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Storia dell'impero latino di Costantinopoli

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L'Ingresso dei crociati a Costantinopoli, olio su tela di Eugène Delacroix, 1840. Museo del Louvre, Parigi

La storia dell'impero latino di Costantinopoli comprende gli eventi storici avvenuti tra il 1204, anno della sua fondazione all'indomani della quarta crociata, e la riconquista di Costantinopoli del 1261, che portò alla restaurazione dell'impero bizantino.

Verso la fine del XII secolo, sia Bisanzio sia l'Europa occidentale stavano vivendo un periodo turbolento e pieno di sconvolgimenti, mentre l'interesse verso il Mar Mediterraneo cresceva costantemente, anche perché i fallimentari risultati conseguiti dalle crociate imponevano una valutazione degli errori strategici precedentemente commessi. Compiendo una spedizione conclusasi in maniera del tutto divergente rispetto alla premesse, con la quarta crociata la repubblica di Venezia e un nugolo di nobili francesi e fiamminghi si impadronì di Costantinopoli e procedette a un'accurata spartizione dei vecchi territori dell'impero bizantino. Tuttavia, malgrado la creazione di diverse entità (tra le principali, l'impero latino di Costantinopoli, il regno di Tessalonica, il ducato di Atene, il principato d'Acaia e il ducato dell'Arcipelago), molte regioni non erano state conquistate né mai lo sarebbero state e l'esasperante atteggiamento dei nuovi signori latini provocò un'alienazione politica dei neonati Stati latini.

Complice un'eccessiva frammentazione interna e delle condizioni sempre critiche dal punto di vista politico, economico e militare, i sovrani succedutisi a Costantinopoli dovettero costantemente affrontare, con alterne fortune, l'impero bulgaro e le entità che si professavano eredi di Bisanzio, in particolare il despotato d'Epiro e l'impero di Nicea (un terzo Stato, l'impero di Trebisonda, giocò un ruolo decisamente più marginale, sebbene sopravvisse più a lungo di qualunque altro). L'adozione di strategie infruttuose e la mancanza di coesione tra i potentati circostanti ai latini di Costantinopoli scongiurarono una prematura caduta dell'impero, ma a mano a mano che trascorrevano i decenni diveniva sempre più evidente che stava avvenendo un mutamento nei rapporti di forza in favore dei niceni. Alla fine, quasi per caso nonostante l'estrema condizione di emergenza patita da Costantinopoli, ebbe luogo la fatidica riconquista e il ripristino di Bisanzio, una delle realtà più stabili dei secoli passati. La restaurazione apriva numerosi interrogativi su come presidiare quanto ripreso, anche perché l'impero si trovava in una condizione assolutamente più debole rispetto ai fasti di un tempo, oltre a essere meno esteso e meno ricco. Ciononostante, grazie ad accorte manovre politiche, esso sopravvisse e resse sino alla caduta di Costantinopoli del 1453.

La grande copertura delle fonti primarie sugli avvenimenti del 1204 e su quelli di poco successivi, invero quasi mai neutrali, si giustifica con la portata deflagrante del sacco della capitale nell'immaginario collettivo occidentale e orientale, mentre l'interesse per le vicende più tarde dell'impero latino si affievolisce via via e il numero di lavori disponibile, di conseguenza, si assottiglia. I contributi della storiografia hanno consentito di comprendere che, al netto delle incomprensioni dovute al differente credo religioso e agli atteggiamenti talvolta vessatori dei latini, la coabitazione sotto l'impero latino generò un'alchimia interessante, consentendo da una parte l'avvicinamento alla letteratura e alla cultura ellenica e, al contempo, stimolando nei greci curiosità per gli ideali cavallereschi, l'amor cortese e l'incastellamento, senza dimenticare le innumerevoli interazioni compiute in ambito commerciale. Gli anni vissuti tra il 1204 e il 1261 da Costantinopoli e, in generale, delle zone circostanti sono stati spesso poco approfonditi dalla storiografia, ma la moderna letteratura si sta muovendo in modo propositivo, chiarendo le difficoltà vissute dei latini e spiegando le conseguenze geopolitiche provocate dai circa sessant'anni di dominio straniero.

Contesto storico

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Impero bizantino

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Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'impero bizantino.
L'impero bizantino (in arancione) all'epoca della terza crociata (1189-1192)

Alla vigilia del XII secolo, l'impero bizantino attraversava una fase di profonda crisi politica, economica e militare.[1] Dopo la morte di Manuele I Comneno nel 1180, il potere centrale si era indebolito a causa di frequenti congiure, usurpazioni e guerre civili che avevano logorato le risorse dello Stato e compromesso la lealtà dell'aristocrazia militare.[2][3] Nonostante qualche pallido tentativo di porvi rimedio, gli imperatori della dinastia degli Angeli (1185-1204), in particolare Isacco II e Alessio III, si dimostrarono incapaci di contenere la corruzione amministrativa, di difendere le frontiere balcaniche dalle incursioni della Bulgaria e Serbia e di mantenere l'autorità imperiale sulle province asiatiche, dove i turchi selgiuchidi stavano espandendo i propri domini.[4] Anche il controllo dell'Egeo e delle rotte commerciali sembrava essere stato messo a repentaglio, finendo in gran parte nelle mani di realtà straniere per via della stipula di onerosi contratti commerciali attraverso i quali Bisanzio sperava di guadagnare nuovi alleati esterni, al costo di ampi privilegi fiscali e doganali.[5] L'inefficace reazione al sacco di Tessalonica del 1185 compiuto dai normanni e alle prepotenti pretese di Federico Barbarossa e di suo figlio Enrico VI di Svevia ordinatamente durante la terza crociata e quella del 1197 conclamò le difficoltà croniche dei romei.[6]

