Strage di via D'Amelio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Strage di via d'Amelio)
Jump to navigation Jump to search
Strage di via D'Amelio
attentato
ViaD'Amelio strage.jpg
Via D'Amelio pochi minuti dopo l'esplosione.
TipoAutobomba
Data19 luglio 1992
16:59
Luogovia Mariano D'Amelio, Palermo
StatoItalia Italia
Coordinate38°08′35.16″N 13°21′16.92″E / 38.1431°N 13.3547°E38.1431; 13.3547
Armaesplosivi (Semtex e TNT)
ObiettivoIl magistrato Paolo Borsellino
Responsabili
MotivazioneRappresaglia contro la lotta alla mafia
Conseguenze
Morti6
Feriti24

La strage di via D'Amelio fu un attentato di stampo terroristico - mafioso avvenuto domenica 19 luglio 1992, all'altezza del numero civico 21 di via Mariano D'Amelio a Palermo, in Italia, in cui persero la vita il magistrato italiano Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio[1]), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu l'agente Antonino Vullo, che al momento dell'esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta.[2][3][4][5]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Un'immagine di via D'Amelio dopo l'attentato

Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chilogrammi di esplosivo del tipo Semtex-H (miscela di PETN, tritolo e T4)[6][7] telecomandati a distanza, venne fatta esplodere in via Mariano D'Amelio al civico 21 a Palermo, sotto il palazzo dove all'epoca abitavano Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino (rispettivamente madre e sorella del magistrato), presso le quali il giudice quella domenica si era recato in visita;[8][9] l'agente sopravvissuto Antonino Vullo descrisse così l'esplosione: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l'auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l'inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L'onda d'urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c'erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto...».[2]

Lo scenario descritto da personale della locale Squadra Mobile giunto sul posto parlò di «decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuano a bruciare, proiettili che a causa del calore esplodono da soli, gente che urla chiedendo aiuto, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati».[2][10] L'esplosione causò inoltre, collateralmente, danni gravissimi agli edifici ed esercizi commerciali della via, danni che ricaddero sugli abitanti.[11] Sul luogo della strage, pochi minuti dopo il fatto, giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze.[12]

Gli agenti di scorta ebbero a dichiarare che la via D'Amelio era considerata una strada pericolosa in quanto molto stretta, tanto che, come rivelato in una intervista rilasciata alla Rai da Antonino Caponnetto, era stato chiesto alle autorità di Palermo di vietare il parcheggio di veicoli davanti alla casa, richiesta rimasta però senza seguito.

Indagini e processi[modifica | modifica wikitesto]

Prime indagini e il processo "Borsellino uno"[modifica | modifica wikitesto]

Le prime indagini sulla strage di via d'Amelio vennero coordinate dal Procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra e dai sostituti procuratori Ilda Boccassini e Fausto Cardella (cui si aggiunsero negli anni successivi i sostituti Annamaria Palma, Nino Di Matteo e Carmelo Petralia)[13][14]. Fu così che nel settembre 1992 il gruppo investigativo denominato "Falcone-Borsellino" e guidato dal questore Arnaldo La Barbera riuscì ad individuare ed arrestare i pregiudicati Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino (due balordi della Guadagna con precedenti penali per rapina, spaccio di droga e violenza sessuale),[15] i quali si autoaccusarono del furto della Fiat 126 utilizzata nell'attentato: tale circostanza venne confermata dal detenuto Francesco Andriotta, il quale era stato compagno di cella di Scarantino nel carcere di Busto Arsizio ed aveva riferito agli inquirenti di avere ricevuto confidenze dallo stesso Scarantino sull'esecuzione della strage; in particolare Scarantino dichiarò di avere ricevuto l'incarico del furto della Fiat 126 dal cognato Salvatore Profeta (mafioso della Guadagna, morto nel 2019[16]) e di avere portato l'auto rubata nell'officina di Giuseppe Orofino, dove venne preparata l'autobomba; inoltre Scarantino accusò un gruppo di fuoco del "mandamento" di Santa Maria di Gesù-Guadagna (Pietro Aglieri, lo stesso Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia) di essere gli esecutori della strage di via d'Amelio e riferì di avere assistito per caso ad una riunione ristretta della "Commissione" nella villa del mafioso Giuseppe Calascibetta dove venne decisa l'uccisione di Borsellino.[8][17]

In un successivo interrogatorio, Scarantino dichiarò che alla riunione nella villa di Calascibetta erano presenti anche Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera, entrambi diventati collaboratori di giustizia, i quali però negarono la circostanza e, durante i confronti dinanzi ai pubblici ministeri, accusarono Scarantino di dire falsità nelle sue dichiarazioni.[17][18] Tali dichiarazioni portarono al primo troncone del processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino uno"), che iniziò nell'ottobre 1994 e vedeva imputati Scarantino, Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto (tecnico telefonico e fratello del mafioso Gaetano, accusato dagli inquirenti di aver manomesso gli impianti telefonici del palazzo di via D'Amelio per intercettare le telefonate della madre del giudice Borsellino al fine di conoscere i movimenti del magistrato).[19]

