Tomasi di Lampedusa (famiglia)

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Tomasi di Lampedusa
Stemma Tomasi di Lampedusa.jpg
StatoCoat of arms of the Kingdom of the Two Sicilies.svg
Regno delle Due Sicilie
Titoli
FondatoreMario Tomasi (n. 1555)
Attuale capo=
Rami cadettiSiena, Capua, Sicilia

I Tomasi di Lampedusa sono una famiglia storica siciliana, diramatasi dai Tomasi[1], che deve la propria notorietà in particolare al suo esponente Giuseppe Tomasi di Lampedusa e al successo editoriale da questi ottenuto, postumo, con la pubblicazione del romanzo Il Gattopardo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini: studi e leggende[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie storiche sui Tomasi risalgono al VII secolo, mentre, per quanto concerne i secoli precedenti, sono state prospettate ipotesi diverse. Secondo la tradizione sarebbe originaria di Bisanzio (330 d.C.).

Alcuni studiosi (Sansovino, Villabianca, Palizzolo Gravina) sostengono che la famiglia de' Leopardi da Roma si trasferì a Costantinopoli al seguito dell'imperatore Costantino I[2]. Filadelfo Mugnos affermò che la famiglia discendeva da Leopardo, figlio di Crispo, primogenito dell'imperatore Costantino[3]. Archibald Colquhoun ritiene che il capostipite dei Tomasi (famiglia) sia stato Thomaso il Leopardo, figlio dell'imperatore Tito e della regina Berenice.[4] Andrea Vitello, autore che ha approfondito gli studi sulla famiglia, fa discendere i Tomasi da Irene, figlia dell'imperatore bizantino Tiberio I, che sposò Thomaso detto il Leopardo, principe dell'Impero e comandante della guardia imperiale[5]

Sino a tutto il XIX secolo, come segnala Vincenzo Buonassisi, era condivisa l'opinione che individuava in due fratelli gemelli, Artemio e Giustino, gli artefici del ritorno in Italia dei Leopardi-Tomasi; nel secolo successivo la discendenza dai due gemelli, approdati ad Ancona e provenienti da Bisanzio, è stata confermata da Andrea Vitello, studioso della genealogia della famiglia Tomasi di Lampedusa, e ribadita da quanti, dopo la pubblicazione degli scritti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si sono interessati alla sua ascendenza[6]. Temendo per la loro vita a causa delle lotte al vertice dell'Impero, lasciarono Costantinopoli dopo la morte dell'imperatore Eracleo, tra il 640 e il 646, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche discenderebbero i Leopardi nei rami di Recanati, come pure sosteneva Monaldo padre di Giacomo Leopardi[7], e di Amatrice, da cui discende la schiatta, poi estinta, di Pier Silvestro Leopardi.

Titoli nobiliari[modifica | modifica wikitesto]

In Sicilia non vigeva la legge salica ed i titoli nobiliari si trasmettevano anche in linea femminile. In forza delle norme dettate nel Liber Augustalis (III, 27 “de la successione de li nobili in li feudi") e nei capitula "de successione feudalium", "de alienatione feudorum","de successione feudorum"[8] e della prammatica 14 novembre 1788 i titoli venivano trasmessi al collaterale maschio vivente più prossimo e più anziano e, in mancanza di maschi, alla femmina più prossima privilegiando le nubili. Il primo titolo nobiliare dei Tomasi di Sicilia, la baronia di Montechiaro, fu acquisito per via materna come, in epoche successive, anche le baronie di Franconeri e della Torretta.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Il casato dei Tomasi di Lampedusa, ramo staccatosi dai Tomasi di Capua, trasferitosi da Siena nel Regno di Napoli al seguito di Alfonso V d'Aragona[9] è stato immortalato nel romanzo Il Gattopardo scritto dal principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Il successo dell'opera ha determinato il diffondersi di due neologismi: il sostantivo "gattopardismo" e l'aggettivo "gattopardesco"[10].

