Storia di Terni

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1leftarrow.pngVoce principale: Terni.

La città di Terni è oggi il centro abitato principale dell'omonima conca, nonché una delle città più importanti e popolose dell'Italia Centrale e dell'area appenninica. Si sviluppa su un piano alla destra del fiume Nera, in un territorio alla confluenza della valle del Velino e della Valnerina, dove i fondovalle intersecano gli importanti corridoi naturali appenninici come la valle del Naia, il medio Tevere e la valle del Clitunno, storicamente attraversati dalle principali vie di comunicazione dell'Italia centrale. I primi reperti archeologici, che testimoniano la stabile presenza umana nel territorio, sono emersi da alcuni scavi periferici e risalgono all'Età del rame e all'Età del ferro. Dopo la prima metà del III secolo a.C., i Romani fondarono una colonia in territorio nequinate, presso Narni, col nome di Interamna. La colonia fu poi inserita in età augustea nella Regio VI. Interamna divenne sede di una diocesi cristiana dal II secolo e, dopo aver subito le devastazioni delle invasioni barbariche, nel Medioevo vide dapprima la dominazione dei Longobardi di Spoleto, del ducato romano e di quello del partito ghibellino cittadino, fino alla definitiva annessione allo Stato Pontificio, avvenuta sotto papa Innocenzo III. Per tutta l'età moderna Terni non fu altro che una città di piccole dimensioni della campagna umbra fino a quando, nel XIX secolo, lo sviluppo industriale e ferroviario prima, e l'istituzione dell'omonima provincia poi, portarono la città, in un periodo di tempo relativamente breve, ad un radicale cambiamento della sua economia e dei suoi equilibri sociali.[1]

Preistoria[modifica | modifica sorgente]

La città, posta in una pianura alluvionale tra il fiume Nera e il torrente Serra, vide il suo territorio abitato in modo stanziale non prima dell'Età del rame, a cui risalgono un fondo di capanna e materiale ceramico con le caratteristiche tipologiche della cultura di Conelle-Ortucchio, scoperti al di sotto di alcune sepolture della più tarda necropoli delle Acciaierie. Anche durante la media Età del bronzo gruppi umani, portatori della cosiddetta Civiltà Appenninica, hanno abitato questa zona, anche se le testimonianze archeologiche più significative sono state rinvenute intorno al Lago di Piediluco, poco distante da Terni.[2]

Fase «Terni I»[modifica | modifica sorgente]

La presenza umana più significativa, però, è datata al X secolo a.C.,cioè all'inizio dell'Età del Ferro: nel 1884, durante i lavori di costruzione dell'acciaieria, fu ritrovata una vasta necropoli, utilizzata fino al VI secolo a.C. In base alla tipologia dei corredi funerari è possibile distinguere tre fasi: Terni I, Terni II e Terni III.[3] Alla prima fase, la più antica, appartengono le tombe ad incinerazione, formate da un pozzetto per lo più cilindrico, all'interno del quale erano deposti un'olla di tipo villanoviano ed un corredo di fibule ed anelli nelle sepolture femminili, rasoi di bronzo nelle sepolture maschili; in alcune tombe l'urna cineraria era ricoperta da una o due lastre di pietra a cappuccina e tutto il pozzetto era stato riempito con terra e ciottoli, poi delimitato da un circolo di pietre. Le analogie culturali sono con l'area laziale, soprattutto Roma-Colli Albani e Allumiere. L'abitato corrispondente alla necropoli di questo periodo era probabilmente situato sul Colle di Pentima, lungo il margine orientale della conca ternana, al di sopra del deposito alluvionale fra il Nera e il Serra, in cui fu dedotta la necropoli.

Fase «Terni II»[modifica | modifica sorgente]

La seconda fase, databile al IX secolo a.C., è caratterizzata dalla sostituzione del rito funerario dell'incinerazione con quello dell'inumazione, anche se il primo risulta ancora praticato in una piccola minoranza delle deposizioni. Le sepolture ad inumazione erano costituite da fosse rettangolari, riempite con terra e pietrame oltre il livello del suolo, a volte delimitate, in superficie, da un circolo di pietre. Ai piedi dell'inumato furono collocate olle ed orciuoli, di produzione locale, ad impasto parzialmente depurato e con scarsa decorazione. In questo periodo le tombe maschili sono dominate dalla presenza delle armi, generalmente di bronzo, fra cui spade corte con lama ed impugnatura fuse insieme, punte di lancia, alcune in ferro, poste ai lati della testa, di forma triangolare. Numerosi sono anche i rasoi, in genere semilunati, con incisioni geometriche. Le sepolture femminili sono caratterizzate dalla presenza di armille, orecchini, collane e spirali in Età del bronzo ornati con ambra, pasta vitrea o osso. Le fibule sono numerose e di varia foggia. All'atto della scoperta risultavano deposte un po' dappertutto: dalla più semplice posizione all'altezza del petto, fino ad una lunga serie che dallo sterno giungeva ai piedi lungo il fianco sinistro. Le evidenze culturali di questa fase ricollegano la necropoli ternana all'area umbra, sabina e picena, ma con apporti dalla fase laziale di Roma-Colli Albani II, soprattutto nella ceramica. I gruppi che hanno dedotto la necropoli sembrano organizzati secondo una gerarchica, forse, guerriera, capaci di produrre eccedenze alimentari dalle attività agricole e di allevamento e in una minoranza di casi in grado di accumulare ricchezza, scambiando manufatti anche a lunga distanza, da Fratta Polesine, in piena cultura veneta all'Etruria settentrionale e meridionale.

Fase «Terni III»[modifica | modifica sorgente]

Alcuni reperti del Museo Archeologico

Alla terza fase, databile fra l'VIII e il VI secolo a.C., appartengono le tombe di S. Pietro in Campo, poco più ad occidente della necropoli delle Acciaierie. Le sepolture sono tutte ad inumazione, particolarmente ricche: quelle maschili di armi in ferro, fra cui lance a foglia, giavellotti, spade e pugnali; quelle femminili di lebeti, bacili, attingitoi, anfore, oltre alle fibule. Il materiale ceramico, molto più fine e lavorato rispetto a quello della fase precedente, è rappresentato in genere da un grosso vaso, e da uno o più piccoli vasi ed altri oggetti, come coppette ed ollette, tutti deposti in un'unica tomba. Gli oggetti di metallo e ceramici sono sia di origine straniera, soprattutto fenicia, etrusca, falisca e picena, sia locale, ma sempre con richiami tipicamente orientalizzanti in quelli databili al VII e VI secolo a.C. Il gruppo sociale che ha utilizzato questa necropoli sembra connotato da una maggiore differenziazione dei suoi componenti, alcuni dei quali dominano per ricchezze e capacità militari di controllo del territorio; la produzione agro-alimentare va ben oltre una semplice economia di sussistenza, con l'accumulo di derrate anche di prestigio; infine, l'ambiente culturale è più incline ad accettare nuovi schemi. L'abitato non sembra più localizzato sul Colle di Pentima ma sulla piccola altura, corrispondente all'attuale piazza Clai, dove sorgerà la città romana e la Terni dei secoli successivi, come risultato di un'opera di urbanizzazione che ha visto lo spopolamento di alcune alture circostanti la conca ternana e la concentrazione della popolazione intorno ad un'area cultuale, in prossimità di un guado del Nera, alla confluenza col Serra; questa caratteristica geografica giustificherà il toponimo latino.[4] In epoca storica, secondo le Tavole eugubine, il popolo dei Naharti (Naharkum..Numen) era considerato nemico dell'arce umbra di Gubbio, al pari degli Etruschi e degli Jabusci. È probabile che i Naharti abitassero proprio lungo il corso del Nera, la cui radice idronimica Nahar- è in comune con l'appellativo Naharkum. Quindi, l'etnia localizzata su quella piccola altura potrebbe appartenere al popolo dei Naharti. È molto difficile valutare chi fossero costoro, ma è ragionevole pensare che fossero diversi dagli Umbri e che appartenessero ad un substrato indoeuropeo più antico.[5] Alcune sommità che circondano la piana di Terni continuarono ad essere abitate, come le propaggini meridionali dei Monti Martani, disseminate di piccoli insediamenti, posti fra i 700 e i 1000 metri di altezza, non tutti a scopo abitativo. Il più importante di questi è il sito fortificato di S. Erasmo di Cesi, databile almeno al V secolo a.C., provvisto di due piccole necropoli che vanno dal IX al VI secolo a.C., sorto poco più in basso del complesso cultuale di Torre Maggiore, risalente al VI secolo a.C., ma probabilmente frequentato da molto prima, in cui sono stati rinvenuti una serie di bronzetti votivi, soprattutto a carattere guerriero; cosa che indica la natura militare dei gruppi preminenti localizzati su queste alture.[6] La notizia non provata che al di sopra di Rocca San Zenone si trovasse l'oppidum umbro di Vindena si riferisce probabilmente alla memoria di questi insediamenti di altura.