Sul piano religioso, il crescente isolamento di Costantinopoli rispetto all'Occidente latino e le tensioni interne tra il clero e la corte contribuirono a indebolire ulteriormente la compattezza di Bisanzio.[7] Le politiche fiscali oppressive, il malcontento popolare e la perdita di prestigio della capitale innescarono un progressivo declino della lealtà delle province, preparando il terreno per la catastrofe del 1204.[8] Alla vigilia dell'assedio, l'impero non disponeva più di un esercito efficace né di una marina in grado di presidiare la città.[9] Ostaggio dei capricci delle famiglie aristocratiche, implicati in congiure di palazzo che portarono all'assassinio di tutti e cinque gli imperatori al comando tra il 1180 e il 1204, le basi stesse del potere bizantino dimostrarono una fragilità colossale.[3][8][10]

Una nave crociata salpa nel mar Mediterraneo per raggiungere la Terra Santa. Miniatura italiana del XIII secolo

Anche l'Europa occidentale viveva un periodo di profonda incertezza economica e politica, complici il trono vacante nel Sacro Romano Impero e le guerre laceranti che coinvolgevano tanto la Francia e l'Inghilterra quanto molte città italiane.[1] Nella penisola iberica si era ben lontani dal completare la Reconquista, mentre la Chiesa romana avvertiva un bisogno disperato di riforme.[1] Il luogo più florido del continente sembrava essere invece il Mediterraneo, attraversato in misura crescente e continua da marinai, mercanti e crociati per scopi politici o economici, fondendo potere, commercio e fede in un'unica koinè di esperienze condivise.[11] L'importanza delle rotte commerciali era stata in modo lungimirante compresa dalle repubbliche marinare, in particolare da Venezia e Genova, che avevano acquisito un ruolo determinante nei traffici del Mediterraneo orientale consolidando fondachi e privilegi anche nei porti bizantini.[12] La Serenissima, nello specifico, aveva ottenuto enormi vantaggi economici grazie alle concessioni imperiali e mirava a monopolizzare il controllo delle vie commerciali verso est.[13]

Tale sviluppo era determinato anche dalle crociate, la cui esperienza aveva reso evidente che la via per terra che conduceva attraverso l'Anatolia al Levante appariva troppo rischiosa e quindi, inevitabilmente, la soluzione migliore restava il viaggio per mare.[14] La mentalità della guerra santa aveva trovato rinnovata linfa dopo la caduta di Gerusalemme del 1187, la quale aveva profondamente addolorato il mondo cristiano e scatenato la terza crociata del 1189-1192, a cui partecipò un numero di combattenti sorprendentemente ampio, sia pur senza riuscire nello scopo.[15] Mentre si faceva strada l'ipotesi di bandire una nuova crociata, si diffuse la convinzione che il coinvolgimento di re o imperatori fosse controproducente per l'esito della campagna, come del resto aveva dimostrato l'esperienza della seconda e della terza crociata, a differenza della prima.[16] Benché i mezzi per compierla apparissero limitati, l'assenza di rivali tra i principi laici convinse l'energico papa Innocenzo III che il 1198 fosse il momento fosse propizio per proclamare una crociata verso Gerusalemme alle sue condizioni.[16] Presto alcuni nobili ne condivisero i propositi e avviarono i preparativi per una nuova spedizione, inconsapevoli della piega che il viaggio avrebbe assunto.

Quarta crociata

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Lo stesso argomento in dettaglio: Quarta crociata.
Folco di Neuilly predica per la crociata. Miniatura tratta da la Conquête de Constantinople di Goffredo di Villehardouin

L'idea originale perseguita dai promotori della quarta crociata prevedeva di riconquistare Gerusalemme passando per l'Egitto, sede del fondamentale porto di «Babilonia» (Il Cairo), la cui perdita avrebbe notevolmente indebolito gli "infedeli".[17] I principali promotori e comandanti militari dell'impresa, legati ad ambienti francesi e fiamminghi, furono Bonifacio I di Monferrato, designato capo della spedizione dopo la rinuncia del conte Tebaldo III di Champagne, Baldovino IX di Fiandra, Enrico di Fiandra, Luigi di Blois e Ugo IV di Saint-Pol.[18] La crociata non disponeva però di mezzi navali propri, motivo per cui per trasportare l'esercito a destinazione, dopo aver vagliato varie opzioni, si pensò di rivolgersi alla Serenissima, la sola potenza in grado di garantire una flotta adeguata.[19] Nel 1201 fu concluso un accordo con il doge Enrico Dandolo che contemplava la costruzione di navi per trasportare 4 500 cavalieri, 9 000 scudieri, 20 000 fanti e 4 500 cavalli, in cambio dell'esorbitante cifra complessiva di 85 000 marchi d'argento e della partecipazione veneziana alla spedizione con 50 galee.[20]

