Tomba del tuffatore

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Dettaglio della copertura

La tomba del tuffatore è un manufatto dell'arte funeraria della Magna Grecia, proveniente dall'area archeologica di Paestum.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale che, al momento del ritrovamento, si presentavano fra loro accuratamente interconnesse e stuccate. Il pavimento della cassa era costituito dallo stesso basamento roccioso su cui era realizzata la tomba.

L'eccezionalità della scoperta risiede nel fatto che le pareti del manufatto e, cosa ancor più insolita, la stessa lastra di copertura, sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, realizzata con la tecnica dell'affresco.

Il corredo funerario rinvenuto all'interno della sepoltura era costituito da un'unica lekythos attica a figure nere, una lyra[1] e due ariballi per unguenti in alabastro. Sebbene pochi resti dello scheletro si siano conservati, la sepoltura viene comunemente attribuita ad un giovane.

Il rinvenimento[modifica | modifica wikitesto]

« Iniziatosi lo scavo, la quarta tomba posta in luce, in circostanze certamente fortunate, è la tomba del Tuffatore: si verificava così il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte.

È, la tomba del Tuffatore, una normale tomba a cassa, formata, cioè, da lastre di travertino locale [...] Nulla lasciava sospettare, al momento del rinvenimento, che questa dovesse particolarmente distinguersi dalle molte migliaia di tombe che si sono rinvenute da tempo intorno a Paestum, al di fuori di una cura particolare posta nel suturare con stucco bianco le congiunzioni tra le varie lastre, come se si fosse voluto evitare che l'acqua o il terreno penetrassero nell'interno della tomba. Sollevata la lastra di copertura, ecco apparire la tomba completamente affrescata, non solo nelle pareti interne delle quattro lastre formanti la cassa, ma anche, e questa è una strana novità, nell'interno della lastra di copertura... »

(Mario Napoli. La tomba del tuffatore in Il domani d'Italia, gennaio 1969)

La tomba del Tuffatore fu rinvenuta da Mario Napoli il 3 giugno del 1968[2], a meno di due chilometri a sud di Paestum, in una località denominata Tempa del prete[3]. Fu portata alla luce nel corso di mirate campagne di scavo, programmate nell'ambito dei Convegni sulla Magna Grecia di Taranto e volte ad indagare le interazioni realizzatesi tra quei mondi culturali della Grecia e dell'Etruria (e, indirettamente, della nascente Roma), che, proprio in prossimità dell'area pestana, trovavano l'elemento liminare[4].

Datazione[modifica | modifica wikitesto]

Gli oggetti di corredo, in particolare la Lekythos attica, unitamente alle considerazioni stilistiche di cui si dirà oltre, hanno permesso una chiara datazione al decennio compreso tra il 480 e il 470 a.C. Il manufatto si situa quindi nell'epoca aurea dell'arte pestana, in un contesto politico e sociale che aveva visto, meno di vent'anni prima, l'edificazione del tempio di Atena (impropriamente detto di Cerere) e avrebbe portato, nel lasso di due o tre decenni, il sorgere del più compiuto esempio dell'architettura pestana, il celebre tempio detto di Nettuno[5].

Contesto iconografico[modifica | modifica wikitesto]

Parete nord: Scena di Simposio
Parete sud

Alcune delle scene rappresentate richiamano una cornice conviviale, interpretando schemi tipici e di ampia diffusione nella coeva ceramica attica a figure rosse. Dieci uomini inghirlandati, adagiati sui tipici letti triclinari (le klinai), sorpresi in pose simposiali, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe. Le mani sono impegnate a sorreggere le kylikes, o ad impugnare strumenti musicali, il diaulos o la lira.

Musica e conversazione si inframezzano a invocazioni al bere o all'intrattenimento del kottabos. Due ospiti, posate le coppe su un basso tavolino, indugiano in gesti di affetto omosessuale sotto lo sguardo incuriosito di un terzo. Alla kylix protesa da uno dei simposianti sembra fare eco, da una delle pareti corte, un giovane convitato il quale, attinto il vino da un grosso cratere inghirlandato, posato su un tavolo festonato, se ne allontana recando con sé una oinochoe. Un altro convitato, accompagnato dal flauto del suo vicino, si cimenta in un canto, reclina il capo e la mano va a toccarsi la fronte, abbandonandosi al gesto convenzionale dell'estasi.

Su una delle pareti piccole una giovane auleta inaugura un breve corteo scandendo, al suono del suo strumento, l'incedere leggero e danzante (partenza o arrivo?) di un efebo nudo, forse un atleta[6] che, le spalle cinte appena da un leggero drappo azzurro, pare quasi indugiare nell'ampio gesto disteso della mano destra. Chiude il corteo un più maturo uomo barbato, forse un paidagogos[7], ammantato da un chitone ed appoggiato al nodoso bastone da passeggio.