Durante le udienze, gli avvocati difensori chiamarono a testimoniare un transessuale e due travestiti che affermavano di avere avuto una relazione con Scarantino, al fine di screditarne le dichiarazioni;[20] infine nel luglio 1995 Scarantino ritrattò le sue accuse nel corso di un'intervista telefonica trasmessa da Studio Aperto, dichiarando di avere accusato degli innocenti.[21] Tuttavia i giudici non ritennero veritiera tale ritrattazione e nel 1996 la Corte d'Assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Renato Di Natale, condannò in primo grado Profeta, Orofino e Scotto all'ergastolo mentre Scarantino a diciotto anni di carcere.[22] Nel gennaio 1999 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta, presieduta da Giovanni Marletta, giudicò inattendibile Scarantino perché smentito dalle dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Giovan Battista Ferrante[23], assolvendo Pietro Scotto mentre la condanna di Orofino venne ridotta a nove anni, derubricandola in favoreggiamento; la condanna all'ergastolo per Profeta e quella a diciotto anni per Scarantino vennero invece confermate[24]. Nel dicembre 2000 tali condanne e l'assoluzione di Scotto vennero confermate dalla Corte di Cassazione.[22]

Borsellino bis[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 1996 vennero rinviati a giudizio Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Calascibetta, Giuseppe Graviano e Salvatore Biondino (accusati da Scarantino di aver partecipato alla riunione in cui venne decisa l'uccisione di Borsellino) ma anche Francesco Tagliavia, Cosimo Vernengo, Natale ed Antonino Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso, Salvatore Tomaselli, Giuseppe Romano e Salvatore Vitale (accusati sempre da Scarantino di essersi occupati della preparazione dell'autobomba e del trasferimento della stessa sul luogo dell'attentato), i quali figurarono imputati nel secondo filone del processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino bis"), che iniziò il 14 maggio dello stesso anno.[25] Nel settembre 1998, durante un'udienza, Scarantino ritrattò pubblicamente tutte le sue accuse, sostenendo di avere subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa e di essere stato costretto a collaborare dal questore La Barbera.[26]

Tuttavia i giudici non credettero nuovamente a questa ennesima ritrattazione e nel 1999 la Corte d'Assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Pietro Falcone, condannò in primo grado Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia all'ergastolo mentre Giuseppe Calascibetta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo e Salvatore Vitale vennero condannati a dieci anni di carcere per associazione mafiosa ma assolti dal reato di strage; stessa cosa per Antonino Gambino, Gaetano Murana e Salvatore Tomaselli, che però furono condannati a otto anni; l'unico assolto fu Giuseppe Romano.[27]

Durante il processo d'appello, venne acquisita anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Calogero Pulci (ex mafioso di Sommatino e uomo di fiducia del boss Giuseppe "Piddu" Madonia), il quale dichiarò che Gaetano Murana gli avrebbe confidato in carcere di aver partecipato alle fasi esecutive della strage, confermando così le dichiarazioni di Scarantino;[18][28] inoltre nell'udienza del 23 maggio 2001 testimoniò anche il vicequestore Gioacchino Genchi (ex membro del gruppo investigativo "Falcone-Borsellino" del questore Arnaldo La Barbera), che avanzò l'ipotesi secondo cui il telecomando che provocò l'esplosione venne azionato dal castello Utveggio, sul monte Pellegrino, dove secondo le sue indagini si trovava una sede distaccata del SISDE, notizia che risultò falsa.[29][23] Infine nel marzo 2002 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta, presieduta da Francesco Caruso, giudicò attendibile Pulci, condannando all'ergastolo per il reato di strage anche Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana, che in primo grado erano stati invece assolti da questa accusa; vennero anche confermati gli ergastoli inflitti a Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia e le condanne a dieci anni di carcere per Giuseppe Calascibetta e Salvatore Vitale, quelle a otto anni per Salvatore Tomaselli e Antonino Gambino, nonché l'assoluzione per Giuseppe Romano.[30] Nel luglio 2003 tali condanne e l'assoluzione di Romano vennero confermate dalla Corte di Cassazione.[31]

Borsellino ter[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998 iniziò il terzo troncone del processo (denominato "Borsellino ter"), scaturito dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giovan Battista Ferrante, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Calogero Ganci, Antonino Galliano e Francesco Paolo Anzelmo: gli imputati erano Giuseppe "Piddu" Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera e gli stessi collaboratori Brusca e Cancemi (accusati di essere i componenti delle "Commissioni" provinciale e regionale di Cosa Nostra e quindi di avere avallato la realizzazione della strage) ma anche Salvatore Biondo (classe 1955), l'omonimo Salvatore Biondo (classe 1956), Domenico e Stefano Ganci, Cristofaro Cannella e lo stesso collaboratore Ferrante (accusati di avere provato il funzionamento del telecomando e dei congegni elettrici che servirono per l'esplosione e di avere segnalato telefonicamente gli spostamenti del giudice Borsellino e della scorta poco prima della strage).[32]

Nel 1999 la Corte d'Assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Carmelo Zuccaro, condannò in primo grado all'ergastolo Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Salvatore Biondo (classe 1955), Cristofaro Cannella, Domenico e Stefano Ganci mentre il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi venne condannato a ventisei anni di carcere, l'altro collaboratore Giovan Battista Ferrante a ventitré anni, Francesco Madonia a diciotto anni, Salvatore Biondo (classe 1956) a dodici anni mentre Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera e il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a sedici anni.[32][33] Nel febbraio 2002 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta, presieduta da Giacomo Bodero Maccabeo, modificò la sentenza di primo grado: vennero condannati all'ergastolo Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci, Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Filippo Graviano, Cristofaro Cannella, Salvatore Biondo (classe 1955) e Salvatore Biondo (classe 1956); Stefano Ganci venne condannato a vent'anni di carcere, Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Salvatore Montalto e Matteo Motisi a sedici anni per associazione mafiosa (ma assolti dal reato di strage) mentre venne confermata la pena per Agate, Buscemi, Spera e Lucchese; invece i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Giovan Battista Ferrante ricevettero pene tra i diciotto e i sedici anni.[34]

