Storia militare della Germania durante la seconda guerra mondiale

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Storia della Germania nazista.

La storia militare della Germania durante la seconda guerra mondiale inizia nel 1939 con la campagna di Polonia, e nel periodo 1940-1941 estese progressivamente il suo dominio su gran parte dell'Europa continentale. Le truppe tedesche dilagarono in Europa occidentale, invadendo il Belgio, i Paesi Bassi e la Francia, spingendosi anche a conquistare la Norvegia, ma non riuscirono a conquistare il Regno Unito, dopo il fallimento dell'operazione Leone Marino.

In azzurro, i territori occupati dalle potenze dell'Asse nel 1942, al loro apogeo

Dopo aver ottenuto l'alleanza e la collaborazione dell'Italia fascista e di una serie di nazioni "satelliti": Repubblica Slovacca, Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia, la Germania di Hitler sferrò il 22 giugno 1941 la grande operazione Barbarossa, l'invasione dell'Unione Sovietica con la speranza di ottenere una vittoria decisiva in pochi mesi. Dopo una serie di impressionanti successi in apparenza risolutivi e un'avanzata fino alle porte di Mosca e Leningrado, l'esercito tedesco, si trovò in grave difficoltà, a causa della crescente resistenza sovietica e venne sconfitto nella battaglia di Mosca del dicembre 1941. Durante l'inverno, mentre entravano in guerra a fianco di Gran Bretagna e Unione Sovietica, anche gli Stati Uniti d'America, la più grande potenza industriale del mondo, i tedeschi riuscirono con gravi difficoltà e pesanti perdite ad evitare una ritirata rovinosa.

Nella primavera e estate 1942 la Germania ritornò all'offensiva sia sul fronte orientale, sia nella campagna del Nordafrica: l'Afrikakorps avanzò in Egitto verso Alessandria, mentre in Russia l'esercito tedesco raggiunse il Don, il Volga e il Caucaso. La svolta della guerra a favore dei nemici del III Reich si verificò alla fine dell'anno 1942 con le due pesanti sconfitte della seconda battaglia di El Alamein (23 ottobre-4 novembre 1942) e della battaglia di Stalingrado con l'operazione Urano del 19 novembre 1942 e la resa definitiva tedesca il 2 febbraio 1943. Sul fronte orientale, dopo Stalingrado cominciò nel 1943 una ritirata continua, interrotta solo da fallimentari controffensive come quella di Kursk, mentre lo sbarco in Sicilia del 1943 e lo sbarco in Normandia dell'anno successivo riportano gli angloamericani e i loro alleati (canadesi, francesi, australiani e neozelandesi in primis) sul suolo europeo. Attaccata su tre fronti, nel 1944 la Germania riuscì a resistere con difficoltà agli assalti nemici e, dopo la speranza ridestata dall'offensiva delle Ardenne di fine 1944, crollò definitivamente nel 1945, con l'ingresso in Berlino dell'armata rossa.

Suicidatosi Hitler il 30 aprile in una Berlino assediata dall'Armata Rossa, il governo dell'ammiraglio Karl Dönitz firmò la resa incondizionata il 7 maggio a Reims, in Francia, e l'8 maggio a Berlino; il mese precedente le truppe tedesche in Italia si erano invece arrese con la firma della resa di Caserta.

La politica della Germania nel primo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Anschluss, Conferenza e accordo di Monaco, Germania nazista e Patto d'Acciaio.

In tutti i 6 anni che, prima dello scoppio del confilitto, videro Hitler cancelliere della nazione tedesca, egli lanciò numerose sfide a Francia e Regno Unito, i vincitori della prima guerra mondiale. La Grande Guerra, costata 2 milioni di soldati morti ai tedeschi e 3 agli anglofrancesi[1] si era conclusa con la firma del trattato di Versailles che conteneva punizioni estremamente dure per i tedeschi: cessione dell'Alsazia-Lorena alla Francia e di vaste zone orientali alla Polonia, smantellamento dell'aviazione, divieto di possedere mezzi corazzati in un esercito di non più di 100.000 effettivi e consegna della flotta. Condizioni estremamente punitive per una nazione che, all'11 novembre 1918 aveva le sue truppe ancora attestate nel territorio francese e che contribuirono a creare il mito secondo cui a far perdere la guerra all'impero sarebbero stati pochi "traditori" non nazionalisti (è il mito della cosiddetta "pugnalata alle spalle"), contro i quali Hitler e il suo NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) promettevano di vendicarsi una volta saliti al potere, cosa che avvenne nel 1933. L'anno dopo, con la morte del cancelliere, l'anziano maresciallo Paul von Hindenburg, Hitler assunse poteri dittatoriali.

Hitler e Mussolini in parata a Monaco di Baviera dopo i famosi accordi del 1938.

Dopo la presa del potere del nazismo cominciarono subito reiterate violazioni della pace del 1919: in primo luogo, dopo l'uscita della Germania dalla Società delle Nazioni, antesignana dell'ONU, nel 1935 fu reintrodotta la coscrizione obbligatoria e venne posta al comando di Hermann Goring una nuova forza aerea, la Luftwaffe. Negli 'anni 30 la Germania nazista iniziò una politica estera molto aggressiva; nel 1936 venne rioccupata la smilitarizzata Renania e cominciò a formarsi un sodalizio con l'Italia quando questa, isolata dagli ex alleati durante la guerra d'Etiopia, si riavvicinò alla Germania, sfruttando anche la comunanza ideologica (il nazismo aveva preso molto dal fascismo: il saluto romano e la creazione di veri e propri "eserciti di partito", come le SS, a modello delle Camicie Nere italiane sono i due esempi più significativi). Questo ottimo rapporto tra i due regimi fu cementato prima dall'intervento comune a favore di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola, in cui i tedeschi sperimentarono il bombardamento a tappeto di varie città, come Guernica, e, successivamente, dalla firma, il 25 ottobre 1936, dell'asse Roma-Berlino, preludio all'alleanza militare. Le politiche raggiunsero il culmine con l'invasione della Polonia e causarono lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Il fronte orientale[modifica | modifica wikitesto]

La campagna di Polonia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Polonia, Fall Weiss e Reichskommissariat Ostland.

