Teoria della mente

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

La teoria della mente (spesso abbreviata in "ToM", dall'inglese Theory of Mind) è la capacità di attribuire stati mentali -credenze, intenzioni, desideri, emozioni, conoscenze- a sé stessi e agli altri, e la capacità di comprendere che gli altri hanno stati mentali diversi dai propri[1]. La teoria della mente è fondamentale in ogni interazione sociale e serve ad analizzare, giudicare e comprendere il comportamento degli altri[2].

La teoria della mente è una teoria nel senso che la presenza della mente propria e altrui può essere inferita soltanto attraverso l'introspezione, e attraverso la congettura che gli altri, avendo atteggiamenti e comportamenti simili ai nostri, abbiano anche stati mentali propri.

In questo senso, ogni individuo possiede una propria teoria della mente, e alcune forme patologiche come l'autismo[3] e la schizofrenia[4] sono state interpretate come un deficit specifico di questa abilità.

Modelli teorici[modifica | modifica wikitesto]

I principali modelli teorici che tentano di spiegare l'origine e lo sviluppo della teoria della mente sono i seguenti:

Teoria della teoria[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la "teoria della teoria" (theory-theory), i bambini sono naturalmente portati a costruire teorie per spiegare le loro osservazioni. Come gli adulti, anche i bambini cercano spiegazioni per comprendere l'ambiente che li circonda, e nel farlo traggono spunto sia dalle loro esperienze dirette che dall'osservazione di ciò che fanno gli altri. Attraverso la loro crescita e sviluppo, i bambini continueranno a formare teorie intuitive, rivisitandole e modificandole man mano che si imbattono in nuovi risultati e osservazioni, non diversamente da quello che fanno gli scienziati. La progressione delle teorie intuitive dei bambini riguarderebbe il mondo fisico e biologico, i comportamenti sociali, e i pensieri e le menti altrui, ovvero la teoria della mente[5].

Teoria della simulazione[modifica | modifica wikitesto]

La teoria della simulazione sostiene che gli esseri umani danno un senso al comportamento degli altri simulandone mentalmente le azioni, ovvero attivando processi mentali che, se messi in pratica, produrrebbero un comportamento simile. Ciò include il comportamento intenzionale e l'espressione delle emozioni. La teoria afferma che i bambini usano le proprie emozioni per prevedere ciò che gli altri faranno, in altre parole, proiettando i propri stati mentali sugli altri. La teoria della simulazione prevede che le persone capiscano gli altri attraverso una sorta di risposta empatica. Tale teoria si basa sia su una riflessione filosofica che su dati neurobiologici, in particolare sulla scoperta dei neuroni specchio[6]

Teoria modulare[modifica | modifica wikitesto]

I fautori della teoria modulare spiegano la teoria della mente alla luce della teoria della mente modulare di Jerry Fodor. Secondo quest'ipotesi esisterebbe nella mente umana un modulo specifico e geneticamente determinato, deputato a sviluppare l'abilità di comprendere la mente propria e altrui (ToM module), che avrebbe però bisogno dell'interazione con l'ambiente sociale per svilupparsi appieno[7].

Sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

Lo studio di quali animali siano in grado di attribuire stati mentali agli altri, così come lo sviluppo di questa capacità nell'ontogenesi e nella filogenesi umane, ha identificato diversi precursori comportamentali alla teoria della mente. La comprensione dell'attenzione, la comprensione delle intenzioni altrui e l'imitazione di altre persone sono i comportamenti distintivi di una teoria della mente che può essere osservata all'inizio dello sviluppo, e i precursori di quella che in seguito diventerà la teoria della mente nell'adulto. In studi con animali non umani e esseri umani pre-verbali, in particolare, i ricercatori osservano preferenzialmente questi comportamenti per fare inferenze sul livello di sviluppo della mente.