La conquista romana[modifica | modifica sorgente]

Le fonti classiche non citano quando Terni entrò a far parte delle strutture amministrative romane. Poco prima che scoppiasse la terza guerra sannitica Roma intraprese una campagna di guerra contro i Nequinati, gli abitanti dell'odierna Narni, dove, dopo la presa di Nequino, impiantarono una colonia latina, conferendole il nome di Narnia.[7] Nel 290 a.C., o poco dopo, M. Curio Dentato promosse sia la costruzione della Via Curia, collegando Terni a Rieti,[8] sia, nel 271 a.C., il taglio del costone delle Marmore,[9] per facilitare il deflusso delle acque del Velino nel Nera; è quindi probabile che, dopo la prima metà del III secolo a.C., quel nucleo abitato, sorto alla confluenza del Serra nel Nera, fosse stato romanizzato in colonia latina con il nome di Interamna. Non è dato sapere se la deduzione della colonia avvennisse contemporaneamente a quella di Narnia, ma, analogamente ad altre fondazioni coloniche, è presumibile che sia accaduto proprio questo.[10] Tra l'altro, sembrano risalire a questa epoca le mura che circondarono il perimetro dell'abitato romano.

Durante la seconda guerra punica, nel 214 a.C., dodici colonie latine, fra le quali Interamna, per mancanza di uomini e di denaro, non si trovarono nelle condizioni di fornire il loro contingente di armati per formare le due legioni urbane, che i consoli di quell'anno, Quinto Fabio Massimo e Quinto Fulvio Flacco, ebbero intenzione di arruolare.[11]

Il rifiuto di consegnare gli armati fu giudicato dal Senato romano atto di tradimento, cosicché, dopo altri episodi di renitenza verificatisi per altri sei anni, nel 208 a.C. scattò la punizione, che entrò nella giurisdizione romana con il nome di jus XII coloniarum: le dodici colonie, oltre che a fornire un numero di armati fisso, da inviare fuori d'Italia, furono costrette a redigere annualmente le liste censorie e a consegnarle ai magistrati romani in carica, in modo che l'arruolamento fosse fatto direttamente da costoro, previa una tassa dell'un per mille sui cespiti dichiarati.[12]

Mappa della regio VI.

Alla fine del II secolo a.C. sono databili alcuni lavori di riassetto del ramo orientale della via Flaminia, che collegava, e collega, Narni a Spoleto, per riallacciarsi all'originario tracciato della consolare all'altezza di Forum Flaminii, poco a nord di Foligno. Non si sa quando sia stato costruito questo ramo stradale, ma è evidente che con esso si realizzò una più forte presenza di Roma fra la fedelissima Otricoli e l'altrettanto fedelissima Spoleto, soprattutto dopo la defezione degli Interamnates durante la seconda guerra punica. Per quanto riguarda Interamna, la Flaminia, che entrava in città da sud-ovest, costituì il cardo, mentre l'ipotetico tracciato della Via Curia, o la strada che con essa si raccordava, all'interno delle mura, formò il decumanus.

Dopo la guerra sociale Interamna divenne municipium, non si sa se con le caratteristiche della piena cittadinanza o come civitas sine suffragio.[13] In seguito alla sconfitta di M. Antonio nella guerra di Perugia contro C. G. Cesare Ottaviano, Interamna fu salvata dalla confisca delle proprietà private, pur dovendo subire attribuzioni viritane in favore di militari dell'esercito di Ottaviano.[14]

L'Impero Romano[modifica | modifica sorgente]

Con la sistemazione amministrativa dell'Italia, Interamna fu iscritta alla tribù Clustumina e inclusa nella Regio VI Umbria.[15] Si colloca nel periodo fra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C. la strutturazione definitiva della Terni romana. In questo periodo sono edificati i templi, il teatro, due terme e l'anfiteatro. La larga disponibilità di acqua e la fertilità del suolo permisero un fiorente sviluppo dell'agricoltura, le vie di comunicazione quello dei commerci; le colline intorno all'abitato si popolarono di ville rustiche. Sono attestate le canoniche magistrature municipali come i Quattuorviri jure dicundo, i due aediles curules, i quaestores a decurionibus, i decuriones e gli addetti al culto imperiale, i seviri augustales; fra le cariche religiose, figuravano il pontifex e il praetor sacrorum.[16]

Nel 69 Interamna fu sede di una scaramuccia fra quattrocento cavalieri delle ultime coorti di Vitellio, attestate a Narni, e le legioni di T. Flavio Vespasiano, accampate a Carsulae. Sarebbe stato questo l'unico atto di guerra nella resa finale fra i due contendenti, avvenuta per tradimento degli armati di Vitellio.

(LA)
« Per eos cognitum est Interamnam proximis campis praesidio quadringentorum equitum teneri. Missus extemplo Varus cum expedita manu paucos repugnantium interfecit, plures abiectis armis veniam petivere. »
(IT)
« Attraverso costoro si seppe che Interamna, posta nelle campagne vicine, era tenuta da quattrocento cavalieri. Varo, che era stato immediatamente inviato con soldati armati alla leggera, uccise quei pochi che opposero resistenza, mentre la maggior parte, gettate le armi, chiedevano di essere risparmiati »
(Publio Cornelio Tacito Historiae, Liber III, LXI, traduzione personale)

Nel 193 L. Settimio Severo, in qualità d' Imperatore, nominato dalle legioni d'Illiria, incontrò ad Interamna la delegazione senatoriale che gli si fece incontro per omaggiarlo della carica e per chiederne il perdono.[17]

Nel 253, nei pressi di Interamna, trovò la morte, ad opera dei suoi stessi soldati, l'imperatore V. Treboniano Gallo e suo figlio G. Vibio Volusiano, che si apprestavano a combattere contro le legioni dell'usurpatore M. Emilio Emiliano, acclamato Imperatore dalle truppe della Mesia.[18]

Resti dell'anfiteatro romano

Nel 306 Galeno, Cesare dell'Illirico, sceso in Italia con le sue legioni per costringere Massenzio a cedere il titolo di Imperatore, conferitogli soltanto dai Pretoriani, e la giurisdizione sull'Italia e l'Africa, pose i suoi accampamenti presso Interamna e da lì tentò di convincere Massenzio, prima di attaccare Roma; il tradimento di molti dei suoi soldati, però, lo indusse a ritornare in Illiria.[19]

Risale all'inizio del III secolo la testimonianza della Tabula Peutingeriana che il tracciato di riferimento della Via Flaminia non è più quello occidentale, da Narnia a Mevania, ma quello orientale, che passa per Terni, contrariamente all'Itinerarium Gaditanum, di due secoli prima, che indica il primo come percorso preferito.[20] È probabile che fra il I e il III secolo sia stato costruito, su un tracciato molto più antico, il ramo della Via Flaminia, chiamato via Interamnana, che collegava Interamna ad Eretum, l'attuale Monterotondo e che permetteva di raggiungere Roma attraverso la via Salaria o la via Nomentana, senza passare per la via Flaminia.[21]

Con la riforma dell'Impero, voluta da Diocleziano, Interamna fu inserita nella provincia di Tuscia et Umbria.[22]

La diffusione del Cristianesimo è attestata dall'area cimiteriale, databile al IV secolo, sorta su una necropoli pagana, alla sommità di un colle poco a sud della città, lungo la via Interamnana. I vescovi sicuramente accertati sono un certo Praetextatus al 465 e un Felix fra il 501 e il 502. Il luogo principale di culto fu costruito probabilmente all'interno delle mura cittadine, a ridosso dell'anfiteatro Fausto, nel luogo dove ora sorge la cattedrale e dedicato inizialmente a S. Maria Assunta e a S. Anastasio.[23]

L'Alto Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Data la posizione centrale e le sue vie di comunicazione, Interamna vide continui movimenti di armati attraversarla da nord a sud e viceversa, per tutto il tardo Impero e nel corso delle invasioni barbariche, nonostante, in proposito, manchi una documentazione precisa.