Stemma[modifica | modifica wikitesto]

Blasonatura[modifica | modifica wikitesto]

D'azzurro, al leopardo d'oro, illeonito, sostenuto da un monte di tre cime di verde cucito[11]

Motto[modifica | modifica wikitesto]

Spes mea in Deo est. ¥

Genealogia[modifica | modifica wikitesto]

Baroni di Montechiaro e duchi di Palma[modifica | modifica wikitesto]

Il capostipite dei Tomasi siciliani, Mario (n. 1558), capitano d'armi, si trasferì dalla Campania in Sicilia, a Licata[12], dove sposò Francesca Caro baronessa di Montechiaro. Mario Tomasi e Francesca Caro ebbero due gemelli, Ferdinando e Mario, governatore del Castello di Licata e capitano dell'Inquisizione. Ferdinando (1597-1615), barone di Montechiaro[13], appena sedicenne sposò Isabella La Restia; i coniugi ebbero due gemelli, Carlo e Giulio, rimasti orfani del padre a nove mesi; quando i gemelli avevano diciassette anni morì anche la madre e lo zio Mario li chiamò presso di sé a Licata dove restarono circa sei anni.

Carlo venne nominato duca di Palma nel 1639 (il duca fu l'artefice della fondazione del paese oggi denominato Palma di Montechiaro) ma cedette baronia e ducato al fratello e prese gli ordini diventando uno dei chierici regolari teatini studioso di teologia. Scrisse numerose opere in latino e italiano, cinquantuno delle quali pubblicate[14]. Dopo la sua morte, essendogli stati attribuiti diversi miracoli, venne avviato un processo di beatificazione e fu proclamato Servo di Dio[15]. La famiglia annovera anche tre cardinali nel periodo bizantino (Fabio, durante il papato di Gregorio III, Vibiano durante quello di Alessandro II e Pietro durante il Patriarcato di Gerusalemme di Sergio III).

Duca Santo[modifica | modifica wikitesto]

Giulio I (1614-1669), duca di Palma e barone di Montechiaro venne nominato principe di Lampedusa, sposò Rosalia Traina, baronessa di Falconeri, dalla quale ebbe otto figli:

  • Francesca (1643-1727), suor Maria Serafica, badessa del monastero di Palma;
  • Isabella (1645-1699), suor Maria Crocifissa, beata (nel romanzo è ricordata come "Beata Corbera")[16];
  • Ferdinando (1647), che morì a tre mesi;
  • Antonia (1648-1721), suor Maria Maddalena;
  • Giuseppe I (1649-1713), cioè San Giuseppe Maria Tomasi;
  • Rosaria, che morì a 11 mesi (1650-1651);
  • Ferdinando (1651- 1672);
  • Alipia (1653-1734), suor Maria Lanceata.

I coniugi impartirono ai figli una rigida educazione religiosa; tutti, fatta eccezione per Ferdinando, si indirizzarono alla carriera ecclesiastica. Tale fervore religioso si perpetuò anche nei secoli successivi, tanto che i Tomasi rischiarono spesso l'estinzione[17]. Isabella, che visse come Suor Maria Crocifissa, entrò nel monastero, per lei e le sorelle fondato dal padre, il 12 giugno 1659, giorno dell'inaugurazione e con lei entrarono Francesca e Antonia: Isabella aveva quattordici anni, Francesca quindici ed Antonia undici. Nel 1661 anche la madre Rosalia entrò in convento di clausura come oblata insieme alla figlia diciottenne Alipia (l'unica che avendo solo sei anni quando vi entrarono le sorelle non le aveva seguite); fu costretta, per amministrare i vassalli, ad uscire dalla clausura quando il nipote Giulio II restò orfano.

Giulio I dedicò l'intera sua vita alla beneficenza e ad opere pie con tale assiduità ed impegno da essere definito il Duca Santo; costruì numerose chiese, un asilo per le orfanelle, un ospedale, un reclusorio per meretrici pentite, istituì un Monte di Pietà per contrastare gli usurai, avviò bonifiche e si dedicò a numerose opere sociali ed umanitarie. Il terzo principe di Lampedusa fu Ferdinando I, al quale spettarono i titoli nobiliari del padre, in quanto prima di lui erano nati solo due maschi, Ferdinando morto a tre mesi e Giuseppe I che, rinunciando ai suoi diritti dinastici, si era indirizzato alla carriera ecclesiastica. Tutte e quattro le figlie vollero entrare come suore di clausura nel Monastero Benedettino. Il fervore religioso di Giulio I e dei suoi congiunti era tale che a Palma l'intera famiglia era nota come "una razza di Santi"[18]; è ancora conosciuta a Palma una deliziosa nenia "Il testamento del Duca di Palma"[19]. Come il fratello Carlo alla sua morte Giulio I venne proclamato Servo di Dio[20]. l

