Storia di Maratea

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Maratea.

Maratea
Stati

Magna Grecia, fino al III secolo a.C. (popoli italici e greci)
Repubblica di Roma, fino al 27 a.C. (romani)
Impero Romano, fino al 395 (romani)
Impero Romano d'Occidente, fino al 476 (romani)
Regno di Odoacre, fino al 493 (eruli ed altri)
Regno Ostrogoto, fino al 537 circa (ostrogoti)
Impero Bizantino, fino al 571 circa (bizantini)
Ducato di Benevento, fino all'839 (longobardi)
Principato di Salerno, fino all'850 circa (longobardi)
Ducato di Calabria, fino al 1098 (bizantini)
Ducato di Puglia, fino al 1131 (normanni)
Regno di Sicilia, fino al 1197 (normanni)
Regno di Sicilia, fino al 1266 (svevi)
Regno di Sicilia, fino al 1302 (angioini)
Regno di Napoli, fino al 1382 (angioini)
Regno di Napoli, fino al 1442 (angioini, famiglia Durazzo)
Regno di Napoli, fino al 1501 (aragonesi)
Regno di Napoli, fino al 1647 (viceregno spagnolo)
Repubblica Napoletana, fino al 1648
Regno di Napoli, fino al 1713 (viceregno spagnolo)
Regno di Napoli, fino al 1734 (viceregno austriaco)
Regno di Napoli, fino al 1799 (dinastia borbonica)
Repubblica Partenopea, 1799
Regno di Napoli, fino al 1806 (dinastia borbonica)
Regno di Napoli, fino al 1815 (francesi)
Regno delle Due Sicilie, fino al 1860
Regno d'Italia, fino al 1946
Repubblica Italiana, attuale

Le vicende che compongono la storia di Maratea coprono un arco temporale molto vasto.

Il territorio del comune in provincia di Potenza è abitato almeno dal Paleolitico. Nel Medioevo si è formata l'antica città fortificata, sulla cima del monte San Biagio, che per primo prese il nome Marathia. Successivamente si è formato un nuovo nucleo, l'attuale centro storico del comune. Questo, insieme all'antico centro e ai nuovi nuclei sorti sul territorio, è stato il fulcro della vita della comunità nel corso dei secoli.

Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Preistoria[modifica | modifica wikitesto]

Le grotte di Fiumicello.

Le prime frequentazioni umane attestate sul territorio di Maratea risalgono al Paleolitico Medio, epoca a cui sono stati datati gli insediamenti delle grotte costiere presso la spiaggia della località Fiumicello, dove sono stati rinvenuti strumenti di industria litica e resti di fauna pleistocenica.[1] Altri insediamenti sono attestati in alcune grotte sul litorale costiero compreso tra la frazione Acquafredda e Sapri, e anche in grotte costiere presso Marina di Maratea.

Nell'epoca eneolitica il promontorio detto Capo la Timpa, posto a ridosso dell'odierno porto turistico, diventa uno scalo di scambio, coinvolto in traffici con le isole Eolie (che distano da Maratea solo 137 km), come attestato dal ritrovamento di ossidiana nella zona delle frazioni Massa e Brefaro.[1]

Età classica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal XV-XIV secolo a.C., il promontorio detto Capo la Timpa ospita un insediamento indigeno entro capanne, costruite con un pavimento a battuto steso con ciottoli decorativi e focolare centrale.[2] Questo villaggio, la cui conformazione rientra nei parametri della cosiddetta «cultura appenninica», sopravvive grazie alle relazioni commerciali instauratesi in seguito alle prime navigazione micenee in Italia.[3] Il resto del territorio ospita piccoli insediamenti sparsi.[2]

All'avvento della colonizzazione greca, la vita del villaggio su Capo la Timpa si interrompe; per riprendere nel VI secolo a.C. in seguito alla cosiddetta «colonizzazione indigena della costa»[4] operata da popoli di cultura enotria. La vocazione commerciale del villaggio spinge i traffici dalle colonie magno-greche alla Siritide, fino alla Grecia stessa.[2]

Si suppone che il villaggio fosse fortificato, ma gli scavi archeologici non hanno confermato inequivocabilmente il dato, così come non hanno ancora svelato l'ubicazione della necropoli corrispondente al sito.[2]

