborto usando l'esperimento mentale del Violinista:

(EN)

«It sounds plausible. But now let me ask you to imagine this. You wake up in the morning and find yourself back to back in bed with an unconscious violinist. A famous unconscious violinist. He has been found to have a fatal kidney ailment, and the Society of Music Lovers has canvassed all the available medical records and found that you alone have the right blood type to help. They have therefore kidnapped you, and last night the violinist's circulatory system was plugged into yours, so that your kidneys can be used to extract poisons from his blood as well as your own. The director of the hospital now tells you, "Look, we're sorry the Society of Music Lovers did this to you--we would never have permitted it if we had known. But still, they did it, and the violinist is now plugged into you. To unplug you would be to kill him. But never mind, it's only for nine months. By then he will have recovered from his ailment, and can safely be unplugged from you." Is it morally incumbent on you to accede to this situation? No doubt it would be very nice of you if you did, a great kindness. But do you have to accede to it? What if it were not nine months, but nine years? Or longer still? What if the director of the hospital says. "Tough luck. I agree. but now you've got to stay in bed, with the violinist plugged into you, for the rest of your life. Because remember this. All persons have a right to life, and violinists are persons. Granted you have a right to decide what happens in and to your body, but a person's right to life outweighs your right to decide what happens in and to your body. So you cannot ever be unplugged from him." I imagine you would regard this as outrageous, which suggests that something really is wrong with that plausible sounding argument I mentioned a moment ago.»

(IT)

«Tutto ciò appare plausibile. Ma ora vi chiedo di immaginare questa situazione. Una mattina vi svegliate distesi al fianco di un violinista privo di conoscenza, un violinista molto famoso. Gli è stata diagnosticata una grave insufficienza renale, la società dei musicofilí ha consultato tutti gli archivi medici disponibili e ha scoperto che siete gli unici a possedere il tipo di sangue adatto per la trasfusione. Vi hanno rapito, e la notte precedente il sistema circolatorio del violinista è stato collegato al vostro, in modo che i vostri reni possono depurare il suo sangue così come fanno con il vostro. Il direttore dell’ospedale vi dice ora: «Guardi, siamo spiacenti che la società di musícofili le abbia fatto questo – non l’avremmo mai permesso se l’avessimo saputo. Tuttavia l’hanno fatto e ora il violinista è collegato al suo corpo. Staccarsi vorrebbe dire ucciderlo. Ma non c’è da preoccuparsi, è solo per nove mesi. Per allora sarà guarito dalla sua insufficienza, e potrà essere staccato senza pericoli.» Avete il dovere morale di acconsentire a questa situazione? Farlo sarebbe senza dubbio gentile da parte vostra, molto gentile. Ma dovete acconsentirvi? Che dire se non si trattasse di nove mesi ma di nove anni? O di un periodo ancora più lungo? E se il direttore dell’ospedale dicesse: «È stato sfortunato, ma ora deve rimanere a letto, con il violinista collegato al suo corpo, per il resto dei suoi giorni. Ricordi che ogni persona ha diritto alla vita, e i violinisti sono persone. Certo, lei ha il diritto di decidere cosa avverrà del suo corpo o al suo interno, ma il diritto alla vita di una persona prevale sul suo diritto a decidere cosa avverrà del suo corpo o al suo interno.» Immagino che considerereste queste parole come un affronto, e ciò suggerisce che effettivamente c’è qualcosa di sbagliato in quell’argomento così apparentemente plausibile che ho menzionato poco fa.»

(Judith Jarvis Thomson, A Defence of Abortion, 1971, traduzione italiana 1992)

La Thomson afferma che si potrebbe legittimamente chiedere di essere staccati dal violinista, anche se ciò causerà la sua morte: il diritto alla vita, secondo la Thomson, non implica il diritto a disporre del corpo di un'altra persona, e per questo staccarsi dal violinista non viola il suo diritto alla vita, ma semplicemente lo priva dell'uso di un corpo altrui, cosa di cui non ha diritto. Permettere al violinista di sfruttare i reni di un'altra persona sarebbe senza dubbio molto gentile, ma non un obbligo morale.