Principi di Lampedusa, duchi di Palma, baroni di Montechiaro e Falconeri[modifica | modifica wikitesto]

Ferdinando I morì a soli ventun anni, l'anno successivo alla nascita del figlio Giulio II (1671-1698), nato dal matrimonio con Melchiorra Naselli e Carrillo. Anche Giulio II, morì giovane, a ventisette anni; dalla moglie Anna Maria Fiorito e Tagliavia, ebbe due figli maschi Antonino morto in tenera età e Ferdinando II, che visse quasi ottant'anni, sposò Rosalia Valguarnera e Branciforte e, rimasto vedovo, Giovanna Valguarnera e La Grua. Giulio II restò sino all'età di sette anni nel monastero che ospitava la nonna Rosalia (suor Seppellita) e le zie; compiuti i sette anni assunse l'onere della sua educazione il nonno materno Luigi, principe d'Aragona. Nonostante sia morto giovane riuscì a fondare l'Istituto delle Scuole Pie, affidato ai Padri Scolopi. Fu allievo dell'Istituto, la cui sede è oggi occupata dal comune di Palermo.

Ferdinando II (1697-1775) ebbe dieci figli, otto maschi e due femmine, Maria (1718-1795) suor Maria Crocifissa monaca del monastero di Palma e Anna Maria (m. 1751) che sposò Antonio Lucchesi Palli, principe di Campofranco. I figli maschi fatta eccezione per il primogenito Giuseppe II (1717-1792) e per Gaetano morto in tenerissima età, si diedero alla carriera ecclesiastica o a quella militare: Giulio (m. 1787) Abate di Santa Maria di Roccamadore e Prelato domestico di Clemente XIV, Salvatore (m. 1783) prete dell'Olivella, Carlo (n. 1734) gentiluomo di camera del duca di Savoia e capitano dell'esercito sardo, Gioacchino (1739-1792) esente guardie del corpo, Elia (1740-1790) capitano di artiglieria, Pietro (n. 1752) cavaliere di Malta. Ferdinando II potenziò il patrimonio della famiglia e la istituzione dell'Accademia dei Pescatori Oretei con finalità letterarie, il terzo seminario dei Nobili retto dai padri Scolopi, e l'assunzione di rilevanti ruoli politici. Fu nominato da Carlo VI grande di Spagna, fu presidente dell'arciconfraternita della Redenzione dei Cattivi, capitano di Giustizia di Palermo, pretore di Palermo, deputato del Regno, Vicario generale del Regno, maestro razionale di cappa corta del Regio Patrimonio. Giuseppe II (1717-1792) sposò Antonia Roano e Pollastra dalla quale ebbe tre figli Francesco morto in tenera età, Rosalia, moglie di Gioacchino Burgio del Vio, Duca di Villafiorita e Giulio III (1743-1812). Giuseppe II, cavaliere di Malta, fu governatore della Compagnia della Pace, ambasciatore del Senato di Palermo presso Carlo III, governatore del Monte di Pietà, capitano di Giustizia di Palermo, deputato del Regno, presidente dell'Arciconfraternita per la Redenzione dei Cattivi, Intendente Generale degli eserciti.

Il figlio Giulio III sposò Maria Caterina Romano Colonna figlia del duca di Reitano, con la quale ebbe tre figli Baldassarre cavaliere di Malta, Antonia moglie di Francesco Arduino Ruffo marchese di Roccalumera e Giuseppe III (1767-1833). Giulio III fu governatore della Pace, senatore di Palermo, rettore dell'Ospedale Grande, deputato del Regno, pretore di Palermo, governatore del Monte di Pietà, cavaliere di San Giacomo.

