The Social Dilemma

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The Social Dilemma
The social dilemma.jpg
Lingua originaleinglese
Paese di produzioneStati Uniti d'America
Anno2020
Durata94 min
Generedocumentario, drammatico
RegiaJeff Orlowski:
SceneggiaturaDavis Coombe, Vickie Curtis, Jeff Orlowski
ProduttoreLarissa Rhodes
Casa di produzioneExposure Labs, Argent Pictures
Distribuzione in italianoNetflix
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

È un docufilm diretto da Jeff Orlowski e scritto dallo stesso Orlowski insieme a Davis Coombe e Vickie Curtis. Presentato il 26 gennaio 2020 al Sundance Film Festival è stato poi distribuito da Netflix negli Stati Uniti il 9 settembre 2020.

Il film esamina la diffusione dei social media e il danno che essi causano alla società, concentrandosi particolarmente sullo sfruttamento e sulla manipolazione degli utenti, attraverso l'utilizzo di tecniche come il data mining e la vendita dei dati personali.

The social dilemma approfondisce alcuni aspetti dei social media: la dipendenza che provocano, in particolare nei più giovani, l'uso in politica, il contributo alla diffusione di teorie complottistiche, gli effetti sulla salute mentale.

Il documentario presenta allo spettatore, attraverso una serie di interviste, un ritratto dei social media e delle problematiche che causano, sostenendo che siano una minaccia, ma il documentario non prevede solamente l'argomentazione di antitesi riguardanti l'uso dei social media, ma molto spesso si parla di Internet in generale.

Il primo problema è il fatto che miliardi di persone vengono influenzate da pochi cervelli che stanno dietro alle aziende come Facebook, Google e Twitter.

Attraverso le testimonianze di Tristan Harris, voce principale, (ex consulente etico di Google, ora presidente del Center For Human Technology), Justin Rosenstein (co-inventore del tasto ‘mi piace’ di Facebook) e altri (Jaron Lanier, Shoshana Zuboff, ecc…) si spiega come tutto sia utile a mantenere questo sistema: il numero di reazioni ad un post, il tempo di visualizzazione, le ricerche utilizzate tramite Google.

Il secondo problema è quello della dipendenza dai social. Gli intervistati spiegano che il creare una sorta di dipendenza verso i social è una caratteristica voluta e non un errore. La manipolazione del comportamento umano a scopo di lucro è di primaria importanza per le aziende e ciò viene attuato grazie allo scorrimento infinito e alle notifiche push, che mantengono gli utenti costantemente impegnati. I consigli personalizzati forniti da questi siti aiutano non solo a prevedere le azioni svolte dagli utenti, ma anche a influenzarle, rendendo gli utenti delle facili prede per inserzionisti pubblicitari o propagandisti..[1].

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Il filone narrativo del documentario diretto da Jeff Orlowski, regista già vincitore di un Emmy Award con Chasing Ice (2012), si muove in parallelo su due filoni: quello razionale delle interviste con figure di rilievo nella creazione dei social media: ex dipendenti, dirigenti e altri professionisti delle principali aziende tecnologiche come Facebook, Google e Apple. Gli intervistati descrivono le proprie esperienze di lavoro all'interno del mondo dei social, affermando che la nascita dei social è avvenuta per migliorare la vita degli utenti, ma che ha prodotto anche molte conseguenze negative.

Le interviste vengono alternate a scene d'invenzione che hanno come protagonista un adolescente di nome Ben, dipendente dai social media, e includono una rappresentazione metaforica del sistema di programmazione che sta alla base dei social. Il sistema viene rappresentato con l'utilizzo di tre avatar di Ben con cui il regista dà vita al sistema operativo dello smartphone del protagonista.[2]

The social dilemma si configura quindi come un interessante documentario che aiuta lo spettatore ad avviare una riflessione personale sull’utilizzo eccessivo dei social network, da consigliare soprattutto agli adolescenti, ovvero alla fascia statisticamente più a rischio per quanto riguarda il tema della dipendenza da smartphone e delle implicazioni psicologiche e sociali che ne derivano.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Nel documentario vengono intervistati diversi ex dipendenti di alcune grandi multinazionali della Silicon Valley, mentre in sottofondo viene presentato l'elenco degli effetti negativi dei social. Nelle interviste vengono esaminate le diverse problematiche relative ai social media, mentre nella parte d'invenzione viene spiegata la funzione principale dei social media.

