Tanegashima-teppō

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Tanegashima-teppō
種子島鉄砲
Antique Japanese (samurai) tanegashima rack.jpg
Tanegashima-teppō in mostra nell'armeria del Castello di Himeji
TipoFucile
Impiego
UtilizzatoriSamurai
Ashigaru
Produzione
Entrata in servizio1543
Descrizione
Tipo munizionipalle di ferro
Peso proiettileca. 25 g
Azionamentoavancarica
Cadenza di tiro1-2 colpi/minuto
Tiro utile50 m
Alimentazionecolpo singolo
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Tanegashima-teppō (種子島鉄砲?), anche Hinawajū (火縄銃?), è la variante giapponese dell'archibugio, sviluppata dagli armaioli nipponici a partire dal 1543 su modelli introdotti nel paese dai mercanti portoghesi (v. Periodo del commercio Nanban). I grandi feudatari (daimyō) armarono con la nuova arma sia i loro samurai, la casta guerriera per eccellenza, sia la nuova milizia appositamente creata per lo scopo: gli ashigaru.
La diffusione dell'archibugio nel Sol Levante fu rapidissima. Nel solo primo decennio, vennero prodotti 300.000 esemplari di Tanegashima-teppō[1]. Parallelamente, i nipponici svilupparono un'arte marziale specifica per l'uso dell'archibugio, lo hōjutsu.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Diffusione e sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

Miliziani ashigaru in tenuta da incursori notturni sparano con i loro tanegashima-teppō - ill. di Utagawa Kuniyoshi (1855).

L'archibugio giapponese sviluppò dal modello dell'archibugio prodotto dagli armaioli portoghesi nella colonia di Goa (v. India portoghese) a partire dal 1510. Nel 1543, una giunca cinese in rotta per Okinawa con a bordo degli avventurieri portoghesi venne costretta ad ormeggiare presso l'isola giapponese di Tanegashima (Arcipelago delle Ryūkyū) per sfuggire ad una tempesta[2]. In quest'occasione, il signore dell'isola, Tanegashima Tokitaka (15281579), entrò in possesso di due archibugi e li affidò ad un fabbro (tale Yaita) affinché li copiasse. I giapponesi utilizzavano armi da fuoco già da oltre due secoli. Si trattava di schioppi e cannoni derivati da modelli cinesi, chiamati Teppō (鉄砲, it. "tubo di ferro"), nettamente più scomodi ed arcaici rispetto agli archibugi portoghesi a miccia[3]. Avendo inteso le potenzialità della nuova arma, Tokitaka era intenzionato a servirsene per avvantaggiarsi rispetto agli altri daimyō. L'armaiolo di Tanegashima non riuscì però a forare elicoidalmente lo scodellino delle armi da lui prodotte. Il problema venne risolto solo l'anno successivo, quando i portoghesi tornarono a Tanegashima portando un loro armaiolo che venne messo a servizio del feudatario[4].

L'archibugio si diffuse rapidamente nell'Arcipelago: in primis, i Tanegashima ne condivisero l'uso con i loro signori del Clan Shimazu ma successivamente anche altre casate si accaparrarono l'uso delle armi arrivate dall'Occidente tanto che nei dieci anni vennero prodotti oltre 300.000 tanegashima-teppō[1]. Nel frattempo, i signori della guerra del Sol Levante ed i loro soldati sperimentarono varie migliorie per rendere l'arma quanto più letale possibile. Vennero sviluppati calibri più grandi e pesanti[5], mentre s'inventò una custodia laccata per proteggere il meccanismo di sparo dalle infiltrazioni d'acqua[6], permettendo così il sicuro utilizzo dell'arma anche in caso di pioggia, e s'inventò un sistema di stringhe a lunghezza fissa, assicurate all'archibugio, che permettessero il tiro sicuro in notturna garantendo all'utilizzatore una serie di angoli fissi[7]. Per ovviare ai lunghi tempi di ricarica (al tempo, un samurai ben addestrato all'uso del yumi poteva scagliare più di una dozzina di frecce nel tempo in cui un archibugiere caricava, puntava e faceva fuoco con la propria arma) si diffuse la pratica di organizzare batterie di tiro alternate per garantire una costante pioggia di fuoco sul nemico[5].

Periodo Sengoku[modifica | modifica wikitesto]

Il ruolo dell'archibugio nelle guerre che portarono all'unificazione del Giappone fu enorme.
Già nel 1549, Oda Nobunaga commissionò la costruzione, per le sue forze, di 500 archibugi. Nel 1563, il clan Amako di Izumo sconfisse il clan Kikkawa registrando 33 feriti da archibugio tra le file nemiche[8]. Come risultato, nel 1567 Takeda Shingen annunciò che "da lì in avanti, gli archibugi sarebbero divenuti le armi più importanti e che il numero delle lance per ogni unità sarebbe stato ridotto e che gli uomini più validi avrebbero dovuto utilizzare l'archibugio"[5]. Nel 1570, fu Nobunaga ad utilizzare massicciamente gli archibugi nella Battaglia di Anegawa e, cinque anni dopo, proprio grazie ai suoi 3000 archibugieri riportò la vittoria sul clan Takeda nella Battaglia di Nagashino. La vittoria di Nagashino fu doppiamente significativa poiché la maggior parte dei tiratori impiegati da Nobunaga erano ex-contadini il cui operato sul campo di battaglia aveva annientato un'armata di samurai ben addestrati[9]

Byōbu raffigurante la battaglia di Nagashino - sono evidenti gli archibugieri schierati dietro gli steccati di legno per frenare la cavalleria nemica.

Periodo Edo[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Kōkan Nagayama (1998), The connoisseur's book of Japanese swords, Publisher Kodansha International, ISBN 4-7700-2071-6, p. 30.
  2. ^ Kerr, GH (2000), Okinawa: The History of an Island People, Tokyo, Tuttle Publishing, pp. 141-144.
  3. ^ Perrin, Noel (1979), Giving up the Gun : Japan's reversion to the Sword, 1543–1879, Boston, David R. Godine, ISBN 0-87923-773-2, p. 93.
  4. ^ Lidin, OG (2002), Tanegashima: the arrival of Europe in Japan, Nordic Institute of Asian Studies, NIAS Press, p. 142.
  5. ^ a b c Perrin, p. 17.
  6. ^ Perring, p. 18.
  7. ^ Perring, p. 40.
  8. ^ Ferejohn JA [et al.] (2010), War and state building in medieval Japan, Stanford University Press, ISBN 978-0-8047-6370-7, p. 147
  9. ^ L'impatto psicologico della sconfitta di Nagashino sulla casta samurai può facilmente essere assimilato alla crisi socio-culturale prodotta nella casta militare europea dal riaffermarsi della superiorità della fanteria sulla cavalleria nel corso del Rinascimento: v. Battaglia degli speroni d'oro, Battaglia di Grandson, ecc.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lidin, OG (2002), Tanegashima: the arrival of Europe in Japan, Nordic Institute of Asian Studies, NIAS Press.
  • Perrin, N (1979), Giving up the Gun : Japan's reversion to the Sword, 1543–1879, Boston, David R. Godine, ISBN 0-87923-773-2.
  • Ratti, O [e] Westbrook A (1978), I segreti dei samurai : le antiche arti marziali, Roma, Edizioni Mediterranee.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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