Giuseppe III si sposò due volte. La prima moglie, Angela Filangeri e la Farina figlia del principe di Cutò morì di parto insieme al nascituro; dalla seconda moglie Carolina Wochingher ebbe due femmine Caterina che sposò Giuseppe Valguarnera e Ruffo, principe di Niscemi e duca dell'Arenella e Antonia che sposò Francesco Caravita principe di Sirignano. L'unico maschio, Giulio IV, è il protagonista del romanzo Il Gattopardo. Giuseppe III dovette affrontare una situazione disastrosa sotto il profilo economico. La moglie Carolina, rimasta vedova, fu costretta ad affrontare numerose vertenze giudiziarie e a varare un progetto di contenimento delle spese.

Il Gattopardo e i suoi discendenti[modifica | modifica wikitesto]

Giulio Fabrizio Maria Tomasi Caro Traina IV (1815-1885), pari di Sicilia, principe di Lampedusa, duca di Palma, barone di Montechiaro e Franconeri, sposò Maria Stella Guccia e Vetrano, figlia del marchese di Ganzaria e zia del matematico Giovanni Battista Guccia, fondatore del Circolo Matematico di Palermo[21]. Diedero alla luce dodici figli, sette femmine e cinque maschi. È il principe di Salina, protagonista del romanzo del bisnipote.

Salvatore, decimo figlio, morì giovane, come la sesta, Caterina e la dodicesima, Maria Rosa.

Linea maschile[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe IV (1838-1908), primogenito del Gattopardo, sposò nel 1867 Stefania Papè e Vanni (1840-1913), dalla quale ebbe cinque figli maschi: Giulio (1868-1934), Pietro (1873-1964), Francesco (1875-1956), Ferdinando (1877-1920) e Giovanni (1879-1940).

Francesco ebbe un figlio, Giuseppe, morto ventenne nel 1945. Si sposarono, ma non ebbero figli, Pietro, Ferdinando e Giovanni, mentre il primogenito Giulio V ebbe, oltre all'autore del romanzo, una femmina, Stefania, morta a tre anni (1893-1896).

  • Giuseppe V (1896-1957), lo scrittore, principe, duca e barone, sposò nel 1932 Alessandra Wolff-Stomersee, figlia di un nobile baltico e dell'italiana Alice Barbi, che, nel 1920, in seconde nozze aveva sposato Pietro, zio di Giuseppe. Alla morte dell'autore del libro, lo zio Pietro, il parente maschio più prossimo, ereditò i titoli di principe di Lampedusa, duca di Palma e barone di Montechiaro e Falconeri. Come secondogenito era già barone della Torretta, conosciuto però come marchese (di "cortesia" secondo gli autori), titolo che usò ufficialmente nella carriera diplomatica.

Pietro fu Ministro degli Esteri, Senatore del Regno, ultimo presidente del Senato del Regno e presidente del primo Senato della repubblica. Con Pietro Tomasi Della Torretta si estinse la linea maschile.

Linea femminile

Pietro morì a Roma nel 1962, nominando eredi di quanto possedeva a Ginevra le figlie della defunta moglie, una delle quali, Alessandra Wolf Stomersee, aveva sposato Giuseppe, il nipote scrittore. I suoi beni residui, tra i quali un lussuoso appartamento a Roma, andarono agli eredi legittimi, suoi cugini di primo grado: Giuseppe Garofalo, figlio di Maria Antonia Tomasi di Lampedusa, che aveva sposato il professor Giovanni Garofalo, e le sorelle Giovanna e Maria Carolina Crescimanno, figlie di Chiara Tomasi di Lampedusa, che aveva sposato Francesco Paolo Crescimanno di Capodarso.

Fra i diversi discendenti in linea femminile rimasti in Sicilia, vi era Isabella Crescimanno di Capodarso, deceduta il 13 aprile 2015, la quale scrisse "Memorie", libro in cui venivano raccontati aneddoti della famiglia. Rimangono il fratello Cesare Crescimanno e i figli di lui Mario e Maria Laura, entrambi con figli ed altri discendenti.