Nel film, si afferma in modo sbrigativo e superficiale, che anche l'espansione nelle nostre vite sui social, non ha soltanto lati negativi, ma anche lati benefici:

  • La facilitazione nel connettersi con altre persone.
  • L'agevolazione nella ricerca di informazioni.
  • La ricerca di lavoro attraverso siti come LinkedIn.

Il documentario presenta Ben, un ragazzo con una chiara dipendenza da social media, che, costretto dalla madre a non utilizzare il cellulare per una settimana, entra in uno stato di crisi. I sintomi sono legati alla dipendenza da internet, ossia la necessità di stare sempre più connessi per raggiungere uno stato di temporanea soddisfazione personale. L'astinenza dà a Ben una sensazione di disagio psicofisico e un vero e proprio "craving", ovvero il desiderio incontrollabile di qualcosa che porta gratificazione all'utilizzatore, caratterizzato dall’aumento di pensieri fissi e da forti impulsi. Il protagonista cerca in tutti i modi di sfuggire all'attenzione della madre per connettersi; da questo si capisce quanto i sintomi assomiglino a quelli di una qualsiasi altra dipendenza.

Nel film vengono mostrate in parallelo le vicende di un gruppo di esperti che attraverso l'utilizzo di impulsi, immagini e informazioni personalizzate manipolano l'attenzione di tre avatar diversi che corrispondono a Ben.

Nei titoli di coda, con le raccomandazioni degli intervistati sopra citati, che consigliano tra l’altro di ridurre drasticamente il tempo passato al cellulare, di evitare di creare profili social a ragazzi troppo giovani, di disattivare le notifiche, di seguire più personaggi politici possibile e di ampliare gli interessi seguiti attraverso queste piattaforme. Tutto questo con il fine ultimo di ‘spiazzare’ gli algoritmi ed evitare che ci condizionino oltre misura

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Attori
Nome Personaggio interpretato
Skyler Gisondo Ben
Kara Hayward Cassandra
Sophia Hammons Isla
Chris Grundy Patrigno
Barbara Gehring Madre
Vincent Kartheiser Intelligenza artificiale
Catalina Garayoa Rebecca
Intervistati
Nome esperienze lavorative
Tristan Harris[3] Presidente e co-fondatore del Center for Humane Technology[4], ha lavorato come esperto di etica del design in Google.
Aza Raskin Co-fondatore del Center for Humane Technology e dell'Earth Species Project. È anche scrittore, imprenditore e inventore.[5]
Tim Kendall CEO dell'app Moment.[6]Ex dirigente di Facebook (2006-2010)

Ex presidente di Pinterest

Jaron Lanier Padre della realtà virtuale,[7] è anche un compositore, informatico e saggista.

Scrittore di filosofia del computer americano, informatico, artista visivo e compositore di musica classica contemporanea

Autore di dieci argomenti per eliminare i tuoi account sui social media in questo momento (2018)

Roger McNamee Socio fondatore della società di venture capital Elevation Partners. Prima di co-fondare la società,

ha co-fondato la società di private equity Silver Lake Partners e ha diretto il T. Rowe Price Science and Technology Fund.

Justin Rosenstein Creatore del "Mi piace" su Facebook[8]ingegnere per Facebook e Google.
Shoshana Zuboff Scrittrice americana, sociologa e docente all'Università di Harvard, è autrice di diversi libri che approfondiscono i legami sociali nell'era digitale e i suoi impatti sulla società.[9]
Jeff Seibert Imprenditore americano, co-fondatore di Digits[10], è stato supervisore di Twitter per un breve periodo.
Chamath Palihapitiya Investitore, ingegnere e CEO di Social capital, è stato uno dei primi dirigenti senior di Facebook (2007-2011).
Sean Parker Ex-presidente di Facebook.
Anna Lembke Psichiatra americana a capo della Stanford Addiction Medicine Dual Diagnosis Clinic presso la Stanford University.
Jonathan Haidt Professore di Leadership etica alla Stern School of Business della New York University.[11] Le sue principali aree di studio sono la psicologia della moralità e delle emozioni morali.