Quando finalmente nell'estate del 1202 i crociati si riunirono a Venezia, le forze presenti risultarono molto inferiori alle aspettative e i comandanti della campagna non furono in grado di onorare il debito contratto.[21] Per saldare almeno parte della somma, il doge Dandolo propose di deviare temporaneamente la spedizione contro la città dalmata di Zara, ribellatasi al dominio veneziano e posta sotto la protezione del re d'Ungheria, Emerico, anch'egli crociato.[22] Nonostante le rimostranze di papa Innocenzo III, che vietò qualsiasi azione contro cristiani, una parte dei crociati accettò l'offerta, mentre altri preferirono viaggiare per proprio conto verso la Terra Santa, compiendo la stessa decisione a cui erano giunti prima altri gruppi impazienti di salpare.[23][24] L'assedio di Zara del novembre 1202 si concluse nel giro di tre giorni e generò grave costernazione nel papa, che scomunicò sia i veneziani sia i crociati, anche se in seguito revocò la pena per questi ultimi al fine di non compromettere del tutto la spedizione.[23] Mentre la crociata languiva in Dalmazia, comparve un nuovo elemento destinato a mutarne radicalmente il corso. Dopo aver perorato inutilmente a Roma la sua causa, Alessio Angelo, figlio dell'imperatore bizantino deposto Isacco II Angelo, inviò dei messaggeri al campo crociato chiedendo ausilio per restaurare il padre sul trono usurpato dallo zio Alessio III Angelo.[25] In cambio, prometteva un'ingente somma di denaro, il mantenimento dell'esercito crociato, la sottomissione della Chiesa bizantina alla Chiesa di Roma e la partecipazione dell'impero d'Oriente alla crociata in Terra Santa.[26] I veneziani e Bonifacio di Monferrato, attratti dagli allettanti vantaggi economici e politici, accettarono l'accordo a seguito di lunghe consultazioni.[27]

La marina veneziana arriva a Costantinopoli. Miniatura francese del XV secolo

Nel giugno del 1203, la flotta crociata e veneziana salpò per Costantinopoli, dove giunse a luglio.[28] Dopo un breve assedio, l'assolutamente impreparato Alessio III fuggì e Isacco II fu restaurato sul trono insieme al figlio, che divenne Alessio IV Angelo.[29] Presto la convivenza tra la popolazione greca e i crociati cominciò a dimostrarsi insostenibile, sfociando in una grossa rivolta.[30] Nel gennaio 1204, Alessio IV fu deposto e ucciso da un nobile ostile agli stranieri, Alessio V Ducas, che assunse il trono e fece presto sapere di sentirsi svincolato dalle promesse strette dai suoi predecessori.[30] A quel punto, le relazioni tra crociati e bizantini degenerarono, poiché lo sviluppo degli eventi aveva reso palese per Venezia e i capi crociati che Bisanzio non avrebbe saldato l'enorme debito contratto.[31] Le conseguenze di tale inadempienza furono fatali, poiché i crociati decisero di conquistare la città con la forza.[32] L'assedio di Costantinopoli cominciò il 9 aprile 1204 con un primo infruttuoso attacco, ma il 12 aprile, grazie alla potenza navale veneziana e all'azione combinata di truppe di terra e mare, la vulnerabile Costantinopoli cadde.[33] Seguì un saccheggio di tre giorni, durante il quale gli assalitori devastarono chiese, monasteri, edifici di ogni genere (compreso il lussuoso palazzo delle Blacherne) e simulacri degli antichi sovrani, compiendo inenarrabili profanazioni e trafugando o distruggendo reliquie e opere d'arte, alcune delle quali furono portate in Occidente (si pensi alle celebri statue dei cavalli di San Marco portate a Venezia).[34][35] Si è a lungo dibattuto sulle cause che provocarono un simile e tragico epilogo, in generale ascritto a una serie di fattori quali l'evoluzione del concetto di crociata in vera e propria campagna di conquista, l'unanime avversione occidentale verso Bisanzio, acuitasi dopo il Grande Scisma e a causa delle politiche anti-latine di alcuni imperatori romei, e la comprensione del fatto che una preda così ambita come Costantinopoli avrebbe potuto essere espugnata soltanto in un momento di crisi estrema come quello sperimentato alle porte del XII secolo.[36][37]

La lotta per Costantinopoli

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I nuovi Stati latini

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La spartizione dei domini bizantini eseguita all'indomani della quarta crociata

La spartizione dell'impero bizantino spalancò le porte alla cosiddetta francocrazia e fu una delle più accuratamente pianificate nella storia, venendo definita dalla Partitio terrarum imperii Romaniae ("divisione delle terre dell'impero di Romània),[nota 1] un trattato concluso dai crociati e dai veneziani nel marzo del 1204 a Costantinopoli.[38] Il doge Enrico Dandolo, che aveva influito in modo determinante sugli eventi degli anni precedenti e aveva ispirato il patto di spartizione summenzionato, suggerì le successive azioni che sarebbero state compiute.[39] Anzitutto si decise di eleggere un imperatore della Romania e tra i candidati furono tenuti in considerazione il marchese Bonifacio I del Monferrato, prima comandante dell'esercito crociato e dalle spiccate capacità politiche, e il conte Baldovino IX di Fiandra, maggiormente gradito ai veneziani e infine incoronato nel maggio del 1204 a Santa Sofia sovrano del neonato impero latino di Costantinopoli.[nota 2][38]