Il 1º settembre 1939 la Wehrmacht invase la Polonia dotato di 37 divisioni di fanteria, una divisione di Bergsjager (alpini), 4 divisioni leggere (motorizzate) e 6 divisioni corazzate, per un totale di 1.400.000 uomini[2] (630.000 assegnati all'Heeresgruppe Nord di Fedor von Bock e 870.000 all'Heeresgruppe Süd di Gerd von Rundstedt[3]). In quello stesso giorno la Luftwaffe aveva bombardato la cittadina polacca di Wielun, priva di obiettivi militari, radendone al suolo il centro.

Per la prima volta, fu applicata la tattica del blitzkrieg, basata sulla meccanizzazione massiccia, sulle formazioni di carri armati e sulla collaborazione tra esercito e aviazione. Questa tattica prevedeva continui attacchi di bombardieri in picchiata (i famosi Stukas) sulle colonne di truppe e sugli aeroporti, in modo da scardinare e scombinare le difese avversarie, mentre vari corpi corazzati circondavano le divisioni del nemico, chiudendole in ampie sacche che la fanteria doveva poi ripulire. Nei 6 anni precedenti la guerra, in Germania era stata sviluppata notevolmente questa dottrina, nonostante l'ostracismo dello stato maggiore, grazie all'apporto di comandanti giovani e entusiasti, come Heinz Guderian, autore, nell libro Achtung Panzer!, dei principi su cui si baserà l'uso dell'arma corazzata, compreso l'utilizzo della radio per comunicazioni rapide ed efficienti e la divisione dei carri armati in formazioni autonome, e non in battaglioni a supporto della fanteria. In questo modo, grazie alla sorpresa, anche carri armati di dimensioni modeste, come i Panzer I o II, carri leggeri costituenti la maggior parte delle divisioni corazzate tedesche, potevano ottenere risultati spettacolari, ed è ciò che fecero in Polonia.

La disposizione e la strategia delle truppe polacche favorirono notevolmente il piano tedesco di annientare le armate nemiche a ovest della Vistola: i comandanti avevano una tattica votata all'offensiva, considerazione esagerata delle loro forze armate e del ruolo dell'ormai superata cavalleria, tanto da pronosticare una "cavalcata su Berlino" in poche settimane[4]. Inoltre, per ragioni politiche, avevano concentrato le truppe a ovest della capitale Varsavia e nel "Corridoio", lasciandole vulnerabili a tentativi di accerchiamento.

Truppe tedesche abbattono la frontiera con la Polonia.

Attorno alle 4 del 1º settembre, la corazzata Schleswig-Holstein, ormeggiata a Danzica, aprì il fuoco sulla fortezza del Westerplatte a Danzica, mentre vari squadroni di bombardieri attaccavano i ponti, impedendo agli occupanti di farli saltare, mentre delle truppe speciali, i Brandeburghesi si apprestavano ad occuparli. Furono attaccati anche i campi d'aviazione, annientando a terra la metà dell'aviazione polacca. Alle 4.45 le avanguardie della Wehrmacht superavano il confine, attaccando su tre lati: dalla Slesia, dalla Slovacchia e dalla Prussia Orientale. La disperata resistenza offerta da alcuni reparti polacchi, come l'epica carica dei cavalleggeri contro i carri armati a Mokra, non rallentarono la tabella di marcia tedesca. L'VIII Armata, con a capo Johannes Blaskowitz, ad esempio, avanzò rapidamente verso Łódź. Dopo aspri combattimenti, la linea tenuta dall'armata Krakow venne superata, aprendo alla XIV armata tedesca la strada dell'omonima città e costringendo i polacchi alla perdita della Pomerania e della Slesia[2]. Dopo 6 giorni, le avanguardie corazzate tedesche entrarono nei sobborghi di Varsavia, da cui furono però respinti dopo furiosi combattimenti. Il 9 settembre, venne raggiunta la Vistola. Intanto l'esercito polacco si ritirava dal corridoio, e la fortezza del Westerplatte si trovava isolata. La situazione sul confine slovacco, all'inizio buona, grazie alle abili manovre di un paio di brigate motorizzate polacche[3] si deteriorò velocemente col crollo delle difese, e non migliorò nemmeno con una controffensiva portata sulla Bzura. I carri armati erano abilmente comandati da Guderian, che si fece scrupolo di applicare le strategie da lui enunciate, mandando nel caos il sistema difensivo polacco. Il generale, entusiasta per la schiacciante vittoria ottenuta dalle Panzerdivisionen commentò:

« I carri armati stanno penetrando nel territorio nemico come una baionetta in un pane di burro[5] »

Intanto, a ovest, regnava l'inattività più assoluta: sui due schieramenti opposti i soldati lavoravano tranquillamente, senza spararsi addosso e limitandosi a registrare i vari treni in arrivo. Quanto la situazione fosse strana lo dimostra un aneddoto particolare, secondo il quale delle truppe tedesche passarono un pomeriggio guardando dei nemici francesi giocare a calcio, arrivando persino ad applaudirili[4]. Gli Alleati commisero un gravissimo errore strategico, perdendo l'opportunità di superare in forze le deboli divisioni tedesche schierate nei pressi della Linea Maginot e di arrivare fino al Reno. I generali francesi, tra cui il comandante Maurice Gamelin, erano legati ai ricordi di vent'anni prima, avendo costruito un esercito basato sulla fanteria, da loro considerata la "regina delle battaglie" ed ignorando i comandanti più giovani, come Charles de Gaulle, che chiedevano una motorizzazione massiccia delle forze armate. L'unica puntata offensiva fu effettuata il 6 settembre nella Saar, ma venne tempestivamente bloccata quando si seppe che alcune divisione tedesche erano state richiamate dalla Polonia[2].