Psicologo sociale presso la New York University (NYU) Stern School of Business.

Autore di The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion (2012)

Sandy Parakilas Responsabile per problemi di privacy sulla piattaforma Facebook, ha lasciato Facebook nel 2012 dopo aver avvertito il management dell'azienda sulle conseguenze potenzialmente dannose delle politiche della società sulla condivisione dei dati.[12] Ex dirigente della produzione presso Uber.
Cathy O'Neil Matematica, esperta di dati e scrittrice americana. È la fondatrice del blog mathbabe.org e ha scritto libri sulla scienza dei dati.
Randima Fernando Ex Product Manager presso NVIDIA.

Co-fondatore del Center For Humane Technology.[4]

Ex direttore esecutivo di Mindful Schools

Joe Toscano Ex consulente del design presso Google.
Bailey Richardson Componente del primo team di Instagram.
Rashida Richardson Avvocata americana e attivista presso la New York Civil Liberties Union.
Guillaume Chaslot Membro della Mozilla Foundation ed ex ingegnere di YouTube.[1]
Cynthia M. Wong Ricercatrice senior in Internet presso Human Rights Watch.

L'algoritmo[modifica | modifica wikitesto]

Cos'è un algoritmo?[modifica | modifica wikitesto]

Algoritmo. È una parola apparentemente oscura, che porta alla mente chissà quali stratagemmi di hacker chiusi in tetri garage illuminati a malapena da un neon ronzante. In realtà, è un termine matematico, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Era il nono secolo quando il persiano Al-Khuwarizmi (da cui il termine algoritmo) utilizzò per primo questo strumento per risolvere analiticamente problemi più o meno complessi. Oggi le basi del ragionamento logico sono insegnate nelle scuole: i primi algoritmi si abbozzano nelle lezioni di informatica delle superiori. Niente di oscuro, dunque.

Il termine algoritmo, oggi quasi esclusivamente informatico, è salito alla ribalta con la diffusione dei social media. Facebook e soci sono sistemi di informazioni basati su algoritmi il cui scopo è filtrare i milioni di informazioni e mostrarne a ciascun utente soltanto una minima parte, ritenuta più pertinente.

Come funziona l'algoritmo dei social?[modifica | modifica wikitesto]

Vestendo i panni del social media di turno, questo procedimento ha pienamente senso: Instagram & co. hanno tutto l’interesse affinché ogni loro utente si trovi a suo agio all’interno della piattaforma. Tale comodità assume i tratti del filtraggio informativo. Dal lato, dell’utente che accede più o meno frequentemente ai social media, si riconosce che questo filtraggio può essere decisamente comodo: sarebbe impossibile per ciascun utente riuscire a governare le centinaia e centinaia di post che altri contatti pubblicano ogni minuto.

Sempre parlando in estrema sintesi, possiamo affermare che la selezione dei contenuti dei principali social media è basata sulle interazioni di ciascun utente: se una persona interagisce spesso con un altro soggetto (per esempio con un like o con un commento), tali interazioni saranno intese come un segnale di interesse verso tale soggetto. Come risultato, questi profili particolarmente «apprezzati» saranno esibiti più spesso all’utente, con lo scopo di offrirgli la miglior esperienza di navigazione (in gergo: user experience).

Facebook[modifica | modifica wikitesto]

Facebook, dalla sua nascita, ha registrato diverse modifiche nel suo algoritmo. A seguito dell’affollamento della piattaforma, spesso causato anche dalla pubblicazione di contenuti di scarso valore, il social network più utilizzato al mondo (circa 2 miliardi di utenti attivi giornalieri) ha fatto un’inversione di marcia, decidendo di dare più risalto alle persone e non alle aziende.

Questo cosa significa? Semplicemente vuol dire che, tutti i marchi presenti sulla piattaforma sono “costretti” ad investire in advertising per ottenere una maggior visibilità. Facebook guadagna dalle inserzioni, quindi dagli investimenti dei vari brand che decidono di utilizzarlo per promuoversi e per raggiungere un pubblico più ampio.