Per la stessa ragione, secondo la Thomson, l'aborto non viola il legittimo diritto alla vita del feto, ma semplicemente priva il feto dell'utilizzo del corpo della donna incinta, cosa che non rientra tra i diritti del feto. Quindi, scegliendo di porre fine a una gravidanza, la donna non viola alcun obbligo morale; al contrario, una donna che sceglie di portare avanti una gravidanza è una buona samaritana che va oltre i suoi obblighi morali per amore del bambino nel suo grembo[4].

Il bambino in fase di crescita[modifica | modifica wikitesto]

La Thomson critica anche l'opinione comune di determinare il diritto di abortire di una donna dalla scelta di una terza parte, del personale sanitario a cui toccherà eseguire fisicamente l'aborto. Nella maggior parte dei casi la donna non può abortire da sola, per cui il suo diritto a abortire dipende dalla volontà del medico di eseguire l'operazione; se il medico nega l'aborto, la donna è privata del suo diritto. Secondo la Thomson, basare il diritto della donna sull'accettazione o sul rifiuto di un dottore equivale a negare lo status di persona della madre (diritto su cui si insiste tanto, quando si parla invece del feto) e, conseguentemente, il suo diritto a disporre del proprio corpo. Per sostenere la sua tesi, la Thomson presenta l'esperimento mentale del bambino in crescita:

(EN)

«Suppose you find yourself trapped in a tiny house with a growing child. I mean a very tiny house, and a rapidly growing child--you are already up against the wall of the house and in a few minutes you'll be crushed to death. The child on the other hand won't be crushed to death; if nothing is done to stop him from growing he'll be hurt, but in the end he'll simply burst open the house and walk out a free man.»

(IT)

«Supponiamo che vi troviate intrappolati in una casa angusta con un bambino in fase di crescita. La casa è estremamente angusta e il bambino cresce rapidamente. Siete già costretti contro il muro della casa e fra pochi minuti resterete schiacciati contro la parete. D’altra parte il bambino non corre pericolo di restare schiacciato; se la sua crescita non viene fermata si farà male, ma alla fine gli basterà sfondare le mura di casa e se ne andrà libero per il mondo.»

(Judith Jarvis Thomson, A Defence of Abortion, 1971, traduzione italiana 1992)

Secondo la Thomson, una parte terza non può scegliere chi uccidere tra la persona schiacciata e il bambino; ma ciò non significa che la persona che sta per essere schiacciata non possa agire per autodifesa e attaccare il bambino per salvare la propria vita. Allo stesso modo, una donna incinta può essere paragonata alla casa, il feto al bambino in crescita; in questo caso, la vita della madre è minacciata dal feto stesso e - poiché non c'è motivo per cui la vita della madre dovrebbe essere minacciata - non c'è motivo per cui il feto debba minacciare una vita altrui. Entrambe le parti sono innocenti, e nessuna parte terza può intervenire; ma la persona minacciata può intervenire e fare una scelta, il che significa che una madre può moralmente scegliere di abortire[5].

Nel capitolo successivo, la Thomson approfondisce la tesi del bambino in crescita e sottolinea sia la prevalenza del diritto della madre su quello del feto, sia l'inammissibilità della prevalenza della volontà della parte terza su quella della madre. Se non fosse possibile sostenere il diritto della donna a ottenere un aborto, allora si negherebbe anche il diritto della donna di disporre del proprio corpo. Secondo la Thomson nessuno è personalmente obbligato a aiutare la donna a abortire, ma questo non preclude che qualcun altro possa farlo al posto nostro. La casa appartiene alla persona schiacciata; allo stesso modo il corpo della donna incinta appartiene alla madre, e non al feto[6].