Età romana[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la conquista romana della Lucania, avvenuta tra il III e il II secolo a.C., il promotorio Capo la Timpa viene abbandonato per sempre.[3] È ancora da chiarire il conseguente contesto topografico e modello di insediamento successivo, ma la ricerca storica e archeologica lascia presumere l'esistenza di un vicus nella zona di Fiumicello-Santavenere,[5] dove nel 1840 furono osservati ruderi di età romana tra cui quelli di un tempio dedicato a Venere che la tradizione popolare vuole all'origine del toponimo[6], o di una area politico-religiosa sul monte San Biagio, anticamente detto monte Minerva in quanto sito designato dalla tradizione di un tempio dedicato alla dea della sapienza, dove sono stati ritrovati reperti di epoca romana.[2]

Il territorio ospita poi altri piccoli nuclei, a cui si affiancano le grandi villae marittimae patrizie della classe agiata romana.[5] È infatti stata ritrovata una villa romana, con annessa pescheria, nella località Secca di Castrocucco, la cui cronologia si estende dal I secolo a.C. al IV secolo d.C.;[2] a cui si accompagna una distante necropoli usata fino all'inizio del Medioevo.[3]

Anche in questo periodo continuano i commerci, avendo come scalo l'Isola di Santo Janni, su cui sono state ritrovate strutture per la produzione di garum e nei cui fondali ospita il più grande giacimento di ancore del Mediterraneo,[3] ripescate ed esposte nella mostra perenne di Palazzo De Lieto. Queste testimoniano traffici che si spingono fino alla Spagna e all'Africa.[2]

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Alto medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Le invasioni barbariche successive alla caduta dell'Impero romano d'Occidente e le prime incursioni saracene spingono la popolazione presente sul territorio a rifugiarsi sulla cima del monte San Biagio,[7] dove nasce l'antica Marathìa (nome che fa la prima apparizione in documento del 1079).[8]

I resti dell'antica Maratea Castello.

Questa cittadella, inespugnabile e al sicuro da ogni attacco, riceve le reliquie di San Biagio di Sebaste nell'anno 732, trasportate secondo la tradizione su una nave da parte di uomini armeni.[9]

Nell'850 Maratea entra a far parte del Gastaldato di Laino del Principato di Salerno, per poi passare, forse nel 1077, nei domini Normanni.[7]

Nell'epoca paleo-cristiana, Maratea ospita numerosi eremiti e asceti che conducono vita contemplativa nelle grotte e sui monti del territorio.[10]

Nel 1098 la cittadina viene smembrata dalla diocesi di Policastro e assegnata a quella di Cassano.[11]

Dal regno normanno-svevo agli Angioini[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1131 Ruggero II d'Altavilla viene incoronato per la prima volta re di Sicilia. Il suo regno comprendeva anche le attuali regioni del Mezzogiorno d'Italia, compresa la Basilicata con Maratea.

Durante il regno di Federico II di Svevia, la suddivisione in Giustizierati toglie Maratea alla Basilicata e la pone, forse per errore, in Calabria.[7] La collocazione territoriale risulta poi corretta nei documenti redatti dalla successiva dominazione angioina.

Nel 1278 la cittadina fortificata di Maratea conta circa 1.000 abitanti ed è annoverata tra le principali fortezze della Basilicata nei documenti del provisor castrorum Guiard d'Argeneuil.[7]

Nel 1284 Maratea viene coinvolta nella guerra dei Vespri. Rimasta presto l'unica roccaforte angioina della Basilicata, il 26 ottobre dello stesso anno vi viene mandato un capitano in seguito alla conquista di Scalea, da cui partono numerosi attacchi degli aragonesi. Ma Maratea resiste senza mai cedere la piazza ai nemici fino alla fine del conflitto.[12]

Nel 1324 la parrocchia del Santuario di San Biagio è l'arcipretura del territorio[13]. Ma quello sulla cima del monte San Biagio non è più l'unico centro del territorio: durante i secoli se n'è sviluppato un altro, alle pendici dello stesso che lo rende invisibile dal mare e al sicuro dagli attacchi Saraceni.[7] Questa nuova Maratea viene soprannominata con il nome di Borgo, per distinguerla dall'antica che, poiché fortificata, sarà detta Castello.[9]