Quanto al destino delle terre bizantine, a Baldovino ne fu assegnato un terzo, corrispondente alla Tracia e alla porzione nord-occidentale dell'Anatolia, comprensiva delle due sponde del Bosforo e dell'Ellesponto, oltre a varie isole egee tra cui Lesbo, Chio e Samo.[40] Un altro terzo venne riservato ai capi crociati, a cui spettava il compito di dividerle con più precisione tra i cavalieri.[41] Bonifacio del Monferrato avrebbe dovuto ricevere qualcosa in Anatolia, ma preso dal rancore per non essere stato eletto imperatore, scatenò violente dispute e si chetò soltanto quando si ritagliò un possedimento nella regione europea, impadronendosi con la forza di Tessalonica dopo aver ceduto Creta ai lagunari[nota 3] e fondando un regno che includeva alcuni centri abitati alle porte della Macedonia e della Tessaglia.[38][42] I restanti domini andarono ai veneziani, coloro che trassero il massimo vantaggio dall'impresa e i cui avamposti erano dislocati tra importanti porti e numerose isole egee.[38][43] Pur avendo rinunciato al possesso dell'Epiro, dell'Acarnania, dell'Etolia e del Peloponneso, che le erano stati riservati, la repubblica marinara si insediò nei porti di Corone e Modone e più tardi anche di Durazzo e di Ragusa, sull'Adriatico.[44] Al doge andarono inoltre le isole Ionie, la già citata Creta, Negroponte, il grosso delle Cicladi, amministrativamente incorporate nel ducato dell'Arcipelago, e i più importanti porti dell'Ellesponto e del Mar di Marmara.[38][44] Anche la stessa Costantinopoli venne spartita, con Venezia che ne ottenne tre ottavi, mentre gli altri cinque restarono all'imperatore.[44] Ciò consentiva di fatto al doge di vantare il possesso di un solido impero coloniale in Oriente, così come delle principali rotte marittime tra Venezia e Costantinopoli.[41]

Tommaso Morosini, primo patriarca latino nominato dopo la quarta crociata, incorona l'imperatore Baldovino I di Costantinopoli

In ambito ecclesiastico, fu prevista l'elezione di un patriarca latino al posto del patriarca greco, la cui facoltà di nomina venne riconosciuta anch'essa ai lagunari.[45] Presto, lo stesso papa Innocenzo III, pur favorevole a una riconsiderazione del clero locale nelle sfere più alte, si oppose a questo strapotere veneziano.[46] La caduta di Costantinopoli, ammantata dal pontefice come frutto di un imperscrutabile disegno divino e foriera di una malcelata soddisfazione,[35] aveva generato un terribile dilemma nella posizione della Curia romana, poiché i crociati erano stati tecnicamente scomunicati sin dall'assedio di Zara.[47] D'altro canto, lo scenario successivo alla caduta di Costantinopoli sembrava prospettare in teoria un'unione ecclesiastica, motivo per cui Innocenzo III riferì ai crociati che avrebbe ritirato i suoi precedenti provvedimenti se avessero assecondato le sue volontà in materia religiosa da applicare in Oriente.[47] Benché negli anni seguenti avvenne un progetto di costruzione di numerosi monasteri, molti interventi del pontefice non sortirono alcun effetto, comprese le sue rimostranze sulle politiche di assegnazione feudali che stavano verificandosi.[48] Le due Chiese rimasero poi distanti, anzi forse le divergenze si acuirono per via di una maggiore consapevolezza delle proprie convinzioni da parte di Bisanzio.[49]

In effetti, una delle criticità maggiori riguardava la debolezza e la scarsa coesione dei domini franchi, sin dall'inizio frammentati in una miriade di principati grandi e piccoli, riservati anche ad ordini religiosi cavallereschi.[50][51] Molte delle province che promettevano di comprendere non erano ancora state conquistate né ma lo sarebbero state.[31] Alcune regioni subirono però il contraccolpo del 1204 in maniera forte e si arresero in tempi rapidi, come nel caso della campagna estiva con cui Bonifacio, re di Tessalonica, sottomise la Macedonia e la Tracia.[52] La Grecia centro-meridionale, sede delle realtà più vaste, presentava legami con l'impero di Baldovino molto tenui.[50] Questa libertà di manovra fece sì che Bonifacio, nella sostanza soltanto formalmente vassallo di Baldovino I,[42] si muovesse verso Atene e assegnasse l'Attica e la Beozia al borgognone Ottone de la Roche (ducato di Atene).[31][51] Analogamente, con l'appoggio di Bonifacio, il Peloponneso venne conquistato da Guglielmo di Champlitte e Goffredo di Villehardouin, portando alla nascita del principato d'Acaia o Morea (come veniva all'epoca chiamato il Peloponneso), il più caratteristico tra ogni principato nato sulle rovine dell'impero bizantino, in quanto del tutto occidentale per lo stile di vita, tanto da essere definito «un pezzo di Francia su suolo greco» prima sotto Guglielmo di Champlitte e poi sotto gli Villehardouin.[31][53] Goffredo si dotò infatti di una sofisticata corte in grado di sopperire alle più disparate questioni, riuscendo a soddisfare il grosso delle esigenze in ambito politico, amministrativo ed ecclesiastico.[54]

