Terremoto dell'Alpago del 1873

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Terremoto dell'Alpago del 1873
Belluno - piazza Duomo dopo il terremoto del 1873.jpg
La piazza del Duomo di Belluno dopo il terremoto del 1873
Data 29 giugno 1873
Ora 04:58 (CEST(+1)
Magnitudo Richter 6.3
Distretto sismico Bellunese
Epicentro Chies d'Alpago
46°10′01.2″N 12°22′58.8″E / 46.167°N 12.383°E46.167; 12.383Coordinate: 46°10′01.2″N 12°22′58.8″E / 46.167°N 12.383°E46.167; 12.383
Nazioni colpite Italia Italia
Intensità Mercalli IX-X[1]
Vittime 80 morti e 83 feriti
Mappa di localizzazione: Italia
Terremoto dell'Alpago del 1873
Posizione dell'epicentro

Il terremoto dell'Alpago del 1873 fu un terremoto avvenuto il 29 giugno 1873 in provincia di Belluno nell'area geologicamente attiva dell'Alpago nella regione del Veneto (la zona è classificata con un indice di rischio 2 su una scala di 4).

La magnitudine del sisma fu di 6.3 Richter e l'intensità pari a IX-X (Violenta-Estrema) sulla scala Mercalli[1]. Furono registrati danni nelle province di Belluno, Treviso e Pordenone.

Eventi sismici[modifica | modifica wikitesto]

Il sisma principale, preceduto da una piccola scossa registrata la notte del 13 giugno, si verificò alle 04:58 del mattino del 29 giugno 1873, nel giorno in cui veniva celebrata la festa dei santi Pietro e Paolo[2].

Il sisma venne fortemente percepito in tutta la regione del Veneto, danneggiando molte città della conca dell'Alpago, in Val Lapisina e sull'altopiano del Cansiglio. Venne inoltre percepito fino a Genova, nelle Marche e Umbria, in Slovenia, in Austria, in Svizzera e in Baviera. L'epicentro venne localizzato vicino alla sponda settentrionale del lago di Santa Croce, a 12 km ad est di Belluno.

Vittime e danni[modifica | modifica wikitesto]

Lo smantellamento del Palazzo dei Vescovi a Belluno dopo il terremoto del 1873

Il terremoto causò la morte di 30 persone nella zona dell'Alpago, in particolare a Puos d'Alpago[3] ed altri 10 morti nel resto della provincia di Belluno.

Le città di Rugolo, Cappella Maggiore e Sarmede riportarono 16 vittime. Inoltre 38 persone morirono nella chiesa di San Pietro di Feletto, quando il tetto della vecchia chiesa collassò, durante la celebrazione della messa del mattino in onore di san Pietro, patrono della cittadina.[4]

Nelle zone maggiormente colpite, un terzo degli edifici fu danneggiato. Nella stessa Belluno, l'abside della cattedrale di San Martino collassò, otto palazzi vennero completamente distrutti, mentre 110 edifici dovettero essere abbattuti successivamente, 139 dovettero essere restaurati e altri 251 necessitarono di qualche lavoro; una chiesa fu distrutta e altre 7 chiese furono danneggiate. Nella periferia urbana, dovettero essere demoliti due interi isolati, 21 case furono restaurate ed ulteriori 219 case subirono lievi danni. In ogni caso, nessun edificio della città rimase intatto[2].

Nelle città circostanti il bilancio fu di 15 case crollate, 66 case da demolire in seguito, 243 con restauro necessario e 669 da riparare, mentre circa 260 case furono indenni; quattro le chiese distrutte e 21 quelle più gravemente danneggiate.[2] La città di Venezia subì minori danni, valutati sul VI grado della scala Mercalli.[5]

Soccorsi[modifica | modifica wikitesto]

Una sottoscrizione pubblica realizzata a Vittorio Veneto raccolse 2.232,45 lire (equivalenti a circa € 8.500 dell'anno 2016), mentre un comitato provinciale riuscì a raccogliere 26.771,90 lire (€ 100.000) per la ricostruzione. Il re d'Italia Vittorio Emanuele II personalmente donò 1.000 lire (€ 3.800).[4]

Le autorità locali giunsero rapidamente sul luogo del disastro, chiedendo aiuto all'esercito del Regno d'Italia (il Veneto era stato annesso da pochi anni all'Italia a seguito del plebiscito del Veneto del 1866) e ai Carabinieri al fine di rimuovere le macerie, allestire le tende e ripristinare le comunicazioni, oltre che mantenere l'ordine pubblico tra gli sfollati.

La mancanza di legname causò ritardi nella riparazione degli edifici danneggiati, tanto che nelle settimane successive fu affidato ad una brigata militare il compito di abbattere abbastanza alberi per soddisfare le esigenze della ricostruzione.[2]

Scoperta degli effetti del suolo sulla gravità dei danni da terremoto[modifica | modifica wikitesto]

A Cèneda (Vittorio Veneto) il seminario, il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta ed il castello di San Martino furono gravemente danneggiati o distrutti. Invece, nel vicino abitato di Serravalle vi furono pochissimi danni (solo il crollo parziale della Turris Nigra).

La notevole differenza della tipologia di danni registrate tra le due località (distanti appena 2 km) venne studiata dai geologi Torquato Taramelli e Giulio Andrea Pirona, i quali scoprirono la diversa composizione del terreno sottostante: mentre Serravalle si trovava sopra una lastra compatta di calcare, Cèneda invece era stata edificata sopra un terreno composto da conglomerati alluvionali.

Tale importante scoperta fu determinante nello sviluppo del processo di macrozonazione sismica, una tecnica usata per valutare meglio il pericolo sismico e il rischio sismico[4].

Terremoti successivi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo circa 60 anni, si registrò un nuovo sisma del IX grado della scala Mercalli il mattino del 18 ottobre del 1936, con epicentro sull'altipiano del Cansiglio, che non provocò morti, mentre i danni furono più contenuti[4]. Lo sciame sismicò continuò fino al marzo 1937.

Secondo uno studio del 1980[6], il tempo di ritorno di un sisma con intensità fino all'VIII grado della scala Mercalli è stimato in circa 50 anni, mentre quello di un evento del VII-IX MCS è di circa 150 anni[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Emanuela Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi e G. Valensise, 29-06-1873 earthquake, su CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA, 2007. URL consultato il 22 luglio 2016.
  2. ^ a b c d Terremoto a Belluno 29 giugno 1873, meteoterremoti.altervista.org. URL consultato il 26 agosto 2016.
  3. ^ Collazuol A. - Davià D. "Dolomiti" rivista di cultura ed attualità della provincia di Belluno, Anno XIII, N. 5, ottobre 1990, Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali, Belluno
  4. ^ a b c d e Antonio Della Libera, Attività sismica nelle Prealpi nord orientali, su Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane.
  5. ^ Eventi sismici, su Comune di Venezia. URL consultato il 26 agosto 2016.
  6. ^ Giorgetti et al., 1980

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • F. Denza, Il terremoto del 29 giugno 1873, Belluno, 1874.
  • F. Gentile, M. Poropat, G. Renner, A.M. Riggio e D. Slejko, The Alpago earthquake of June 29, 1873, in D. Postpischl (a cura di), Atlas of Isoseismal Maps of Italian Earthquakes, 2A, nº 114, Roma, CNR-PFG, 1985, pp. 94-97.
  • Giulio Andrea Pirona e Torquato Taramelli, Sul terremoto del Bellunese del 29 giugno 1873, in Atti del Regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, IV, Venezia, novembre 1872 e ottobre 1873, pp. 1523-74.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]