Quattrocento[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del XV secolo Maratea, che secondo la tradizione non fu mai sottoposta al potere di un feudatario,[6] fa parte delle terre alle dipendenze dirette della corona. Alla città vengono anche riconosciuti numerosi privilegi, il più antico documento noto in tal senso è un diploma datato 20 luglio 1404,[13] in cui re Ladislao I assegna dei privilegi che saranno confermati da Giovanna II d'Angiò il 2 settembre 1414. Nel frattempo il Borgo, cresciuto con la popolazione del Castello, nel 1434 viene elevato a parrocchia assestante da quella di San Biagio.[8]

Nel 1440 il Castello viene messo sotto assedio da parte del conte Sanseverino di Lauria,[14] alleato degli Aragonesi che ambivano al trono di Napoli. Ma la fortezza resiste all'attacco, e oltre alla vittoria ottiene il risarcimento dei danni provocati da parte del conte.[6]

Anche dopo l'avvento del dominio spagnolo nel Regno di Napoli, i privilegi di Maratea sono confermati dal re Ferdinando I d'Aragona con un documento datato 20 settembre 1444.[13]

Nel 1495 alcuni soldati angioini al servizio di Carlo VIII di Francia tentano di saccheggiare Maratea, mettendo di nuovo sotto assedio il Castello. Ma anche stavolta la popolazione ha la meglio, grazie, secondo tradizione, all'aiuto miracoloso di San Biagio che si dice abbia svegliato a schiaffi le sentinelle addormentate.[6]

Carlo V concesse a Maratea il titolo di Città Regia nel 1531.

Con un nuovo privilegio, datato 22 novembre 1496, il re Federico I di Napoli concede l'esenzione da dogane e dazi in ogni parte del regno ai marinai di Maratea per i loro commerci.[15]

Età Moderna[modifica | modifica wikitesto]

La dominazione spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Dopo che nel 1506 il re Ferdinando III aveva dichiarato Maratea «feudo della regia corona»,[15] le carenti finanze del Regno di Napoli impongono la vendita delle terre demaniali ai feudatari.

Nel 1530 la città viene quindi venduta al conte di Policastro Ettore Pirro Carafa, che però versa alla corona solo 3.000 dei 10.000 ducati accordati.[14] I marateoti ne approfittano quindi per ricomprare la città e i suoi privilegi dal conte per 6.000 ducati. L'imperatore Carlo V d'Asburgo, dopo aver approvato questa risoluzione il 9 marzo 1531, concede a Maratea il titolo di «città regia», e per questo ringraziato dai marateoti con l'aggiunta dell'aquila bicipite, stemma familiare dell'imperatore, allo stemma comunale.[6]

Nel frattempo, la crescita esponenziale di Maratea Borgo rispetto a Maratea Castello porta alla formazione di un complesso sistema amministrativo sul territorio: nella prima metà del secolo, attraverso la Statua Universitatis, si sancisce la divisione di poteri tra le due popolazioni di Maratea: agli abitanti del Borgo, ossia la Maratea inferiore, spettano i 5/6 delle risorse fiscali, mentre a quelli del Castello, ossia Maratea superiore, prendono il restante 1/6[16].

Per difendere la costiera del Regno di Napoli dai Saraceni, il viceré Pedro da Toledo ordina la costruzione di oltre trecento torri anti-corsare, di cui sei, costruite tra il 1566 e il 1595, sono dislocate sul litorale di Maratea.[8]

Il 21 maggio 1626[9] il Borgo viene attaccato da una banda di centosessanta banditi, che mettono in assedio le abitazioni delle famiglie più facoltose di Maratea. Dopo tre ore di battaglia urbana, in cui i banditi provocano la morte del cittadino Diego Mari, ucciso a colpi di pugnale, i malviventi vengono messi in fuga dai colpi di cannone che vengono lanciati dal Castello.[6]

«in mezzo di Essi si diresse il Cannone, che si sparò per la seconda volta; ed oh portento! La palla del Cannone, diede in un grosso sasso, e lo stesso nel frangersi, ne infranse degli altri; e si venne a formare come una mitraglia, di tanta violenza, che fece de' Banditi un gran macello; de' quali i superstiti sempreppiù fuggendo, siccome camin facevano, così si andavano spogliando di ogni senso di Umanità. Sulle prime scannarono que' loro compagni, che non si fidavano di proseguire la marcia, perché feriti. Indi da tale barbarie, accaniti tra di loro, ne' luoghi più deserti, e cavernosi si trucidarono vicendevolmente.»

