Cocktail Party

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Cocktail Party
Dramma in tre atti
AutoreThomas Stearns Eliot
Titolo originaleThe Cocktail Party
Lingua originaleInglese
AmbientazioneLondra, nell'appartamento dei Chamberlayne
Composto nel1949
Prima assoluta22 agosto 1949
Lyceum Theatre, Edimburgo
Prima rappresentazione italianaTra il 1949 ed il 1951
Presumibilmente al Teatro Nuovo di Milano
PremiTony Award 1950 per miglior dramma
Outer Critics Circle Awards 1950 per miglior dramma
New York Drama Critics' Circle Award 1950 come miglior dramma straniero
Personaggi
  • Edward Chamberlayne
  • Lavinia Chamberlayne
  • Peter Quilpe
  • Celia Coplestone
  • Julia Shuttlethwaite
  • Alexander MacColgie Gibbs
  • L'ospite non identificato, più tardi conosciuto come Sir Henry Harcourt Reilly
  • Un'infermiera
  • L'uomo del catering
 

Cocktail Party (The Cocktail Party) è un dramma in tre atti del 1949, composto dal drammaturgo e poeta statunitense (poi naturalizzato britannico) Thomas Stearns Eliot. Il titolo con cui l'opera era stata precedentemente pensata era The One-Eyed Riley, in riferimento ad una canzone popolare citata all'interno dell'opera stessa che ha questo titolo.

Il dramma venne composto per essere rappresentato al Festival di Edimburgo del 1949, anno in cui Eliot era già stato naturalizzato suddito britannico. Scritto nella forma metrica del blank verse, è caratterizzato da una accurata selezione di vocaboli in funzione della loro musicalità, accento, ma disposti in modo da risultare, all'ascolto, in una forma prosastica vicina alla lingua parlata.[1]

L'opera si divide in tre atti, di cui solo il primo diviso in tre scene; la divisione temporale degli atti stessi è debitrice del romanzo più che della drammaturgia in senso stretto: mentre tra le tre scene del primo atto passano poche ore, divise in due giorni, il secondo atto è ambientato poche settimane dopo gli accadimenti del primo mentre il terzo due anni dopo.

Per l'argomento trattato, ossia il martirio ed il sacrificio personale, è considerato debitore dell'Alcesti di Euripide.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La scena è a Londra, in un appartamento di una coppia inglese (Edward e Lavinia Chamberlayne) nel mezzo di un cocktail party dove sono presenti diversi personaggi familiari, ad eccezione di un ospite che nessuno conosce.

Lavinia ha organizzato il party, fuggendo tuttavia di casa, lasciando solo poche righe di commiato al marito: ormai il party è in atto ed Edward deve gestire la situazione, riuscendo a portarlo a termine mentendo agli ospiti sull'assenza di Lavinia. Una volta rimasto solo con l'ospite sconosciuto, gli rivelerà di essere stato lasciato dopo cinque anni di matrimonio.

Con grande sorpresa, lo sconosciuto si offre di riportare Lavinia a casa entro il giorno dopo, a patto che Edward non le chieda dove lei sia stata. Edward accetta e, desideroso di riavere sua moglie, si rende gelido con la sua amante, Celia Coplestone, la quale lo lascia a sua volta dopo aver capito che la loro relazione non ha storia.

Lavinia torna a casa, ma sembra affetta da amnesia: rimasti soli, però, inizia un litigio dove si rinfacciano le crepe della loro relazione. In realtà Lavinia ha plagiato il marito che, persa Celia, si ritrova solo ed intrappolato in una situazione di svantaggio. Edward decide così di farsi curare dallo psicologo Sir Henry Harcourt Reilly, il quale altri non è che l'ospite sconosciuto del suo party, al quale confessa di detestare sua moglie ma di come sia da lei dipendente, proprio perché lo ha privato della libertà. Reilly gli suggerisce di comparare la sua patologia con quella di un altro paziente, per trovare una possibile cura: Edward accetta ma l'altro paziente è Lavinia, la quale confessa di essere mancata da casa a causa di un ricovero dovuto ad un collasso nervoso. Motivazione, l'essere stata lasciata dall'amante ed amico di famiglia Peter Quilpe, poiché quest'ultimo si è innamorato di un'altra donna, che si scopre essere proprio Celia. I coniugi si confessano le proprie infedeltà e constatano come i rispettivi amanti li abbiano traditi intrecciando tra loro una relazione. Reilly emette la sentenza: Edward è incapace di amare e Lavinia non sa essere amata. Proprio per questo motivo sconsiglia loro di avere relazioni extra-coniugali, perché destinate a fallire: non resta loro che tornare assieme cercando di curare le reciproche carenze.