Nel 537, durante la Guerra Gotica, Vitige, dopo aver rinunciato all'assedio di Narni, tenuta dai Bizantini di Bessa, condusse il suo esercito a Roma, attraverso la Sabina, probabilmente percorrendo la via Interamnana. Se Terni rimase in mano a Belisario non è dato di sapere; ammesso che lo fosse, Totila, nel 544, la riconquistò, insieme alla piazzaforte bizantina di Spoleto, procedendo al sistematico recupero del dominio sulla Via Flaminia, itinerario obbligato per gli aiuti di Bisanzio a Roma, tramite Ravenna o le Alpi Giulie. Un percorso analogo fu fatto nel 551 da Narsete, che riprese la Tuscia fra Perugia, Spoleto e Narni, compresa Terni.[24]

Ma la conquista più significativa fu quella longobarda, avvenuta ad opera dei Duchi di Spoleto alla fine del VI secolo e compiuta già al tempo di Autari.[25] Terni assunse il carattere di città di frontiera, trovandosi a poca distanza da Narni bizantina, posta a guardia della via Flaminia. Sebbene il limite esatto fra le due aree nemiche sia molto difficilmente identificabile, si ritiene che esso fosse compreso fra la consolare Flaminia, nel suo percorso più antico, in mano ai Bizantini e la via Interamnana, in mano ai Longobardi, che la utilizzarono per l'occupazione della Sabina occidentale, fino a Farfa. Per questi motivi potrebbe essere giustificabile l'esistenza di un gastaldato fin dalla prima metà del VII secolo.[26]

Proprio come città di frontiera Terni vide nel 742 il solenne incontro di Liutprando con Papa Zaccaria, in seguito al quale il re longobardo fece atto di rinuncia al possesso dei castelli occupati in quell'anno, compreso Narni, e definì un nuovo assetto territoriale del suo regno nell'Italia centrale.[27]

(LA)
« Veniens itaque ad civitatem Interamnis, ubi tunc dictus rex cum suis exercitibus erat, cum rex audiret eius adventum, omnes duces exercituum suorum maiores usque ad octo miliaria misit obviam illi. Sed et ipse rex usque ad medium miliare processit obvia Zachariae summo pontifice, illumque cum gaudio magno et summa reverentia intra civitatem suscepit. Cumque in ecclesia beati valentini ambo consedissent.....huius autem sanctis persuasionibus compunctus rex langobardus, ad mandatum pontificis civitates, quas Romanis abstulerat, restituit. »
(IT)
« Mentre, così, stava giungendo [papa Zaccaria] nella città di Interamna, dove il re si era già attestato con tutto il suo esercito, il re, che era venuto a sapere del suo arrivo, mandò tutti i suoi comandanti di grado più alto fino all'ottavo miglio per accoglierlo. Ma lo stesso re procedette incontro al sommo pontefice Zaccaria e lo accompagnò all'interno della città con grande gioia e massimo rispetto. Dopo essersi assisi ambedue nella chiesa del Beato Valentino.....colpito dalle sante parole persuasive di costui [papa Zaccaria] il re longobardo restituì al pontefice le città che aveva tolto ai Romani »
(Pauli Continuationes, III , 9-18, traduzione personale)

Durante la prima fase del dominio longobardo la diocesi ternana fu soppressa da Gregorio Magno, forse più per mancanza di fedeli che per riduzione della popolazione e fu assorbita da quella di Narni.[28]

L'Italia nel 1050.

Il passaggio ai Franchi non mutò radicalmente la situazione, poiché Terni continuò a dipendere dal Ducato di Spoleto. La diocesi alla fine dell'VIII secolo fu annessa a quella di Spoleto, ristabilendo, così, ma a favore del Regno, un'anomalia istituzionale. Proprio per questo motivo il Papato e la diocesi narnese non smisero mai di rivendicare la sovranità su Terni, facendosi forti della Promissio Carisiaca e dei diplomi successivi, che affermavano la volontà dell'Impero di restituire Narni al Papa.[29]

La questione sembrò schiarirsi nel febbraio del 962 quando Ottone I di Sassonia all'interno di un suo notissimo privilegium, fra i numerosi provvedimenti, riconobbe al Papa, Giovanni XIII, della Famiglia dei Crescenzi, veri e propri feudatari del narnese, il possesso di Teramne con tutte le sue pertinenze. La cosa, però, non ebbe seguito, forse per le resistenze dei duchi e dei vescovi di Spoleto.

Il Basso Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo o aprile del 1174 Terni fu distrutta dall'esercito del legato imperiale l'arcivescovo Cristiano di Magonza, il più spietato collaboratore di Federico Barbarossa nel domare le città filo-papali.[30]

Soltanto la decisa opera di annessione dell'intero Ducato di Spoleto, da parte di papa Innocenzo III, nel 1198, riuscì a fare di Terni un pezzo del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia. Nel 1218, Onorio III[31] ricostituì il Capitolo Cattedrale nella chiesa di S. Maria Assunta, ma dotandola di una competenza territoriale molto esigua, esposta alle rivendicazioni, da una parte di Narni, dall'altra di Spoleto.

Quando Terni entrò a far parte del potere temporale dei Papi era già un Comune, con la magistratura dei due consoli e il Parlamento. In quella occasione, ebbe anche il Podestà e il Capitano del Popolo, apparentemente in anticipo di qualche decennio rispetto ad altri comuni umbri.

Nel giugno del 1241 si sottomise spontaneamente a Federico II, che la individuò, forse per le sue vie di comunicazione con Roma, come base della sua presenza nell'Italia Centrale, allo scopo di tenere sotto controllo la crisi scoppiata con Papa Innocenzo IV.

Confoederatio cum principibus ecclesiasticis

Sostò nelle vicinanze di Terni fra l'estate del 1244 e il marzo del 1245; attese invano Innocenzo IV, nel frattempo scappato, prima a Genova, poi a Lione, ma condusse con il cardinale Ottone di Porto, attestato a Narni, rimasta fedele al Papa, le trattative sulla sistemazione delle reciproche sfere di influenza in Lombardia. Sempre a Terni ricevette, anche, Alberto, Patriarca della chiesa antiochena, che tentò una mediazione fra Federico e il Cardinale diacono Ranieri, di S. Maria in Cosmedin, il quale conduceva, soprattutto nella Tuscia, un'incessante guerriglia contro le truppe arabe dell'Imperatore.[32].

Ritornò a Terni nel 1247 e sembra che convocò proprio in questa città la dieta che avrebbe designato a succedergli suo figlio Enrico.[33] Ma con la morte del sovrano Terni tornò all'obbedienza papale, anche se lo fece molto tardivamente, nel 1252.

Nel 1294 il Comune si dotò di una nuova carica, i 'quattro di credenza' o difensori del Popolo e nel 1307 dei Priori. L'istituzione di queste due magistrature furono indotte dal crescente peso che gli appartenenti alle arti e mestieri, come, ad esempio, i lanaioli, i fabbri, i tintori, i commercianti, avevano acquisito all'interno di una comunità dominata dai proprietari terrieri e dai milites.

Durante la Cattività avignonese continuò la resistenza al potere papale e, schiacciata fra due fortissimi Comuni, come Spoleto e Narni, fu costretta ad allearsi con Todi, che nominò fra il 1338 e il 1354 sette Podestà su dieci.[34] Nel 1354 si sottomise al legato Papale, il cardinale Egidio Albornoz, dietro pagamento di cinquecento fiorini annui per dieci anni, una condizione molto mite rispetto a quelle riservate ad altri comuni del Patrimonio.[35]

All'inizio del XV secolo cadde sotto la signoria di Andrea Tomacelli, uno dei fratelli di Papa Bonifacio IX, che, come Podestà di Terni, ne fece una rocca di resistenza contro le mire espansionistiche dei Visconti.[36] Fra il 1408 e il 1415 fu occupata dalle truppe di Ladislao I di Napoli, che la sfruttò per le sue operazioni contro Spoleto. Nel 1417 fu soggetta alla signoria di Braccio da Montone,[37] ma nel 1421 i mercenari al soldo di papa Martino V la ricondussero sotto il potere papale.[38] L'occupazione nel 1434 da parte delle truppe di Francesco Sforza fu soltanto uno sporadico episodio nel contesto della guerra per la supremazia fra Firenze e Milano.[39]

Fra il 1444 e il 1448, prima Eugenio IV, poi Niccolò V modificarono gli statuti comunali ed introdussero a Terni, come in altre parti del Patrimonio, il Governatorato, dando così un'impronta accentratrice all'amministrazione pontificia.[40]

Il dominio papale[modifica | modifica sorgente]

Stemma dello Stato Pontificio

Nel luglio del 1527 i Lanzichenecchi, di ritorno dal sacco di Roma, presero il campo a Terni, che si era schierata dalla parte degli imperiali e dei Colonna;[41] da qui diressero le operazioni contro Spoleto e contro Todi, dove si erano accampate le truppe della Lega di Cognac.[42]

L'appoggio alla politica dei Colonna e la benevola accoglienza riservata all'esercito imperiale derivarono da una vecchia insofferenza della città alle mire dominatrici del Papato, che, non solo aveva fermato, spesso con durezza, l'espansionismo comunale, ma aveva anche alterato gli antichi ordinamenti municipali. Infatti, alle vibrate proteste e alle sommosse, nella seconda metà del Quattrocento, contro la figura del Governatore e contro i simboli del potere papale, l'autorità pontificia aveva risposto, nel 1501 con la dichiarazione di 'città ribelle' e nel 1515 con il notevole ridimensionamento dei poteri del Podestà a favore di quelli del Governatore.[43]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Banderari.