Nel gennaio 2003 la Corte di Cassazione annullò con rinvio alla Corte d'assise d'appello di Catania le assoluzioni dall'accusa di strage per Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Benedetto Santapaola e Antonino Giuffrè mentre venne annullata con rinvio anche la condanna per associazione mafiosa per Giuseppe Madonia e Giuseppe Lucchese; le altre condanne e assoluzioni vennero invece confermate.[35] Il 9 luglio 2003 lo stralcio del Borsellino ter e parte del procedimento per la strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d'assise d'appello di Catania, vennero riuniti in un unico processo perché avevano imputati in comune:[36] vennero ascoltati in aula i nuovi collaboratori di giustizia Antonino Giuffrè, Ciro Vara e Calogero Pulci (che resero dichiarazioni sulle riunioni delle "Commissioni" provinciale e regionale di Cosa Nostra in cui vennero decise le stragi)[37] e nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò all'ergastolo Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi e Benedetto Santapaola mentre, per la strage di Capaci, vennero condannati all'ergastolo anche Giuseppe Montalto, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Mariano Agate e Benedetto Spera; Antonino Giuffrè e Stefano Ganci vennero condannati rispettivamente a venti e ventisei anni di carcere; Giuseppe Lucchese venne invece assolto.[38] Nel settembre 2008 la Corte di Cassazione confermò questa sentenza.[39]

L'indagine sui mandanti occulti e sulla scomparsa dell'agenda rossa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bombe del 1992-1993.
L'albero posto in via d'Amelio 21 per commemorare l'uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta

Nel 1993 la Procura di Caltanissetta aprì un secondo filone d'indagine parallelo per accertare le responsabilità nelle stragi di Capaci e via d'Amelio di eventuali suggeritori o concorrenti esterni all'organizzazione mafiosa (i cosiddetti "mandanti occulti" o "a volto coperto"): nel 1998 vennero iscritti nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri sotto le sigle “Alfa” e “Beta” per concorso in strage, soprattutto in seguito alle dichiarazioni de relato del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi;[40] tuttavia nel 2002 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta archiviò l'inchiesta su “Alfa” e “Beta” al termine delle indagini preliminari poiché non si era potuta trovare la conferma delle chiamate de relato.[41]

Nel 1994 la Procura di Caltanissetta iscrisse nel registro degli indagati l'ex funzionario di Polizia e dirigente del SISDE Bruno Contrada (già sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa) per concorso in strage[42], sulla base della testimonianza dell'allora capitano dei carabinieri Umberto Sinico, il quale, pochi giorni dopo la strage, aveva rivelato ai magistrati di aver saputo da una «fonte segreta» che Contrada era stato fermato in via d'Amelio dalla prima volante accorsa dopo l'esplosione ma la relazione di servizio che lo attestava era stata distrutta su ordine dei loro superiori[43]; a ciò si aggiunsero nel 1997 le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Elmo (faccendiere implicato in vari traffici illeciti che affermava di aver militato nell'Organizzazione Gladio) il quale sosteneva di essere passato per caso nei pressi di via d'Amelio dopo l'attentato e di aver visto Contrada tra le fiamme allontanarsi con una borsa[44]: dopo vari tentennamenti, Sinico rivelò finalmente che la sua «fonte segreta» era il funzionario di polizia Roberto Di Legami, il quale negò la circostanza e, per questo motivo, nel 2002 venne rinviato a giudizio per falsa testimonianza, venendo poi assolto con formula piena tre anni dopo[45][46]. Nel gennaio 2002 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta archiviò la posizione di Contrada perché le prove non erano sufficienti e poiché era stato dimostrato che l'ex funzionario, nelle ore della strage, si trovava in barca a largo di Palermo insieme ad amici[47].

Sempre nel 2002, la Procura di Caltanissetta iscrisse nel registro degli indagati anche gli imprenditori Antonino Buscemi, Pino Lipari, Giovanni Bini, Antonino Reale, Benedetto D'Agostino e Agostino Catalano (ex titolari di grandi imprese edili collegate alla Calcestruzzi S.p.A. del Gruppo Ferruzzi-Gardini che si occupavano dell'illecita gestione dei grandi appalti per conto dell'organizzazione mafiosa) per concorso in strage, in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino e Giovanni Brusca:[48][49] le indagini infatti ipotizzarono un interesse che alcuni ambienti politico-imprenditoriali e mafiosi avevano di evitare lo sviluppo e l'approfondire delle indagini che i giudici Falcone e Borsellino stavano conducendo sul filone "mafia e appalti" insieme al ROS;[49][50] tuttavia nel 2003 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta archiviò le indagini sugli accusati perché "gli elementi raccolti non appaiono idonei a sostenere l'accusa" in giudizio.[49]

Nel febbraio 2006 la Procura di Caltanissetta aprì un'indagine sulla scomparsa dell'agenda rossa del giudice Borsellino, in seguito alla segnalazione di una fotografia scattata da un giornalista subito dopo l'attentato in cui si vedeva l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che si allontanava da via d'Amelio con la borsa del giudice Borsellino, che venne ritrovata nell'auto distrutta dall'esplosione dopo alcune ore. Interrogato dai magistrati, Arcangioli (diventato colonnello) sostenne di avere consegnato la borsa ai giudici Vittorio Teresi e Giuseppe Ayala (i quali erano sopraggiunti sul luogo della strage), ma essi negarono la circostanza: per queste ragioni, il colonnello Arcangioli venne inizialmente indagato per false dichiarazioni[51] ma nel febbraio 2008 il giudice per le indagini preliminari lo incriminò anche per il furto dell'agenda rossa e la Procura di Caltanissetta ne chiese il rinvio a giudizio:[52] tuttavia il giudice dell'udienza preliminare rigettò la richiesta, sostenendo che non vi erano le prove per un'incriminazione di Arcangioli poiché la borsa in questione rimase per quattro mesi presso la squadra mobile di Palermo senza essere aperta e quindi l'agenda potrebbe essere stata sottratta in un momento successivo ma avanzò anche l'ipotesi che, al momento dell'attentato, Borsellino avesse l'agenda rossa in mano e non nella borsa (come testimoniato dall'agente sopravvissuto Antonino Vullo)[2] e quindi questa andò distrutta nell'esplosione. Per questi motivi, la Procura di Caltanissetta fece ricorso in Cassazione, che però non lo accolse, sostenendo la tesi del giudice dell'udienza preliminare.[18]