Anche Celia è paziente di Reilly: nel corso di una seduta gli racconta di aver amato un uomo in cui ha visto qualcosa che in realtà non esisteva. È anche disperata dall'assenza di Peter Quilpe che, convinto che Celia non lo ami più, è tornato nella natia California sotto consiglio dell'amico Edward il quale ovviamente ignorava la relazione che lo stesso aveva con sua moglie Lavinia. Reilly, il quale nota la vocazione di Celia al sacrificio, le consiglia o di vivere una vita senza trasgressioni o di farsi ricoverare in una clinica anomala per placare i suoi sensi di remissione. Celia accetta la seconda opzione.

Due anni dopo gli ospiti si ritrovano in casa Chamberlayne per l'ennesimo cocktail party: Peter Quilpe, tornato dalle Indie dove stava girando un film, chiede di Celia. Ma gli ospiti sono costretti a rivelargli che la ragazza, ricoverata in un'isola sperduta in una clinica particolare, è stata uccisa dai cannibali che, afflitti da una pestilenza, la scelgono come vittima sacrificale. La scena si chiude con il ritorno alla normalità sociale apparente di Edward e Lavinia.

La prima rappresentazione[modifica | modifica wikitesto]

Il Lyceum Theatre di Edimburgo, dove avvenne la prima rappresentazione del dramma

La prima messa in scena del dramma, che avvenne al Festival di Edimburgo dal 22 al 27 agosto del 1949, comprendeva il seguente cast[2]:

I produttori erano Gilbert Miller ed Henry Sherek. La regia era affidata a E. Martin Browne, già sensibile traduttore scenico dei lavori di Eliot e dei mystery plays del ciclo di York. La scena era stata concepita come "una piacevole casa Vittoriana con una calda atmosfera"[3], con tutti gli oggetti scenici in linea con l'ambientazione: stile classico, un telefono bianco, l'unica nota di colore era costituita da un quadro della pittrice Marie Laurencin. Anthony Holland era lo scenografo. La costumista Pamela Sherek, moglie di uno dei produttori, disegnò i costumi seguendo attentamente gli ultimi dettami della moda del ricco West End londinese, per armonizzare la ricchezza del set con i personaggi contemporanei.[4] Tra il pubblico, presenziava anche il poeta italiano Eugenio Montale.

La critica, che attendeva impaziente un nuovo lavoro di eliotiano, reagì in maniera positiva, nonostante alcune voci nel coro stroncarono senza pietà la pièce, giudicandola noiosa.[5]

Lo spettacolo si spostò successivamente a Brighton, al Royal Theatre, ed il 19 dicembre 1949 avvenne la prima cittadina; qui venne replicato per due settimane, mantenendo inalterato il cast.

La versione di Broadway[modifica | modifica wikitesto]

I produttori Miller e Sherek decisero di portare lo spettacolo a Broadway: nonostante l'ottima accoglienza della critica britannica, pensarono che i palcoscenici statunitense avrebbe riservato maggior calore al The Cocktail Party.

Il cast subì due significativi cambiamenti: i ruoli di Lavinia Chamberlayne e Peter Quilpe furono affidati rispettivamente da Ursula Jeans e Donald Houston a Eileen Peel e Grey Blake. Un'altra variazione del cast avvenne nel ruolo della segretaria, passato ad Avril Conquest.