(Carmine Iannini, Di S. Biase e di Maratea. Discorso Istorico. Libri II., Napoli, Istituto Grafico Italiano, 1985.)

Durante la rovinosa fuga, i quattro banditi sopravvissuti ai colpi del Castello rapiscono tre cittadini, che però vengono liberati incolumi dopo pochi giorni.[9]

Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Il Borgo, centro storico di Maratea.

Il XVIII secolo è un'epoca molto fortunata per Maratea. Trovandosi a capo di uno dei quattro Ripartimenti della provincia all'inizio della dominazione borbonica, nel 1734 viene aperto il primo ospedale civile, a opera del benefattore Giovanni De Lieto.[6]

Sebbene la sede del Terzo Ripartimento venga spostata nel 1736 nella vicina Lauria[17], la continua crescita economica di Maratea la porta a diventare uno dei paesi più agiati della Basilicata.[8] Dopo la fioritura di nuovi piccoli villaggi sul territorio, come Massa, Acquafredda, Cersuta e Porto, resa possibile anche dal trattato della Porta Ottomana del 1740,[16] la cittadina commercia ed esporta vari generi in ogni parte del regno.

Il viaggiatore Lorenzo Giustiniani, sulla fine del secolo, descrive le attività produttive di Maratea nel suo Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, edito nel 1802:

«Gli abitanti ascendono al numero di circa 3800 addetti all'agricoltura, alla pastorizia, facendosi de' buoni formaggi, ed hanno ancora l'industria de' bachi da seta, e di fare calze di cotone, e di filo, che vendono ad altri paesi della provincia. Le donne son molto dedite alla fatica si' della campagna; che a quella del trasporto di varj generi. In Napoli quelli, che hanno le botteghe di formaggio per lo più sono di Maratea, come anche i pizzicagnoli.»

(Lorenzo Giustiniani, Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, Napoli 1802.)

Riguardo alle produzioni e ai commerci, Giustiniani specifica:

«Il territorio di questa città non è molto fertile, perché assai petroso, nulla di meno fa del buon vino, specialmente in alcuni luoghi, ed ogni altra produzione ancora per forza d'industria. È abbondante di acqua, e vi sono molti molini, gualchiere, che recano del guadagno a quella popolazione. Il massimo prodotto è quello dell'olio. Il detto territorio abbonda di mortelle, le quali ridotte in polvere vendono altrove per la concia de' cuoj. Gli ortaggi vi si coltivano con successo e similmente gli agrumi, e i fichi d'India, che ne' mesi estivi serve per alimento della povera gente, come anche le carrube. Vi è la caccia di lepri, volpi, lupi, e di più specie di pennuti, e il mare dà abbondante pesca.»

(Lorenzo Giustiniani, Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, Napoli 1802.)

Ma la ricchezza di Maratea sta principalmente nel suo porto, o meglio dagli approdi sparsi sulla costa, che diviene il naturale sbocco dei traffici della cittadina e delle zone circostanti. Il viaggiatore Giuseppe Alfano scrive infatti di Maratea:[18]

«Ella è molto ricca, e frequentata per cagione del traffico, giacché avendo un piccol Porto commodo per legni minuti nel mar Tirreno, da cui è un miglio lontana fa sì che la Basilicata in buona parte da quivi incamina le sue merci per Napoli, onde molti i quei Cittadini, applicando alla Negoziazione sono divenuti assai ricchi.»

(Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1797.)

Dopo una dura protesta della popolazione, nel 1792, per il controllo dell'amministrazione locale, nel 1799 Maratea viene coinvolta nei moti che portarono alla costituzione della Repubblica Napoletana. L'11 febbraio dello stesso anno i cittadini Biase Ginnari, Pietro Maria Aloise e Gaetano Siciliani recingono a colpi d'ascia l'albero della libertà innalzato dai repubblicani capeggiati da don Giuseppe d'Alitti, Gennaro Rascio, Angelo d'Albi e il frate Giambattista Basile[8]. Durante il breve governo repubblicano, il comune, ancora diviso in Moratice sopra e Moratice sotto, rientrò nell'ordinamento amministrativo del dipartimento del Crati e, a livello più strettamente locale, del cantone di Lauria[19].

Assedio francese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Maratea e Insurrezione calabrese (1806-1809).
Il colonnello Alessandro Mandarini.