Nel 2009, sulla base delle nuove rivelazioni dei collaboratori di giustizia Vito Lo Forte e Francesco Marullo, la Direzione Nazionale Antimafia guidata da Pietro Grasso identificò "faccia da mostro" (fantomatico killer con il volto deturpato al soldo di mafia e servizi segreti deviati) in Giovanni Aiello[53][54], un ex poliziotto che aveva prestato servizio in Sicilia e poi era stato congedato perché sfigurato ad una guancia da una fucilata[55]: sempre nello stesso anno, la Procura di Caltanissetta iscrisse Aiello nel registro degli indagati per concorso nelle stragi di Capaci e via d'Amelio (ma anche per il fallito attentato all'Addaura) poiché appunto i due collaboranti avevano parlato di un suo presunto ruolo nei tre attentati[56]; l'indagine venne però archiviata nel 2012 dal giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta perché non si trovarono conferme al racconto di Lo Forte e Marullo, pur sostenendo che «molteplici altre circostanze inducono a identificare il soggetto di cui hanno parlato i collaboratori Lo Forte e Marullo nella persona dell'odierno indagato».[57][53]

Nel 2010 la Procura di Caltanissetta iscrisse nel registro degli indagati l'ex funzionario del SISDE Lorenzo Narracci (braccio destro di Bruno Contrada) per concorso in strage, in quanto il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza l'avrebbe riconosciuto fotograficamente come l'uomo misterioso presente nel garage dove venne preparata l'autobomba[18][58]; Narracci si difese affermando che nelle ore della strage si trovava ad una gita in barca a largo di Palermo insieme al collega Contrada ed altri amici[47] e nel 2016 le accuse vennero archiviate poiché il riconoscimento effettuato da Spatuzza non era certo[59][18].

Il processo "Borsellino quater" e sulla "trattativa Stato-mafia"[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Processo Borsellino quater, Processo sulla trattativa Stato-mafia e Trattativa Stato-mafia.

Nel giugno 2008 Gaspare Spatuzza (ex mafioso di Brancaccio) iniziò a collaborare con la giustizia e si autoaccusò del furto della Fiat 126 utilizzata nell'attentato, smentendo la versione data dai collaboratori di giustizia Scarantino e Candura: in particolare Spatuzza dichiarò di avere compiuto il furto dell'auto la notte dell'8 luglio 1992 (undici giorni prima dell'attentato) insieme al suo sodale Vittorio Tutino, su incarico di Cristofaro Cannella e Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio); Spatuzza riferì anche che portò l'auto rubata nell'officina di tale Maurizio Costa (dove vennero riparati i freni e la frizione danneggiati) e poi il 18 luglio (il giorno prima della strage) in un altro garage vicino a via d'Amelio, dove Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia provvidero a preparare l'innesco e l'esplosivo all'interno dell'auto.[18][60] In seguito a queste dichiarazioni, la Procura di Caltanissetta guidata dal Procuratore capo Sergio Lari, affiancato dai procuratori aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone e dai pm Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani, riaprì le indagini sulla strage di via d'Amelio[61]: nel 2009 gli ex collaboratori di giustizia Scarantino, Candura e Andriotta dichiararono ai magistrati di essere stati costretti a collaborare dal questore La Barbera e dal suo gruppo investigativo, che li sottoposero a forti pressioni psicologiche, maltrattamenti e minacce per spingerli a dichiarare il falso, mentre l'ex collaboratore Calogero Pulci sostenne di avere agito di sua iniziativa perché, a suo dire, voleva aiutare gli inquirenti.[18]

Nel 2009, in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riguardavano l'inchiesta sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia", le Procure di Caltanissetta e Palermo ascoltarono le testimonianze di Liliana Ferraro (ex vice direttore degli affari penali presso il Ministero della Giustizia) e dell'ex ministro Claudio Martelli, i quali confermarono di essere stati avvicinati dall'allora colonnello dei carabinieri Mario Mori che chiedeva "copertura politica" per i suoi contatti con Vito Ciancimino al fine di fermare le stragi; in particolare la Ferraro dichiarò che ne parlò con il giudice Borsellino, che si dimostrò già informato dei contatti tra Ciancimino e i carabinieri.[62] Infatti l'inchiesta fece emergere che il 25 giugno 1992 (circa un mese prima di essere ucciso) Borsellino s'incontrò con il colonnello Mori e con l'allora capitano Giuseppe De Donno: secondo quanto dichiarato da Mori e De Donno ai magistrati, durante quell'incontro Borsellino si limitò a parlare con loro sulle indagini dell'inchiesta "mafia e appalti".[62] Nello stesso periodo, Agnese Piraino Leto (vedova di Borsellino) dichiarò ai magistrati che, qualche giorno prima di essere ucciso, il marito le confidò che il generale dei carabinieri Antonio Subranni (diretto superiore del colonnello Mori) era vicino ad ambienti mafiosi e che c'era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato.[18] I magistrati di Palermo e Caltanissetta acquisirono anche le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca nel processo "Borsellino ter",[32] in cui affermavano che Salvatore Riina fece sospendere la preparazione dell'attentato contro l'onorevole Calogero Mannino ed insistette particolarmente per accelerare l'uccisione di Borsellino ed eseguirla con modalità eclatanti[18]; in particolare, Riina avrebbe detto a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era «un muro da superare» e, secondo il magistrato Nino Di Matteo (che condusse le indagini sulla "Trattativa"), la strage di via d'Amelio fu eseguita per «proteggere la trattativa dal pericolo che il dott. Borsellino, venutone a conoscenza, ne rivelasse e denunciasse pubblicamente l'esistenza, in tal modo pregiudicandone irreversibilmente l'esito auspicato»[62].