(EN)

«For what we have to keep in mind is that the mother and the unborn child are not like two tenants in a small house which has, by an unfortunate mistake, been rented to both: the mother owns the house. The fact that she does adds to the offensiveness of deducing that the mother can do nothing from the supposition that third parties can do nothing. But it does more than this: it casts a bright light on the supposition that third parties can do nothing. Certainly it lets us see that a third party who says "I cannot choose between you" is fooling himself if he thinks this is impartiality.»

(IT)

«Dobbiamo tenere presente che la madre e il bambino non-nato non sono come due inquilini in una casa piccola che, per uno sfortunato errore, è stata affittata a entrambi; è la madre a essere proprietaria della casa. Questa circostanza fa aumentare l’intollerabilità del dedurre la conclusione che la madre non possa fare niente dalla supposizione che dei terzi non possano far niente. Ma c’è di più: esso getta luce sulla stessa supposizione che dei terzi non possano fare niente. Di certo ci consente di vedere come una terza persona che dica: «Non posso scegliere tra di voi» e reputi ciò imparzialità, stia solo prendendo in giro se stesso.»

(Judith Jarvis Thomson, A Defence of Abortion, 1971, traduzione italiana 1992)

I semi delle persone[modifica | modifica wikitesto]

Per affrontare il caso di gravidanze non desiderate dovute a rapporti consenzienti, la Thomson usa l'esempio dei 'semi delle persone':

(EN)

«Again, suppose it were like this: people-seeds drift about in the air like pollen, and if you open your windows, one may drift in and take root in your carpets or upholstery. You don't want children, so you fix up your windows with fine mesh screens, the very best you can buy. As can happen, however, and on very, very rare occasions does happen, one of the screens is defective, and a seed drifts in and takes root. Does the person-plant who now develops have a right to the use of your house? Surely not--despite the fact that you voluntarily opened your windows, you knowingly kept carpets and upholstered furniture, and you knew that screens were sometimes defective. Someone may argue that you are responsible for its rooting, that it does have a right to your house, because after all you could have lived out your life with bare floors and furniture, or with sealed windows and doors.»

(IT)

«Consideriamo questa situazione: semi di persone fluttuano nell’aria come polline, se aprite le finestre uno di questi semi può entrare e mettere radici sul tappeto o sulla tappezzeria. Non desiderate avere bambini, pertanto fissate alle finestre delle cortine di protezione a reticolo, le migliori sul mercato. Ma come talvolta, molto di rado, accade, una delle maglie del reticolo è difettosa; un seme entra in casa e mette radici. La persona-pianta che ora prende a svilupparsi ha il diritto di usare la casa? Sicuramente no – nonostante il fatto che siate state voi ad aprire volontariamente le finestre, a tenere in casa tappeti e tappezzerie, consapevoli che a volte le cortine di protezione presentano delle smagliature. Qualcuno vorrà sostenere che siete responsabili per il seme che ha messo radici, che quindi ha diritto alla vostra casa, perché dopo tutto avreste potuto vivere senza tappeti né tappezzerie, o con finestre e porte sprangate.»

(Judith Jarvis Thomson, A Defence of Abortion, 1971, traduzione italiana 1992)

In questo caso, i semi delle persone che fluttuano nell'aria ed entrano dalla finestra rappresentano le gravidanze che avvengono nonostante la contraccezione (rappresentata dagli schermi di protezione). La donna non vuole che un seme di persona entri in casa e si annidi nella tappezzeria, pertanto difende la propria casa con uno schermo di protezione. Ma nel caso in cui un seme riesca a superare lo schermo di protezione, il fatto che la donna abbia aperto la finestra schermata nonostante fosse consapevole del rischio che lo schermo non funzionasse a dovere non priva la donna della possibilità di sbarazzarsi dell'intruso indesiderato.