L'attenzione congiunta è uno dei "precursori critici" della teoria della mente

Simon Baron-Cohen ha identificato la comprensione dell'attenzione congiunta, un'abilità sociale riscontrata tra i 7 e i 9 mesi di età, come "precursore critico" dello sviluppo della teoria della mente. Comprendere l'attenzione congiunta implica capire che l'atto di guardare in una direzione può essere diretto in modo selettivo, che l'altro valuta l'oggetto visto come "di interesse" e che l'atto di osservare può indurre delle credenze sull'oggetto osservato. L'attenzione può essere richiamata e resa condivisa dall'atto di indicare, un comportamento che richiede di tenere conto dello stato mentale dell'altra persona, in particolare se essa noti l'oggetto o se lo trovi a sua volta di interesse. Baron-Cohen ipotizza che l'inclinazione a riferirsi spontaneamente a un oggetto come interessante (puntamento protodichiarativo) e ad apprezzare allo stesso modo l'attenzione diretta da un altro, possa essere il motore alla base di tutta la comunicazione umana[8].

La comprensione delle intenzioni altrui è un altro precursore critico per la comprensione della mente, perché l'intenzionalità è una caratteristica fondamentale degli stati mentali. Daniel Dennett definisce la "posizione intenzionale" (intentional stance) come la comprensione che le azioni degli altri sono dirette verso l'obiettivo e derivano da particolari credenze o desideri[9]. I bambini di 2-3 anni sono in grado di discriminare se lo sperimentatore ha svolto la stessa azione volontariamente o accidentalmente[10], e i bambini di 18 mesi sono in grado di eseguire manipolazioni mirate che gli sperimentatori adulti hanno tentato e fallito, suggerendo che i bambini abbiano la capacità di rappresentarsi il comportamento manipolatorio degli adulti come implicante obiettivi e intenzioni[11].

Alcune ricerche in psicologia dello sviluppo suggeriscono che la capacità del bambino di imitare gli altri si trova all'origine sia della teoria della mente sia di altre conquiste socio-cognitive come l'assunzione di prospettiva e l'empatia. Secondo Meltzoff, la comprensione innata del bambino che gli altri sono "come me", gli permette di riconoscere l'equivalenza tra gli stati fisici e mentali apparenti negli altri e quelli percepiti dal sé. Ad esempio, il bambino usa le proprie esperienze, orientando la testa e gli occhi verso un oggetto di interesse, per capire i movimenti di chi, a sua volta si rivolge verso un oggetto, intuendo che generalmente si tratterà di un oggetto di interesse o di significato[12].

Anche se la maggior parte delle ricerche sull'argomento ha per oggetto i bambini, la teoria della mente si sviluppa in modo continuo durante l'infanzia e nella tarda adolescenza, parallelamente allo sviluppo delle sinapsi nella corteccia prefrontale, che è l'area del cervello coinvolta nella pianificazione delle azioni e nei processi decisionali[13]. I bambini sembrano sviluppare la teoria della mente in modo sequenziale: la prima abilità a svilupparsi è la capacità di riconoscere che gli altri hanno desideri diversi. I bambini sono in grado di riconoscere che altri hanno credenze diverse subito dopo. La successiva abilità che si sviluppa è la capacità di riconoscere che gli altri hanno accesso a diverse conoscenze. Infine, i bambini sono in grado di capire che gli altri possono avere false credenze e che sono capaci di nascondere le emozioni. Sebbene questa sequenza rappresenti la tendenza generale all'acquisizione di competenze, sembra che si ponga maggiore enfasi su alcune abilità in determinate culture, portando a sviluppare competenze più preziose prima di quelle che non sono considerate importanti. Ad esempio, nelle culture individualistiche come quella degli Stati Uniti, una maggiore enfasi viene posta sulla capacità di riconoscere che gli altri hanno opinioni e credenze diverse. In una cultura collettivistica, come la Cina, questa abilità potrebbe non essere così importante e quindi svilupparsi più tardi[14].

Meccanismi cerebrali[modifica | modifica wikitesto]

Studi di neuroimaging hanno individuato specifiche regioni del cervello impegnate durante i compiti che presuppongono il possesso di una teoria della mente. La ricerca tramite la PET, utilizzando compiti di comprensione verbale e pittorica di una storia, ha identificato un insieme di regioni cerebrali tra cui la corteccia prefrontale mediale (mPFC) e l'area intorno al solco temporale superiore (pSTS), e talvolta la corteccia del precuneo, l'amigdala e la corteccia temporopolare[15].