Nell'aprile 2011 anche Fabio Tranchina (ex uomo di fiducia di Giuseppe Graviano) iniziò a collaborare con la giustizia, confermando le dichiarazioni di Spatuzza: infatti Tranchina riferì che una settimana prima della strage aveva compiuto due appostamenti in via d'Amelio insieme a Graviano, il quale gli chiese anche di procurargli un appartamento nelle vicinanze ma poi gli disse che aveva deciso di piazzarsi nel giardino dietro un muretto in fondo a via d'Amelio per azionare il telecomando che provocò l'esplosione.[18][63] Per queste ragioni, il 27 ottobre dello stesso anno la Corte d'assise d'appello di Catania dispose la sospensione della pena per Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Vincenzo Scarantino, che erano stati condannati nei processi "Borsellino uno" e "Borsellino bis".[64]

Il 2 marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta Alessandra Giunta emise un'ordinanza di custodia cautelare per Vittorio Tutino, Calogero Pulci (accusato di calunnia), Salvatore Madonia (accusato di essere stato un componente della "Commissione provinciale" di Cosa Nostra in qualità di reggente del mandamento di Resuttana e quindi di avere avallato la strage) e Salvatore Vitale (accusato da Spatuzza di avere messo a disposizione il suo maneggio per la consegna delle targhe rubate da apporre sull'autobomba per evitarne l'identificazione e di avere controllato le visite del giudice Borsellino alla madre poiché abitava nello stesso palazzo in via d'Amelio):[18][61] tuttavia il procedimento a carico di Vitale venne sospeso per via delle sue gravi condizioni di salute, che lo portarono alla morte qualche tempo dopo;[65] infine, nel novembre dello stesso anno, la Procura di Caltanissetta chiuse le indagini sulla strage.[66]

Il 13 marzo 2013 il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato i collaboratori Spatuzza e Tranchina rispettivamente a quindici e dieci anni di carcere per il loro ruolo avuto nella strage, mentre l'ex collaboratore Salvatore Candura venne condannato a dodici anni per calunnia aggravata;[67] qualche giorno dopo si aprì il quarto processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino quater"), che vedeva imputati Vittorio Tutino, Salvatore Madonia e gli ex collaboratori Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci.[68]

Nell'aprile 2017 la Corte d'assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Antonio Balsamo, condannò in primo grado Tutino e Madonia all'ergastolo per il reato di strage mentre gli ex collaboratori Andriotta e Pulci vennero condannati a dieci anni di carcere per calunnia; il reato di Scarantino venne invece prescritto grazie alla concessione delle attenuanti per essere stato indotto a rendere false dichiarazioni[69]. Il 15 novembre 2019 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta, presieduta dal giudice Andreina Occhipinti, confermò le condanne di primo grado e la prescrizione per Scarantino[70][71]. Il 5 ottobre 2021 la Cassazione confermò integralmente tale sentenza.[72]

Per quanto riguarda il processo sulla Trattativa Stato-mafia, il 4 novembre 2015 il giudice dell'udienza preliminare di Palermo, Marina Petruzzella ha assolto Calogero Mannino (giudicato con il rito abbreviato) dall'accusa a lui contestata per "non aver commesso il fatto"[73]; la sentenza di assoluzione è stata confermata in appello il 22 luglio 2019[74] e anche dalla Cassazione l'11 dicembre 2020[75]. Per gli imputati giudicati con il rito ordinario, Il 20 aprile 2018 la Corte d'Assise di Palermo, presieduta dal dott. Alfredo Montalto, pronunciò la sentenza di primo grado, con la quale vennero condannati a dodici anni di carcere Mario Mori, Antonio Subranni, Marcello Dell'Utri, Antonino Cinà, ad otto anni Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino (per lui il reato venne prescritto), a ventotto anni Leoluca Bagarella; vennero inoltre prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti di Giovanni Brusca, e venne assolto Nicola Mancino[76]. Il 23 settembre 2021 la Corte d'assise d'appello di Palermo ribaltò la sentenza di primo grado e assolse Mori, Subranni e De Donno perchè "il fatto non costituisce reato" e l'ex senatore Dell'Utri "per non aver commesso il fatto", mentre confermò la prescrizione per Brusca e la condanna a dodici anni del capomafia Antonino Cinà e ridusse a ventisette anni la pena al boss Bagarella.[77]

Processo sul presunto depistaggio delle indagini[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio 2018 la Procura di Caltanissetta chiese il rinvio a giudizio per il funzionario di polizia Mario Bo e per gli ispettori Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, con l'accusa di calunnia in concorso; i tre infatti avevano fatto parte del gruppo investigativo "Falcone-Borsellino" guidato dal questore Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002) che si occupò delle prime indagini sulla strage di via d'Amelio e avevano gestito la controversa collaborazione con la giustizia di Vincenzo Scarantino: secondo le indagini della Procura di Caltanissetta e le prove emerse durante il processo di primo grado denominato "Borsellino quater", i tre poliziotti avrebbero indotto Scarantino a rendere false dichiarazioni sottoponendolo a minacce, maltrattamenti e pressioni psicologiche[78][79][80]. Il processo iniziò il 5 novembre dello stesso anno dinanzi al Tribunale di Caltanissetta[81].