Attorno alla metà del mese le forze tedesche riuscirono a concentrare le truppe polacche vicino a Kutno: si concentrarono 6 divisioni (5 di fanteria e una di cavalleria), oltre ai superstiti di altre 10 divisioni[6]. La città cadde il 16 settembre dopo numerosi combattimenti attorno alla Vistola, da cui questa battaglia prese il nome.

Il giorno dopo, anche l'Armata Rossa invase da est la Polonia, e per quest'ultima la fine era segnata: Varsavia fu isolata dal resto della Polonia, il governo e i capi militari fuggirono presso il confine romeno e la città venne sottoposta a violentissimi bombardamenti. Il 25 settembre, in particolare, 1200 aerei, compresi anche degli Junkers Ju 52 da trasporto[6], sganciarono centinaia di tonnellate di bombe sulla capitale e causarono, insieme al cannoneggiamento dell'artiglieria, gravi danni. Due giorni dopo il comandante della piazza, Juliusz Rommel, si arrese con i suoi 140.000 uomini[2]. La vicina guarnigione di Modlin cadde il 29 con i suoi 24.000 soldati. Gli ultimi combattimenti si registrarono il 6 ottobre quando si arrese il generale Franciszek Kleeberg, che aveva radunato circa 15.000 uomini e aveva inutilmente tentato di forzare le linee tedesche per fuggire in Romania[3]. Le perdite polacche ammontarono a 66.300 morti, 133.000 feriti e 600.000 prigionieri; i tedeschi lamentarono 15.000 caduti e 30.000 feriti, oltre a 217 carri totalmente distrutti e circa 400 mezzi motorizzati resi inutilizzabili[3]. Circa 100.000 soldati polacchi fuggirono all'estero e combatterono con gli Alleati fino alla fine del conflitto, distinguendosi particolarmente a Montecassino.

La Polonia fu spartita tra le due potenze, in ossequio al patto Molotov-Ribbentrop. I tedeschi divisero la zona da loro occupata in due aree: la Pomerania, la città di Danzica e la zona attorno a Poznań furono annessi al Terzo Reich, e da tali regioni vennero espulsi polacchi ed ebrei, costretti a emigrare nella zona occupata ma non annessa, il Governatorato Generale, comandato da Hans Frank. In entrambi i "settori" cominciarono stragi e deportazioni: i tedeschi, infatti, avevano schierato per la prima volta, dietro le linee, gli Einsatzgruppen, reparti delle SS responsabili della "normalizzazione" della situazione nelle retrovie. Queste squadre cominciarono a massacrare ebrei e altri gruppi definiti "inferiori" dai nazisti, mentre due anni dopo iniziò la soluzione finale, che doveva portare allo sterminio totale dei popoli inferiori tramite la loro soppressione in appositi campi di sterminio, come quelli di Auschwitz e Treblinka. All'inizio, i comandanti delle armate tedesche si lamentarono con il Fuhrer per la brutalità degli Einsatzgruppen, ricevendo duri rimproveri.

Anche i sovietici si macchiarono di numerosi crimini, in gran parte nascosti dopo l'alleanza tra l'URSS e gli Alleati: tra questi spicca il Massacro di Katyń, in cui furono massacrati 10.000 prigionieri di guerra polacchi.

L'invasione della Francia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Francia e Governo di Vichy.

La guerra nei Balcani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna dei Balcani, Invasione della Jugoslavia e Occupazione tedesca dell'Albania.

L'invasione della Russia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Stalingrado, Operazione Blu, Operazione Barbarossa e Fronte orientale (1941-1945).

La guerra nell'Europa del nord[modifica | modifica wikitesto]

L'invasione della Norvegia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Weserübung e Campagna Norvegese.

Fin dall'inizio del conflitto, sia i tedeschi che gli alleati guardavano alla Norvegia come a una pedina fondamentale per lo scacchiere atlantico. Il controllo del porto di Narvik avrebbe permesso agli anglofrancesi di bloccare le esportazioni del ferro svedese verso il Reich, tagliando uno dei rifornimenti fondamentali per l'industria bellica germanica. Winston Churchill, futuro capo del governo, era decisamente a favore di un'azione risolutiva in quel teatro[2] e, con la scusa di portare aiuto alla Finlandia, che resisteva all'invasione sovietica, progettò l'occupazione di Narvik o la posa di mine nel suo porto.

Nonostante fosse venuta meno la possibilità di aiutare i finnici dopo la caduta del porto di Petsamo, che avrebbe costretto gli alleati a violare anche la neutralità svedese per far passare i rinforzi, l'Ammiragliato britannico progettò lo stesso un'azione nel mare del Nord.

Operazioni in Norvegia tra aprile e maggio 1940.