Nell'agosto del 1806 l'esercito francese inizia l'invasione del Regno di Napoli. Dopo l'insurrezione calabrese, la vicina cittadina di Lauria, ribellatasi ai francesi, viene messa a ferro e a fuoco.

Nominato governatore di Maratea, Alessandro Mandarini, riceve ordine da re Ferdinando IV di Borbone di organizzare una resistenza contro l'avanzata dei francesi. Dopo aver riunito 600 irregolari armati, rimane a difesa del Castello, e per diversi giorni riesce a resistere all'assedio condotto da parte del generale Jean Maximilien Lamarque, al comando di 4500 uomini.[6]

Costretto infine ad accettare una onorevole capitolazione, Mandarini il 10 dicembre consegna la fortezza, capendo che in caso di sconfitta le truppe napoleoniche avrebbero distrutto l'intera città e fatto strage della popolazione.[6]

I francesi, accettate le condizioni di Mandarini di non nuocere alla popolazione, demoliscono parte delle mura e i torrioni del Castello, per evitare nuove insurrezioni. Questo evento accelera la spopolazione dell'antico nucleo di Maratea, la cui municipalità viene soppressa nel 1808, per essere accorpata a quella di Maratea inferiore,[9] dopo quasi trecento anni di doppia municipalità sul territorio.

Ottocento borbonico[modifica | modifica wikitesto]

Anche nella prima parte del XIX secolo, e dopo la Restaurazione, perdura la condizione di discreto benessere della cittadina, che è per breve periodo a capo di un circondario regionale.[9] Maratea produce ed esporta lino, cotone e lana, usata per fare calze e tele;[8] conta ancora diversi mulini, e può vantare ottimi calderai che lavorano il rame spingendosi nel resto d'Italia e in Europa.[20]

Apertasi la stagione delle vendite carbonare, si consuma il 19 luglio 1820 quella organizzata dal cittadino Nicola Ginnari, capo della vendita carbonara locale, in cui alla presenza della parroco Giuseppe D'Alitti, si giura fedeltà alla Costituzione Nazionale.[8]

Maratea rimane però estranea ai successivi moti rivoluzionari del Cilento, sebbene sia costretta ad assistere alla ingiustificata fucilazione del frate cappuccino Carlo Da Celle, giustiziato di fronte al suo convento dalla milizia borbonica il 12 agosto 1828, perché sospettato di essere un cospiratore.[6]

Moltissimi sono i cittadini di Maratea iscritti nei registri del «rei di stato» per i moti rivoluzionari del 1848,[21] ma i liberali marateoti vedono naufragare le loro aspirazioni sulla spiaggia di Acquafredda, dove il 4 luglio dello stesso anno il patriota Costabile Carducci viene catturato da alcuni sicari borbonici. La notte seguente Carducci viene portato in catene sui monti sopra la frazione e lì assassinato a tradimento con un colpo di pistola in testa[22].

Nel terremoto del 16 dicembre 1857 la città conta una sola vittima, mentre sono danneggiate molte abitazioni e la Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore.[23]

Età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Risorgimento italiano[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1860 anche a Maratea si costituisce un comitato insurrezionale per l'azione lucana per l'unità d'Italia; organizzato, tra gli altri, dal cittadino Raffaele Ginnari.[21] Il 3 settembre dello stesso anno Garibaldi attraversa in barca la costa della cittadina, diretto a Sapri, dopo aver sostato, ospite dei baroni Labanchi, nel Palazzo Baronale alla Secca di Castroucco.[8][24] Nella battaglia del Volturno perde la vita il cittadino marateota Carlo Mazzei.[21]

Al contrario del resto della regione, Maratea non viene mai coinvolta nel fenomeno del brigantaggio. Nella cittadina non è ricordata alcuna rivolta, probabilmente a causa dell'adozione di un moderno sistema di distribuzione delle terre, frammentario e completamente privo di latifondi.[8]

Nei primi anni del Regno d'Italia l'economia di Maratea è molto diversa dal resto della Basilicata, che per lo più vive nella miseria. La cittadina sopravvive dignitosamente, e anzi può vantare una Società Operaia di Mutuo Soccorso, fondata il 21 agosto 1881,[8] nonché pochi ma significati commerci marittimi.[15]

Il 30 luglio 1894 per la prima volta il treno attraversa il territorio di Maratea.[25]

Novecento[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del XX secolo anche i cittadini di Maratea sono costretti a sostenersi grazie all'emigrazione. Principali mete per i marateoti sono il Venezuela, la Colombia, il Brasile e gli Stati Uniti d'America[26].