Sulla lastra di copertura vi è infine la celebre scena che ha dato il nome alla sepoltura, un tema totalmente estraneo all'arte greca: un giovane nudo è sospeso per sempre nell'istante del tuffo solitario in uno specchio d'acqua.

Il senso emblematico[modifica | modifica wikitesto]

Le scene simposiache sono correntemente interpretate come un convivio funebre. Un'interpretazione simbolica, quale emblema di un trapasso ultraterreno, si presta bene a denotare la scena del tuffo. La piattaforma da cui si slancia il tuffatore allude forse alle pulai, le mitiche colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo, assurte a simbolo del limite della conoscenza umana. Lo specchio d'acqua, secondo la stessa opinione dello scopritore, con il suo orizzonte curvo e ondulato, rappresenterebbe quindi il mare aperto e ondoso. La posa atletica, così ravvicinata al piedistallo da far sembrare il tuffo un sorvolo, simboleggerebbe il transito verso un mondo di conoscenza: un orizzonte diverso da quella della conoscenza terrena cui un giovane greco accede secondo le convenzioni e le esperienze esemplificate nelle pratiche simposiali: l'abbandono al vino, all'eros, all'arte, sia essa musica, canto o poesia.

Alla stessa simbologia si può forse ricondurre la scena del corteo dell'efebo/atleta.

L'influenza etrusca[modifica | modifica wikitesto]

Un eromenos con il suo erastes durante un simposio.

Tutto il contesto iconografico è anomalo in un manufatto di ambiente magnogreco. L'uso di figurazioni nelle sepolture se era infatti tipico dell'Etruria[8], è invece sostanzialmente sconosciuto alla Magna Grecia le cui tombe erano al più decorate con stile calligrafico.
Anche l'associazione tra temi ultraterreni e contesti conviviali risente di un influsso artistico e cultuale proveniente dal mondo etrusco, fornendo una piena testimonianza della profondità e reciprocità degli scambi culturali e artistici tra le due civiltà sulle due sponde del Sele.

Allo stesso momento è da notare come essa marchi notevoli differenze con le raffigurazioni artistiche dell'arte etrusca. Si confronti ad esempio l'atmosfera sospesa della scena del tuffo, in un contesto fiabesco e stilizzato, con quella che pervade pitture funerarie etrusche come la tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia.

La collocazione nell'ambito dell'arte greca[modifica | modifica wikitesto]

La notizia della scoperta della tomba animò l'VIII convegno tarantino sulla Magna Grecia, dove essa fu presentata a pochissimi giorni dalla scoperta in un clima di speranze ed eccitazione. Da lì la notizia rimbalzò presto, in tutto il mondo, con un'eco vasta e non confinata al solo ambiente delle pubblicazioni scientifiche.

Molte delle aspettative e degli entusiasmi dell'epoca sono rimasti però senza risposta: l'eccezionalità del ritrovamento, mai più ripetutosi, se ne fa a tutt'oggi l'unico esempio di pittura greca di età classica e della Magna Grecia, non ha consentito tuttavia significativi progressi nella conoscenza di quella celebrata espressione dell'arte greca, pressoché interamente perduta, che è stata la pittura.

Questo manufatto isolato, anomalo, un po' cesura tra mondi diversi, rimane tuttora di difficile collocazione nel contesto evolutivo dell'arte greca. Di sicuro però, fin dalla sua prima illustrazione tarantina, viene individuato quale frutto dell'arte ellenica, il cui spirito [9] avrebbe subito a Paestum un'originale reinterpretazione attraverso la commistione con elementi di vivacità espressiva e narrativa e di realismo figurativo mutuati dall'ambiente locale, sia campano che etrusco.

Un prodotto locale?[modifica | modifica wikitesto]

Si pensi all'ironia, quasi caricaturale, che traspare dalla scena dell'avance mossa, con espressione quasi ebete, al suonatore di lira dal suo erastes e la conseguente ritrosia amorosa dell'eromenos che cattura lo sguardo curioso del vicino[10]; o alla postura di quel simposiante che nel reclinarsi estatico, toccandosi i capelli, sembra quasi sciogliersi in un gesto d'impazienza o disappunto per le prestazioni meliche del suonatore di aulos.

Questi elementi, secondo Mario Napoli, sembrano riecheggiare, in spigliatezza e fluidità narrativa, il ciclo scultoreo arcaico delle metope dell'Heraion alla foce del Sele. L'affinità stilistica con quel ciclo plastico ha suggerito allo scopritore che gli affreschi della tomba fossero il prodotto di un artista pestano, non un grande pittore, forse solo un artigiano talentuoso, e in quanto tale fedele testimone di un gusto artistico raffinato che doveva essere patrimonio diffuso e condiviso nella Paestum del V secolo.