Processo nei confronti di Matteo Messina Denaro per le stragi di Capaci e via d'Amelio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Matteo Messina Denaro.
Matteo Messina Denaro in una foto di repertorio.

Nel gennaio 2016 il gup di Caltanissetta emise un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Matteo Messina Denaro, capomandamento di Castelvetrano latitante dal 1993, con l'accusa di essere uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via d'Amelio[82]. L'imputazione si basava sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia già acquisite nei vari processi sulle stragi che si sono celebrati negli anni precedenti: infatti, secondo i collaboratori Vincenzo Sinacori, Francesco Geraci e Giovanni Brusca, nel settembre 1991 Messina Denaro partecipò ad una riunione a Castelvetrano in cui Salvatore Riina comunicò la decisione di dare il via alla strategia stragista, inviando appunto a Roma il boss castelvetranese insieme ad altri mafiosi per uccidere Giovanni Falcone, salvo poi richiamarli in Sicilia per eseguire l'attentato diversamente[83]; inoltre, sempre secondo Sinacori, Geraci e Brusca, lo stesso Messina Denaro avrebbe progettato l'omicidio di Paolo Borsellino mentre questi era Procuratore capo a Marsala poiché il giudice era stato tra i primi inquirenti, insieme al commissario Calogero Germanà, ad indagare sulle attività della "famiglia" Messina Denaro, all'epoca pressoché sconosciuta agli organi investigativi, ed infatti aveva emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa nei confronti del "patriarca" Francesco Messina Denaro, padre di Matteo[84][82][85].

Per questi motivi, l'anno successivo il gup di Caltanissetta Marcello Testaquadra dispose il rinvio a giudizio per Messina Denaro con l'accusa di strage; il processo si aprì il 13 marzo dello stesso anno[86][87][88].