Tuttavia, il fatto che portò alla definitiva scomparsa del Comune fu la rivolta dei Banderari, scoppiata il 25 agosto del 1564 per vecchie ruggini personali e per l'impossibilità dei Banderari di accedere al Priorato e al Consiglio di Cerna. L'uccisione di alcuni nobili da parte di componenti della fazione dei Banderari scatenò la repressione del papa Pio IV, che inviò, come Governatore e Commissario per Terni, il cardinale Monte dei Valenti, con ampi poteri inquisitori e persecutori. Oltre alle condanne a morte per decapitazione dei colpevoli, Monte dei Valenti riconobbe responsabilità precise anche al Comune, al quale furono addebitate tutte le spese della sua missione, della nuova destinazione d'uso delle aree di proprietà dei condannati e del riadattamento dei palazzi papali. Fu così che la municipalità, non potendo far fronte ai debiti contratti, decise di rinunciare alla sua secolare autonomia.[44]

Il XVII e il XVIII secolo[modifica | modifica sorgente]

Il centro storico cittadino

Dopo il Concilio di Trento iniziò un periodo di circa due secoli, in cui Terni, avendo perduto una sua precisa identità, trovò in Roma un punto di riferimento sicuro. Gli Aldobrandini e i Barberini furono per molti anni nel corso del XVII secolo patroni della città; Francesco Angeloni, ternano, fu segretario del cardinale Ippolito Aldobrandini; Francesco Angelo Rapaccioli, anch'egli originario di Terni, fu legatissimo al cardinale Maffeo Barberini, il futuro papa Urbano VIII; a Roma fu deciso perfino il nuovo patrono, San Valentino. Così, importanti personaggi dell'arte e della cultura approdarono, da Roma, a Terni: Antonio da Sangallo il Giovane per dirigere i lavori della cava paolina alla Cascata delle Marmore e proprio a Terni trovò la morte; Jacopo Barozzi da Vignola e Carlo Fontana per la riedificazione del Ponte Romano, Carlo Maderno per la cava clementina e Girolamo Troppa come decoratore di ville e palazzi cittadini.[45]

Nel 1657, per sei mesi, fra maggio e dicembre, imperversò la peste, proveniente da Napoli, dove l'estate precedente aveva mietuto molte vittime. Nonostante i provvedimenti di sanità pubblica e le suppliche ai Santi protettori della città, si contarono parecchi morti, tanto che il comune fu costretto ad approntare un'area cimiteriale apposita a sud-ovest delle mura cittadine.[46]

L'altro flagello, che colpì questa piccola comunità, furono i numerosi passaggi di truppe straniere durante la Guerra di successione spagnola, la Guerra di successione polacca e, soprattutto, la Guerra di successione austriaca, che comportò la presenza continuativa di armati fra il 1742 e il 1748. Oltre agli episodi di diserzione, intolleranza e violenza contro la popolazione locale, si aggiunsero lo spoglio sistematico delle campagne, il dissanguamento delle casse comunali e le carestie.[47]

Alla vigilia della temperie napoleonica Terni faceva parte della Delegazione di Spoleto, contava poco più di 8000 anime, di cui il 40% era distribuito nelle campagne ed il resto nel contesto cittadino. La diocesi aveva 17 parrocchie con 80 chiese e 10 case religiose. Il clero rappresentava una consistente porzione del tessuto sociale, aveva in mano le scuole, tutte improntate allo spirito della Controriforma, ed era titolare di gran parte degli enti di pubblica utilità. Le donazioni e le imposte erano quasi tutte distribuite alle fondazioni religiose, che le utilizzavano per mantenersi e per mantenere le opere pie. L'agricoltura, gestita con i contratti a mezzadria, si basava soprattutto sulle colture arboricole, in particolare l'olivo. Fra le industrie, che sfruttavano i numerosi corsi d'acqua della città, c'erano una segheria idraulica, aperta dal 1715, una ratiera inaugurata nel 1730 e la ferriera, la cui concessione alla Famiglia Gazzoli fu rilasciata nel 1794.[48]

Da Napoleone al Risorgimento[modifica | modifica sorgente]

Dipartimenti francesi in Italia durante l'occupazione napoleonica

Il sonno di questa piccola comunità fu bruscamente interrotto il 16 febbraio 1798, quando il generale Louis Alexandre Berthier da Spoleto dettò le condizioni di resa alle avanguardie francesi. Nel marzo dello stesso anno Terni fu dichiarato Municipio cantonale urbano appartenente al Dipartimento del Clitunno, con capoluogo Spoleto, che risultò, prima della proclamazione della Repubblica Romana, il centro di una Repubblica autonoma.[49]

« Cittadini, l'invitta generosa Nazione Francese tolse da vostri occhj la benda, sciolse le vostre mani, ruppe infine quei ceppi che per tanti anni vi opressero: Voi siete liberi: Voi siete uguali.. »
(Proclama al Popolo Ternano, dì 19 marzo 1798, anno 1º della Repubblica Romana una e indivisibile in Giorgio Brighi, Terni giacobina, in 'Memoria Storica', 16, 2000, p. 49)

Geograficamente si trovava a poca distanza dal confine fra il territorio della Repubblica Romana, termine con cui fu ridenominato il vecchio Stato Pontificio, in mano ai Francesi, e il Regno delle Due Sicilie, nelle mani dei Borbone di Napoli. L'occupazione francese non fu facile, né indolore: alla laicizzazione delle scuole e della vita pubblica, nonché ai buoni propositi di sviluppo scientifico e tecnico, si aggiunsero la leva obbligatoria, la tassazione annonaria, gli espropri forzosi, le violenze gratuite degli armati francesi, accampati nella parte ovest della città e le ruberie dei briganti, imboscati a sud e ad est. A tutto questo si aggiunse la presenza di circa seimila armati, provenienti dal Regno di Napoli, accampati fra Piediluco e le Marmore.

Una sollevazione popolare contro gli occupanti ed un vano tentativo di reprimerla precedettero soltanto di poche settimane l'arrivo, il 14 agosto del 1799, delle truppe austro-russe del generale Gerlanitz, che di fatto pose fine alla breve esperienza giacobina.[50]

« ..Concorrete dunque o Ternani a prestare nuovi serviggi alla Patria per assicurare sempre più il Culto della nostra Santa Religione, le vostre sostanze, e la tranquillità delle vostre famiglie, e per dimostrare con effusione di cuore il vostro impegno, e la vostra gratitudine all'invitte Armate Austro-Russe, che anno (sic !) infranto il giogo d'una infame libertà, e d'una sognata eguaglianza. »
(Proclama del Generale Antonio Gerlanitz, in Vincenzo Pirro, Il Comune Repubblicano, in Storia illustrata delle città dell'Umbria, op. cit., p. 251)
Firma autografa di Napoleone Bonaparte

Gli anni dell'Impero Napoleonico videro di nuovo Terni attraversata ed occupata dagli eserciti francesi destinati a Roma e a Napoli. Dapprima, nel contesto della guerra contro Ferdinando IV di Napoli, agli inizi del 1801, in ottemperanza alle condizioni della pace di Foligno, prese possesso della città e del suo circondario un corpo di spedizione francese, comandato da Gioacchino Murat. Poi, nel 1807 e nel 1808, durante la guerra che fece seguito alla Terza coalizione, passarono altri eserciti e furono imposti altri dazi, in beni e prodotti, finché nel luglio del 1809 Terni, come parte del Circondario di Spoleto,[51] entrò nel Dipartimento del Trasimeno, non accorpato al Regno d'Italia, ma, insieme al Dipartimento del Tevere, dipendente direttamente dalla corona imperiale.

Ma nel maggio del 1814 Pio VII, di ritorno dalla Francia, dove era stato condotto da Napoleone, e diretto a Roma, passò per Terni: fu questo l'atto formale del ritorno della città sotto il potere del Papa.

Nonostante gli entusiasmi per l'avvenimento ed una sostanziale fedeltà alla Chiesa, rimaneva forte il bisogno di ridimensionare la pervasività del clero nelle vicende civili, sebbene questo atteggiamento fosse ancora molto dimesso. Nel febbraio del 1831 Terni accolse con favore, ma non in tutte le sue componenti sociali, le avanguardie dell'esercito del generale Sercognani, che scendeva dalle Legazioni e dalla Marca, deciso a dirigersi su Roma; in quella occasione entrò a far parte del territorio delle Province Unite, con capitale Bologna, formalmente distinto dal resto dello Stato Pontificio. Per circa un mese le truppe raccogliticce dei rivoltosi usarono Terni come retrovia per le iniziative di guerra contro Rieti e Civita Castellana; tuttavia, la resistenza papalina, il mancato aiuto della Francia e la reazione dell'Austria, che nel frattempo aveva ripreso le Legazioni, indussero Sercognani ad abbandonare l'impresa.[52]

Il nuovo ritorno di Terni al Papa fu immediato. Alla clericizzazione delle istituzioni e all'eccessivo centralismo papale si accompagnarono anni di discreto benessere: la città, in cui sorsero nuove iniziative industriali, come un cotonificio nel 1846, un lanificio, e in cui fu realizzato l'ammodernamento della ferriera, non spopolò le campagne, che continuarono ad essere produttive grazie alle colture miste e alla mezzadria. Nel 1846 arrivò la ferrovia che collegava Terni a Roma.[53]

Durante il pontificato di Pio IX la ventata di neoguelfismo e di patriottismo italico che contagiò tutto lo Stato Pontificio si fece sentire anche a Terni, dove fu ospitato con i massimi onori Ciceruacchio, noto agitatore di popolo a favore della politica di Pio IX.[54]

Nell'Aprile del 1848 qualche decina di volontari ternani partecipò alla prima guerra di indipendenza, sotto il comando del generale Ferrari, distinguendosi nel teatro di guerra veneto; ma la sconfitta delle forze pontificie ed il ritiro delle truppe, decretato da Pio IX, determinò anche a Terni un mutamento dei sentimenti patriottici, che si indirizzarono non più verso il neoguelfismo ma verso il repubblicanesimo democratico di Giuseppe Mazzini.[55]

L'esperienza della Repubblica Romana del 1848 segnò l'inizio di questa svolta politica: l'adesione popolare fu piuttosto consistente, tanto che Terni divenne sede del 'Corpo di Osservazione degli Appennini'. Nel luglio di quell'anno, però, anche questa breve fase di liberazione dal giogo della monarchia papale si esaurì. Alcuni ternani seguirono Giuseppe Garibaldi che scappava verso la Romagna; uno di essi, Giovanni Froscianti, diventerà uno dei suoi più fidati collaboratori.[56]

Annessione al Regno d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Il ritorno di Pio IX provocò sia la fuga di chi aveva sostenuto a spada tratta l'esperienza della Repubblica Romana, sia il distacco fra chi conduceva la cosa pubblica, allineato su posizioni quantomeno apolitiche e chi aveva partecipato convintamente ai moti del 1848. Tuttavia, Terni, capeggiata da esponenti rivoluzionari mazziniani, accettò malvolentieri le direttive del Comitato di Perugia, che, schierato a favore della politica del Cavour, svolgeva un ruolo di assoluta preminenza sul resto delle altre comunità umbre.