Una prima violazione della neutralità delle acque norvegesi avvenne nel febbraio 1940, quando la nave ausiliaria Altmark, che aveva rifornito la Graf Spee durante la sua caccia ai trasporti nemici nell'Atlantico meridionale, rientrando in patria approfittando delle tranquille acque norvegesi, fu lì abbordata dall'equipaggio di un cacciatorpediniere britannico, che liberò i 299 prigionieri rinchiusi nella nave. Dopo questo incidente, vista l'incapacità dei norvegesi di difendere la neutralità delle loro acque, entrambi gli schieramenti prepararono due piani per lo sbarco nel paese scandinavo: Nikolaus von Falkenhorst fu messo a capo delle forze d'invasione dell'operazione Weserubung, mentre il piano alleato (operazione Wilfred) prevedeva lo sbarco di soldati inglesi, francesi e polacchi. Le due operazioni erano previste quasi in contemporanea, e i tedeschi vinsero la "corsa alla Norvegia" proprio sul filo di lana[4]. Nella notte tra l'8 e il 9 aprile, i tedeschi attaccarono con truppe paracadutate o trasportate via mare in tutte le principali città, mentre per ragioni strategiche veniva invasa anche la Danimarca. L'esercito del re Cristiano X non poté opporre alcuna resistenza e capitolò subito, mentre il parlamento, presto riunito, pose il paese sotto la "protezione" dei tedeschi, la cui occupazione non fu molto dura prima del 1944 (quando, in una notte, tutti gli ebrei danesi furono fatti fuggire in Svezia per sottrarli alle SS). Dagli aeroporti della penisola dello Jutland, oltre 1.000 aerei della Luftwaffe si levarono in volo, appoggiando le operazioni terrestri, portate a termine da pochi uomini, che compensarono il numero ridotto con l'entusiasmo, l'audacia e l'effetto sorpresa[7]. Trondheim e Bergen capitolarono rapidamente agli assalti navali e anfibi, così come Stavanger fu rapidamente occupata dai paracadutisti. A Narvik due vecchie navi tentarono una difesa disperata ma vennero rapidamente messe fuori combattimento, permettendo lo sbarco di 200 Alpenjäger (alpini) comandati da Eduard Dietl[2], mentre la lotta per la capitale Oslo fu più dura, anche a causa della maggior mole di difese su cui poteva contare, disseminate sui due fianchi del suo lungo fiordo. I cannoni da 280 mm della piazzaforte colpirono e affondarono 1 incrociatore e 2 cacciatorpediniere, danneggiando altri 2 incrociatori[4] e grazie alla resistenza opposta dagli artiglieri alle navi nemiche il re Haakon VII, fratello del re danese, si rifugiò presso Tromsø, mentre Oslo capitolò solo nel pomeriggio del 9, con l'arrivo dei paracadutisti tedeschi. Nella sera del 10 aprile, tutti i centri nevralgici del centro e del sud della Norvegia erano saldamente sotto il controllo della Wehrmacht.

Gli alleati erano stati battuti sul tempo e il corpo di spedizione pronto a partire (circa 30.000 soldati tra inglesi, francesi e polacchi) fu sbarcato dagli incrociatori che dovevano trasportarlo per permettere a questi di supportare le corazzate nella caccia a due incrociatori tedeschi, lo Gneisenau e lo Scharnhorst. Questa missione fallì, ma lo sbarco, seppur ritardato, avvenne lo stesso, presso Harstad e Namsos, grazie all'affondamento, durante una battaglia combattuta nel fiordo di Narvik, di 17 cacciatorpediniere tedeschi, 9 dei quali colati a picco dalla sola nave da battaglia Warspite[8].

La forza di 30.000 uomini, accresciuta da una divisione norvegese lì stanziata, era enorme se comparata alle forze schierate da Dietl a Narvik, che non supereranno mai le 4.000 unità. Tuttavia, errori di valutazione nel comando alleato circa le forze nemiche impiegate, che i francesi stimavano in 15 divisioni[7], mentre in totale era stata utilizzata una forza complessiva di poco più di una divisione[6], fecero desistere gli Alleati dall'attaccare direttamente la città. La mancanza di artiglieria pesante e la totale supremazia aerea dei tedeschi fecero il resto, e nel primo scontro a fuoco tra truppe tedesche e inglesi della guerra, avvenuto il 21 aprile presso Lillehammer, questi ultimi ebbero la peggio, subendo forti perdite[4]. I fronti ora erano due: uno al centro e uno al nord del paese. Quello della Norvegia centrale vide le truppe sbarcate a Namsos tenere per alcuni giorni testa ai tedeschi, mettendoli in difficoltà (un'unità di parà tedeschi fu addirittura annientata e fatta prigioniera da dei soldati norvegesi[9]). Però, essi spostarono consistenti forze dalle città principali, ormai saldamente nelle loro mani, contrattaccando con successo e costringendo gli anglofrancesi al reimabarco, avvenuto ad Åndalsnes a inizio maggio. L'insuccesso della campagna nel centro della Norvegia ebbe come conseguenza l'accelerazione della caduta del governo Chamberlain, che venne sostituito il 10 maggio con un nuovo gabinetto presieduto da Churchill. Nella Norvegia settentrionale, dopo un lungo assalto, i soldati di Dietl vennero scacciati da Narvik il 27 maggio. Ma a quel punto la Francia era in rotta e gli inglesi avevano bisogno di tutte le forze possibili per fronteggiare una possibile invasione da parte della Wehrmacht. Il corpo di spedizione in Norvegia venne quindi rimpatriato in Gran Bretagna tra la fine di maggio e l'8 giugno. La resistenza dei norvegesi crollò rapidamente, e i tedeschi occuparono rapidamente la totalità del paese. Durante l'evacuazione i tedeschi riuscirono a piazzare un duro colpo alla flotta del Regno Unito, colando a picco la portaerei Glorious e i cacciatorpediniere che la scortavano[4]. La Norvegia cadde quindi sotto il dominio dei tedeschi, che ne affidarono il controllo a Vidkun Quisling. Questi aveva fondato un partito neonazista di scarsa importanza prima della guerra e, al momento dell'invasione, aveva invitato i soldati norvegesi a non combattere contro i "liberatori". Quisling fu il prototipo dei collaborazionisti, tanto che oggi "quisling" è in molte lingue sinonimo di "traditore". Arrestato alla fine del conflitto, fu condannato a morte e fucilato per alto tradimento.

Il fronte occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Amministrazione militare del Belgio e della Francia del nord, Avanzata tedesca su Bastogne, Invasione tedesca del Belgio, Invasione tedesca dei Paesi Bassi, Fronte occidentale (1939-1945) e Offensiva delle Ardenne.