La Thomson inoltre anticipa alcune critiche affermando che l'idea che una donna che non desideri una gravidanza viva senza tappezzeria o con porte e finestre sbarrate è assurda tanto quanto l'idea che una donna possa evitare una gravidanza derivata da uno stupro semplicemente con una isterectomia preventiva. Nella maggior parte dei casi il feto non ha quindi un diritto alla vita tale da prevaricare il diritto della madre di disporre del proprio corpo, ma semplicemente ha un diritto a non essere ucciso ingiustamente - e non sempre l'aborto è considerabile come una uccisione ingiusta[7].

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

In generale le critiche alle tesi della Thomson garantiscono la liceità di staccare i propri reni dal corpo del violinista, ma contestano l'inferenza secondo cui l'aborto è moralmente accettabile sostenendo che ci sono differenze rilevanti tra lo scenario del violinista e il caso tipico dell'aborto. Una delle obiezioni classiche è quella di Peter Singer che sostiene che un calcolo utilitaristico implicherebbe che la persona è moralmente obbligata a lasciare i propri reni collegati al violinista[8].

L'obiezione più comune è che le tesi della Thomson possono giustificare l'aborto solo in caso di stupro: infatti, nello scenario del violinista la persona viene rapita nottetempo contro la propria volontà e non ha potuto scegliere di essere collegata al violinista. Allo stesso modo, solo una donna violentata non ha potuto fare nulla per impedire la propria gravidanza. Ma nei casi comuni di aborto, la donna incinta ha avuto rapporti sessuali consenzienti: questo dà al feto un tacito consenso all'uso del corpo della donna (Obiezione del "tacito consenso"[9]), oppure implica che la donna ha il dovere di mantenere in vita il feto poiché è stata lei a causare il bisogno del feto di annidarsi nel suo corpo (Obiezione della "responsabilità"[10]). Altre obiezioni comuni sostengono che il feto è pur sempre il figlio della donna incinta, mentre il violinista è un estraneo (Obiezione dell'"estraneo vs prole"[11]) o che l'aborto uccide il feto, mentre staccare il violinista dal proprio corpo significa lasciarlo morire (Obiezione dell'"uccidere vs lasciar morire"[11]).

D'altro canto, i difensori delle tesi della Thomson rispondono che le presunte differenze tra il caso del violinista e il caso tipico di un aborto non sono importanti, perché i punti a cui i critici si aggrappano non sono moralmente significativi oppure perché le discrepanze sono rilevanti, ma non nel modo sostenuto dai critici.


Obiezioni meno comuni alle tesi della Thomson includono:

  • L'obiezione "naturale vs artificiale"[12]: la gravidanza è un processo naturale, normale per la specie umana da un punto di vista biologico; invece, collegare il violinista a un donatore di reni è una forma estrema e inusuale di terapia salvavita che necessita di un intervento chirurgico. La differenza è moralmente rilevante e le due situazioni non possono essere paragonate. I pro-choice rispondono che ciò che è naturale non è implicitamente più legittimato o semplicemente migliore di ciò che non lo è.
  • L'obiezione del "gemello siamese"[13]: il legame tra due gemelli siamesi ha un'analogia più completa con una gravidanza, rispetto all'esempio del violinista e del donatore di rene. Essendo immorale la separazione di gemelli siamesi, lo è allo stesso modo l'aborto. I pro-choice controbattono dicendo che i gemelli siamesi hanno pari diritto verso gli organi in comune, poiché sono stati concepiti nello stesso momento, differentemente dal feto, che è stato ovviamente concepito dopo la madre e che ha diritti minori sull'utilizzo del corpo della madre stessa[14].
  • L'obiezione dei "differenti oneri"[15]: rimanere collegati al violinista è un onere molto superiore a quello richiesto da una gravidanza comune; scollegarsi da un violinista è moralmente accettabile, mentre un aborto non lo è. Come risposta si sostiene che anche fare nascere è un grande onere, che può richiedere un intervento chirurgico importante e che può mettere a rischio la vita della donna.
  • L'obiezione dell'"artificialità"[16]: le considerazioni tratte dall'esperimento mentale della Thomson non sono affidabili e non forniscono alcuna autorizzazione all'aborto, poiché non esistono Società della Musica, o famosi violinisti con rare malattie ai reni, o rapitori pronti a obbligare qualcuno a cedere il proprio corpo all'uso altrui. I pro-choice rispondono che, essendo un esperimento mentale, non è creato per essere realistico, ma per spingere a riflettere sulla questione in oggetto.

