Strofa

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Nella letteratura e nella metrica, la strofa (o strofe) è un gruppo di versi, di numero e di tipo fisso o variabile che vengono organizzati secondo uno schema, in genere ritmico, seguito da una pausa.

È nota anche con il nome di stanza, termine preferito per le canzoni.

Per poter definire i vari tipi di strofe occorre prendere in considerazione sia la successione delle rime che il numero dei versi.

La strofa può quindi essere considerata un sistema ritmico che viene stabilito dalla combinazione delle rime e dalla struttura metrica dei versi che la compongono.

Le forme più frequenti sono il distico, la terzina, la quartina, la sestina, l'ottava. Più rare le strofe pentastiche e eptastiche, rispettivamente di cinque e sette versi.

Il distico[modifica | modifica sorgente]

Il distico, formato da una strofa composta di due versi in genere uguali metricamente, è a rima baciata (AA).

Un esempio dal Tesoretto di Brunetto Latini,
un poemetto in distici di settenari:

"Al valente segnore A
di cui non so migliore A

sulla terra trovare B
ché non avete pare B (..)" le strofe sono degli insiemi di versi, usati per lo più nelle poesie

Una variante del distico viene proposta da Giovanni Pascoli e da Giosuè Carducci con una serie di endecasillabi combinati secondo lo schema AB,AB sul modello dell'endecasillabo alessandrino o francese.

Il distico è la stanza più piccola della lirica italiana, proprio per questa sua semplicità difficilmente viene usato da solo nella nostra lirica (contrariamente ad altre tradizioni poetiche come quella inglese che usa il distico eroico o heroic couplets per la poesia epica) più comunemente è utilizzato in combinazione con altri metri semplici. È utilizzato ad esempio come chiusa dell'ottava.

La terzina[modifica | modifica sorgente]

Possibili rime:
ABA BCB CDC DED... incatenata, terza rima o Dantesca

ABA CBC DED FEF... Terzina doppia (introdotta da Cecco d'Ascoli nel poema didascalico L'Acerba; in strofe a gruppi di sei chiuse da un distico

« Non può morir chi al saver s'è dato,

Né vive in povertate né in difetto,
Né da fortuna può essere dannato;
Ma questa vita e l'altro mondo perde
Chi del savere ha sempre dispetto
Perdendo il bene dello tempo verde.
Chi perde il tempo e virtù non acquista,
Com' più ci pensa, l'alma più sattrista. »

(Cecco d'Ascoli, L'Acerba ver.1177-1184, Ediz. G. Cesari, Ascoli Piceno 1927)

utilizzata anche da Giovanni Pascoli per Il giorno dei morti (sempre a gruppi di sei, ma senza chiusa):

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!) A
vedo nel cuore, vedo un camposantoB
con un fosco cipresso alto sul muro. A

E quel cipresso fumido si scaglia C
allo scirocco: a ora a ora in piantoB
sciogliesi l'infinita nuvolaglia. C

O casa di mia gente, unica e mesta, D
o casa di mio padre, unica e muta,E
dove l'inonda e muove la tempesta; D

o camposanto che sì crudi inverni F
hai per mia madre gracile e sparuta,E
oggi ti vedo tutto sempiterni F
[...]

La terzina, che ha di solito la rima incatenata (ABA BCB) e rappresenta il metro caratteristico della poesia didascalica e della poesia allegorica a cui appartiene anche la Divina Commedia di Dante Alighieri, è formata da una strofa di tre versi.
Nella terzina vengono usati più frequentemente gli endecasillabi (fu Giovanni Pascoli ad interrompere la tradizione costruendo terzine di novenari) dove il primo verso rima con il terzo e nella successione delle terzine il secondo verso rima con il primo della terzina che segue.

In alcuni autori dell'Ottocento e del Novecento la rima può non essere incatenata, come nel Pascoli di Myricae.

La quartina[modifica | modifica sorgente]

La quartina, per lo più a rima alternata (ABAB) o incrociata (ABBA) è una strofa composta da quattro versi che, come la terzina, può vivere autonomamente. Si possono cioè avere componimenti di sole quartine come nel caso della poesia Diana di Mario Luzi che è composta da quattro quartine che seguono lo schema ABAB/CDED/FGFG/HILI.
I versi che compongono la quartina di solito sono dello stesso metro e si hanno così quartine composte di 4 endecasillabi o di 4 settenari.
Sono state adottate soluzioni differenti solamente da quei poeti che hanno voluto imitare strofe di origine greco-latina. Un esempio ne è la strofa strofa saffica che è composta da tre endecasillabi e un quinario, oppure la strofa strofa alcaica composta di due doppi quinari, da un novenario e da un decasillabo.

La sestina[modifica | modifica sorgente]

La sestina, che ha i primi quattro versi a rima alternata (ABAB) e gli altri due a rima baciata (CC), è un genere metrico composto da sei versi e si distingue tra sestina narrativa (o serventese ritornellato o sesta rima) composta da due distici a rima alternata o incrociata e da un distico a rima baciata (ABABCC;ABBACC) che viene spesso usata per gli argomenti leggeri e scherzosi e Sestina Lirica che è una variante della canzone con una struttura complessa che prevede sei stanze a strofe incatenate e parole-rima interamente ripetute. All'interno di una strofa le parole finali di ciascun verso non rimano tra di loro (ABCDEF) ma ritornano nei versi successivi secondo uno schema preciso chiamato retrogradatio cruciata: ultima, prima, penultima, seconda, terzultima, terza. Esempio: ABCDEF, FAEBDC, CFDABE, ECBFAD, DEACBF, BDFECA. Essa fu creata da Arnaldo Daniello, dai poeti provenzali, ed introdotta in Italia da Dante e da Francesco Petrarca. Essa fu usata da alcuni umanisti come Leon Battista Alberti e la vediamo apparire nei canzonieri del Cinquecento e Seicento e nelle raccolte dell'Arcadia.

Essa viene usata dai poeti tedeschi romantici nell'Ottocento e nel Novecento da Gabriele D'Annunzio, Giuseppe Ungaretti, Franco Fortini.

L'ottava[modifica | modifica sorgente]

L'Ottava, che è formata dai primi sei versi a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata è il metro della poesia narrativa e in particolare dei poemi epici-cavallereschi, come l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto (che riuscirà ad utilizzarla con grande naturalezza e a sfruttarne tutte le potenzialità, per questo l' ottava ariostesca ha anche il nome di "ottava d'oro") e la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Essa vive il suo periodo più felice tra il Duecento e il Seicento, successivamente ripresa, anche se occasionalmente, da Giuseppe Giusti, Niccolò Tommaseo e Gabriele D'Annunzio.

Se ne attribuisce l' invenzione a Giovanni Boccaccio che la utilizzò per primo in uno dei suoi poemi. Per distinguerla dall'Ottava siciliana, che non ha il distico finale (ABABABAB), viene spesso chiamata col più preciso nome di "Ottava Toscana". Tale strofa è usata ancora oggi nella tradizione rurale della Toscana e del Lazio durante i "contrasti" (sfide a suon di ottave improvvisate). Derivato dell'ottava è l'ottavina, usata prevalentemente durante i contrasti, è un'ottava dove il primo verso deve riprendere sempre l'ultima rima dell'ottava precedente.

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