La Wehrmacht dimostrò ripetutamente la sua schiacciante superiorità militare: la campagna di Norvegia, la campagna di Francia e la campagna dei Balcani terminarono in poche settimane con la vittoria totale dell'esercito tedesco grazie soprattutto alle moderne tattiche di impiego delle Panzer-Division e della Luftwaffe.

Con l'invasione tedesca del Belgio e l'invasione tedesca dei Paesi Bassi conquistarono praticamente tutta l'Europa occidentale, instaurando territori di amministrazione militare del Belgio e della Francia del nord e lo stato fantoccio della Repubblica di Vichy in Francia; potendo contare sul franchista in Spagna, sebbene dichiaratosi poi neutrale. Terminò invece con un insuccesso il tentativo di vincere la resistenza della Gran Bretagna mediante una massiccia offensiva aerea con la battaglia d'Inghilterra dell'agosto-settembre 1940.

I primi scontri navali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Río de la Plata.

Nel 1939, se a ovest gli schieramenti si frotenggiavano senza sparare un colpo, in mare la guerra era attiva: due episodi importanti sono la caccia all'incrociatore tedesco Admiral Graf Spee e l'impresa di Günther Prien nel porto di Scapa Flow.

I comandanti tedeschi, e Hitler in particolare, non avevano grande considerazione nella Kriegsmarine, ritenendo incolmabile il divario tra essa e la Royal Navy inglese. Per ridurre la differenza, furono costruiti molti sottomarini, per scatenare una nuova "guerra ai convogli" e alcune navi di superficie non particolarmente grandi ma assai sviluppate tecnologicamente, dotate persino di dispositivi radar, veloci come incrociatori ma bene armate come corazzate: queste navi furono definite "corazzate tascabili".

La più famosa di queste navi fu sicuramente la Graf Spee, intitolata alla memoria di Maximilian von Spee, che nel 1914 aveva prima sconfitto la marina inglese nella battaglia di Coronel per poi morire nella battaglia combattuta a dicembre vicino alle isole Falklands.

Prevedendo inevitabile la guerra, i comandanti tedeschi fecero salpare la nave il 21 agosto 1939 per mandarla all'attacco dei traffici inglesi nelle acque dell'emisfero meridionale dopo la dichiarazione di guerra. Rifornita da una nave d'appoggio, la Altmark, e abilmente camuffata, aggredì numerosi trasporti britannici dal 3 settembre in poi, imponendo loro il silenzio radio e trasbordando sulla Altmark gli equipaggi[4]. Durante un attacco sferrato a una nave vicino alla costa occidentale dell'Africa, il marconista riuscì a segnalare la sua posizione a una squadra da battaglia britannica. Cominciò così una delle più famose ricerche di navi, che impegnò buona parte della flotta inglese[10]. Il comandante della Graf Spee, Hans Langsdorff fece rotta verso la costa orientale del Sudamerica, ma il 13 dicembre, vicino alla foce del Rio de la Plata, avvistò una squadra inglese comprendente un incrociatore pesante e due leggeri[4]. Accettando battaglia, riuscì a danneggiare gravemente un vascello nemico, ma numerose bordate nemiche danneggiarono la nave, che si rifugiò nel porto di Montevideo, capitale dell'Uruguay. Qui, a Langsdorff fu imposto un termine di 72 ore per riparare la nave. Poiché il capitano riteneva insufficiente questo tempo per compiere i dovuti interventi, decise di autoaffondare la Graf Spee, che fu fatta saltare allo scadere del tempo concesso dagli uruguaiani, il 17 dicembre. L'equipaggio fu internato, e Langsdorff si tolse la vita due giorni dopo, sparandosi in un albergo di Buenos Aires[11].

Se questa azione entusiasmò i cittadini inglesi, in precedenza un grave disastro li aveva messi in allarme: un sottomarino tedesco era penetrato nel porto scozzese di Scapa Flow, superando la barriera di navi affondate e i reticoli, riuscendo a silurare una corazzata, la Royal Oak. Autore dell'impresa fu il sottomarino U-47 col suo comandante Gunther Prien

La rotta del sottomarino U-47 a Scapa Flow.

L'azione non era di certo improvvisata, dato che a lungo i tedeschi avevano studiato le difese dell'area di ancoraggio del porto[4], ritenuta a quel tempo inattaccabile. Il 14 ottobre l'U-47, che nei giorni precedenti aveva affondato numerosi trasporti britannici, penetrò nella baia e attaccò due volte la corazzata coi suoi siluri, mancando il bersaglio la prima volta ma centrandolo in pieno la seconda, facendo colare a picco la mastodontica nave, veterana della battaglia dello Jutland[6]. Al ritorno in Germania, l'equipaggio venne accolto da trionfatore dall'ammiraglio Donitz, comandante della flotta sottomarina, e dal capo della Kriegsmarine, il grandammiraglio Erich Raeder, che decorò con la croce di ferro il capitano Prien, ricevuto successivamente da Hitler in persona[4].

I sottomarini erano ancora più pericolosi quando attaccavano i convogli alleati, e infatti l'obiettivo tedesco nella battaglia dell'Atlantico non fu una vittoria in uno scontro navale con la Royal Navy, bensì lo strangolamento dell'Inghilterra attraverso l'affondamento dei convogli. Questa "caccia" era ancora agli inizi, e avrà il suo clou nel biennio 1941-1942.

L'invasione della Francia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Francia.