Naturalmente, i sostenitori delle tesi della Thomson hanno ampiamente risposto a queste critiche, e i critici hanno ampiamente ribattuto a queste risposte[12], alimentando tuttora il dibattito.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ per esempio, Schwarz 1990, Beckwith 1993 e Lee 1996 per il fronte pro-life; Tooley 1972, Warren 1973, Steinbock 1992 e McMahan 2002 per il fronte pro-choice
  2. ^ Kamm 1992; Boonin 2003
  3. ^ Parent 1986: vii
  4. ^ Thomson 1971: 63; Boonin 2003: 133–134
  5. ^ Thomson 1971: 52–53
  6. ^ Thomson 1971: 54
  7. ^ Thomson 1971: 59
  8. ^ Singer 2011:134
  9. ^ per esempio: Warren 1973; Steinbock 1992
  10. ^ per esempio: Beckwith 1993; McMahan 2002
  11. ^ a b per esempio Schwarz 1990; Beckwith 1993; McMahan 2002
  12. ^ a b Parks 2006
  13. ^ Himma 1999, Parks 2006
  14. ^ Boonin 2003: 245–246
  15. ^ Schwarz 1990
  16. ^ Wiland 2000: 467

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

  • Beckwith, F. 1993. Politically Correct Death. Grand Rapids, MI: Baker Books, ch 7.
  • Boonin, D. 2003. A Defense of Abortion. Cambridge: Cambridge University Press, ch 4.
  • Kamm, F. 1992. Creation and Abortion. Oxford: Oxford University Press.
  • Lee, P. 1996. Abortion and Unborn Human Life. Washington, DC: Catholic University of America Press, ch 4.
  • McMahan, J. 2002. The Ethics of Killing. New York: Oxford University Press.
  • Parent, W. 1986. "Editor's introduction". In J Thomson. Rights, Restitution, and Risk. Cambridge, MA: Harvard University Press: vii–x.
  • Parks, B. D. "The Natural-Artificial Distinction and Conjoined Twins: A Response To Judith Thomson's Argument for Abortion Rights". National Catholic Bioethics Quarterly 6:4 (Winter 2006): 671–680
  • Schwarz, S. 1990. The Moral Question of Abortion. Chicago: Loyola University Press, ch 8.
  • Singer, P. 2011. Practical Ethics. New York, Cambridge University Press, ch 6.
  • Steinbock, B. 1992. Life Before Birth: The Moral and Legal Status of Embryos and Fetuses. Oxford: Oxford University Press, at 78.
  • Thomson, J. "A Defense of Abortion". Philosophy and Public Affairs 1:1 (Autumn 1971): 47–66. JSTOR 2265091
  • Thomson, J. "Rights and Deaths". Philosophy and Public Affairs 2:2 (Winter 1973): 146–159. JSTOR 2265138
  • Tooley, M. "Abortion and Infanticide". Philosophy and Public Affairs 2:1 (Autumn 1972): 37–65, at 52–53. JSTOR 2264919
  • Warren, M. "On the Moral and Legal Status of Abortion". Monist 57:1 (1973): 43–61. JSTOR 27902294
  • Wiland, E. "Unconscious violinists and the use of analogies in moral argument". Journal of Medical Ethics 26 (2000): 466–468. DOI10.1136/jme.26.6.466

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]