Mantenuta con le rimesse degli esuli, nel 1902 Maratea si dota dell'acquedotto;[25] poi, nel 1921, del primo impianto elettrico pubblico;[25] e nel 1929 viene aperta al traffico la SS 18 che attraversa la costa.[27]

Durante la seconda guerra mondiale, la sera del 15 agosto 1943 Maratea viene bombardata da un aereo americano con 17 bombe.[28] Queste colpiscono prevalentemente la valle, e non ci sono feriti. L'8 settembre dello stesso anno Maratea viene occupata dagli Alleati.[25]

Annoverata come «stazione balneare» già prima delle guerre mondiali,[29] le bellezze di Maratea acquistano grande visibilità su campo nazionale dopo il 1953, quando l'industriale Stefano Rivetti di Val Cervo installa uno stabilimento tessile e una azienda agricola,[27] usufruendo dei fonti della Cassa per il Mezzogiorno. Rivetti costruisce poi un hotel di lusso che avvia l'attività turistica. In questo periodo si sviluppa anche il villaggio di Fiumicello-Santavenere, che si unisce a Marina, Brefaro e Castrocucco, formatisi nel secolo precedente[30].

Nel 1962 viene completato il porto turistico.[27]

Nel 1965 Rivetti dona alla popolazione di Maratea, con cui aveva un rapporto non sempre felice,[27] una colossale statua del Cristo Redentore, scolpita dallo scultore Bruno Innocenti. Ma tra il 1967 e il 1973 le industrie di Rivetti vanno in bancarotta, e da allora l'economia di Maratea si imposta principalmente sul turismo.[27]

In campo amministrativo, dal dopoguerra alla crisi della Prima Repubblica l'amministrazione comunale è sempre stata nella mani della Democrazia Cristiana. In particolare, al sindaco Biagio Vitolo, in carica dal 1952 al 1961 e a cui oggi è dedicata una delle piazze del centro storico, è legata una energica azione per dotare il paese di servizi essenziali (fognature, acquedotto, edifici scolastici). Dopo una parentesi, tra il 1964 e il 1969, in cui si impose una lista civica, la D.C. tornò con nuove giovani figure, tra cui spicca quella di Fernando Sisinni, sindaco dal 1975 al 1986, il cui nome è legato varie iniziative di sviluppo in campo turistico e di servizi e a una lunga serie di piani progettuali.[31]