L'invasione della Francia e la sua veloce conquista furono uno degli eventi principali della seconda guerra mondiale. Qui, il blitzkrieg fu attuato dai tedeschi su scala gigantesca, e venne confermata l'importanza della collaborazione tra le varie armi, vista l'importanza avuta dalla Luftwaffe nello spianare la strada alle forze di terra. I comandanti francesi, ancorati alle concezioni di vent'anni prima, disposero le loro forze aspettandosi una ripetizione del piano Schlieffen attutato dall'esercito germanico nel 1914: una marcia attraverso il Belgio seguita da una conversione verso sud volta ad aggirare Parigi. Disposero quindi il piano Dyle: non appena i tedeschi avessero violato la neutralità del Belgio, essi sarebbero penetrati nel suo territorio usando due armate e il corpo di spedizione britannico per sbarrare la strada alla Wehrmacht sull'omonimo fiume, riuscendo quindi a trattenere il fronte ad est ed a salvare la metà del paese[2]. La strategia alleata avrebbe avuto probabilmente successo, dato che l'alto comando tedesco, formato da generali di scuola prussiana abili nel teorizzare le dottrine ma restii a metterle in pratica, aveva programmato una strategia identica a quella pronosticata dagli avversari, che ricalcava appunto il piano Schlieffen.

Erich von Manstein, autore del piano che mise in ginocchio la Francia.

A scombinare le carte contribuì in primo luogo un incidente aereo occorso a un ufficiale paracadutista il 14 gennaio 1940: durante un volo verso Colonia, si imbatté in una tempesta e fu sbattuto fuori rotta. Costretto a un atterraggio di fortuna in Belgio, i soldati che lo soccorsero gli sequestrarono i documenti che portava con sé, raffiguranti i piani d'invasione della prossima offensiva sul fronte occidentale, prevista per tre giorni dopo e prontamente rinviata, dato che i belgi passarono subito i documenti ad inglesi e francesi[2].

Approfittando dell'incertezza causata nel Kriegsspeile (il consiglio di guerra) da questo incidente, Erich von Manstein, capo di stato maggiore di von Rundsted ed escluso per questioni di grado dalla riunione, ideò di sua iniziativa un piano differente, che prevedeva l'assalto principale (lo schwerpunkt) non nelle pianure di Belgio e Olanda, ma attraverso la foresta delle Ardenne, che di sicuro sarebbe stata poco presidiata a causa dell'aura di invulnerabilità che si era conquistata nella prima guerra mondiale[4]. Lo sfondamento sarebbe avvenuto presso Sedan, nella fragile zona in cui la Linea Maginot si raccordava alla sua improvvisata continuazione lungo il confine belga. Manstein chiese la consulenza di Guderian, il quale, dopo attente analisi, giunse a ritenere che le Ardenne non rappresentassero per i panzer un ostacolo insormontabile[5]. Le divisioni di fanteria tedesche avrebbero comunque attaccato attraverso la direttrice del conflitto precedente per attirare il più a est possibile il corpo di spedizione inglese e le forze francesi mandate in supporto ai nuovi alleati, che sarebbero state tagliate fuori nonappena i carri avessero raggiunto la costa atlantica, designata come meta finale a scapito di Parigi, la cui occupazione sarebbe avvenuta in una fase seguente dell'operazione[2]. Il piano proposto da Manstein prese il nome di Sichelschnitt, colpo di falce.

Gli strateghi dell'alto comando tedesco, in primo luogo Walther von Brauchitsch, comandante della Wehrmacht, e il suo capo di stato maggiore, Franz Halder, erano restii ad applicare il piano di Manstein, ed anzi lo accusarono di insubordinazione quando egli decise di inviare il suo progetto all'OKW, mandandolo a dirigere delle divisioni di fanteria in Pomerania[2]. Quando però Manstein fu convocato da Hitler, come da prassi per ogni generale ricevente un nuovo incarico, ebbe con lui uno scambio di idee sul suo piano, scoprendo che il suo pensiero combaciava esattamente con quello del Fuhrer, che invitò il suo interlocutore a redigere una relazione sul progetto d'attacco. Hitler fu affascinato dal piano di Manstein e, al Kriegspiel del 5 marzo, cui erano presenti anche lui e Guderian, rivoluzionò la strategia e impose il "suo" programma[4]. Chiesta la consulenza di Guderian, questi approvò entusiasticamente, promettendo di raggiungere la Mosa in quattro giorni e di gettare una testa di ponte il mattino successivo[7]. Le divisioni incaricate dello sfondamento sarebbero state sette[12]: due, sull'ala destra, affidate ad Erwin Rommel e Hermann Hoth, due nella zona centrale sotto il comando di Georg-Hans Reinhardt e tre a Guderian, incaricato dell'attacco a sinistra, con il comando generale della Panzerwaffe affidato a Ewald von Kleist[4].

A supporto delle divisioni corazzate impegnate nelle Ardenne avrebbero agito le truppe del Gruppo d'Armate A di von Rundsted, mentre i Gruppi d'Armate B (comandato da Fedor von Bock) e C (del generale List) sarebbero stati incaricati rispettivamente dell'invasione dell'Olanda e del presidio della frontiera tra la Svizzera e il Lussemburgo. Si trattava in totale di 87 divisioni, di cui 10 corazzate (3 delle quali inquadrate nel Gruppo d'Armate B).

L'attacco: dal blitz a Dunkerque[modifica | modifica wikitesto]

Alle prime luci dell'alba del 10 maggio 1940, i tedeschi attaccarono su tutto il fronte, tra Olanda e Lussemburgo. Mentre le avanguardie corazzate delle divisioni tedesche penetravano negli stati neutrali, un gruppo di 400 paracadutisti assaltò il forte di Eben Emael, che proteggeva le direttrici d'accesso al centro del Belgio e alle città di Liegi e Bruxelles. I comandi alleati puntavano sulla resistenza di questa fortezza per permettere alle loro truppe, puntualmente entrate in Belgio, di schierarsi[4]. Ma, in questo caso, avevano sbagliato i calcoli: il forte era difeso da molti cannoni di grosso calibro e da mitragliatrici pesanti, ma non aveva alcuna difesa contro un attacco dall'alto, come quello progettato da Hitler stesso e la cui realizzazione era stata affidata a Kurt Student, capo della 7. Fligerdivision, l'unità paracadutisti della Luftwaffe[13]. Le truppe, trasportate silenziosamente da vari alianti[7], occuparono una ad una le fortificazioni di Eben-Emael e due dei tre ponti sul canale Alberto, necessari per il passaggio dei carri e delle truppe. La battaglia durò 30 ore, fino a quando non arrivarono le divisioni della Wehrmacht, che indussero i superstiti della guarnigione locale ad arrendersi.