I sentimenti popolari di chiara insofferenza del potere papale sfociarono in dimostrazioni contro la tassa sul macinato, nel 1850 e contro la tassazione delle attività artistiche ed artigiane, nel 1852. Fra il luglio e l'agosto del 1860, mentre Garibaldi tentava di penetrare nel territorio pontificio, un contingente di zuavi, al comando del colonnello De Pimodan, si acquartierò nella città e non fu anche questa un'esperienza indolore per Terni.[57]

Bersaglieri in ricognizione

Richiamati dal sopraggiungere delle truppe piemontesi nella Marca, i francesi abbandonarono la città diretti a sostenere lo scontro di Castelfidardo. Il 20 settembre di quell'anno i bersaglieri piemontesi del generale Filippo Brignone entrarono a Terni, attraverso la Porta Spoletina e vi rimasero, fino all'anno dopo, poiché Terni diventò sede del comando della XV divisione. Il Plebiscito che seguì e formalizzò l'annessione al Regno d'Italia vide, su 3672 votanti, 1 solo voto contrario a fronte di 3461 voti favorevoli.[58] Il primo sindaco post-unitario fu eletto il 1º dicembre del 1860.

La sua posizione di città di confine fra il Regno e lo Stato Pontificio la fece diventare ben presto la base di appoggio per le iniziative politiche e militari tese alla liberazione di Roma. Nel giugno del 1867 un centinaio di patriotti ternani tentò di portarsi su Roma, ma furono fermati dalle truppe italiane. Poco dopo, Menotti Garibaldi partì da Terni e si attestò a Nerola per attendere rinforzi che giunsero dalla città umbra il 13 ottobre, quando attaccò Montelibretti. A Terni fu organizzato il Comitato di Soccorso per l'Affrancamento di Roma, che si affiancò al Comitato Nazionale, il quale, sotto la direzione di Francesco Crispi e Giuseppe Guerzoni, si era da poco insediato in città. Tuttavia, furono i Enrico e Giovanni Cairoli a rompere gli indugi: partendo da Terni con appena 75 volontari, passarono il confine, ma furono fermati dai papalini a Villa Glori, dove Enrico trovò la morte. Garibaldi, fuggito da Caprera anche grazie all'aiuto di Froscianti, giunse il 22 ottobre a Terni, già piena di volontari da tutta Italia; partì subito dopo e raggiunse il figlio e gli altri volontari a Passo Corese, ma l'impresa fu vanificata dai fucili francesi del generale De Failly, il 3 novembre, a Mentana. Quello che non poterono i volontari garibaldini e mazziniani lo fecero la diplomazia e le truppe del generale Raffaele Cadorna, che il 6 settembre 1870 organizzò a Terni il suo quartier generale, mentre i soldati del IV Corpo d'armata piemontese prendevano posizione ai confini; in città si allestì un ospedale militare e il necessario per il vettovagliamento giornaliero delle truppe tramite ferrovia. L'11 settembre 1870 Cadorna lanciò il Proclama con cui iniziava la campagna di guerra; il 20 settembre, esattamente dieci anni dopo l'entrata a Terni, i bersaglieri sabaudi varcavano Porta Pia.[59]

L' Industrializzazione[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'annessione al Regno d'Italia, l'industria, come motore dell'economia cittadina, fu al centro delle volontà del Commissario per l'Umbria, Gioacchino Napoleone Pepoli e alle scelte degli amministratori locali, che, pur in presenza di gravi difficoltà finanziarie, vollero favorire gli insediamenti manifatturieri, offrendo lo sfruttamento potenziale di duecentomila cavalli vapore, ottenibili dall'ampia disponibilità di risorse idriche. Nel 1875, dopo le sconfitte patite nella III Guerra d'Indipendenza, lo Stato Maggiore premeva per avere un'industria militare nazionale. Il portavoce di questa esigenza fu il capitano Luigi Campofregoso, che ebbe dalla sua parte, sia la fattiva opera del deputato ed ex garibaldino Vincenzo Stefano Breda, il quale era convinto che Terni fosse il luogo strategicamente ideale per l'impiantistica militare, sia la campagna di stampa della Gazzetta d'Italia, che sosteneva le tesi del Breda. L'edificazione della Fabbrica d'Armi fu iniziata nel 1875 e lo stabilimento entrò in funzione nel 1881.[60]

Nel 1879 Cassian Bon, un imprenditore belga, acquistò la fonderia 'Giovanni Lucovich e C.', che era stata impiantata qualche anno prima da alcuni industriali milanesi e tedeschi. Nel 1881 lo stesso Cassian Bon fondò la 'Società degli Altiforni e Fonderia di Terni' e nel 1886, insieme a Vincenzo Stefano Breda, all'epoca Presidente della 'Società Veneta per le Imprese e le Costruzioni Pubbliché, un'azienda che utilizzava capitali dello Stato per le opere di edificazione e di impiantistica, cominciò a realizzare il grande progetto di uno stabilimento per la produzione dell'acciaio.[61] Lo scopo dell'impresa, formalizzato da un'apposita Commissione nominata dal Ministro della Marina Benedetto Brin, era quello di produrre corazze e cannoni per le navi da guerra.[62]

Nel 1884 fu ammodernata ed ampliata la ferriera;[63] nel 1885 il genovese Alessandro Centurini iniziò la costruzione di un lanificio e jutificio;[64] nel 1890 il torinese Antonio Bosco costruì uno stabilimento per la produzione di attrezzi agricoli;[65] nel 1896 si costituì la 'Società Italiana del Carburo di Calcio, Acetilene ed altri Gas', che gestiva non solo stabilimenti per la produzione del carburo di calcio ma anche centrali idroelettriche;[66] nel 1883 fu inaugurata la ferrovia Terni-Sulmona.[67] Terni fu la quarta città italiana, in ordine di tempo, ad avere l'illuminazione pubblica ad elettricità.

La forza lavoro, nel giro di qualche decennio, quadruplicò, soprattutto per l'arrivo di maestranze dal nord ed operai, quasi sempre di estrazione contadina, dal resto dell'Umbria, dal Lazio, dalle Marche, dalla Toscana e della Romagna. L'industrializzazione creò, tuttavia, dei grossi problemi logistici, per la scarsa disponibilità di case e l'inadeguatezza dei servizi pubblici, a cui si aggiunsero i pregiudizi della gente locale contro gli immigrati e la riottosità dei titolari dei fondi a concedere le aree necessarie e i diritti di sfruttamento delle acque per l'impiantistica e gli edifici; d'altra parte, le iniziative industriali vennero tutte da fuori e nessun ricco borghese locale ne risultò coinvolto. All'inizio del XX secolo Terni era, comunque, fra le prime città industriali italiane.[68] Con l'industrializzazione della seconda metà dell'Ottocento fu necessario istruire i giovani nelle attività professionali di tecnico. La situazione dell'istruzione a Terni risultava in questo periodo estremamente grave, mancando un qualsiasi tipo di scuola professionale. A tal fine, facendo seguito ad un apposito decreto del Commissario Straordinario per le Province dell'Umbria, nel 1861, fu istituito il Regio Istituto Tecnico (in seguito Istituto Industriale e Liceo Scientifico), uno dei primi quattro in Italia, che verso la fine dell'Ottocento, sotto la guida del prof. Luigi Corradi, divenne rinomato attraendo giovani da ogni parte d'Italia.[69]

Fra i due Conflitti Mondiali[modifica | modifica sorgente]

Lavoratori presso le acciaierie di Terni nel secondo dopoguerra.