  1. Facebook prende ogni post disponibile nella rete di ogni utente e vi assegna un punteggio in base a segnali di classificazione predeterminati, come il tipo di post, la recency, ecc.
  2. Successivamente, elimina i post con cui è improbabile che l'utente interagisca, in base al comportamento passato. Inoltre, retrocede i contenuti che secondo lui, l'utilizzatore non vuole vedere, come ad esempio articoli acchiappaclick (clickbaiting), disinformazione o contenuti che si è esplicitamente dimostrato di non gradire.
  3. Quindi, costruisce una rete neurale sui restanti post per assegnarvi un punteggio in modo personalizzato e li classifica in ordine di valore.
  4. Infine, organizza una sezione trasversale di tipi di media e fonti in modo che ogni utente abbia una varietà interessante di post da scorrere.

Instagram[modifica | modifica wikitesto]

Instagram, in un suo recente comunicato stampa, ha svelato l’esatto funzionamento del suo algoritmo. Se al momento della sua nascita, il social network fotografico mostrava i post pubblicati in ordine cronologico, ad oggi ci troviamo con un feed basato sulla pertinenza.

Secondo i dati Instagram, prima di questa modifica di algoritmo, gli utenti non riuscivano a vedere il 70% di tutti i post ed il 50% di quelli pubblicati dagli amici. Dati alla mano, è stato dimostrato che la variazione abbia portato gli iscritti alla piattaforma a vedere il 90% dei post dei propri amici, oltre che quelli delle aziende seguite.

Andiamo ora a vedere com’è cambiato l’algoritmo e quali sono i fattori che contribuiscono alla visione dei post dei “seguiti” su Instagram, che si possono riassumere come:

  • interesse;
  • recency;
  • relazioni.

Tutto parte dalla previsione da parte di Instagram del potenziale engagement di un contenuto pubblicato. Questa viene effettuata attraverso l’intelligenza artificiale, in grado di comprendere i contenuti simili in passato apprezzati dai singoli utenti, ecco perché si parla di interesse.

Altro dato fondamentale è la recency, ovvero il tempismo con il quale un post video o fotografico viene pubblicato. Anche se di minor importanza rispetto al passato, il fattore temporale resta comunque uno degli ingredienti che compongono il nuovo algoritmo.

In ultimo, ma non certo per importanza, su Instagram contano le relazioni. L’intelligenza artificiale verifica il rapporto tra gli utenti, scegliendo di mostrare i post delle persone più vicine, calcolando le interazioni tra loro.

A questi tre criteri si aggiungono poi altri fattori minori come la frequenza di accesso all’app, il numero di persone seguite e perfino la durata delle sessioni.

LinkedIn[modifica | modifica wikitesto]

Su LinkedIn, i contenuti sono molto più longevi rispetto a Facebook. Questo avviene proprio perché il suo algoritmo è studiato per mostrare tutti quei post che possono interessare ad un utente.

In particolare, esso tiene conto della cronologia dei contenuti postati e della forza delle connessioni presenti tra l’utente e coloro che compongono la sua rete professionale.

Insomma, maggiore sarà la cura che si avrà del proprio profilo LinkedIn e nelle relazioni, maggiori saranno le probabilità di ottenere un alto engagement con il tempo.[13]

Netflix[modifica | modifica wikitesto]

Ogni volta che si accede al servizio Netflix, il sistema di consigli è programmato per aiutare l'utente a trovare facilmente una serie TV o un film da guardare. Esso stima la probabilità che l'utilizzatore possa guardare un determinato titolo del suo catalogo sulla base di una serie di fattori, tra cui:

  • le interazioni con il servizio;
  • altri abbonati con gusti e preferenze simili;
  • informazioni sui titoli, come il genere, le categorie, gli attori, l'anno di uscita, ecc.

Oltre ai titoli che si trovano su Netflix, per personalizzare al meglio i consigli il sito esamina anche fattori come:

  • l'ora del giorno in cui si guarda Netflix;
  • i dispositivi che si utilizzano per guardare Netflix;
  • per quanto tempo viene guardato Netflix.

Tutte queste informazioni costituiscono dati di input che elabora nei suoi algoritmi.