Anche nei Paesi Bassi erano state usate delle truppe paracadutate: L'Aia, sede del governo, fu conquistata, ma Guglielmina, sovrana del paese, riuscì a fuggire in Inghilterra e a sfuggire alla cattura, così come aveva fatto il re di Norvegia. A Rotterdam gli olandesi contrattaccarono, e il reggimento di paracadutisti lì impegnato fu annientato e buona parte gli uomini fatti prigionieri[2]. Per indurre gli olandesi a capitolare, Hitler ordinò il bombardamento a tappeto di Rotterdam: dopo numerose incursioni e la morte di 1000 civili, visto anche il crollo del fronte, il 15 maggio il paese si arrese ai tedeschi.

In rosso, l'avanzata della Wehrmacht sul fronte occidentale tra il 16 e il 21 maggio.

Mentre più a nord succedevano questi importanti avvenimenti, i carri di Guderian e Rommel viaggiavano verso la Manica rispettando la tabella di marcia: due giorni dopo l'inizio dell'offensiva, il futuro comandante dell'Afrika Korps era già a Dinant, mentre Guderian raggiungeva la Mosa, gettando numerose teste di ponte oltre il fiume, attaccate con scarso successo dai francesi, vista la superiorità aerea di cui godevano i tedeschi, per poi proseguire nella loro marcia. La Luftwaffe, in coordinazione con le truppe corazzate, fu fondamentale per il successo dell'invasione: la superiorità tecnologica e numerica dei Messerschmitt Bf 109 sui caccia francesi permise alla Germania di avere un indiscusso dominio dell'aria e di colpire i carri armati e le colonne di fanteria con devastanti attacchi da parte degli Stukas e di altri bombardieri. Il 15 maggio, mentre il grosso delle forze francesi era ancora concentrata tra Anversa e Namur, credendo che quello da loro fronteggiato fosse l'assalto principale, i carri armati lanciati attraverso Lussemburgo e Ardenne sfondarono le linee nemiche a Sedan, nella linea di congiunzione tra due armate, lanciandosi a tutta velocità attraverso Rethel e Laon verso l'obiettivo designato[2]. Solo allora i francesi capirono la gravità della situazione, dato che tra Laon e Parigi non c'era nemmeno una divisione di riservisti disponibile[4]. Paul Reynaud e il suo governo presero la via di Bordeaux, seguiti da un'enorme quantità di profughi civili[6]. Tuttavia, non era la capitale l'obiettivo della Wehrmacht. Evitando di ripetere l'errore commesso nel primo conflitto mondiale, essi ritardarono la prestigiosa occupazione della città per realizzare un obiettivo ancora più importante: la distruzione delle armate alleate nel nord del Belgio e della Francia, preludio alla vittoria totale.

Il giorno 20 maggio, un corpo corazzato guidato da Guderian raggiunse il mare ad Abbeville, tagliando fuori le migliori divisioni francesi, ciò che restava dell'esercito belga e il BEF. Le fanterie tedesche, avanzando nella pianura Belga, restrinsero sempre di più questo perimetro, nel quale l'unico porto utile ad un'evacuazione era Dunkerque. I tentativi di sfondamento da parte dei corazzati del BEF a Abbeville e Arras furono vani[2], e i soldati inglesi si ritirarono, impedendo a Maxime Weygand, nuovo capo delle forze francesi, di tentare una nuova azione per liberare le truppe nella grande sacca, che il governo britannico aveva ordinato di evacuare via mare con l'operazione Dinamo. Il 25 maggio Boulogne cadde in mano alla Wehrmacht, ma il giorno stesso, mentre i panzer erano a pochi chilometri da Dunkerque, Hitler ordinò di fermare l'avanzata. Si è molto discusso su questa decisione: alcuni asseriscono che Hitler, desideroso di firmare la pace con i britannici, abbia voluto lasciare un salvacondotto alle forze nemiche come segno della sua buona fede[4], ma la risposta più logica da la colpa dell'evacuazione di Dunkerque alla vanità Goring, che convinse il dittatore a lasciar riposare le divisioni di terra, credendo che la sola Luftwaffe avrebbe bloccato il reimbarco[6], oppure alla prudenza dello stesso Hitler, poiché la conquista totale della Francia non era stata compiuta e lui non intendeva logorare troppo i mezzi corazzati[12].

Il periodo di relativa calma permise agli inglesi di imbarcare molti uomini, anche se tra 26 e 27 maggio gli attacchi aerei causarono gravissimi danni. Il giorno dopo, cominciò l'offensiva finale in quel settore. Il re del Belgio, Leopoldo III, chiese l'armistizio, scoprendo una parte del fronte tenuto dalle forze britanniche sul perimetro di Dunkerque[4]. La loro resistenza fu comunque disperata, e solo il 4 giugno i soldati rimasti in città si arresero. Furono portati in Inghilterra 330.000 soldati, risultato insperato, e ciò fece nascere il mito del "miracolo di Dunkerque", che era tuttavia realizzato a caro prezzo: le forze armate inglesi persero 200 navi e tutto l'equipaggiamento pesante delle divisioni (automezzi cannoni, carri armati). Ora, "ripulita" la sacca, davanti alle divisioni corazzate tedesche si aprivano i vasti spazi delle pianure francesi, protette solo da poche, demoralizzate, divisioni.

La caduta di Parigi e l'intervento italiano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Governo di Vichy e Occupazione tedesca della Francia.