Il nuovo secolo iniziò con un progressivo consolidamento della 'Società degli Alti Forni e Fonderie di Terni' nel campo dell'industria bellica: incentivò la ricerca tecnica di nuove forme di fusione e laminazione dell'acciaio, dismise i vecchi convertitori ed acquisì i più moderni Martin-Siemens, di cui brevettò una variante denominata 'Martin-Terni', che si diffuse in tutta la siderurgia mondiale dell'epoca.[70] Negli stabilimenti di Terni furono costruite con metodo Schneider le corazze delle navi Ruggero di Lauria[71], con acciaio al nichel le corazze delle navi Francesco Ferruccio, Benedetto Brin, Regina Margherita e con un metodo ideato dai suoi ingegneri siderurgici, peraltro simile al sistema Krupp, le corazze delle navi Regina Elena , Andrea Doria, Roma, Conte di Cavour, Giulio Cesare[72] e Vittorio Emanuele[73]. Nel 1905 fondò, a La Spezia, con l'inglese Vickers, uno stabilimento per la produzione di cannoni navali. Cominciò la produzione, oltre che delle corazze per le navi da battaglia, durante la prima guerra mondiale anche di componenti dei cannoni e dei proiettili, almeno fino all'apertura degli stabilimenti Ansaldo di Genova.[74] Nel 1922, dopo aver acquisito la 'Società Italiana per il Carburo di Calcio, Acetilene e altri Gas', che controllava anche la STET[75], società che eserciva il servizio tranviario urbano e quello della tranvia Terni-Ferentillo, si espanse nel settore energetico, con l'acquisizione di tutte le centrali idroelettriche esistenti e in quello chimico, trasformando la sua denominazione in 'Terni Società per l'Industria e l'elettricità' .[76] La 'Fabbrica d'Armi' produceva armi di vario tipo, fra le quali il fucile Carcano Mod. 91, che equipaggiò l'esercito italiano per molti anni: durante il primo conflitto mondiale sfornava oltre 2000 fucili al giorno, tra l'altro uno di questi esemplari, prodotto a Terni nel 1940 finì nelle mani di Lee Harvey Oswald e fu usato dallo stesso nell'omicidio di John Fitzgerald Kennedy il 22 novembre 1963.[77][78][79] La 'Bosco' si affermò nelle costruzioni per i rimessaggi aeronautici e nel 1924 iniziò la produzione di manufatti metallici, come idroestrattori, autoclavi e bollitori.[80] Nel 1927 il 'Lanificio e Jutificio Centurini' era, per dipendenti e produzione, il secondo opificio italiano del settore;[81] negli anni venti il 'Tipografico Alterocca' immetteva sul mercato il 30% delle cartoline illustrate che si stampavano in Italia.[82]

La presenza degli operai nel tessuto sociale cittadino fu enorme, se si considera che questa categoria costituiva, all'inizio del secolo, il 70% della popolazione residente. Nel 1901, dopo le leggi Pelloux, fu ricostituita la 'Camera del Lavoro', la prima in Umbria, già fondata fra il 1893 e il 1896.[83] L'emanazione di un duro regolamento di fabbrica da parte della Direzionale Aziendale delle acciaierie il giorno della vigilia di Pasqua del 1907 provocò la reazione degli operai, sotto la guida della Camera del Lavoro e non delle organizzazioni sindacali. La conseguente serrata dei cancelli da parte dell'azienda ridusse alla fame per tre mesi quattromila famiglie, salvate dall'emigrazione e dalla solidarietà dei lavoratori di altre industrie locali e di alcune città, fra cui, soprattutto, Genova.[84] Nel 1927 la Camera del Lavoro contava quasi tremila iscritti e cinque società di mutuo soccorso, gestiva l'assistenza medica e l'istruzione per i lavoratori. Notevole fu anche il movimento operaio femminile, più volte promotore di scioperi contro i bassi salari e le condizioni di lavoro in fabbrica; Carlotta Orientale, operaia dello 'Jutificio Centurini', fu segretaria nazionale dell'Unione Sindacale Italiana, durante la prima guerra mondiale.[85] Nelle elezioni politiche del 1919 i socialisti riscossero una maggioranza del 71%. Nonostante nel 1921 vi operassero circa cinquecento squadristi fascisti, Terni rimase l'unico comune umbro ad amministrazione socialista fino al 17 ottobre 1922.[86]

Sotto la spinta politica del PNF la 'Terni', come era più brevemente chiamata, finanziò la costruzione di alloggi per gli operai, fino ad interi quartieri, perfino di due chiese; oltre al dopolavoro istituì gli spacci aziendali, promosse i circoli associativi, dotò la città di strutture sportive e ricreative.[87] La concessione dello sfruttamento dell'intero sistema idrico Nera-Velino e le notevoli commesse militari spinsero la 'Terni' ad essere uno dei maggiori gruppi industriali italiani:[88] entrata nell'IRI nel 1933, oltre a sfornare acciaio, produceva in un anno circa un miliardo di kilowattora di energia elettrica dalle centrali del sistema dei fiumi Salto e Turano nel Lazio, e del Vomano in Abruzzo; produceva in esclusiva, negli stabilimenti chimici di Nera Montoro, l'ammoniaca secondo il processo Casale, dopo aver fondato nel 1925 la SIRI, 'Società Italiana per le Ricerche Industriali', specializzata nella elaborazione di brevetti per l'industria chimica, soprattutto nella produzione dell'ammoniaca, del metanolo, e nella chimica degli idrocarburi[89] carburo di calcio e composti azotati nel nuovo stabilimento di Papigno.[90]

Nel 1927 la "Società Umbra Prodotti chimici", modificatasi poi in "Viscosa Umbra", iniziò la produzione di solfuro di carbonio.[91] Nel 1939 fu costruito lo stabilimento della 'Società Anonima Industria Gomma Sintetica' (SAIGS) per iniziativa dell'IRI e della Pirelli, per la sintesi del butadiene dal carburo di calcio.[92]

Alla prosperità dell'industria si accompagnarono, però, le difficoltà amministrative, poiché il Partito Nazionale Fascista (PNF) oscillò sempre fra chi sosteneva a spada tratta l'industria e chi si appoggiava, invece, al non mai sopito spirito anti-industriale. L'immobilismo dell'amministrazione fu in parte superato dopo il 1930, quando l'adozione di un piano regolatore generale permise di attuare i primi sostanziali interventi alle infrastrutture, anche se proprio ad iniziare da quel periodo la grande industria cominciò ad essere la vera promotrice della vita cittadina.[93] La parte del PNF favorevole all'industria, capeggiata in prima persona da Mussolini, decise nel 1926 di istituire la Provincia di Terni e il territorio comunale fu ampliato fino a comprendere ben sette comuni precedenti.[94]

Nel 1924 la propaganda clandestina del Partito Comunista Italiano cominciò a fare proseliti all'interno delle Acciaierie;[95] nel 1931 risultarono iscritti circa duecento operai.[96] Addirittura nel 1936 si stamparono volantini di sostegno alla Spagna Repubblicana. La clandestinità non valse ad evitare l'accusa di ricostituzione del Partito Comunista e di condanne al confino, inflitte a diverse decine di persone. Nel 1943, con l'apporto di molti operai, fu costituita la brigata partigiana 'Antonio Gramsci', che durante la Resistenza operò sull'Appennino umbro-marchigiano.[97]

Nodo industriale di primaria importanza, Terni fu oggetto di ben centootto bombardamenti da parte degli Alleati durante la loro campagna di guerra in Italia: l'11 agosto del 1943 un bombardamento aereo, senza che l'UNPA facesse in tempo a lanciare l'allarme, provocò 350 vittime, quasi tutte civili; al termine della guerra si conteranno poco meno di duemila morti e soltanto il 17% degli edifici rimasti illesi. Grazie all'azione dei lavoratori, i Tedeschi in ritirata non riuscirono nell'intento di sabotare o smantellare gli impianti industriali, ad eccezione della produzione di energia elettrica e dello stabilimento della SAIGS. Gli inglesi del generale Alexander entrarono in città il 13 giugno del 1944. Per i motivi di cui sopra, Terni è stata insignita della Croce di guerra al valor militare.[98]

La Ricostruzione[modifica | modifica sorgente]

Via Plebiscito verso Piazza della Repubblica

Le dismissioni belliche risultarono deleterie per l'acciaio ternano: fra il 1947 e il 1948 furono licenziati oltre duemila lavoratori e dopo l'elaborazione del piano Sinigaglia, che spostava le produzioni strategiche sul mare, furono licenziati nel 1952 settecento e l'anno dopo altri duemila operai ed impiegati.[99] Tuttavia, la capacità produttiva e le competenze delle maestranze sopravvissute alla guerra permisero di recuperare tutto il sistema idroelettrico e di ampliarlo con la costruzione di nuove centrali sul Nera e sul Tevere; fu costruita una linea diretta con Genova per l'alimentazione del nuovo stabilimento siderurgico dell'Ilva di Cornigliano.