Quando si crea un account Netflix o si aggiunge un nuovo profilo all'account esistente, il sito chiederà di scegliere alcuni titoli che potrebbero piacere. Utilizzando questi titoli per consigliare contenuti che potrebbero interessare l'utente

Una volta che si inizia a guardare Netflix, i titoli guardati sostituiranno le preferenze iniziali, e man mano che si utilizza il servizio nel tempo, i titoli guardati più di recente andranno a sostituire quelli guardati in passato ai fini del sistema di consigli.

Oltre a scegliere quali titoli includere nelle righe sulla home page di Netflix, il sito classifica ogni titolo all'interno della riga, nonché le righe stesse, utilizzando algoritmi e sistemi complessi per fornire un'esperienza personalizzata. In pratica, quando visualizzi la home page di Netflix, i titoli sono classificati in modo da essere presentati nel miglior ordine possibile in base a ciò che può piacere o meno.[14]

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei primi a rispondere alle critiche del docufilm è stato proprio il creatore di Facebook Mark Zuckerberg, egli ha pubblicato un lungo intervento in cui prende le distanze dal documentario, accusandolo di “seppellire il contenuto nel sensazionalismo”. Secondo i rappresentanti di Facebook, infatti, “invece di offrire uno sguardo sfaccettato alla tecnologia, dà una visione distorta di come funzionano i social media per creare un perfetto capro espiatorio per quelli che sono problemi sociali complessi e difficili”. Una delle critiche principali è quella rivolta all’algoritmo di selezione dei contenuti, che farebbe vedere a un utente solo le cose che già in partenza potranno piacergli o con cui sarà d'accordo, con il risultato di esacerbare gli scontri politici e d’opinione; anche su questo Facebook risponde sostenendo che l’algoritmo è invece uno strumento “utile e rilevante”.[15]

Nel 2010, la scrittrice britannica Zadie Smith ha invitato gli utenti di Facebook a fare un passo indietro e a considerare l'aspetto del proprio “wall” di Facebook: non sembra ridicolo, ha chiesto, “la tua vita in questo formato? L'ultima difesa di ogni Facebook addicted è: "mi aiuta a restare in contatto con le persone che sono lontane" Bene, anche email e Skype fanno questo e hanno il vantaggio di non costringerti a interfacciarti con la mente di Mark Zuckerberg”.[16]

“Mai prima d'ora nella storia le decisioni di una manciata di designer (per lo più uomini, bianchi, residenti a San Francisco, di età compresa tra 25 e 35 anni) che lavorano in 3 aziende” – Google, Apple e Facebook – “hanno avuto un impatto così grande su come milioni di persone tutto il mondo dedicano la loro attenzione", ha scritto l' "etico del design" di Google Tristan Harris in un manifesto PowerPoint di 144 pagine chiamato A Call To Minimize Distraction & Respect Users' Attention.

Su Huffpost, Adele Sarno definisce “The social dilemma” non tanto come il documentario che tutti dobbiamo guardare quanto piuttosto il documentario che tutti siamo costretti a guardare. Il doc che fa conoscere a tutto il mondo l’algoritmo che governa i socialnetwork usa proprio un algoritmo per fare in modo che tutti lo guardino.[17]

Anche il New York Times ha commentato l'argomento, affermando che il film presenta "disertori di coscienza di aziende come Facebook, Twitter e Instagram che spiegano che la perniciosità delle piattaforme di social network sia una caratteristica, non un bug".

Ovviamente non sono mancate le critiche a favore del documentario, Mark Kennedy di ABC News ha definito il film "uno sguardo illuminante sul modo in cui i social media sono progettati per creare dipendenza e manipolare il nostro comportamento, raccontato da alcune delle stesse persone che hanno supervisionato i sistemi in luoghi come Facebook, Google e Twitter". " e ha dichiarato che "ti farà immediatamente desiderare di gettare il tuo smartphone nel bidone della spazzatura e poi gettare il bidone della spazzatura attraverso la finestra di un dirigente di Facebook".[18]

Dennis Harvey di Variety ha affermato che il film fa un buon lavoro nello spiegare come "ciò che è a rischio, chiaramente non è solo il profitto, o i bambini poco socializzati, ma la fiducia empatica che lega le società, così come la solidità delle istituzioni democratiche, rendendo il nostro apprendimento indebolito da una dieta costante di "meme" che deformano la prospettiva ".[19]