L'attacco al Regno Unito[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia d'Inghilterra e Operazione Leone marino.

La guerra nel Mediterraneo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Teatro del Mediterraneo della seconda guerra mondiale.

La guerra in Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Creta e Campagna di Grecia.

La guerra in Africa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Afrika Korps.

La resa e l'occupazione dell'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna d'Italia (1943-1945).

La caduta di Berlino, la morte di Hitler e la fine della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Berlino, Battaglia aerea di Berlino, Bombardamento di Dresda e Morte di Adolf Hitler.

Le cause della sconfitta[modifica | modifica wikitesto]

Le cause del tracollo tedesco sono imputabili a numerosi fattori: in primo luogo, ebbe luogo una considerazione esagerata delle potenzialità dell'industria bellica del Reich e una sottovalutazione del potenziale, bellico, tecnologico e produttivo, di USA e URSS. Inoltre, i generali tedeschi si rivelarono ottimi tattici, ma pessimi strateghi e a volte le decisioni prese dallo stesso Hitler di resistere fino all'ultimo uomo o di insistere ad attaccare postazioni imprendibili furono rovinose (la battaglia di Stalingrado ne fu un esempio).

Per quanto riguarda le armi, esse erano ottime fino a metà conflitto, ma non furono quasi più perfezionate e vennero superate dagli equivalenti alleati, prodotti anche in maggior quantità (ad esempio i caccia Messerschmitt Bf 109 e Focke-Wulf Fw-190 erano inferiori all'equivalente americano, il North American P-51 Mustang, mentre riguardo alle prestazioni offensive il carro armato T-34 russo si rivelò ben più affidabile dei Panzer VI Tiger I tedeschi) e, alla fine della guerra, si ebbero dispute sull'impiego di nuove, micidiali armi, come i caccia a getto[14] che ritardarono la loro entrata in servizio.

Tra le altre cause della sconfitta del Terzo Reich i sempre più frequenti bombardamenti alleati (Gran Bretagna e Stati Uniti) sui distretti industriali tedeschi (Amburgo, Dresda) che costrinsero a spostare la produzione in tunnel sotterranei; l'apertura del fronte italiano nell'estate del 1943 e di quello francese nel 1944 da parte delle truppe anglo-americane, che in molti casi costrinsero i generali tedeschi a richiamare i migliori uomini a disposizione dal fronte orientale (contro l'Unione Sovietica). Un altro fattore decisivo fu la decodificazione ,ad opera di ricercatori inglesi, dei codici cifrati utilizzati dai tedeschi che erano trasmessi per mezzo della macchina "Enigma".

Gli U-Boot i temibili sottomarini tedeschi, all'inizio seminarono il panico nell'oceano Atlantico affondando ingente naviglio britannico diretto nella madrepatria; nel corso della guerra gli Alleati svilupparono nuove e sofisticati strumenti radar per la loro intercettazione ed individuazione, affondandone in grande quantità,e impedendone anche la sola navigazione.

Hitler inoltre ripose troppa fiducia nell'alleato italiano, il quale, benché avesse alcune eccellenze (come gli incursori della X MAS o i paracadutisti della Folgore), per il resto si rivelò completamente inadeguato e impreparato alla guerra, privo di mezzi ed armamenti, munizioni, equipaggiamento personale, privo di organizzazione e oltretutto comandato da generali incompetenti (a titolo esemplificativo metà della flotta italiana da battaglia, fu messa fuori combattimento dai britannici direttamente nel porto pugliese di Taranto).

In definitiva gli errori di Hitler che portarono la Germania alla rovina furono: l'essersi ostinato a tutti i costi a voler sconfiggere l'Unione Sovietica: infatti mentre era possibile giungere ad una vittoria con un attacco veloce e coordinato terra-aria tra la primavera e l'estate, prendendo in contropiede l'Armata Rossa, si rivelò impossibile e disastrosa la volontà di proseguire la guerra mantenendo un fronte di oltre 2000 Km, contro un nemico che alla lunga mostrò la sua superiorità per numero di uomini e per quantità di mezzi ed armamenti (seppur con gli aiuti degli Stati Uniti); in secondo luogo l'aver dichiarato guerra agli Stati Uniti, confidando nel fatto che questi fossero tenuti occupati dalla guerra nell'Oceano Pacifico contro l'Impero Giapponese, ma che invece non solo riuscirono a sconfiggere quest'ultimo in più battaglie, ma proiettarono la propria capacità offensiva in Europa aprendo due fronti, quello italiano e quello francese. La Germania collassò nella primavera del 1945 stretta in una tenaglia su tre fronti: orientale, meridionale e occidentale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Martin Gilbert: La grande storia della prima guerra mondiale
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m Basil Liddell Hart: Storia militare della seconda guerra mondiale
  3. ^ a b c d Steven Zaloga: L'invasione della Polonia
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Arrigo Petacco: La strana guerra, 1939-1940
  5. ^ a b Heinz Guderian: Panzer general - memorie di un soldato
  6. ^ a b c d e f AA.VV.: Le grandi battaglie del XX secolo
  7. ^ a b c d AA.VV.: Armi da guerra, vol. 2
  8. ^ Léonce Peillard: La battaglia dell'Atlantico
  9. ^ Bjørn Jervaas: The Fallschirmjäger Battle at Dombaas
  10. ^ AA.VV.: Terzo Reich - Guerra sul mare
  11. ^ Arrigo Petacco: La seconda guerra mondiale
  12. ^ a b Martin Gilbert: La seconda guerra mondiale
  13. ^ Karl-Heinz Frieser: Blitzkrieg-Legende
  14. ^ Ad esempio, Hitler voleva usare il Messerschmitt Me 262, perfetto nel ruolo di intercettore, come "bombardiere lampo", costringendo i progettisti ad apportare varie modifiche tecniche.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]