La prima avvenne il 21 gennaio 1950 all'Henry Miller Theatre di Broadway, con un parterre in cui figuravano la famosa attrice Ethel Barrymore ed il duca e la duchessa di Windsor. Fu un successo: si replicò per 409 volte, tanto che le rappresentazioni terminarono il 13 gennaio dell'anno successivo.[6] Lo spettacolo fu premiato con il Tony Award e l'Outer Critics Circle Awards come miglior spettacolo, ed il New York Drama Critics' Circle Award come miglior spettacolo straniero.[7]

Le versioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, la prima messa in scena datata presumibilmente 1950 si deve alla regia di Mario Ferrero[8], già regista teatrale delle opere di Eliot: non si sa con precisione dove lo spettacolo debuttò, ma forse fu al Teatro Nuovo di Milano: il 26 settembre 1951, tuttavia, gli archivi del Teatro Eliseo di Roma registrano una ripresa diretta da Ferrero con Eva Magni, Renzo Ricci, Lia Zoppelli, Mercedes Brignone, Tino Bianchi, Fernando Caiati, Gianni Galavotti e Delia Bartolucci. La compagnia teatrale era quella di Renzo Ricci, le scene erano state realizzate da John Ralph Moore[9].

Un'altra ripresa è del 1953, ma non esistono molte informazioni in merito: il cast artistico era composto da Enzo Ferrieri, Tino Bianchi, Mercedes Brignone, Raoul Grassilli, Enrica Corti, Diego Michelotti, Memo Benassi[10].

Il 1º febbraio 1969 The Cocktail Party venne portato a Roma, sul palcoscenico del Teatro Valle, con un cast che recitava la presenza di Nando Gazzolo, Massimo Foschi, Ileana Ghione, Gianni Santuccio, Maria Fabbri, Carlo Reali. Le scene ed i costumi erano a cura di Lucio Lucentini, le musiche composte da Roman Vlad[11].

Sempre Mario Ferrero sarà il regista della trasposizione televisiva del dramma[12], trasmesso dalla rete nazionale il 3 e 4 aprile 1969: la traduzione era a cura di Salvatore Rosati, mentre le scene ed i costumi sempre a cura di Lucentini. I nomi dei personaggi vennero italianizzati, al punto di cambiare totalmente alcuni di essi. Il cast artistico era composto in buona parte dagli artisti della ripresa capitolina di due mesi prima:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il testo era stato concepito grazie a consigli dell'amico ed allora coinquilino John Davy Hayward, di professione critico ed editore
  2. ^ Thomas Stearns Eliot. The Cocktail party. Harvest Books, New York, 1950 ISBN 0-15-618289-0
  3. ^ Randy Malamud, T.S. Eliot's Drama: A Research and Production Sourcebook, Greenwood Press, Westport, Connecticut – Londra 1992, pag. 115.
  4. ^ I costumi vennero descritti ed elogiati dalla giornalista Mary Carson nell'edizione del "Glasgow Herald" del 31 agosto 1949.
  5. ^ Le cronache della prima rappresentazione sono contenute in Michael Grant, T.S. Eliot: The Critical Heritage, II voll., Routledge, Londra - New York 1997, p. 591 e segg., e in Randy Malamud, T.S. Eliot's Drama: A Research and Production Sourcebook, Greenwood Press, Westport, CT 1992, p. 120 e segg.
  6. ^ *(EN) Scheda su The Cocktail Party, su Internet Broadway Database, The Broadway League.
  7. ^ on line Tratto da una recensione del "Time" datata 30 gennaio 1950, senza firma. Tra le altre cose vi si elogia l'interpretazione, dominante sulle altre, di Alec Guinness.
  8. ^ Marco Andreoli, Roma piena di topi, in “Ubu Settete”, n. 0 febbraio 2003. Dello stesso autore, la notizia è riportata anche in Roma. Gli angoli della drammaturgia abusiva, in “Matità”, n. 2 maggio 2003.
  9. ^ Al Burcardo di Roma sono conservati 7 scatti del fotografo di scena, Gastone Bosio, che si riferiscono a questa rappresentazione.
  10. ^ Esiste un'audiocassetta, al Burcardo di Roma, contenente una registrazione dello spettacolo. Radio Televisione Italiana1990-1991, Audiocassetta 14, lato B.
  11. ^ Il Centro Studi e Documentazione del Teatro di Roma conserva una serie di scatti della rappresentazione. Nel cast artistico, la Fabbri risulta erroneamente con il nome di Maria. Per accedere al sito è necessaria la registrazione.
  12. ^ Archivio personale Ileana Ghione, sez. Lavori Televisivi – Prosa, n. 25-26. La scheda tecnica, con altre, è disponibile in formato pdf

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