Il secondogenito di Giulio Fabrizio Tomasi e di Maria Stella Cuccia, Giovanni, barone di Montechiaro, (Palermo 1840 - Baden Baden 1896) sposò la cugina prima Carolina Guccia, Il figlio Giuseppe (1871-1936) sposò Rosa Agliata; portava il titolo di conte di Celona ed aveva un grande biglietto da visita in cui dichiarava di essere il solo ed unico cugino in secondo grado di Pietro Tomasi della Torretta, senatore del Regno. Dal matrimonio nacquero quattro figli, due maschi e due femmine. Tre non ebbero discendenti; soltanto Carolina (1908 - 2016) ebbe un figlio dal marito Giuseppe Lo Piccolo (Palermo 1947). Carolina era vivente quando Pietro Tomasi della Torretta morì, Era la parente più prossima in via femminile, poiché suo padre Giovanni era il secondogenito di Giulio Fabrizio. Da questo matrimonio fra Maria Giovanni Tomasi e Guccia e la cugina Carolina Guccia nacquero una figlia Maria Stella e un maschio Giuseppe che sposo Rosa Agliata ed ebbe due figli maschi e due femmine. Erano molto poveri ed i maschi morirono di tisi lavorando nelle miniere di Montegrande, una figlia era monaca e sua sorella Carolina Cuccia e Marasà sposò l'avv. Giuseppe Lo Piccolo. Quando Pietro Tomasi della Torretta morì questo divenne il parente più prossimo in linea femminile. Ha fatto anche cognonomizzare Tomasi ed ha invertito il cognome in Tomasi Lo Piccolo. È seguito dai discendenti di Antonia Tomasi e Guccia la figlia più anziana di Giulio Fabrizio, che andò sposa al professor Giovanni Garofalo. I discendenti per via femminile di questo matrimonio sono i Di Rella Tomasi di Lampedusa. Anch'essi hanno fatto cognonomizzare il cognome Tomasi di Lampedusa e sono discendenti di Giuseppe Garofalo l'unico cugino maschio di primo grado vivente alla morte di Pietro Tomasi della Torretta,

Nessuno dei discendenti viventi avrebbe comunque avuto diritto - anche se la repubblica non avesse abolito i titoli nobiliari - al riconoscimento dei titoli in capo a Pietro (principe di Lampedusa, duca di Palma e barone della Torretta), poiché, dopo l'Unità d'Italia ed il riconoscimento negli anni venti dei titoli borbonici, poiché ad essi era stata estesa la legge salica, che escludeva le donne dalle linee dinastiche.

Secondo il diritto borbonico, invece, come si evince dall'esame dei Capitula Regni Siciliae, il capo della dinastia sarebbe diventato Giuseppe Lo Piccolo Tomasi, il parente maschio più prossimo in linea femminile. Quando Giuseppe Garofalo morì, era vivente il figlio della sua unica figlia Maria, coniugata Di Rella, Secondo la successione borbonica Aurelio DI Rella Tomasi ed i suo successori, sarebbero i successori secondo il diritto borbonico. In verità sono preceduti da Giuseppe Lo Piccolo Tomasi che non ha discendenti.

Aurelio Di Rella Tomasi di Lampedusa, avvocato, cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia e componente della Consulta dei Senatori del Regno, ha tre figli, due dei quali maschi, che si trovano immediatamente dopo di lui nella linea dinastica femminile.

Giuseppe Garofalo aveva due sorelle: Marietta, che rimase nubile, e Giulia, coniugata con Pietro Trombetta, che ebbe cinque figli (tre maschi e due femmine). Uno dei maschi, Giovanni Trombetta, avvocato, fu vice comandante militare della Resistenza ai nazisti in Liguria e. in onore della famiglia materna, assunse il nome di battaglia di "Colonnello Tomasi".