Gli studi del laboratorio di Rebecca Saxe al MIT, utilizzando un compito di falsa credenza , hanno trovato un'attivazione molto coerente nella mPFC, nel precuneo e nella giunzione temporo-parietale (TPJ) , lateralizzata a destra[16][17]. In particolare, è stato proposto che la rTPJ sia selettivamente coinvolta nel rappresentare le credenze degli altri[18]. Tuttavia esiste un certo dibattito su questa conclusione, poiché alcuni scienziati hanno notato che la stessa regione viene attivata durante il riorientamento spaziale dell'attenzione visiva. Jean Decety dell'Università di Chicago e Jason Mitchell di Harvard hanno quindi proposto che la rTPJ svolga una funzione più generale implicata nella comprensione della falsa credenza e nel riorientamento attenzionale, piuttosto che in un meccanismo specializzato per la cognizione sociale[19][20]. Tuttavia, è possibile che l'osservazione di regioni sovrapposte per la rappresentazione delle credenze e il riorientamento attenzionale possa essere semplicemente dovuta a popolazioni neuronali adiacenti, ma distinte, che codificano per ciascuna abilità.

Le evidenze neuropsicologiche forniscono supporto ai risultati di neuroimaging riguardanti le basi neurali della teoria della mente. Studi con pazienti affetti da una lesione dei lobi frontali e la giunzione temporo-parietale del cervello mostrano che essi hanno difficoltà con alcuni compiti implicanti la ToM[21][22]. Ciò dimostra che tale competenza è associata a parti specifiche del cervello umano. Tuttavia, il fatto che la corteccia prefrontale mediale e la giunzione temporoparietale siano necessarie per compiti di teoria della mente non implica che queste regioni siano specifiche per quella funzione, poiché la TPJ e la mPFC potrebbero essere deputate a svolgere funzioni più generali, ma necessarie per l'utilizzo della teoria della mente.

Le ricerche di Vittorio Gallese, Luciano Fadiga e Giacomo Rizzolatti all'Università di Parma[23] hanno mostrato che alcuni neuroni sensomotori, che vengono definiti neuroni specchio, scoperti nella corteccia premotoria delle scimmie rhesus, possono essere coinvolti nella comprensione delle azioni. La registrazione mediante singoli elettrodi ha rivelato che questi neuroni scaricavano quando una scimmia eseguiva un'azione, così come quando la scimmia vedeva un altro agente svolgere lo stesso compito. Allo stesso modo, gli studi di risonanza magnetica con partecipanti umani hanno mostrato regioni cerebrali (presumibilmente contenenti neuroni specchio) che sono attive quando una persona vede un'azione diretta a uno scopo di un'altra persona[24]. Questi dati hanno portato alcuni autori a suggerire che i neuroni specchio possono fornire la base per la teoria della mente nel cervello, e supportare la teoria della simulazione della lettura della mente (vedi sopra)[6].

Esistono però anche prove contrarie al legame tra i neuroni specchio e la teoria della mente. In primo luogo, le scimmie macaco hanno i neuroni specchio, ma non sembrano avere una capacità "umana" di comprendere la teoria della mente. In secondo luogo, gli studi con la fMRI sulla teoria della mente riportano tipicamente l'attivazione nella mPFC, nei poli temporali, nella TPJ e nel pSTS[25], ma queste aree del cervello non fanno parte del sistema dei neuroni specchio. Alcuni ricercatori, come lo psicologo dello sviluppo Andrew Meltzoff e il neuroscienziato Jean Decety, ritengono che i neuroni specchio facilitino semplicemente l'apprendimento tramite l'imitazione e possano fornire un precursore allo sviluppo della teoria della mente[26][27]. Altri, come il filosofo Shaun Gallagher, suggeriscono che l'attivazione dei neuroni specchio, per una serie di ragioni, non riesca a soddisfare la definizione di simulazione proposta dalla teoria della simulazione[28][29].

Teoria della mente e autismo[modifica | modifica wikitesto]

Dalla Cognitive Development Unit (CDU) di Londra provengono Uta Frith, Simon Baron-Cohen, Alan Leslie e, in parte, Luca Surian, i quali parlano di mindblindness, di opacità referenziale[30] e di psicoagnosia, ripresi in Italia da Luigia Camaioni,[31] come ipotesi esplicativa dell'autismo.[32][33][34][35] Tale patologia consisterebbe in un deficit semantico specifico per la categoria degli stati mentali, ossia in una carenza nelle capacità metarappresentative di "rappresentarsi le rappresentazioni".