Un hyperpyron coniato durante l'epoca latina. Biblioteca nazionale di Francia, dipartimento numismatico, delle medaglie e delle antichità, Parigi

Tra le varie disposizioni imposte dal trattato, fu decisa la costituzione di un ordinamento feudale;[55] seppur ignoto come meccanismo in senso stretto, Bisanzio aveva da tempo perduto il proprio centralismo e la sua economia e società viravano ormai verso soluzioni simili al feudalesimo, circostanza la quale agevolò le politiche dei nuovi signori.[56] A giudizio di Georgij Ostrogorskij e di John Fine, si potrebbe addirittura affermare che non esisteva alcuna differenza tra la pronoia romea e il feudum occidentale, o che comunque non avvennero dei reali stravolgimenti.[56][57] Considerata l'importanza specifica dei pronoiari, gli occidentali si prodigarono presto per assecondare le loro volontà e, nella prassi, essi finirono per accettare i nuovi signori a patto di preservare le proprie terre.[56] Al contrario, Antonio Carile ha sostenuto che soltanto con il tempo i latini ridussero la portata delle sopraffazioni, preferendo venire a patti con l'élite locale.[50] A suo dire, «l'insediamento della feudalità occidentale nel tessuto sociale romeo provocò notevoli attriti, probabilmente accentuati dalla volontà dei cavalieri di accumulare in breve tempo somme notevoli a spese dei propri sudditi e forse con usurpazioni di terre».[58] Nella sostanza, i vari funzionari pubblici e comandanti militari regionali finirono soppiantati da una classe di feudatari, la cui ricompensa era costituita da donazioni terriere e manodopera contadina.[58] Al di là di queste categorie sociali privilegiate, le condizioni dei ceti più umili rimasero immutate e ciò rese estremamente dura la convivenza con i latini, detestati per la loro prepotenza e il differente credo religioso.[56][59]

Nuclei di resistenza anti-latina

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I principali protagonisti
dopo la quarta crociata
Sigillo di Michele Angelo (?-1215), despota d'Epiro
Stemma degli imperatori di Trebisonda Alessio (1182-1222) e Davide I di Trebisonda (1184-1212)

Come anticipato, la caduta di Costantinopoli non aveva permesso ai latini di divenire padroni di tutto l'impero.[31] Una situazione particolarmente controversa riguardava i Balcani, una regione tormentata negli ultimi decenni dalle lotte con cui invano i bizantini avevano tentato di proteggere i propri domini e scongiurare la rinascita dell'impero bulgaro. Anziché trovare nello zar bulgaro Kalojan un alleato e rafforzare così la propria presenza nell'Europa sud-orientale, i latini respinsero con altezzosità il suo avvicinamento diplomatico, manifestando anzi intenzioni ostili.[60][61] Dando vita a un'alleanza del tutto innaturale, le comunità greche attive in Tracia finirono per ribellarsi al dominio latino e invocarono il soccorso dello zar Kalojan nel paese, offrendogli i propri servigi e la corona.[62] Gli scontri agevolarono l'offensiva bulgara, costringendo i latini alla fuga anche in importanti città come Adrianopoli, nei pressi della quale il 14 aprile 1205 si svolse una cruenta battaglia sfavorevole ai crociati.[63] Lo stesso imperatore Baldovino finì prigioniero (e lo rimase fino alla morte), mentre molti eminenti cavalieri franchi trovarono la morte e la permanenza occidentale fu così scossa già un anno dopo la conclusione della quarta crociata.[63][64]

Il coinvolgimento dei greci a cui si è accennato dimostrò che se alcuni avevano con rassegnazione accettato il cambio di autorità, una percentuale non trascurabile preferì stabilirsi in località non ancora raggiunte dai latini, formando «una nuova compagine statale che salvò la civiltà bizantina dalla caduta».[56] Dimostrando un'encomiabile compattezza di intenti, nel giro di un biennio il mondo greco si riorganizzò in tre Stati retti da discendenti di imperatori deposti.[31] Il primo era localizzato in Epiro, dove, resistendo con più vigore rispetto alla Grecia orientale, fu fondato un despotato su iniziativa di Michele Angelo, cugino dell'imperatore Isacco II e Alessio III Angelo.[65] In Anatolia orientale, invece, due nipoti dell'imperatore Andronico I Comneno, Alessio e Davide Comneno, con l'aiuto della grande regina e loro zia Tamara di Georgia, avevano espugnato Trebisonda e stabilito il proprio dominio lungo le coste del Mar Nero, incorporando Sinope, la Paflagonia ed Eraclea Pontica.[56][62] Davide fu ucciso nel 1206 mentre stava provando a espandersi in direzione del Bosforo, mentre Alessio visse abbastanza per farsi incoronare sovrano di quanto conquistato, fondare dunque l'impero di Trebisonda, e inaugurare una dinastia che durò due secoli e mezzo, sopravvivendo dunque anche oltre la caduta di Costantinopoli del 1453 per mano degli ottomani.[62] La sua longevità fu favorita dal commercio proveniente dalla Persia e dall'Oriente che passava attraverso la sua capitale e dalle miniere d'argento situate nelle colline dell'entroterra.[62]