Ma nel 1962, con l'istituzione dell'Enel, tutte le fonti energetiche della società ternana furono nazionalizzate. Seguì, a breve, lo scorporo delle altre attività: l'elettrochimico di Nera Montoro fu ceduto all'Anic, nel 1967 lo stabilimento di Papigno passò all'Eni; le attività siderurgiche furono incorporate nella Finsider.[100] La stessa produzione dei manufatti in acciaio rimase di secondo piano, poiché la maggior parte delle iniziative industriali emergenti, come l'elettronucleare, furono boicottate dall 'IRI, che dirottò le produzioni su altri impianti, nonostante Terni eccellesse anche nella ricerca siderurgica: basti pensare alla scoperta delleffetto Terni', cioè al paradosso dell'aumento di temperatura di grossi pezzi fusi, quando sono sottoposti al raffreddamento in acqua.[101] L'iniziativa industriale più importante di questo periodo fu la costruzione della 'Terninoss', uno stabilimento per la produzione di laminati piatti inossidabili, grazie ad una joint-venture fra la Finsider e la Unites States Steel; la domanda di acciaio inossidabile favorì lo sviluppo della fabbrica, che arrivò a produrre circa centocinquantamila tonnellate annue di laminati.[102]

Gli anni anni ottanta sono stati particolarmente difficili per l'industria ternana, con una notevole contrazione degli occupati ed un forte ridimensionamento delle produzioni; una via d'uscita fu individuata nel 1988, quando i vertici aziendali e l'IRI decisero di orientare le produzioni sugli acciai speciali. Nel 1994 l'azienda è stata privatizzata, con l'acquisto qualche anno dopo, dell'intera proprietà da parte della multinazionale tedesca ThyssenKrupp.

Degli altri insediamenti produttivi, negli anni cinquanta fu chiuso lo stabilimento della Viscosa, nel 1970 cessò l'attività il 'Lanificio e Jutificio Centurini' e nel giugno del 1985 chiuse i battenti la SIRI, nonostante i grandi successi industriali degli anni cinquanta. Nel 1949 la SAIGS fu ceduta alla Montecatini, che riconvertì gli impianti per la produzione dei polimeri sintetici. Nel 1960 iniziò la produzione del 'Meraklon', seguita dal 'Montivel'e dal 'Moplefan', tutto materiale progettato e sintetizzato nei laboratori di ricerca dello stabilimento, dove operò anche Giulio Natta. Agli inizi degli anni settanta lo stabilimento fu suddiviso in varie subunità produttive, imperniate sul polipropilene in granuli, fiocco, film, filo; negli anni ottanta e novanta queste produzioni, come quelle dello stabilimento di Nera Montoro, sono state acquisite da varie multinazionali estere.[103] La 'Fabbrica d'Armi', pur subendo un inevitabile ridimensionamento dopo il secondo conflitto mondiale, con la denominazione di 'Stabilimento Militare Armamento Leggero', ha continuato ad essere uno dei siti nazionali per la manutenzione delle armi dell'Esercito Italiano e della NATO.

Piazza Mario Ridolfi

Altri stabilimenti sono stati ristrutturati e riconvertiti: quello di Papigno in studios cinematografici, quello delle Officine Bosco nel Centro Multimediale, quello della SIRI in strutture operanti nel terziario e nel sistema museale cittadino.

Negli ultimi quindici anni, Terni è diventata una città-cantiere: dai primi anni novanta non si sono fermati i lavori che via via stanno portando ad un radicale cambiamento del centro cittadino, imperniato sui "tre centri storici" del Quartiere Clai come centro della città romana, del Quartiere Duomo come centro della città medioevale e dell'asse Piazza Europa, Piazza della Repubblica, Corso Tacito come centro della città moderna.