La regolamentazione dei titoli araldici vigente nel Regno d'Italia. Consulta araldica, Libro d'Oro

Con la soppressione degli ordinamenti feudali, negli Stati dove le distinzioni nobiliari sopravvissero vennero costituite speciali commissioni consultive per l'esame di questioni araldiche. Si ebbero così il tribunale araldico in Lombardia, la commissione araldica a Venezia e Parma, la congregazione araldica capitolina a Roma ecc.. Analogamente a quanto era avvenuto negli stati preunitari, anche nello stato italiano venne istituito, con il Regio Decreto 313 del 10 ottobre 1869, un organo collegiale, denominato Consulta araldica. Con il Regio Decreto 5318 dell'8 maggio 1870 venne istituito il Libro d'oro della nobiltà italiana. Questo registro avrebbe man mano raccolto le concessioni di giustizia o di grazia approvate dalla Consulta araldica. L'estratto del Libro d'oro faceva fede del loro riconoscimento da parte del Regno d'Italia.

Le successioni furono regolamentate secondo la legge vigente nel Regno di Sardegna e fu quindi ammessa soltanto la successione per via maschile secondo le norme della legge salica: maschi e primogeniti.

La Consulta fu varie volte mutata nella composizione e nelle attribuzioni fino al Regio Decreto 7 giugno 1943, n. 651. La Consulta esaminava tanto le pratiche di giustizia che quelle di grazia. Le prime erano le successioni che seguivano i principi della legge salica, le seconde quelle successioni che avevano bisogno di una sanatoria concessa con decreto reale (successioni per via femminile, in favore di membri della famiglia diversi dai maschi primogeniti). Queste successioni per grazia avevano il carattere di una rinnovazione. I titoli venivano concessi sul cognome ed erano soggetti alla legge salica nella ulteriore trasmissione. Vennero di fatto privilegiate le successioni che sanavano contenziosi all'interno delle grandi famiglie e assistita la loro sopravvivenza. I criteri erano piuttosto restrittivi, anche se il Regno d'Italia conservò spesso le regole presenti al momento della loro concessione, per cui i titoli austriaci erano riconosciuti a tutti i componenti maschili del casato. Il Libro d'oro stabiliva anche una imposta di concessione per l'iscrizione ed in assenza di questa vari titoli rimasero esclusi dall'inclusione per motivi fiscali. Era questo il caso di famiglie che avevano molti titoli e non corrisposero la tassa per tutti quelli che potevano rivendicare. Queste situazioni rimasero insanabili, in quanto Umberto II non ritenne di dover sanare situazioni fiscali in vigore nel Regno d'Italia.

La trasformazione in Repubblica Italiana nel 1946 e la successiva Costituzione del 1948 abolirono qualsiasi titolo nobiliare; la XIV disposizione transitoria e finale demandò a una legge ordinaria le modalità di soppressione della Consulta araldica; per molti anni non sopraggiungeva alcun atto al proposito e perciò si presumeva che l'organismo persistesse formalmente, pur non avendo più titolo né scopo. Infatti la sentenza della Corte costituzionale del 26 giugno 1967, n. 101, dichiarò illegittima qualsiasi legislazione araldico-nobiliare italiana susseguitasi dal 1887 al 1943. Nel 1967 ancora la Consulta sentenziò che i titoli nobiliari «non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna rilevanza». Il D.L. 112/2008 (convertito in legge 133/2008) e il Decreto legislativo 66/2010 abrogarono espressamente, rispettivamente, il R.D. 651/1943 e il R.D. 652/1943, che regolavano i titoli nobiliari, e la Consulta araldica. Dopo tali atti abrogativi, dunque, non esiste più alcuna norma giuridica relativa alla Consulta araldica e detta consulta è soppressa a tutti gli effetti.

La Consulta araldica dopo la proclamazione della Repubblica

La decisione di abbandonare l'Italia da parte di Umberto II il 13 giugno 1946 non determinò una rinuncia totale alle sue prerogative. Umberto ritenne di mantenere in vita la fons honorum spettante a casa Savoia. A partire dal 1950, Umberto II rilasciò numerosi titoli nobiliari, attenendosi alle prassi in essere ai tempi del Regno. Furono sanate molte vertenze e il Libro d'oro della nobiltà italiana continuò ad esser stampato come documento di una associazione privata. Questa si strutturò in associazioni regionali e una giunta centrale. Molti titoli furono anche assegnati a vari sostenitori della monarchia ed alla borghesia imprenditoriale, in particolare nel settore dell'edilizia.

