Storia naturale della religione

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Storia naturale della religione
Titolo originaleThe Natural History of Religion
AutoreDavid Hume
1ª ed. originale1755
Generesaggio
Lingua originaleinglese

La Storia naturale della religione (The Natural History of Religion) è un saggio del filosofo e storico scozzese David Hume, pubblicato nel 1755 e inserito in seguito - insieme con altri tre saggi - nelle Quattro dissertazioni (1757)

Tema[modifica | modifica wikitesto]

Nell'Introduzione, l'autore spiega che il fine dell'opera è trovare i fondamenti della religione nella natura umana. Hume, pur accettando i principi del teismo e sostenendo che la costituzione della natura mostra l'esistenza di un autore intelligente, ritiene che il problema dell'origine del sentimento religioso sia più difficile da risolvere visto che esistono anche popoli atei. La religione avrebbe la sua genesi nel sentimento del timore e quindi, conseguentemente, in una speranza di salvezza dopo la morte, pensata come fenomeno ineluttabile e drammatico. La religione servirebbe così ad esorcizzare la potenza della natura attraverso l'affidamento al Dio, la devozione verso il quale garantisce che la natura risulti "benigna" per l'uomo e non più nemica incontrollabile e priva di un ordine che la razionalizzi. La forma di religione più primitiva è il politeismo, che nasce dall'immaginazione dell'uomo primitivo che divinizza le varie forze della natura, spesso di origine ignota, da cui dipende la sua vita e la sua morte. Le divinità sono in tutto e per tutto simili agli esseri umani, tranne per l'onnipotenza, limitata però dall'ambito circoscritto su cui la divinità esercita il proprio potere.

Con il progredire della civiltà si afferma il monoteismo. La sua affermazione è diversa nel popolo e nei filosofi: il primo, sconvolto dall'estrema instabilità della sua condizione esistenziale, accorda ad una divinità fra le tante tutte le perfezioni, elevandola a sommo e unico Dio, mentre i secondi giungono ad elaborare il concetto di Dio tramite riflessioni filosofiche.

Hume ritiene, d'altra parte, che alla fede nell'esistenza di un ordine e di una finalità nel mondo si possa giungere ragionevolmente solo considerando gli eventi ordinari della natura e della storia, mentre privo di ogni valore persuasivo è l'abituale ricorso all'eccezionale e al miracoloso.

Peraltro, Hume non è del tutto convinto che l'andamento delle cose del mondo autorizzi a presupporre l'esistenza di un ordinatore intelligente. Oltretutto, questa divinità appare troppo lontana dall'uomo, e per ovviare a questo inconveniente vengono create “divinità intermedie” fra l'uomo e Dio.

Hume loda poi la tolleranza delle religioni pagane, contrapposta al fanatismo e all'intolleranza violenta dei monoteismi, pur riconoscendo una maggiore solidità dottrinale a questi ultimi. Inoltre afferma che i monoteismi umiliano l'uomo nella sua dimensione terrena, mentre i politeismi esaltano l'aspetto terreno e naturale dell'uomo. Vengono perciò criticate le tesi che considerano ridicolo il paganesimo e si deride il dogma cattolico della presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia, ritenuto non meno assurdo delle credenze politeiste. Per Hume la fede è un sentimento irrazionale ed emotivo e non insegna all'uomo a migliorarsi dal punto di vista morale, anzi spesso lo peggiora.

L'opera si chiude con queste parole:

«Tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione del giudizio appaiono l'unico risultato della nostra più accurata indagine in proposito. Ma tale è la fragilità della ragione umana, e tale il contagio irresistibile delle opinioni, che non è facile tener fede neppure a questa posizione scettica, se non guardando più lontano e opponendo superstizione a superstizione, in singolar tenzone; intanto, mentre infuria il duello, ripariamoci felicemente nelle regioni della filosofia, oscure ma tranquille.»

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]