Triclinio

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Triclinio, disegno del XIX secolo

Il triclinio era il locale in cui veniva servito il pranzo nelle case degli antichi romani. Il pavimento del locale aveva un'inclinazione di circa 10° su tre lati della stanza, verso il tavolo basso posto al centro. Un solo lato aveva il pavimento in piano e serviva ai servi per portare le vivande in tavola.

Nelle case degli antichi romani, specialmente dei patrizi il triclinio era molto comune. Veniva usato per intrattenere gli ospiti. I commensali sedevano sdraiati su dei cuscini attorno a un tavolo basso. Un'accurata ricostruzione di un triclinio si può vedere al Museo Archeologico di Arezzo.

Il pranzo era un rituale nella vita degli antichi romani e durava dal primo pomeriggio fino a notte fonda. Generalmente da 10 a 20 commensali prendevano posto intorno a un tavolo sistemati in modo tale da enfatizzare la loro importanza a seconda della vicinanza al padrone di casa. Vista l'importanza del locale il triclinio veniva decorato con mosaici o affreschi sulle pareti. Dioniso, Venere e nature morte erano molto comuni nelle decorazioni di questi locali. Le case dei patrizi avevano almeno due triclini e non era difficile trovare case con quattro e più triclini. In queste case il triclinius maius, (grande sala da pranzo) era usato per dare delle feste alle quali erano invitati un gran numero di ospiti. I triclini più piccoli venivano usati per gli ospiti di riguardo. Per questo motivo spesso erano decorati splendidamente in modo da rivaleggiare con quelli più grandi.

Poiché nei triclini si svolgevano di solito degli spettacoli per intrattenere e allietare gli ospiti durante il pasto, nelle decorazioni dei locali era spesso inserita l'epopea di Enea e dell'Eneide.

Il triclinio prese in origine il nome dai tre letti, i Lecti Conviviuales o Tricliniares[1] su cui i padroni di casa e i loro ospiti si sdraiavano per tutta la durata del pranzo. Un letto poteva accogliere fino a tre commensali che stavano sdraiati sul lato sinistro.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tina Squadrilli, Vicende e monumenti di Roma, Staderini Editore, 1961, Roma, pag. 92

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