Tita Piaz

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Tita Piaz

Giovanni Battista Piaz, meglio noto come Tita Piaz (Pera di Fassa, 13 ottobre 1879Pera di Fassa, 6 agosto 1948), è stato un alpinista italiano.

Era chiamato "il diavolo delle Dolomiti" per l'arditezza di molte sue imprese.

La vita[modifica | modifica wikitesto]

Venne avviato a Bolzano agli studi magistrali, che per sua volontà abbandonò poco prima di terminarli. Nell'estate 1898, non ancora ventenne, entrò nella storia dell'alpinismo con la salita solitaria della Torre Winkler sul Catinaccio. La fama di tale impresa varcò i confini nazionali e molte testate giornalistiche estere scrissero di lui. Lo stesso Luigi Rizzi Feràt, allora il più famoso scalatore della valle, scese a Pera per vedere di persona chi fosse quel giovanissimo scalatore.

Nel 1903 Tita sposò Marietta Rizzi, figlia del gestore del rifugio Vajolet. Durante l'estate del 1907 aprì sul passo Pordoi una casa per turisti (Touristenheim) e la diede in gestione, almeno all'inizio, a una famiglia di meranesi. Con l'apertura della casa per turisti, l'interesse per le pareti del Gruppo del Sella, e soprattutto per il Sass Pordoi iniziava ad aumentare.

Ha aperto una cinquantina di nuove vie, tra cui 32 nelle montagne della Val di Fassa, 16 sulle Dolomiti orientali e due nel gruppo del Kaisergebirge (Tirolo austriaco).

Svolse spesso l'attività di guida alpina, accompagnando anche personaggi illustri, tra gli altri, nei primi anni del Novecento, il Re Alberto I del Belgio.

Tita Piaz fu il principale promotore della costruzione, nel 1933, del Rifugio Re Alberto, posto a quota 2.621 m alla base delle Torri del Vajolet.

È noto anche per aver inventato la tecnica della "discesa in corda doppia", invenzione contesa con Hans Dulfer. Oggi questa tecnica, passata in disuso grazie all'avvento degli imbraghi e dei moderni discensori, è nota semplicemente come "metodo Piaz", "metodo Dulfer" o "Dulfer-Piaz".

Si interessò anche ai problemi politici e sociali del suo tempo. Durante il periodo fascista venne più volte arrestato come oppositore del regime. Rimase fedele alle idee socialiste di Cesare Battisti. Nel 1930 venne arrestato nel suo albergo al Passo Pordoi (che poi chiamò albergo Col di Lana) con l'accusa di essere un sovversivo, venne imprigionato a Trento ma pochi giorni dopo fu rilasciato grazie a un deputato di Cavalese (Mendini). Nel 1944 fu imprigionato dai nazisti per nove mesi nel carcere di Bolzano.

Fu sindaco di Pera di Fassa nell'immediato dopoguerra. Il 10 settembre 1947, salì per l'ultima volta la torre Winkler, la più amata tra le torri del Vajolet nel gruppo del Catinaccio: erano trascorsi cinquant'anni da quel lontano 1897 quando, non ancora ventenne, aveva raggiunto la vetta per la prima volta.

Morì il 6 agosto 1948 nel suo paese natale per una banale caduta in bicicletta.

Principali ascensioni[modifica | modifica wikitesto]

  • 1897    Torre Winkler (m 2.800, nelle Torri del Vajolet nel Gruppo del Catinaccio).
  • 1900    Ascensione in solitaria della Punta Emma[1] del Catinaccio tramite la fessura nord-est, chiamata ora Fessura Piaz.
               Il grande alpinista austriaco Paul Preuss definì questa impresa "unica nel suo genere in relazione ai tempi".
  • 1906    Prima ascesa del Campanile Toro (m 2.345, Dolomiti friulane), con difficoltà del V grado, eccezionali per quei tempi.
  • 1908    Parete ovest del Totenkirchl (m 2.190, gruppo del Kaisergebirge nel Tirolo austriaco).
  • 1912    Prima ascensione, con Hans Dulfer, della Punta di Frida nelle Tre Cime di Lavaredo.
  • 1926    Spigolo nord dello Schenon (m 2.800, gruppo del Latemar).
  • 1935    Torre Winkler del Catinaccio, con Fosco Maraini e Sandro del Torso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La Punta Emma prende il nome da Emma Della Giacoma, cuoca del rifugio Vajolet, che aiutò Tita Piaz a preparare l'ascensione.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Arturo Tanesini, Tita Piaz: il diavolo delle Dolomiti, presentazione di Bepi Pellegrinon. - 3. ed., Belluno, Nuovi sentieri, 1986.
  • Luciana Palla, Tita Piaz a confronto con il suo mito, Istitut Cultural Ladin di Vigo di Fassa – Museo Storico in Trento, Trento 2006. ISBN 978-88-86053-67-9

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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