Il maggiore centro di resistenza si costituì comunque sotto Teodoro Lascaris, un genero di Alessio III Angelo, nei domini che possedeva nei dintorni di Nicea.[66][67] Forse un'alleanza tra Baldovino e il sultano selgiuchide Kaykhusraw I avrebbe potuto arridere alla causa latina e sfavorire la costituzione di questi circoli greci, ma tale prospettiva fu rifiutata dall'imperatore prima della sua prigionia e si preferì anteporre le divergenze religiose ai benefici politici e diplomatici che avrebbero potuto derivarne.[66] Nel momento in cui Bonifacio di Monferrato si insediò a Tessalonica, il fratello dell'imperatore Enrico aveva compiuto diverse campagne militari in Misia, impadronendosi di Abido, Lupadio, Apollonia e Adramittio.[68] Assorbito dalle dispute con i bulgari, l'impero latino non diede seguito a questa sequela di vittorie e vanificò la prospettiva di un'espansione fulminea, commettendo l'esiziale errore di sottovalutare l'Anatolia.[38] Superate le difficoltà iniziali, Teodoro Lascaris fu in grado di radunare un crescente numero di forze lealiste.[69] La causa bizantina fu aiutata dall'esasperante atteggiamento dei gruppi latini che avevano provato a insediarsi in Asia Minore, i quali respinsero le profferte di riconciliazione mosse dall'aristocrazia locale in un'ottica politica piuttosto miope.[69] Teodoro Lascaris approfittò della crisi innescata dalle vittorie bulgare e costrinse i nemici in Anatolia ad arretrare, creando un nuovo Stato chiamato, dal nome della sua capitale, impero di Nicea.[64] Rispettando il retaggio e le consuetudini esistite fino a qualche anno prima, Teodoro non sovvertì la struttura amministrativa dei suoi domini e al posto del titolo di despota, che aveva usato fino ad allora, decise di assumere la dignità imperiale, venendo poi incoronato ufficialmente nel 1208.[70] Con il tempo radunò a sé numerosi gruppi raccogliticci presenti in Asia Minore, compreso il patriarca ecumenico, che pur risiedendo a Nicea, formalmente si fregiava del titolo di patriarca di Costantinopoli e veniva considerato l'unico capo legittimo della Chiesa greca.[62]

È singolare constatare che sin dalla loro fondazione, nonostante più volte tentarono di attirare nuove reclute verso Costantinopoli con il pretesto di dirigere le forze verso la Terra Santa, gli Stati latini non si scontrarono mai con alcuna potenza non cristiana durante la propria esistenza.[71]

L'exploit latino e la contesa eredità bizantina

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Sigillo di Enrico di Fiandra a cavallo, sotto cui l'impero latino di Costantinopoli visse il periodo di massimo splendore

Con Nicea che stava assurgendo a epicentro della resistenza bizantina, Enrico di Fiandra, subentrato al fratello Baldovino, si propose sin dal suo insediamento nel 1206 di stimolare un'immigrazione occidentale e di ripristinare il dominio latino sulla Tracia stroncando l'alleanza greco-bulgara, che stava vivendo una fase travagliata.[72] In virtù di una politica accorta e conciliante verso i greci, Enrico si dimostrò il «maggiore statista» della Romania e salvò l'impero dalla distruzione immediata, attirando nuovi sostenitori e provando a invadere l'Anatolia, salvo poi ritirarsi quando Kalojan causò dei disordini a ovest.[62][73] Secondo Georgij Ostrogorskij e Antonio Carile, fu per via dell'intesa greco-bulgara che il consolidamento dell'impero latino venne messo a repentaglio e che il nascente impero bizantino in Anatolia si salvò.[73][74] Dopo aver stretto una pace con Teodoro Lascaris, Enrico si rese conto che la scomparsa di ogni altro comandante della quarta crociata imponeva di rinsaldare i rapporti con Bonifacio del Monferrato, assieme al quale eseguì una vasta campagna contro la Bulgaria.[75] L'uccisione di Bonifacio il 14 aprile 1207 in occasione della battaglia di Messinopoli spronò Kalojan a invadere la Macedonia, generando ulteriori tumulti in una zona di confine già tormentata.[76][77] In maniera del tutto improvvisa, Kalojan fu assassinato l'8 ottobre e la sua morte rallegrò molti greci, considerando che "l'uccisore dei Romei", come era soprannominato in contrapposizione a Basilio II Bulgaroctono (958-1025), aveva nuociuto a lungo agli abitanti ellenici e vari insediamenti avevano preferito riavvicinarsi ai latini.[78] La breve fase di instabilità bulgara che ne seguì consentì a Enrico di beneficiare dell'arrivo di nuovi rinforzi da Occidente, grazie a cui respinse le ennesime razzie in Tracia e in Macedonia e si spinse fino a Filippopoli il 31 luglio 1208, dove si impegnò in una battaglia che contenne la pesante minaccia nemica e costrinse la controparte a frenare le proprie intemperanze.[38][79]

Cascata lungo il fiume Rindaco, nella moderna Turchia, presso le cui rive fu combattuta nel 1211 la battaglia del Rindaco tra latini e niceni

