Tempio di Vesta (Tivoli)

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Il tempio verso il 1858
Tempio di Vesta a Tivoli, dipinto di Adam Elsheimer

Il Tempio di Vesta è un tempio di epoca romana situato nell'acropoli di Tivoli (RM), non distante dal Tempio della Sibilla.

Storia e struttura[modifica | modifica wikitesto]

Costruito sul finire del II secolo a.C. da Lucio Gellio, in epoca medievale fu trasformato in una chiesa, con il nome di Santa Maria Rotunda. In epoca recente, dopo secoli di incuria e saccheggio, fu ripristinato quanto restava dell'antica struttura; tracce di pitture cristiane sopravvissero all'interno della cella fino all'inizio del XX secolo.

Il tempio a pianta circolare è di tipo monoptero, di 14,25 metri di diametro, su un podio in calcestruzzo alto 2,39 metri, cinto in origine da un ordine architettonico in travertino con 18 colonne d'ordine corinzio, finemente intagliate e scanalate. Restano solo 10 colonne sorreggenti una trabeazione il cui fregio è decorato con bucrani e festoni. All'interno, la cella presenta muri in calcestruzzo[1], trattati ad opus incertum. Se deriva dalla tradizione templare medio-italica l'alto basamento cilindrico rivestito in conci di travertino ad opus quadratum, il soffitto a cassettoni del portico anulare è un ulteriore elemento di evidente derivazione ellenistica. Sul tutto doveva innalzarsi un tipico tetto conico.

Riproduzioni e imitazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il tempio fu riscoperto e studiato da famosi artisti del Rinascimento, come Sebastiano Serlio e l'architetto Andrea Palladio, che ne fecero studi accurati nei loro trattati sull'architettura. Nel 1740 il tempio di Vesta fu riprodotto nelle incisioni di Giovanni Battista Piranesi e nell'800 appare nei quadri di numerosi artisti romantici. Molti edifici neoclassici, riproducono in tutto o in parte lo stile armonioso del tempio di Vesta di Tivoli, come in Inghilterra il "Tivoli Corner" della Bank of England costruita nel 1794-79 da Sir John Soane e il Tempio della Sibilla a Pulawy in Polonia.

Altre immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ J.B. Ward-Perkins, Architettura Romana, Milano, Electa, 1998, p. 39.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • John B. Ward Perkins, Architettura Romana, Milano, Electa, 1974.
  • Vittorio Franchetti Pardo, L'Ellenismo, in Corrado Bozzoni, Vittorio Franchetti Pardo, Giorgio Ortolani, Alessandro Viscogliosi, L'architettura del mondo antico, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 117-238, a p. 226, e figg. 155-157.

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