La città nel secondo dopoguerra ha avuto una forte espansione ben oltre i villaggi operai d'inizio secolo, sviluppandosi su quattro assi a raggiera intorno al nucleo centrale e ponendo al nuovo piano regolatore Ridolfi,[104] e sue successive varianti, il problema della vivibilità delle periferie e del loro collegamento con il resto della città. La viabilità ha dovuto superare l'antico schema dell'unico asse preferenziale della Flaminia, contestualizzando i progetti in un ambito interregionale, come la direttrice Rieti-Terni-Civitavecchia, la Strada statale 3 bis Tiberina e la piattaforma logistica, ancora non realizzata, tutte essenziali per le industrie del ternano e il suo terziario.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Maria Rosaria Porcaro, Dalla città preunitaria a quella industriale, in Storia Illustrata delle città dell'Umbria , a cura di Raffaele Rossi, Terni , a cura di Michele Giorgini, Elio Sellino Editore, Milano 1993, pp. 297-307
  2. ^ Laura Bonomi Ponzi, L'Età Protostorica, in Storia Illustrata delle città dell'Umbria, op. cit., pp. 37-46
  3. ^ Seppur criticabile, la classificazione rimane quella formulata da Hermann Muller-Karpe, Beitrage zur chronologie der urnenfelderzeit nordlich und sudlich der Alpen, Berlin 1959. Per una rivisitazione più recente del materiale si veda Valentina Leonelli, La necropoli delle Acciaierie, in Valentina Leonelli, Paolo Renzi, Claudia Andreani, Cristina Ranucci, Interamna Nahartium, Materiali per il Museo Archeologico di Terni, a cura di Vincenzo Pirro, Edizioni Thyrus, Arrone (TR) 1997, pp. 17-58
  4. ^ Paolo Renzi, Terni dalla Prima Età del Ferro alla conquista romana (VIII-III secolo a.C.), ibidem, pp.61-135
  5. ^ Massimo Pallottino, Storia della prima Italia, Rusconi, Milano 1984, pp. 37-55
  6. ^ Laura Bonomi Ponzi, Il territorio di Cesi in età protostorica, in Cesi. Società e cultura di una terra antica, Todi 1989, pp. 9-30
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita , X, 9, 8; 10, 1-5
  8. ^ Dionigi di Alicarnasso, Ρωμαιχή Ἁρχαιολόγια, I, 14.4. In questo passo Dionigi riferisce l'esistenza, a detta di Varrone, della via che univa Reate al pagus di Septem Acquae, che la critica moderna ha individuato in un abitato sorto in prossimità di alcuni specchi d'acqua, residuo dell'antico Lacus Velinus, alle spalle del costone delle Marmore. Non è quindi certo che la Via Curia giungesse, originariamente, proprio ad Interamna
  9. ^ Marco Tullio Cicerone, Epistulae ad Atticum, Liber IV, 15, 5
  10. ^ In alternativa si potrebbe pensare alla iniziale fondazione o di un conciliabulum o di una praefectura e alla successiva trasformazione in colonia latina
  11. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, XXVII, 9. Nell'elenco delle dodici colonie ribelli (Ardea, Nepete, Sutrium, Alba, Carseoli, Sora, Suessa, Circei, Setia, Cales, Narnia, Interamna), riportato da Livio, compare anche Interamna, senza ulteriori specificazioni, per cui potrebbe trattarsi anche di altri toponimi, come Interamna Praetutiorum o Interamna Succasina. Tuttavia, la citazione liviana è costruita in modo che la distribuzione geografica è piuttosto omogenea per gruppi consecutivi: dopo il primo toponimo, che fa eccezione, si trovano due colonie dei Falisci, due degli Equi, due nell'ex area dei Volsci, intercalate dalle due degli Aurunci ed infine Narnia ed Interamna, che, pertanto, dovrebbero, da un punto di vista geografico ed etnico, appartenere alla stessa area.
  12. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, XXIX, 15. Per una critica complessiva sull'accaduto e l'importanza della sentenza definitiva del Senato si veda Gaetano De Santis, Storia dei Romani, vol. III, parte II, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1968, pp. 448-449 e vol. IV, parte I, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1969, pp. 553-554.
  13. ^ La questione è molto controversa. Per esempio, in Michelle Humbert, Municipium et civitas sine suffragio. L'organisation de la conquete jusqu'à la guerre sociale, Collection de l'École française de Rome, n.36, Paris-Rome 1978, pp. 224-226, si sostiene che il rango di civitas sine suffragio sia stato raggiunto già nel III secolo a.C.
  14. ^ Emilio Gabba, Appiani bellorum civilium liber quintus, Biblioteca di Studi Superiori, vol. XXXVII, Firenze 1970, p. LIV
  15. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 12, 107
  16. ^ Tutte queste notizie sono deducibili dal corpo delle iscrizioni del CIL, volume XI e da altre iscrizioni non edite; per una valutazione critica, Claudia Andreani, Il municipio romano , in Valentina Leonelli, Paolo Renzi, Claudia Andreani, Cristina Ranucci, op. cit., pp. 139-168
  17. ^ Elio Sparziano Historia Augusta, Vita Severi, 6.
  18. ^ Epitome De Caesaribus, XXX
  19. ^ Anonimo Valesiano, I, 3, 6-7
  20. ^ Questa constatazione sembra appoggiare il passo di Publio Cornelio Tacito, Historiae, II, 64, in cui si riporta che Vitellio, nell'intento di far assassinare Dolabella a Terni, invitò lo stesso a prendere il ramo della Flaminia che passa per Interamna, perché quello occidentale è troppo battuto
  21. ^ Sulla viabilità romana extra-urbana si veda Paul Fontaine, Citès et enceintes de l'Ombrie antique, Institut Historique Belge de Rome, Bruxelles-Rome 1990, pp. 111-114
  22. ^ CIL XI, 4181; André Chastagnol, L'administration du diocese italien au Bas-Empire, Historia, 12, 1963, pp. 356-460
  23. ^ Cristina Ranucci, Interamna Nahars nella tarda antichità: l'avvento del Cristianesimo, in Valentina Leonelli, Paolo Renzi, Claudia Andreani, Cristina Ranucci, Interamna Nahartium, Materiali per il Museo Archeologico di Terni , op. cit., pp. 171-202
  24. ^ Per i movimenti degli eserciti, gotico e bizantino, nell'attuale Umbria meridionale vedi Procopio di Cesarea, Ὑπὸν τὼν πολεμὼν, V, 16; VI, 11; VII, 12; VIII, 23
  25. ^ Pier Maria Conti, Genesi, fisionomia e ordinamento territoriale del Ducato di Spoleto, in Spoletium, XVII, 1975
  26. ^ Achille Sansi, I Duchi di Spoleto, Stab. Tip. e Lit. di Pietro Sgariglia, Foligno 1870, p. 34
  27. ^ Sull'importanza storica dei contenuti dell'incontro si può vedere un vecchio saggio ancora molto importante come quello di Oreste Bertolini, Il problema delle origini del potere temporale dei papi nei suoi presupposti teoretici iniziali: il concetto di 'restitutio' nelle prime cessioni territoriali alla chiesa di Roma in Scritti scelti di storia medievale, vol II, 'Il Telegrafo', Livorno 1968, pp. 487-550
  28. ^ Gregorio Magno, Epistulae, IX, 60
  29. ^ Nonostante i fondati dubbi di autenticità e l'equivoco sull'oggetto della restituzione al Papato, dopo le guerre del re longobardo Desiderio, la documentazione può essere reperita nei vari Diplomi imperiali editi in Monumenta Germaniae Historica (vedi)
  30. ^ Die Chronic des Popstes Burchard von Ursberg in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum germanicarum in usum scholarum separatim editi, p. 52. Tuttavia, un documento imperiale sembra giustificare l'azione dei tedeschi come reazione al fatto che i ternani non pagavano le imposte come dovuto ai gabellieri di Narni ( Johan Friederich Bohmer, Regesta Imperii IV. Lothar III und åltere Staufer 1125-1197. 2 Abt.: Die Regesten des Kaiserreiches unter Friederich I 1152(1122)-1190. Lief 1168-1180, Wien 2001, IV, 2,3, n.2070 [1]
  31. ^ Monumenta Germaniae Historica, Epistulae saeculi XIII e regestis Pontificum Romanorum selectae, Tomus I, Weidmannos, Berolini MDCCCLXXXIII, pp. 33-34
  32. ^ Monumenta Germaniae Historica, Constitutiones et acta publica Imperatorum et Regum, Tomus II, Impensis Bibliopoli Hahniani, Hannoverae MDCCCXCVI, pp. 341, 347 e 354
  33. ^ Johan Friedrich Bohmer, op.cit., RI V 1, 1, 3609a
  34. ^ Dario Ottaviani, Dal Comune all'Albero della Libertà, Terni 1974, pp. 185-186
  35. ^ Daniel Waley, Lo Stato papale dal periodo feudale a Martino V, in Storia d'Italia, a cura di Giuseppe Galasso, UTET, Torino 1987, p. 297
  36. ^ Francesco Angeloni, Historia di Terni, Roma 1666, Ristampa Terni 1966, pp. 192-193
  37. ^ Ludovico Silvestri, Collezione di Memorie Storiche, parte I, Edizioni Thyrus, Arrone (TR) 2004, p. 50
  38. ^ ibidem, p. 55
  39. ^ ibidem, pp. 69 e 71
  40. ^ Sulla figura storica dei governatori pontifici in questo periodo vedi Niccolò Del Re, Monsignor Governatore di Roma, Istituto di Studi Romani, Roma 1972, pp. 11 e sgg; Lodovico Silvestri, op. cit., p. 109
  41. ^ Ludovico Silvestri, op. cit., pp.219-222
  42. ^ Achille Sansi, op. cit., Cap. XXIII, pp. 210-214
  43. ^ Lodovico Silvestri, op. cit., pp. 145-148, p. 188 e pp. 248-249
  44. ^ Lodovico Silvestri, op. cit., pp. 304-308
  45. ^ Maria Laura Moroni, La città pontificia, in Storia Illustrata delle città dell'Umbria, op.cit., pp. 125-146
  46. ^ Lodovico Silvestri, op. cit, Parte II, pp. 464-466
  47. ^ Aurelia Simonetti, Terni e le guerre di successione: 1700-1748, in 'Memoria Storica', n. 13, 1998, pp. 21-34
  48. ^ Giorgio Brighi, Terni giacobina (1798-99), in 'Memoria Storica', n.13, 1998, pp. 35-52
  49. ^ Giorgio Brighi, Terni giacobina. dalla Repubblica Spoletina alla Repubblica Romana, in 'Memoria Storica', 18, 2001, pp. 7-16
  50. ^ Giorgio Brighi, Terni giacobina. La Repubblica Romana, in 'Memoria Storica', 20, 2002, 55-68
  51. ^ Lodovico Silvestri, op.cit., p. 618, 633, 635
  52. ^ Vincenzo Pirro, Terni e la rivoluzione del 1831, in 'Memoria Storica', 2, 1992, pp. 5-28
  53. ^ Vincenzo Pirro, Cultura e struttura a Terni nell'Ottocento. II parte: Il tramonto dello Stato Pontificio (1831-1846), in 'Memoria Storica', 3, 1993, pp. 5-26
  54. ^ Vincenzo Pirro, Terni politica 81846-48), in 'Memoria Storica', 4, 1994, pp. 7-16
  55. ^ Vincenzo Pirro, Terni politica (1848-1849), in 'Memoria Storica', 5, 1994, pp. 5-18
  56. ^ Vincenzo Pirro, Il primo Risorgimento, in Storia Illustrata delle città dell'Umbria, op.cit., pp. 253-262
  57. ^ Andrea Giardi, La città nel Risorgimento, in Storia Illustrata delle città dell'Umbria, op.cit., pp. 263-267
  58. ^ Vincenzo Pirro, Terni politica. Dalla restaurazione all'annessione (1850-1861), in 'Memoria Storica', 8, 1996, pp. 7-26
  59. ^ Fiorella Bartoccini, L'Umbria nella Questione Romana, in 'Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria', XLVIII, fas. II, 1971, pp. 107-149; Vincenzo Pirro, Terni politica: l'ultimo Risorgimento (1860-1870), in 'Memoria Storica', 16, 2000, pp. 7-36; per la battaglia di Mentana [2]
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  66. ^ ibidem, pp. 111-115
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  104. ^ Aldo Tarquini, La città di Mario Ridolfi. Architettura, urbanistica, storia, arte, cinema, fotografia, De Luca Editori d'Arte, Roma 2006

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Elia Rossi Passavanti,Sommario della storia di Terni dalle origini all'Impero fascista. Damasso, Roma 1939, OCLC 162497495
  • AAVV, Storia Illustrata delle città dell'Umbria, a cura di Raffaele Rossi, Terni, a cura di Michele Giorgini, 2 vv. Elio Sellino Editore, Milano 1994, ISBN 88-236-0049-9
  • L'Umbria - Manuali per il territorio, Terni. Edindustria, Roma 1980
  • Franco Bonelli, Lo sviluppo di una grande impresa in Italia. La Terni dal 1884 al 1962. Einaudi, Torino 1975, OCLC 3040531
  • Valentina Leonelli, Paolo Renzi, Claudia Andreani, Cristina Ranucci, Interamna Nahartium - Materiali per il Museo Archeologico di Terni. A Cura di Vincenzo Pirro - Collana Biblotheca di Memoria Storica Edizioni Thyrus, Terni 1997
  • Marcello Gaggiotti, Dorica Manconi, Liliana Mercando, Monika Verzàr, Guide Archeologiche Laterza, Umbria Marche. Laterza, Roma-Bari 1980
  • Lodovico Silvestri, Collezione di memorie storiche tratte dai protocolli delle antiche riformanze della città di Terni dal 1387 al 1816. Edizioni Thyrus, Terni 1977, OCLC 29784924
  • Francesco Angeloni, Historia di Terni. Roma 1666. III ed. Terni 1966, OCLC 51257254
  • Renato Covino (a cura di), Le industrie di Terni: schede su aziende, infrastrutture e servizi. Giada, Narni (TR) 2002, ISBN 88-87288-16-X
  • Giancarlo Tarzia, Gabriella Tomassini, Terni XVI-XX secolo: bibliografia. Vecchiarelli, Manziana 1996, ISBN 88-85316-65-4
  • 'Rassegna Economica', periodico trimestrale della CCIAA di Terni, varie annate
  • 'Memoria Storica', Rivista del Centro di Studi Storici di Terni, Edizioni Thyrus, Arrone (TR), varie annate, ISSN 1125-3886
  • Aldo Tarquini, La città di Mario Ridolfi. Architettura, urbanistica, storia, arte, cinema, fotografia. De Luca editori d'Arte, Roma 2006, ISBN 88-8016-705-7

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