Il ciclo pittorico lucano[modifica | modifica wikitesto]

La fortuna della pittura funeraria pestana non si esaurirà comunque con l'avvento del dominio lucano sulla città, ma continuerà ad esprimersi in un ricco ciclo di raffigurazioni rinvenute in sepolture lucane, perlopiù appartenenti alla seconda metà del IV secolo a.C., oggi esposte al fianco del tuffatore, all'interno del Museo Archeologico Nazionale di Paestum o, come nel caso della tomba di Albanella (detta della fanciulla offerente), al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Via i discinti convitati, via la musica, i tuffi eleganti, i gioiosi simposi funebri, gli efebi e gli atleti danzanti ed ecco irrompere al loro posto scatenate e polverose corse di bighe e quadrighe, guerrieri a cavallo in partenza per l'ultimo viaggio, tristi cortei echeggianti di lamentazioni femminili, pugilatori insanguinati, cani, cervi, cacciatori, ippogrifi. Sono i nuovi soggetti che ci daranno la temperatura di un mutato clima artistico fissato per sempre sulle lastre di questi veri capolavori dell'arte italica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ O meglio, il carapace di una testuggine, quasi certamente la cassa di risonanza di una lira la cui parte lignea si è decomposta.
  2. ^ È questa la corretta datazione, desumibile anche dagli scritti dello scopritore, dalla prossimità con l'VIII Convegno tarantino sulla Magna Grecia, tenutosi appunto nel 1968 e dall'articolo di Robert Ross Holloway citato in bibliografia. Si segnala che in molta letteratura, anche specialistica, la scoperta viene fatta erroneamente risalire al 1969.
  3. ^ Il termine tempa viene usato localmente per indicare una piccola altura o un'ondulazione del terreno.
  4. ^ Nel V secolo, durante la fase di massima espansione etrusca, le due etnie vivevano infatti a stretto contatto sulle opposte sponde del fiume Sele. L'area campana e il Mar Tirreno hanno fatto tradizionalmente da scenario a questo incontro, non sempre pacifico.
  5. ^ In realtà dedicato ad Era o probabilmente, come vogliono altri, ad Era e Zeus.
  6. ^ È noto infatti come esercizi e allenamenti di atleti fossero talvolta accompagnati dal suono dell'aulos (si veda, ad esempio, una delle anfore panatenaiche costituenti il corredo funerario dell'Atleta di Taranto).
  7. ^ Il paidagogos ricopriva, nella società greca, un tradizionale e delicato ruolo educativo. Pur non impartendo un insegnamento formale, aveva la responsabilità di accompagnare i giovani a scuola e di seguirne e sorvegliare la formazione.
  8. ^ Si noti però che la pittura funeraria etrusca era riservata alle sole grandi tombe a camera, anche con più ambienti, le cui espressioni esauriscono peraltro quasi totalmente l'arte pittorica etrusca, almeno quella pervenutaci.
  9. ^ Sulla cui matrice, attica o ionica, non vi è convergenza.
  10. ^ [1] Dettagli della scena dei due amanti.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Napoli. Le pitture greche della tomba del tuffatore. in Le Scienze, 2, 1969, n. 8, (pp. 9-19)
  • Mario Napoli. La tomba del Tuffatore. Bari, 1970
  • Mario Napoli. Paestum. Novara, De Agostini, 1977 (pp. 58-62)
  • Mario Napoli. Civiltà della Magna Grecia. Eurodes, Roma, 1978 (pp. 382-389)
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli. Recensione a M. Napoli, La tomba del Tuffatore, in Dialoghi di Archeologia. 4-5, 1970-1971, p. 135 e segg.
  • Christoph Hausmann. Magna Grecia, in AA.VV. Campania. Le guide di Archeo, De Agostini Rizzoli Periodici, anno 2, n. 2, 2001 (pp. 118-121)
  • Giovanni Becatti. L'arte dell'età classica. Sansoni, Firenze, 1986 (p. 238)
  • Angela Pontrandolfo. La pittura parietale in Magna Grecia, in AA.VV. I Greci in occidente, Bompiani, 1996 ISBN 88-452-2821-5 (pp. 457-478)
  • (EN) Robert Ross Holloway. The Tomb of the Diver, in American Journal of Archaeology, Vol. 110, n. 3, luglio 2006 (pp. 365-388)
  • (DE) Walter Paul Schussmann. Rhadamanthys in der Tomba del Tuffatore. Das Grab des Mysten: eine Neuinterpretation, Phoibos Verlag, 2011, ISBN 978-3-85161-061-1

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