L'ipotesi si basa sull'assunto che esista nella mente umana un modulo specializzato nel produrre "rappresentazioni di stati mentali", come credere, conoscere e fare finta. L'input di questo modulo sarebbe costituito da rappresentazioni primarie prodotte da altri moduli, che codificano stati di fatto in modo letterale. Il suo output, l'informazione in uscita, è costituito da rappresentazioni secondarie chiamate "metarappresentazioni".

La metarappresentazione è una particolare struttura di dati che codifica l'atteggiamento di un agente nei confronti di una proposizione. Per agente si intende una persona che di fronte a una proposizione (significato di una frase) le attribuisce un determinato significato, come sperare, credere, pensare, conoscere, avere intenzione, far finta. La mancanza di adeguate capacità comunicative negli individui autistici deriverebbero, secondo la teoria della mente, dall'incapacità di formulare a livello mentale delle metarappresentazioni.

Le conferme sperimentali del deficit metarappresentativo sono state ottenute studiando le capacità di formulare false credenze in bambini autistici. L'ipotesi risale ad un'iniziativa di Alan Leslie di considerare il gioco di finzione, che compare ben presto nelle prestazioni dei bambini, come se fosse basato su un meccanismo cognitivo che permette di immagazzinare separatamente gli eventi tangibili (reali e fisici) da quelli mentali (di finzione).

Visto che nei bambini autistici il gioco di finzione appariva molto più povero, Leslie e Frith indagarono la possibilità dell'esistenza di una reale incapacità dei bambini con autismo di registrare gli stati mentali separatamente da quelli fisici. Da questa ricerca è nato il test della falsa credenza.

Su questa base molti studiosi sostengono che il deficit metarappresentativo nei bambini con autismo potrebbe essere ricondotto al funzionamento anomalo del meccanismo specializzato nell'acquisizione della teoria della mente.

A questa spiegazione di tipo modularista è stata contrapposta una teoria costruttivista, secondo cui lo sviluppo della teoria della mente è dovuto a capacità generali di costruzione e revisione teorica (teoria della teoria, vedi sopra). Secondo questo modello, i bambini con autismo soffrirebbero non già del malfunzionamento di un meccanismo di acquisizione, ma della mancanza di un'adeguata base di conoscenze innate e di principi astratti di ragionamento. Fra questi - per esempio - il principio secondo cui gli altri sono uguali a noi.

