Strumenti d'illuminazione tradizionali del Giappone

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Carro allegorico al festival notturno di Chichibu illuminato da tre diversi tipi di lampade.

Gli strumenti d'illuminazione tradizionali giapponesi includono l'andon (行灯?), il chōchin (提灯?) e il tōrō (灯篭?).

Andon[modifica | modifica sorgente]

L'andon è una lampada costituita da un telaio di bambù, legno o metallo su cui viene teso un foglio di carta di riso per proteggere la fiamma dal vento. Il combustibile, conservato in un recipiente di pietra o ceramica con uno stoppino di cotone, è solitamente costituito da olio di colza o dal più economico olio di sarde. In certi casi sono usate anche candele ma il loro prezzo elevato ne ha ridotto la diffusione.

Particolarmente diffuso durante il Periodo Edo, ne esistevano varie versioni, spesso differenziate l'una dall'altra esclusivamente per l'utilizzo che se ne faceva.
L' okiandon era la comune versione da interni e solitamente presentava un piccolo piedistallo per la luce e in alcuni casi un cassettino alla base, per facilitare il rabbocco di olio combustibile e l'accensione della fiamma. Inoltre, sul lato superiore presentava una maniglia che consentiva di trasportarlo comodamente.
Un'altra versione era l'Enshū andon, sembra risalente al tardo Periodo Azuchi-Momoyama, aveva forma di tubo con un'apertura al posto del cassettino. Ariake andon era invece chiamata la versione "da comodino", mentre il kakeandon era la versione da esterno usata sotto le tettoie dei negozi e recante su disegnata il nome del proprietario e quindi molto comune nelle città. Infine, il bonbori (雪洞?), è una versione di andon piccola a sezione esagonale.

L'espressione popolare hiru andon ("lanterna da giorno") è comunemente usata per indicare qualcuno o qualcosa che sembra non avere alcuna utilità.

Una tradizionale lampada Akachōchin all'esterno di un izakaya.

Chōchin[modifica | modifica sorgente]

Il chōchin è una lampada costituida da un telaio di bambù spezzato, su cui viene teso un foglio di carta di riso o della seta per proteggere la fiamma dal vento. La struttura a spirale del telaio permette alla lampada di "collassare", così occupare meno spazio quando non viene utilizzata. In cima presenta un gancio che gli permette di essere appeso al soffitto o ad una tettoia. Le prime notizie di un suo uso risalgono al 1085 mentre la più antica illustrazione che lo raffigura è datata 1536.

Nel Giappone moderno i chōchin, costruiti in plastica e con una lampadina a far luce, sono ancora prodotti come souvenir, per eventi particolari e per fiere come i matsuri.

L'akachōchin (赤提灯? "lanterna rossa") è il segno distintivo di un izakaya, il tipico bar o ristorante giapponese.

Tōrō di bronzo del Tōdai-ji di Nara.

Tōrō[modifica | modifica sorgente]

Originariamente usato per indicare ogni genere di lampada, il termine tōrō ha progressivamente assunto il significato specifico di indicare le sole lampade in pietra, bronzo, ferro, legno o qualsiasi altro materiale pesante.

Il loro tipico utilizzo è quello di illuminare le aree all'aperto dei templi buddisti, dei Jinja (神社? i santuari shintoisti) e dei giardini giapponesi in stile tradizionale.

Originariamente alimentati ad olio o con candele, i tōrō moderni forniscono illuminazione tramite comuni lampadine.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]


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