All'interno di questa prassi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, avendo nel maggio 1946 richiesto alla corte di appello di Palermo di adottare il suo cugino in secondo grado Gioacchino Lanza di Mazzarino e di Assaro, si presentava assieme ai genitori dell'adottando Fabrizio Lanza di Assoro e Conchita Ramirez di Villarrutia in tribunale e veniva registrato l'assenso all'adozione. Nel dicembre del 1946, alla registrazione del decreto da parte della Corte di Appello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scriveva al marchese Falcone Lucifero, Ministro della Real Casa, del suo desiderio di trasmettere i titoli della famiglia al figlio adottivo, in assenza di una discendenza maschile. La lettera recava anche l'adesione e l'appoggio di Pietro Tomasi della Torretta. Successivamente Fabrizio Lanza di Assaro si recò a Villa Italia a Cascais ed Umberto II comunicò per iscritto al marchese Lucifero la sua adesione alla proposta di trasmettere il titolo di duca di Palma sul cognome all'adottando. I restanti titoli della famiglia Tomasi, secondo il regolamento araldico del Regno d'Italia, tornavano alla Corona.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Angelo Tommasi di Vignano, Notizie storiche e genealogiche sulla nobile famiglia Tommasi: Tommasi e Tomasi, rami di Siena, di Capua e di Sicilia, 1933
  2. ^ V. Palizzolo Gravina, op. cit., 363-364, segnala quanto segue: «sull'origine della famiglia Tomasi dal Villabianca appoggiato al Sansovino rileviamo essere l'antica de' Leopardi di Roma, è passata con Costantino imperatore in Costantinopoli, ove fu grande e potente sino al tempo di Eracleo imperatore, per la cui morte ella passo' in Italia, fermandosi in Ancona. La si disse Tomasi dal greco trauma, che vuol dire mirabile, però che si sa i due gemelli Artemio e Giuliano aver mostrato un ingegno meraviglioso». Tutti gli altri autori concordano nel ritenere che uno dei due gemelli si chiamasse Giustino e non Giuliano
  3. ^ F. Mugnos, op. cit., vol. III, al riguardo precisava: «Tuttavia non lascerò di dire che Artemio e Giustino fratelli gemelli, ovvero nati ambedue da un parto, cavalieri nobilissimi costantinopoliani dell'antichissima famiglia Leopardi originata da Leopardo o da Licino Leopardo figlio di Crispo primogenito dell'imperatore Costantino il grande»
  4. ^ A. Colquhoun, A dilemma of Princes, Go, 1960, p. 30.
  5. ^ A. Vitello, I Gattopardi di Donnafugata, cit., p. 39: «Capostipite della gens Thomasa-Leopardi è il generale Thomaso detto il Leopardo, principe dell'Impero Bizantino e comandante della guardia imperiale. Fu lui a sposare Irene, figlia dell'imperatore Tiberio». Tuttavia Gilmour, biografo inglese dell'Autore del libro, ritiene prive di prova le tesi di Vitello e fantasiose tutte le ricostruzioni dell'albero genealogico anteriori al ritorno in Italia della famiglia (David Gilmour, L'ultimo Gattopardo, Feltrinelli, Milano 2003, pp 20-21).
  6. ^ Vincenzo Buonassisi, op. cit., scrive: "«Tutti si accordano in dire, che ella sia greca di origine, e della città di Costantinopoli non essendo però si chiaro, se ella già di antico fosse passata in essa al tempo di Costantino, o fossevi passata di poi. Venne ella primieramente in Ancona in due fratelli Artemio e Giustino, nati di un parto, e tanto simiglianti nelle fattezze che era una meraviglia il vederli: onde anche si vuole che a cagione di questa stupenda simiglianza venissero chiamati i Tomasii, perché di prima Leopardi diceva si, spiegando l'insegna di un Leopardo»
  7. ^ scrive Andrea Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sellerio 2008 p. 31: "della comune origine era convinto il padre del poeta che fu in corrispondenza con il padre dell'astronomo; nella Istoria gentilizia di casa Leopardi di Recanati il conte Monaldo sostenne appunto la discendenza dei Leopardi dai Thomasi bizantini"