David Ehrlich di IndieWire ha affermato che il film è "l'analisi dei social media più lucida, succinta e profondamente terrificante mai creata". Una recensione del Financial Times ha affermato che il film "descrive con attenzione i livelli di depressione tra bambini e adolescenti; i terrapiattisti ei suprematisti bianchi; il genocidio in Birmania; la disinformazione sul Covid; e la messa in pericolo della verità oggettiva e la disgregazione sociale».[20]

Un articolo di Paolo Sawers pubblicato su Venture Beat definisce il film "una chiamata alle armi che si sforza di provocare una risposta reale da parte di legislatori, aziende e pubblico in generale prima che sia troppo tardi".[21]

In un articolo di recensione di Vanity Fair, affermano " Il dilemma sociale potrebbe finalmente convincerti che siamo osservati, manipolati e fuorviati da piattaforme senza scrupoli e algoritmi che attirano l'attenzione".[22]

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

Lakeshore Records ha pubblicato un album della colonna sonora per il documentario Netflix The Social Dilemma. L'album contiene la musica originale del film composta da Mark Crawford. È inclusa anche la cover di Brandi Carlile e Renée Elise Goldsberry di I Put a Spell on You (disponibile anche separatamente come singolo digitale).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Eugenio Spagnuolo, «The Social Dilemma», chi sono i protagonisti (da Tristan Harris a Jaron Lanier e Justin Rosenstein), su GQ Italia. URL consultato il 3 gennaio 2020.
  2. ^ The Social Dilemma (2020) noi e i social network -Recensione del docufilm, su State of Mind, 25 novembre 2020. URL consultato il 22 febbraio 2021.
  3. ^ Tristan Harris, su tristanharris.com. URL consultato il 4 gennaio 2020.
  4. ^ a b Center for Humane Technology, su humanetech.com. URL consultato il 4 gennaio 2020.
  5. ^ (EN) Aza Raskin, su bigthingsconference. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  6. ^ (EN) About us, su inthemoment.io. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  7. ^ Jaron Lanier, su wired.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  8. ^ Justin Rosenstein creatore del tasto mi piace, su www.repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  9. ^ Shoshana Zuboff, su www.repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  10. ^ Jeff Seibert - Medium, su medium.com.
  11. ^ (EN) Jonathan Haidt – Thomas Cooley Professor of Ethical Leadership, su NYU Stern. URL consultato il 25 gennaio 2020.
  12. ^ Sandy Parakilas lascia facebook, su ilmessaggero.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  13. ^ Algoritmo cos'è e perché dovresti conoscerlo se fai social media., su factorycommunication.it.
  14. ^ Funzionamento del sistema di consigli di Netflix, su help.netflix.com. URL consultato il 09/06/2021.
  15. ^ Facebook risponde alle critiche di The Social Dilemma, su Wired, 6 ottobre 2020. URL consultato il 5 giugno 2021.
  16. ^ (EN) 'A climate change-scale problem': how the internet is destroying us, su the Guardian, 8 settembre 2020. URL consultato il 5 giugno 2021.
  17. ^ "The social dilemma" spiega, ma usa, le trappole del web. E ci costringe a guardarlo (di A. Sarno), su L'HuffPost, 24 settembre 2020. URL consultato il 5 giugno 2021.
  18. ^ (EN) A. B. C. News, Review: Put down that phone, urges doc 'The Social Dilemma', su ABC News. URL consultato il 5 giugno 2021.
  19. ^ (EN) Dennis Harvey, Dennis Harvey, ‘The Social Dilemma’: Film Review, su Variety, 1º febbraio 2020. URL consultato il 5 giugno 2021.
  20. ^ Subscribe to read | Financial Times, su www.ft.com. URL consultato il 5 giugno 2021.
  21. ^ (EN) The Social Dilemma: How digital platforms pose an existential threat to society, su VentureBeat, 2 settembre 2020. URL consultato il 5 giugno 2021.
  22. ^ (EN) Anthony Breznican, This Documentary Will Make You Deactivate Your Social Media, su Vanity Fair. URL consultato il 5 giugno 2021.

Collegamenti[modifica | modifica wikitesto]