Il 20 ottobre 2020 la Corte d'assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Roberta Serio, condannò all'ergastolo Messina Denaro in contumacia per il reato di strage[85].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ STORIA DI EMANUELA MORTA IN DIVISA A VENTIQUATTRO ANNI, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 12 dicembre 2018 (archiviato il 22 febbraio 2014).
  2. ^ a b c d L'Espresso, Arianna Giunti, Via D'Amelio, ancora troppi misteri Archiviato il 4 dicembre 2013 in Internet Archive., 18 luglio 2013
  3. ^ DI STRAGE IN STRAGE, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 12 dicembre 2018 (archiviato il 22 febbraio 2014).
  4. ^ paolo-borsellino-attentato, su ilpost.it. URL consultato il 12 dicembre 2018 (archiviato il 6 marzo 2019).
  5. ^ La strage di Via D'Amelio dagli archivi ANSA, su ansa.it, 19 luglio 2018. URL consultato il 12 dicembre 2018 (archiviato il 6 marzo 2019).
  6. ^ Sentenza Corte di Cassazione - Sezione I Penale (pag. 3) (PDF), su ipezzimancanti.it. URL consultato il 24 marzo 2014 (archiviato il 24 marzo 2014).
  7. ^ Strage del rapido 904, il consulente del pm: "L'esplosivo è lo stesso di via D'Amelio" Archiviato il 16 dicembre 2014 in Internet Archive. Rainews.it
  8. ^ a b Giovanni Bianconi, Il pentito e le stragi. La nuova verità che agita l'antimafia, in Corriere della Sera, 22 aprile 2009. URL consultato il 17 marzo 2010 (archiviato il 27 gennaio 2011).
  9. ^ Di Giovacchino
  10. ^ Primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage di via d'Amelio (PDF). URL consultato l'11 settembre 2014 (archiviato dall'url originale il 14 ottobre 2014).
  11. ^ gli abitanti: cortei e Tv ma non ci pagano i danni Archiviato il 3 dicembre 2013 in Internet Archive. Corriere della Sera, 19 luglio 1993.
  12. ^ SIAMO STATI SFRATTATI DALLA MAFIA, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 30 gennaio 2014 (archiviato il 19 febbraio 2014).
  13. ^ STRAGE BORSELLINO MAFIOSO IN MANETTE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  14. ^ Depistaggio via D'Amelio, Nino Di Matteo: "Non fu solo strage di mafia. L'agenda rossa di Borsellino non è sparita per mano dei boss. Ci siamo scontrati con reticenze istituzionali bestiali", su Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2020. URL consultato il 15 maggio 2021.
  15. ^ UNA PISTOLA A 13 ANNI E UN BOSS PER COGNATO, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 30 gennaio 2014 (archiviato il 19 febbraio 2014).
  16. ^ Morto boss mafioso Salvatore Profeta, su ansa.it. URL consultato il 19 settembre 2018 (archiviato il 19 settembre 2018).
  17. ^ a b FUI IO A PROCURARE L'AUTOBOMBA, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  18. ^ a b c d e f g h i j k Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF). URL consultato il 30 gennaio 2014 (archiviato dall'url originale il 29 ottobre 2013).
  19. ^ ' ERA LUI A SPIARE BORSELLINO..., su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  20. ^ ' SCARANTINO È OMOSESSUALE, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  21. ^ ' HO DETTO BUGIE' IL PENTITO RITRATTA MA È UN GIALLO, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  22. ^ a b Borsellino condanne confermate, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  23. ^ a b La Procura di Caltanissetta ascolta il vicequestore Genchi - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 6 novembre 2020.
  24. ^ Borsellino, due assolti, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  25. ^ RIINA E ALTRI 17 A GIUDIZIO PER VIA D'AMELIO, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  26. ^ Scarantino ritratta: "Su Borsellino ho mentito", su repubblica.it. URL consultato il 4 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  27. ^ Borsellino bis, sette ergastoli Credibile il pentito Scarantino, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 4 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  28. ^ Sbugiardato un altro pentito, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 4 novembre 2014 (archiviato il 4 novembre 2014).
  29. ^ Continua ad adombrarla la frase "In via D'Amelio c'entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che dopo cinque minuti dall'attentato sono scomparsi", attribuita ad un imputato del processo per la trattativa Stato-mafia da due agenti di scorta presenti alla trasmissione della seduta del 31 maggio 2013, secondo Trattativa, le “confessioni” di Riina agli agenti del Gom: “Il mio arresto? Colpa di Provenzano e Ciancimino”, Fatto quotidiano, 30 giugno 2016 Archiviato il 1º luglio 2016 in Internet Archive..
  30. ^ Borsellino bis, ergastoli confermati maxi risarcimento da 300 mila euro, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 6 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  31. ^ il mafioso non accetta il carcere, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 6 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  32. ^ a b c Sentenza della Cassazione per il processo "Borsellino ter" (PDF). URL consultato il 10 febbraio 2014 (archiviato il 22 febbraio 2014).
  33. ^ la Repubblica/cronaca: Omicidio Borsellino pioggia di ergastoli, su www.repubblica.it. URL consultato il 13 maggio 2021.
  34. ^ Borsellino ter, undici ergastoli, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 10 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  35. ^ Via D'Amelio, strage della cupola, su ricerca.repubblica.it. URL consultato l'11 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  36. ^ Processo unico per le stragi, su ricerca.repubblica.it. URL consultato l'11 febbraio 2014 (archiviato il 5 aprile 2018).
  37. ^ Sentenza d'appello del processo stralcio per le stragi di Capaci e via d'Amelio (PDF).
  38. ^ la sentenza, su ricerca.repubblica.it. URL consultato l'11 febbraio 2014 (archiviato il 5 aprile 2018).
  39. ^ Strage del '92 carcere a vita per i mandanti, su ricerca.repubblica.it. URL consultato l'11 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  40. ^ Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF). URL consultato l'11 settembre 2014 (archiviato dall'url originale il 21 marzo 2014).
  41. ^ Francesco Viviano, Stragi di Capaci e via D'Amelio archiviazione per Berlusconi, in la Repubblica, 4 maggio 2002. URL consultato l'8 ottobre 2011 (archiviato il 30 aprile 2011).
  42. ^ PER LA STRAGE DI VIA D'AMELIO CONTRADA DAVANTI AL GIUDICE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  43. ^ Stragi, il mistero Contrada - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  44. ^ 'HO VISTO CONTRADA SUL LUOGO DELLA STRAGE' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  45. ^ 'Contrada era in via D'Amelio' vicequestore a giudizio per falso - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  46. ^ Di Legami, il superpoliziotto di Palermo che ha indagato sul cyberspionaggio, su la Repubblica, 11 gennaio 2017. URL consultato il 16 maggio 2021.
  47. ^ a b Perché Narracci è ancora in servizio? I dubbi di Briguglio sull'uomo dei misteri, su Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2010. URL consultato il 15 maggio 2021.
  48. ^ Brusca: "Riina voleva sfruttare la Ferruzzi. C'era anche l'aggancio con un magistrato" Archiviato il 6 ottobre 2014 in Internet Archive. Corriere della Sera, 11 febbraio 1999
  49. ^ a b c Marco Travaglio, Suicidio Gardini e fondi riciclati le nuove verità dei pm antimafia, in la Repubblica, 16 ottobre 2003. URL consultato l'11 settembre 2014 (archiviato l'11 settembre 2014).