Oltre che la Costantinopoli latina, anche il sultanato di Iconio si frappose a lungo all'impero di Nicea.[80] Il trasferimento della capitale bizantina in Asia Minore inasprì le acredini con i selgiuchidi, tanto che, con la mediazione di Venezia, nel 1209 il sultanato concluse un'alleanza segreta con l'impero latino.[73] Dal canto suo, Teodoro Lascaris si alleò con il re Leone II d'Armenia, anche lui intimorito dal sultanato di Iconio.[73] Quando il vecchio imperatore Alessio III Angelo si recò alla corte selgiuchide, il sultano poté attaccare i bizantini con il pretesto di sostenerne la causa, ma nel 1211 la guerra si concluse per lui con esito fatale ed ebbe l'effetto psicologico di galvanizzare l'impero di Nicea nella sua lite per la riconquista di Costantinopoli.[81] Radunata una flotta di fortuna, Teodoro Lascaris si impegnò in qualche fugace scontro nelle regioni occidentali dell'Anatolia, ma non prevalse.[82] I niceni non superarono indenni neppure la battaglia del Rindaco del 15 ottobre 1211, vinta in modo brillante da Enrico e che gli conferì la supremazia su una striscia costiera tra Nicomedia e Adramittio.[83] Secondo un altro filone meno recente, non si assistette a mutamenti sostanziali, poiché il conflitto non aveva coinvolto un vasto numero di uomini e non poteva portare ad un esito decisivo.[82] Ad ogni modo, si può immaginare che le continue lotte avessero stremato entrambi gli schieramenti, portando alla fine del 1214 alla firma di un trattato di pace a Ninfeo che definì le frontiere bizantine e latine: questi ultimi conservavano la parte nord-occidentale dell'Anatolia fino ad Adramittio verso sud, mentre il resto del territorio fino al confine con i Selgiuchidi restò in mano all'impero di Nicea.[64] Il trattato fu fondamentale perché, per la prima volta, ognuno dei due Stati riconobbe l'esistenza della controparte, in tal modo stabilizzando gradualmente i rapporti bilaterali.[82]

Se la Costantinopoli latina cominciò una lenta decadenza dopo la morte di Enrico nel 1216, per l'impero di Nicea si aprì una fase positiva.[82] Il prosieguo dei rapporti pacifici con i latini favorì, nell'agosto del 1219, la stipula di un accordo di esenzione dalle tasse per i veneziani nelle terre nicene.[82] Approfittando del contesto, il regno di Serbia riuscì a estorcere all'impero di Nicea il diritto di costituire una Chiesa autocefala e non più sottoposta all'arcidiocesi di Ocrida, stabilendo in cambio degli scambi diplomatici cordiali e riconoscendo la controparte erede dell'antica Bisanzio e centro dell'ortodossia greca.[84] Al di là dell'innegabile scopo strumentale, l'impero di Nicea beneficiò dell'iniziativa degli slavi meridionali in termini di prestigio.[85] Quanto all'Asia, un'importante conseguenza dell'intesa niceno-latina fu il crollo della potenza dei Mega Comneni nel Ponto.[85] Privo dell'appoggio latino, Davide Comneno dovette arrendersi a Teodoro Lascaris nel 1214 e rinunciare così a una vasta porzione costiera sul Mar Nero tra Sinope e Amastri.[85] Di lì a breve, i selgiuchidi sconfissero Alessio Comneno e lo fecero prigioniero, insediandolo a Trebisonda come vassallo del sultano.[85] L'impero di Trebisonda fu ridotto a un'esigua striscia di territorio che però continuò a sopravvivere, malgrado avulso da ogni altro avvenimento significativo antecedente e successivo alla riconquista bizantina di Costantinopoli.[86]

Interno della Piccola Metropoli, una chiesa ortodossa di epoca alto-medievale ad Atene, in Grecia

Molto più a ovest, il despotato d'Epiro assunse una rilevanza crescente. Instaurando un «rigido sistema militare», l'energico e bellicoso Michele Angelo aveva esteso i propri domini incorporando, oltre all'Epiro propriamente detto, l'Acarnania, l'Etolia e quanto compreso tra Durazzo e il golfo di Corinto.[38] Indipendente rispetto al regno latino di Tessalonica, lo Stato epirota si proponeva di raccogliere il lascito culturale bizantino nella penisola balcanica e, pur avendo nel 1215 riconosciuto formalmente fedeltà all'impero di Nicea, entrò in un inevitabile dualismo.[87] La contesa scoppiò in tutta la sua asprezza all'epoca del successore di Michele Angelo, Teodoro, uomo forte e ambizioso che superbamente e orgogliosamente aveva voluto adottare i tre nomi imperiali di Angelo, Ducas e Comneno.[88] Teodoro dimostrò le sue capacità ai latini quando, sui valichi montani dell'Albania, fece prigioniero l'imperatore Pietro II di Courtenay, di ritorno da un viaggio in Francia.[88] Il trono latino fu allora temporaneamente occupato dalla moglie del catturato, Iolanda (sorella di Baldovino ed Enrico di Fiandra) e nel 1219, alla morte della nobildonna, la corona imperiale passo al suo debole figlio Roberto.[38] Sfruttando il momento critico, Teodoro Angelo Ducas Comneno intraprese una vasta campagna contro i latini, concentrandosi dapprima sul vicino regno di Tessalonica, assai più debole di lui per via dello scarso supporto che gli forniva Costantinopoli.[88] Al culmine di lunghi assedi e difficili battaglie, l'audace sovrano epirota entrò nelle porte di Tessalonica alla fine del 1224, causando già dopo un ventennio la scomparsa di uno degli Stati crociati nati sul suolo bizantino.[89] La potenza di Teodoro si estendeva allora dall'Adriatico al Mar Egeo e comprendeva, oltre al nucleo originario del despotato, la Tessaglia e il grosso della Macedonia.[38] Dopo questi successi incoraggianti, Teodoro assunse la porpora e si fece anch'egli chiamare basileus e autokrator dei romei a seguito dell'istituzione del despotato di Tessalonica, rivendicando dunque a sé l'eredità degli imperatori di Bisanzio e proponendosi come faro nella lotta per Costantinopoli, in chiara contrapposizione con Nicea.[88] Sempre in maniera del tutto autonoma rispetto a quest'ultima e non riconoscendo il sovrano attivo oltre il Bosforo, Teodoro d'Epiro si prodigò per favorire il rimpasto di vescovi ellenici nelle sue terre.[90] Il quadro geopolitico dell'epoca appariva dunque dominato da tre imperi formatisi sull'antico territorio bizantino, di cui uno latino e due greci, mentre sullo sfondo ve ne era un quarto, quello bulgaro; ognuno di essi sarebbe stato coinvolto attivamente nelle successive vicende.[91]