Dopo la lunga ascesa di Maratea nel panorama delle località turistiche italiane, il 21 marzo 1982 la città è colpita da un violento terremoto, che danneggia molte abitazioni e alcune chiese, poi restaurate, e il 12 gennaio 1987 il porto viene quasi completamente distrutto da una eccezionale mareggiata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Storia di Maratea - Paleolitico Archiviato il 6 marzo 2016 in Internet Archive..
  2. ^ a b c d e f g Paola Bottini, Alice Freschi, Sulla Rotta della Venus, Taranto, Scorpione Editrice, 1993.
  3. ^ a b c d Paola Bottini, Maratea: dall'età del Bronzo a quella Romana[collegamento interrotto]
  4. ^ Espressione coniata da E. Greco per indicare il fenomeno.
  5. ^ a b Gioacchino Francesco La Torre, Blanda, Laos, Cirillae, Clampetia, Tempsa, Forma Italiane XXXVIII, Firenze 1999.
  6. ^ a b c d e f g h i j Damiano.
  7. ^ a b c d e Storia di Maratea - Medioevo. Archiviato il 3 marzo 2016 in Internet Archive.
  8. ^ a b c d e f g h i j José Cernicchiaro, Conoscere Maratea, Napoli, Guida Editori, 1979.
  9. ^ a b c d e f Carmine Iannini, Di S. Biase e di Maratea. Discorso Istorico. Libri II., Napoli, Istituto Grafico Italiano, 1985.
  10. ^ Paola Bottini, Dal culto di S. Francesco alle testimonianze Paleocristiane[collegamento interrotto]
  11. ^ Luigi Tancredi, Maratea, Napoli 1978.
  12. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata dalla caduta dell'Impero Romano agli Angioini, Bari, Levante Editore, 1987.
  13. ^ a b c Cernicchiaro e Longobardi.
  14. ^ a b Giulio Pane, Maratea quarant'anni, Maratea 2000.
  15. ^ a b c Biagio Tarantini, Blanda e Maratea: saggio di monografia storica, Napoli, Società Editrice Italiana, 1883.
  16. ^ a b Cernicchiaro & Perretti.
  17. ^ Se ne appropriarono illegalmente i potenti signori di Lauria. Nel 1806, con la creazione della Provincia Di Basilicata, Maratea era capoluogo dell'omonimo circondario, che comprendeva anche Trecchina, sotto il Distretto di Lagonegro.
  18. ^ Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1797.
  19. ^ Carlo Colletta (a cura di), Legge concernente la fissazione e la distribuzione del Dipartimento del Crati. Articolo IX, in Proclami e sanzioni della Repubblica Napoletana, Napoli, Stamperia Dell'Iride, 1863, Pagina 45.
  20. ^ Tommaso Pedio, La Statistica Murattiana nel Regno di Napoli, Potenza, La Nuova Libreria di Vito Riviello, 1968.
  21. ^ a b c Tommaso Pedio, Dizionario dei patrioti lucani: artefici e oppositori (1700-1870), Bari, Grafica Bigiemme, 1969-1990.
  22. ^ Matteo Mazziotti, Costabile Carducci e i moti del Cilento del 1848, Roma 1909
  23. ^ Vito Claps, Cronistoria dei terremoti in Basilicata, Congedo, 1982.
  24. ^ G. Guida, Il Lagonegrese nel XIX secolo, 1961
  25. ^ a b c d Giovanni Lamarca, Racconto Fotografico di Maratea, Sapri, Tip. S. Francesco, 1987.
  26. ^ Polisciano
  27. ^ a b c d e Giovanni Lamarca, Trent'anni di Storia di Maratea, Sapri, Tip. S. Francesco, 1987.
  28. ^ Sergio de Nicola, Bombardamenti dell'estate 1943.
  29. ^ Sergio De Nicola, Industria e turismo al Sud nell'esempio di Rivetti,
  30. ^ Domenico Dammiano, Maratea nella storia e nella luce della fede, Sapri 1965.
  31. ^ B. Trotta, Fernando Sisinni e il tarlo dell'utopia, Maratea, s. n., 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paolo D'Alitti, Della Vita e del Martirio di S. Biagio vescovo di Sebaste, e della sua Santa Manna, che scaturisce nella Città di Maratea, Napoli, Istituto Grafico Italiano, 2007.
  • José Cernicchiaro, Conoscere Maratea: guida storico-turistica, Napoli, Guide Editore, 1979.
  • José Cernicchiaro & Tina Polisciano, San Biagio a Maratea: Vescovo e Martire di Sebaste, patrono e protettore della città di Maratea, Maratea, Zaccara editore, 2010.
  • Josè Cernicchiaro & Mimmo Longobardi, Pietre nel Cielo: il Castello di Maratea, Lagonegro, Tipografia Zaccara, 1988.
  • Josè Cernicchiaro & Vincenzo Perretti, L'antica "terra" di Maratea nel secolo XVIII: note di storia civile e religiosa, Potenza, Il Salice Editore, 1992.
  • Domenico Damiano, Maratea nella storia e nella luce della fede, Sapri, Tipografia S. Francesco, 1965.
  • Carmine Iannini, Di S. Biase e di Maratea. Discorso Istorico. Libri II, Napoli, Istituto Grafico Italiano, 1985.
  • Michele Lacava, Del Sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli, 1891.
  • Biagio Tarantini, Blanda e Maratea: saggio di monografia storica, Napoli, 1888.
  • Gennaro Buraglia, Cenno intorno alla Traslazione del Sacro Torace di San Biagio in Maratea superiore o Castello, Lerida, Tipografia Mariana, 1896.
  • Giuseppe Ferrari, L'insurrezione calabrese e l'assedio di Amantea del 1806, Potenza, Nicola Bruno Editore, 2002.
  • Luigi Maria Greco, Annali di Citeriore Calabria, Roma, Edizioni del Tornese, 1979.
  • Tina Polisciano, Maratea: quando il pane aveva il sapore del mare, Roma, Newton Compton, 2004.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]