Per comprendere la differenza fra questi due approcci dobbiamo tener conto che nella proposta modularista di Leslie si presume l'esistenza di un meccanismo specializzato di elaborazione ed acquisizione di informazioni; nella proposta costruttivista di Alison Gopnik e Andrew N. Meltzoff viene invece ipotizzata una base di conoscenza innata, che si arricchisce e viene in parte radicalmente cambiata nel corso dello sviluppo, grazie ai processi di invenzione e revisione delle conoscenze teoriche.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ David Premack e Guy Woodruff, Does the chimpanzee have a theory of mind?, in Behavioral and Brain Sciences, special issue: Cognition and Consiousness in Nonhuman Species, vol. 1, nº 4, Cambridge Journals, December 1978, pp. 515–526, DOI:10.1017/S0140525X00076512.
  2. ^ Gweon, H., Saxe, R. (2013). Developmental cognitive neuroscience of Theory of Mind. Neural Circuit Development and Function in the Brain: Comprehensive Developmental Neuroscience. Elsevier. Ed: J. Rubenstein & P. Rakic
  3. ^ Simon Baron-Cohen, Alan M. Leslie e Uta Frith, Does the autistic child have a "theory of mind"?, in Cognition, vol. 21, nº 1, Elsevier, October 1985, pp. 37–46, DOI:10.1016/0010-0277(85)90022-8, PMID 2934210. Pdf.
  4. ^ M. Sprong, P. Schothorst, E. Vos, J. Hox e H. Van Engeland, Theory of mind in schizophrenia, in British Journal of Psychiatry, vol. 191, nº 1, 2007, pp. 5–13, DOI:10.1192/bjp.bp.107.035899.
  5. ^ Alison Gopnik, Reconstructing constructivism: Causal models, Bayesian learning mechanisms, and the theory theory., in American Psychological Association, vol. 138, 2012, pp. 1085–1108, DOI:10.1037/a0028044, PMC 3422420.
  6. ^ a b V Gallese e A Goldman, Mirror neurons and the simulation theory of mind-reading, in Trends in Cognitive Sciences, vol. 2, nº 12, 1998, pp. 493–501, DOI:10.1016/S1364-6613(98)01262-5, PMID 21227300.
  7. ^ Alan M. Leslie, Pretense, Autism, and the Theory-of-Mind Module. Current Directions in Psychological Science, 1992. https://doi.org/10.1111/1467-8721.ep10767818
  8. ^ Simon Baron-Cohen, Precursors to a theory of mind: Understanding attention in others, in Andrew Whiten (a cura di), Natural theories of mind: evolution, development, and simulation of everyday mindreading, Oxford, UK Cambridge, Massachusetts, USA, B. Blackwell, 1991, pp. 233–251, ISBN 978-0-631-17194-2.
  9. ^ Daniel C. Dennett, Reprint of Intentional systems in cognitive ethology: The Panglossian paradigm defended (to p. 260), in The Brain and Behavioral Sciences, vol. 6, nº 3, 1987, pp. 343–390, DOI:10.1017/s0140525x00016393.
  10. ^ J. Call e M. Tomasello, Distinguishing intentional from accidental actions in orangutans (Pongo pygmaeus), chimpanzees (Pan troglodytes), and human children (Homo sapiens), in Journal of Comparative Psychology, vol. 112, nº 2, 1998, pp. 192–206, DOI:10.1037/0735-7036.112.2.192, PMID 9642787.
  11. ^ A. Meltzoff, Understanding the intentions of others: Re-enactment of intended acts by 18-month-old children, in Developmental Psychology, vol. 31, nº 5, 1995, pp. 838–850, DOI:10.1037/0012-1649.31.5.838, PMC 4137788, PMID 25147406.
  12. ^ Andrew N. Meltzoff, Imitation as a mechanism of social cognition: Origins of empathy, theory of mind, and the representation of action, in Usha Goswami (a cura di), Blackwell handbook of childhood cognitive development, Malden, Massachusetts, Blackwell Publishers, 2003, pp. 6–25, ISBN 978-0-631-21840-1.
  13. ^ Fiorenzo Laghi, Antonia Lonigro, Simona Levanto, Maurizio Ferraro, Emma Baumgartner e Roberto Baiocco, The Role of Nice and Nasty Theory of Mind in Teacher-Selected Peer Models for Adolescents with Autism Spectrum Disorders, in Measurement and Evaluation in Counseling and Development, vol. 49, nº 3, 2016, pp. 207–216, DOI:10.1177/0748175615596784.
  14. ^ Evren Etel e Bilge Yagmurlu, Social Competence, Theory of Mind, and Executive Function in Institution-reared Turkish Children, in International Journal of Behavioral Development, vol. 39, nº 6, 2015, pp. 519–529, DOI:10.1177/0165025414556095.
  15. ^ Helen L. Gallagher e Christopher D. Frith, Functional imaging of 'theory of mind', in Trends in Cognitive Sciences, vol. 7, nº 2, 2003, pp. 77–83, DOI:10.1016/S1364-6613(02)00025-6, PMID 12584026.
