Teoria del pazzo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Nixon, considerato l'ideatore della Teoria del pazzo

La teoria del pazzo (o del folle) è una condotta di politica estera che punta a spaventare i propri nemici convincendoli che li si potrebbe attaccare con reazioni enormemente sproporzionate, cioè da pazzi. È stata attribuita a Richard Nixon, che ne fece un elemento fondamentale della propria interpretazione della politica estera americana, negli anni dal 1969 al 1974, in cui fu presidente degli Stati Uniti d'America.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Noam Chomsky riporta un documento ufficiale statunitense (rapporto STRATCOM):

« È importante che "i pianificatori non siano troppo razionali nel determinare [...] quali siano gli obiettivi che contano di più per l'oppositore", che vanno comunque tutti colpiti. "Non è bene dare di noi stessi un'immagine troppo razionale o imperturbabile". "Il fatto che gli USA possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte dell'immagine che diamo in quanto nazione." È "giovevole" per la nostra condotta strategica che "alcuni elementi possano sembrare fuori controllo". »
(Noam Chomsky, 2000, p. 189)

Chomsky interpreta questo passaggio in questo modo, contestualizzandolo allo scenario successivo al crollo dell'Unione Sovietica, in seguito del quale gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare degli stati che prima erano inseriti in una delle orbite contrapposte di USA e URSS o comunque si tenevano nel mezzo (i paesi del mondo «terzo» rispetto al blocco sovietico e a quello occidentale), e che, quindi, un tempo relativamente "sotto controllo", nel nuovo scenario sfuggono a ogni controllo e non vogliono assoggettarsi all'ordine mondiale guidato dagli USA (fra questi i cosiddetti «Stati canaglia»).[1] Per avere influenza su questi paesi, gli Stati Uniti sentono la necessità di condurre una politica di deterrenza[2] una condotta che a molti sembra risuscitare la cosiddetta teoria del pazzo, attribuita in origine a Nixon (della cui politica estera sarebbe stata la pietra angolare), il quale avrebbe spiegato l'apparente irrazionalità della propria gestione della guerra del Vietnam con la necessità di far credere che, ossessionato dal comunismo, avrebbe potuto attaccare dovunque e con qualunque forza, anche contro gli stessi interessi degli USA, e che perciò sarebbe stato meglio assecondarlo per evitare rischi.

Usando questa strategia (di cui l'incursione in Cambogia del 1970 sarebbe stata una parte), Nixon convinse il governo del Vietnam del Nord a trattare la pace in quelle sessioni negoziali che avrebbero dato luogo agli accordi di Parigi nel 1973.[1] In realtà, pare che il concetto sia stato elaborato dal governo laburista di Israele negli anni cinquanta, il cui primo ministro pacifista, Moshe Sharret, lasciò scritto nel proprio diario di alcuni esponenti del governo che «parlavano a favore di atti di follia», e che «noi diventeremo pazzi [se ci faranno arrabbiare]». Tale formulazione di una politica del pazzo ante litteram era diretta in parte contro gli stessi USA, ritenuti all'epoca poco affidabili da parte israeliana.[1]

Politiche di impiego di armi atomiche[modifica | modifica wikitesto]

Un ingrediente necessario della teoria del pazzo è la disponibilità di armamenti pericolosi e inarrestabili, come le armi atomiche, che conservano perciò sostanzialmente la stessa funzione che avevano ai tempi della guerra fredda: nessun'altra arma infatti può sprigionare una simile potenza in tempi rapidi.[1] Ma ciò che è più importante, è esibire dimostrazioni di forza che facciano ritenere non tanto remota la possibilità di adoperarle in un teatro di guerra. Solo così si può dare credibilità alle proprie minacce e alle pressioni internazionali sugli altri Stati del mondo. Secondo Chomsky, infatti, il tutto si riduce a una questione di credibilità.[1] L'utilità delle armi nucleari è effettiva solo se si abbandona la politica che ne prevede l'uso solo per difesa, stabilendo che potrebbero anche essere usate come misura preventiva. In generale, tutte le guerre preventive rientrerebbero in questa strategia, compresa, dunque, la guerra in Iraq.[1]

A tale proposito, va segnalato come, nel corso degli anni '90 del XX secolo, gli Stati Uniti abbiano cambiato la propria politica in merito all'uso di armi nucleari: il Pentagono ha divulgato la Dottrina per le Operazioni Nucleari Congiunte, dove si afferma, fra l'altro, che «per massimizzare la capacità di dissuasione, è essenziale che le forze americane si preparino effettivamente ad usare armi nucleari», e in cui si prevede la possibilità di usarle in azioni militari preventive, in particolare contro nemici che si preparassero ad attaccare con armi di distruzione di massa o contro installazioni atte a produrle (si noti che l'applicazione di questa dottrina militare avrebbe consentito un attacco con armi nucleare ai tempi della guerra in Iraq, sulla base delle convinzioni degli Stati Uniti all'epoca). Inoltre, le Direttive Presidenziali sulla Sicurezza Nazionale permettono al Presidente di ordinare un attacco con armi nucleari anche senza l'approvazione del Congresso americano.[1]

Applicandola in una visione retrospettiva, si può dire che già il lancio delle bombe atomiche sul Giappone durante la seconda guerra mondiale aveva una funzione simile, cioè dimostrare la potenza militare degli Stati Uniti e la disponibilità a far uso di tali armi, almeno se si accetta quanto sostenuto da alcuni storici[3], secondo cui una simile strage di persone non fosse necessaria per porre fine alla guerra, essendo il Giappone - unico a resistere ancora - ormai giunto allo stremo delle forze e incapace di proseguire il conflitto (tale tesi, però, è contrastata da altri storici).[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h Noam Chomsky, Il nuovo umanitarismo militare, 2000.
  2. ^ Si veda il rapporto dello STRATCOM citato sopra.
  3. ^ Basil Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, capitolo 39, vol. 2, Mondadori, Milano, 1970

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Noam Chomsky, Il nuovo umanitarismo militare, Trieste, Asterios Editore, 2000, ISBN 88-86969-40-6.
  • (EN) Rapporto del Comando strategico degli USA (STRATCOM) intitolato Linee essenziali per la deterrenza nel dopo guerra fredda (1995), nell'app. 2 di Hans Kristensen, Nuclear Futures: Proliferation pf Weapons of Mass Destruction and US Nuclear Strategy, British American Security Information Counsil, Basic Research Report 98.2, marzo 1998.
    Alcuni estratti sono riportati in Associated Press, Irrationality suggested to intimidate US enemies, Boston Globe, 2 marzo 1998, e in Noam Chomsky, Rogues States, Z, aprile 1998.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]