  8. ^ . I Capitula qui citati ed altri relativi al tema della successione dei feudi sono reperibili nei Capitula Regni Siciliae dei quali è stata pubblicata una ristampa anastatica dall'editore Rubbettino nel 1999
  9. ^ Girolamo Gigli, Diario Sanese, Siena, 1854, pp 548 e seg.
  10. ^ Il VI volume del Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia edito dall'UTET nel 1970 non riportava le due voci che compaiono invece a pagina 410 del supplemento del 2004. I due termini non risultavano riportati neppure nell'edizione del 1984 del Vocabolario illustrato della lingua italiana, di Devoto-Oli, editrice Selezione dal Reader's Digest. Entrambi i vocaboli sono invece riportati nel Dizionario essenziale della lingua italiana di Sabatini-Coletti pubblicato dalla casa editrice Sansoni nel 2007. Compare solo il termine gattopardismo ne Il grande italiano-vocabolario della lingua italiana di Aldo Gabrielli, edito nel 2008 dalla casa editrice Hoepli. Nel linguaggio aulico, ha avuto ingresso soltanto di recente (Mimmo Muolo, LA REGOLA D’ORO, Avvenire, 23 dicembre 2016, in ordine alle resistenze nella Curia: "il Papa ne ha evidenziate di tre tipi: aperte in quanto derivanti dal dialogo sincero, nascoste o gattopardesche, e malevole, queste ultime ispirate dal demonio").
  11. ^ A. Mango di Casalgerardo, Nobiliario di Sicilia, Reber 1912 (anche centrale/mango online: «vanta discendere dalla famiglia dei Leopardi di Costantinopoli che si vuole passata in Ancona sin dal 646 cambiando il cognome in quello di Tomasi».
  12. ^ Francesco Emanuele Gaetani marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, Palermo 1757, p. 65, "...Mario di Tomasi che da Capua passò in Sicilia, con il viceré Marco Antonio Colonna, e fu capitan d'armi nella Licata sull'anno 1585, rispondendo in quei tempi un tal uffizio al grado di Vicario generale regio d'oggidì"
  13. ^ Marchese di Villabianca, op. cit. p 65: "fu quella baronia recata in dote da Francesca di Caro e Celestre, primogenita figlia di Ferdinando ultimo barone di essa a Mario di Tomasi"
  14. ^ Tutti gli scritti di Carlo Tomasi sono enumerati e sinteticamente descritti nella seconda parte dell'opera di Antonio Francesco Vezzosi I scrittori de' chierici regolari detti Teatini" , Roma 1780, pp 349-359
  15. ^ Giovanni Bonifacio Bagatta Vita del venerabile Servo di Dio D. Carlo de' Tomasi e Caro della Congregazione de' chierici regolari Roma 1702
  16. ^ S. Cabibbo - M. Modica, op. cit, p. 85 raccontano che la beata Isabella usava flagellarsi a sangue sin dalla più tenera età.
  17. ^ Secondo Gilmour, op. cit., p. 22, a Capua su otto figli sei si fecero sacerdoti o monache
  18. ^ da Reinhard Volker, Le grandi famiglie italiane, le élite che hanno condizionato la storia d'Italia di Horst Reimann Tomasi di Lampedusa, Neri Pozza, 1996, p. 585
  19. ^ Volker, ivi, p. 588
  20. ^ Biagio della Purificazione, Vita e virtù dell 'insigne Servo di Dio D. Giulio Tomasii e Caro, duca di Palma, Prencipe di Lampedusa, barone di Monte Chiaro e cavaliere di San Giacomo , Roma, 1685
  21. ^ Benedetto Bongiorno, Guillermo P. Curbera, Giovanni Battista Guccia, Pioneer of International Cooperation in Mathematics, Springer, Heidelberg 2018.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gian Evangelista Blasi, Opuscoli di autori siciliani alla grandezza di Ferdinando Maria Tomasi, Caro, Traina e Naselli, Palermo, 1770.
  • Bonifacio Bagatta, Vita del venerabile servo di Dio D. Carlo De' Tomasi della Congregatione De' Chierici Regolari, Roma 1702.
  • Domenico Bernino, Vita del venerabile cardinale D. Giuseppe Maria Tomasi de' Chierici regolari, Roma.
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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