  16. ^ R Saxe e N Kanwisher, People thinking about thinking people. The role of the temporo-parietal junction in "theory of mind", in NeuroImage, vol. 19, nº 4, 2003, pp. 1835–42, DOI:10.1016/S1053-8119(03)00230-1, PMID 12948738.
  17. ^ Rebecca Saxe, Laura E. Schulz e Yuhong V. Jiang, Reading minds versus following rules: Dissociating theory of mind and executive control in the brain, in Social Neuroscience, vol. 1, 3–4, 2006, pp. 284–98, DOI:10.1080/17470910601000446, PMID 18633794.
  18. ^ R. Saxe e L. J. Powell, It's the Thought That Counts: Specific Brain Regions for One Component of Theory of Mind, in Psychological Science, vol. 17, nº 8, 2006, pp. 692–9, DOI:10.1111/j.1467-9280.2006.01768.x, PMID 16913952.
  19. ^ J. Decety e C. Lamm, The Role of the Right Temporoparietal Junction in Social Interaction: How Low-Level Computational Processes Contribute to Meta-Cognition, in The Neuroscientist, vol. 13, nº 6, 2007, pp. 580–93, DOI:10.1177/1073858407304654, PMID 17911216.
  20. ^ J. P. Mitchell, Activity in Right Temporo-Parietal Junction is Not Selective for Theory-of-Mind, in Cerebral Cortex, vol. 18, nº 2, 2007, pp. 262–71, DOI:10.1093/cercor/bhm051, PMID 17551089.
  21. ^ Andrea D Rowe, Peter R Bullock, Charles E Polkey e Robin G Morris, 'Theory of mind' impairments and their relationship to executive functioning following frontal lobe excisions, in Brain, vol. 124, nº 3, 2001, pp. 600–616, DOI:10.1093/brain/124.3.600, PMID 11222459.
  22. ^ Dana Samson, Ian A Apperly, Claudia Chiavarino e Glyn W Humphreys, Left temporoparietal junction is necessary for representing someone else's belief, in Nature Neuroscience, vol. 7, nº 5, 2004, pp. 499–500, DOI:10.1038/nn1223, PMID 15077111.
  23. ^ Giacomo Rizzolatti e Laila Craighero, The Mirror-Neuron System, in Annual Review of Neuroscience, vol. 27, nº 1, 2004, pp. 169–92, DOI:10.1146/annurev.neuro.27.070203.144230, PMID 15217330.
  24. ^ Marco Iacoboni, Istvan Molnar-Szakacs, Vittorio Gallese, Giovanni Buccino, John C. Mazziotta e Giacomo Rizzolatti, Grasping the Intentions of Others with One's Own Mirror Neuron System, in PLoS Biology, vol. 3, nº 3, 2005, pp. e79, DOI:10.1371/journal.pbio.0030079, PMC 1044835, PMID 15736981.
  25. ^ U. Frith e C. D. Frith, Development and neurophysiology of mentalizing, in Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, vol. 358, nº 1431, 2003, pp. 459–73, DOI:10.1098/rstb.2002.1218, PMC 1693139, PMID 12689373.
  26. ^ A. N. Meltzoff e J. Decety, What imitation tells us about social cognition: A rapprochement between developmental psychology and cognitive neuroscience, in Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, vol. 358, nº 1431, 2003, pp. 491–500, DOI:10.1098/rstb.2002.1261, PMC 1351349, PMID 12689375.
  27. ^ Jessica A. Sommerville e Jean Decety, Weaving the fabric of social interaction: Articulating developmental psychology and cognitive neuroscience in the domain of motor cognition, in Psychonomic Bulletin & Review, vol. 13, nº 2, 2006, pp. 179–200, DOI:10.3758/BF03193831, PMID 16892982.
  28. ^ Shaun Gallagher, Simulation trouble, in Social Neuroscience, vol. 2, 3–4, 2007, pp. 353–65, DOI:10.1080/17470910601183549, PMID 18633823.
  29. ^ Shaun Gallagher, Neural Simulation and Social Cognition, in Mirror Neuron Systems, 2008, pp. 355–371, DOI:10.1007/978-1-59745-479-7_16, ISBN 978-1-934115-34-3.
  30. ^ Cf. Willard Van Orman Quine, Two Dogmas of Empiricism, 1951, 1953, 1961
  31. ^ A cura di L. Camaioni, La Teoria della Mente. Origini, sviluppo e patologia, GLF Editori Laterza, Roma-Bari 1995, 2ª ed. riv. e agg. 1996, nuova edizione 2003 - ISBN 88-420-6861-6
  32. ^ U. Frith, L'autismo. Spiegazione di un enigma, GLF Editori Laterza, Roma-Bari 1996, nuova ed. agg. 2005 - ISBN 88-420-7147-1
  33. ^ S. Baron-Cohen, L' autismo e la lettura della mente, Astrolabio, Roma 1997 - ISBN 88-340-1241-0
  34. ^ L. Surian, Autismo. Indagini sullo sviluppo mentale, GLF Editori Laterza, Roma-Bari 2002 - ISBN 88-420-6736-9
  35. ^ L. Surian, L'autismo, il Mulino, Bologna 2005 - ISBN 88-15-10536-0

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • American Psychiatric Association (2000). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quarta Edizione Rivista. Tr. it. Milano, Masson, 2001.
  • (a cura di) Giancarlo Dimaggio e Paul H. Lysaker "Metacognizione e psicopatologia. Valutazione e trattamento" (2011), Raffaello Cortina Editore, ISBN 978-88-6030-433-9

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]