  50. ^ TRA I MEDIATORI C' ERANO PANZAVOLTA E SALAMONE, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 29 maggio 2021.
  51. ^ Agenda Borsellino c' è un indagato, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 16 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  52. ^ Un militare rubò l'agenda di Borsellino, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 16 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  53. ^ a b Stragi: per i pm ha un nome "Faccia da mostro", cerniera tra Stato e mafia, su Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2013. URL consultato il 24 giugno 2021.
  54. ^ Blog | Esclusivo/2 Stragi mafiose: L’atto di impulso investigativo della Dna su “faccia di mostro” scompare nella Procura di Palermo, su Il Sole 24 ore, 16 novembre 2016. URL consultato il 25 luglio 2021.
  55. ^ Ecco chi è la donna del mistero nelle stragi siciliane: per la prima volta svelata la sua identità, su L'Espresso, 3 maggio 2021. URL consultato il 24 giugno 2021.
  56. ^ Bombe, omicidi e stragi in Sicilia: ecco tutte le accuse a 'faccia da mostro', su la Repubblica, 9 luglio 2014. URL consultato il 24 giugno 2021.
  57. ^ Relazione di minoranza sulla morte di Attilio Manca, Doc. XXIII, n. 45-bis - Atti Parlamentari (PDF), su documenti.camera.it, COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL FENOMENO DELLE MAFIE E SULLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI, ANCHE STRANIERE - XVII Legislatura.
  58. ^ Spatuzza sembra riconoscere lo 007 vicino all'auto dell'attentato a Borsellino - Corriere della Sera, su www.corriere.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  59. ^ di Giuseppe Pipitone, Paolo Borsellino, i misteri sulla strage di via d'Amelio 25 anni dopo: dal depistaggio senza colpevoli all'Agenda rossa - Page 6 of 8 - Il Fatto Quotidiano, su ilfattoquotidiano.it. URL consultato il 15 maggio 2021.
  60. ^ Interrogatorio del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza (PDF), su antimafia.altervista.org. URL consultato il 22 febbraio 2014 (archiviato il 19 ottobre 2014).
  61. ^ a b Via d'Amelio, quattro arresti per la strageI pm: "Borsellino tradito da un carabiniere", su la Repubblica, 8 marzo 2012. URL consultato il 16 ottobre 2021.
  62. ^ a b c Audizione del procuratore Francesco Messineo dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF). URL consultato il 19 marzo 2014 (archiviato dall'url originale il 7 aprile 2014).
  63. ^ Tranchina decide di collaborare 'Portai Graviano in via D'Amelio, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 12 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  64. ^ E tornano in libertà gli ergastolani condannati nel vecchio processo, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 12 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  65. ^ Morto il boss ergastolano che abitava in via D'Amelio, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 13 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  66. ^ Chiusa l'indagine in 7 verso il processo, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 13 febbraio 2014 (archiviato il 21 febbraio 2014).
  67. ^ Via D'Amelio, prime tre condanne quindici anni al pentito Spatuzza, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 13 febbraio 2014 (archiviato il 19 febbraio 2014).
  68. ^ Nuovo processo via D'Amelio chiesta testimonianza Napolitano, su palermo.repubblica.it. URL consultato il 13 febbraio 2014 (archiviato il 19 febbraio 2014).
  69. ^ Mafia, Borsellino quater: la prescrizione salva Scarantino, su la Repubblica, 20 aprile 2017. URL consultato il 6 novembre 2020.
  70. ^ Mafia. Borsellino quater, confermate in appello tutte le condanne, su rainews. URL consultato il 6 novembre 2020.
  71. ^ Borsellino quater, la prescrizione salva Scarantino. Condannati gli altri falsi pentiti, su la Repubblica, 15 novembre 2019. URL consultato il 6 novembre 2020.
  72. ^ Borsellino quater, definitive le condanne per la strage di via D'Amelio e il depistaggio delle indagini. Il pg: "Pagina vergognosa e tragica", su Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2021. URL consultato il 6 ottobre 2021.
  73. ^ Mannino, un'odissea giudiziaria di oltre 20 anni, su Giornale di Sicilia. URL consultato il 14 ottobre 2021.
  74. ^ Salvo Palazzolo, Trattativa Stato-mafia, Mannino di nuovo assolto. In appello confermata la sentenza del gup, in la Repubblica, 22 luglio 2019. URL consultato il 22 luglio 2019.
  75. ^ Trattativa Stato mafia, confermata in Cassazione l'assoluzione dell'ex ministro Calogero Mannino, su Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2020. URL consultato il 14 ottobre 2021.
  76. ^ Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell'Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: "Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi", su Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2018. URL consultato il 14 ottobre 2021.
  77. ^ Trattativa Stato-mafia: assolti carabinieri e Dell'Utri
  78. ^ I giudici: «Via D’Amelio il più grande depistaggio della storia» Il video, su Corriere della Sera, 7 gennaio 2018. URL consultato il 6 novembre 2020.
  79. ^ Paolo Borsellino, i misteri sulla strage di via d'Amelio 25 anni dopo: dal depistaggio senza colpevoli all'Agenda rossa, su Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2017. URL consultato il 6 novembre 2020.
  80. ^ Strage via D'Amelio, richiesta di rinvio a giudizio per Bo - TGR Friuli Venezia Giulia, su TGR. URL consultato il 6 novembre 2020.
  81. ^ Via D'Amelio, 3 poliziotti a processo per depistaggio, su Adnkronos. URL consultato il 6 novembre 2020.
  82. ^ a b Stragi di Capaci e via d'Amelio, il mandante era Matteo Messina Denaro, su Panorama, 22 gennaio 2016. URL consultato il 13 settembre 2021.
  83. ^ Mafia, pm racconta: «Cosa Nostra voleva uccidere Falcone a Roma», su www.lasicilia.it. URL consultato il 13 settembre 2021.
  84. ^ Borsellino e i Messina Denaro, lo 'schiaffo' al giudice, su Agi. URL consultato il 15 settembre 2021.
  85. ^ a b Ergastolo al latitante Messina Denaro: “Fu tra i mandanti delle stragi del ’92”, su lastampa.it, 21 ottobre 2020. URL consultato il 13 settembre 2021.
  86. ^ Stragi di Capaci e via D'Amelio, Messina Denaro rinviato a giudizio, su Giornale di Sicilia. URL consultato il 13 settembre 2021.
  87. ^ Mafia: stragi, parte processo a Messina Denaro. Deporra' Spatuzza, su Agi. URL consultato il 13 settembre 2021.
  88. ^ Stragi '92: Messina Denaro a giudizio - Cronaca, su ANSA.it, 23 gennaio 2017. URL consultato il 13 settembre 2021.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Rita Di Giovacchino, Massimo Brutti (prefazione di), Il libro nero della prima Repubblica, 1ª ed., Roma, Fazi Editore, 2003, ISBN 978-88-8112-633-0, ..
  • Maurizio Torrealta, Antonio Ingroia, La trattativa. Mafia e stato: un dialogo a colpi di bombe, Editori Riuniti, 2002, ISBN 978-88-359-5195-7, ..
  • Sandra Rizza, Giuseppe Lo Bianco, L'agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, 2007, ISBN 978-88-6190-014-1, ..
  • Sandra Rizza, Giuseppe Lo Bianco, L'agenda nera della Seconda Repubblica, Chiarelettere, 2010, ISBN 978-88-6190-099-8, ..
  • Paolo Borsellino e l'agenda rossa (PDF), su 19luglio1992.com, 19 luglio 2012. URL consultato il 22 luglio 2012.
    «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare».

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]