Mutamento dei rapporti di forza

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L'Europa sud-orientale nel 1230, al momento di massima espansione dell'impero di Tessalonica e prima della battaglia di Klokotnica. Le stelle indicano le capitali dei rispettivi Stati

La scomparsa del regno di Tessalonica aveva reso più esangue l'impero latino e lo aveva privato del suo più importante Stato vassallo, intensificando l'isolamento geopolitico di Costantinopoli.[38] Lo sviluppo bulgaro e greco nei Balcani e in Anatolia continuò a destare turbamento, ma la mancanza di coesione tra i due popoli agevolò la permanenza dei latini.[91] Avendo giudicato realistico lo scenario di un futuro fosco per l'impero latino, i veneziani, che nel 1217 avevano completato la conquista dell'isola di Creta,[nota 3] strinsero nel 1219-1220 degli accordi marittimi con il fondatore dell'impero di Nicea, Teodoro I Lascaris, e con l'Egitto ayyubide.[92] Alla sua morte, Teodoro Lascaris lasciò nel 1222 il trono a suo genero Giovanni Ducas Vatatze (divenuto noto come Giovanni III), marito della colta e astuta Irene Lascarina e destinato a rimanere al comando per più di un trentennio.[91] Sin dal principio, volle consolidare l'opera del suo predecessore sia in politica interna che in politica estera, rendendosi conto che il suo piccolo impero, ridotto al livello di una provincia, poteva divenire una grande potenza soltanto sfruttando la debolezza latina e le incertezze dei rivali greci e bulgari.[91] Fomentata invano una lotta di successione a Nicea, i latini dovettero ripiegare ancora in Anatolia e, nel 1225, rimasero in controllo della sola costa a ridosso di Costantinopoli, mentre l'elenco degli alleati vicini si riduceva esclusivamente a qualche principato franco in Ellade.[38] La flotta nicena occupò al contempo diverse isole greche, accelerando la propria morsa e suscitando la costernazione di chi, a Venezia, incitava a supportare Costantinopoli con ogni mezzo, per paura di interrompere la crescita economica della repubblica marinara.[38]

Resti della "torre macedone" e delle rovine romane di Adrianopoli (odierna Edirne, in Turchia)

Un appello della popolazione di Adrianopoli, in Tracia, offrì a Vatatze il pretesto per mandare truppe anche in Europa.[38] L'esercito niceno riuscì a occupare numerose città costiere e ad entrare in Adrianopoli senza incontrare resistenza, facendo credere imminente la restaurazione del dominio bizantino su Costantinopoli.[93] Tuttavia, quando tutto sembrava volgere a favore dell'imperatore di Nicea, intervenne il suo rivale, Teodoro Angelo d'Epiro, che, dopo aver consolidato il proprio potere nei territori del vecchio regno di Tessalonica e in parte della Tracia, iniziò a compiere una rapida avanzata verso la capitale.[89] Le sue vittorie lo portarono a minacciare seriamente Costantinopoli, ponendolo più vicino alla conquista della città di quanto non fosse Giovanni Vatatze e convincendo i niceni a fuggire rapidamente oltre il Bosforo, in quanto temevano di non essere in grado di fronteggiare gli epiroti.[38] Comprendendo che un attacco contro Costantinopoli avrebbe richiesto un prolungato assedio e mezzi che in quel momento non possedeva, Teodoro d'Epiro rinunciò a colpirla, anche perché credeva che lo zar bulgaro Ivan Asen II avrebbe nel frattempo approfittato per aggredirlo.[94] Figlio di Asen I, il sovrano bulgaro ambiva a riunire sotto la sua autorità un impero bulgaro-bizantino, fissando la capitale proprio a Costantinopoli.[38] La sua epoca, compresa tra il 1218 e il 1241, segnò l'apogeo della potenza bulgara e, per un momento, il suo progetto sembrò davvero realizzabile per via della morte dell'imperatore Roberto di Courtenay nel 1228.[93] «Debole e vanesio», nel decennio circa in cui rimase al potere, l'imperatore non lasciò un grande rimpianto e fu scarsamente ascoltato in Europa, dove si recò per chiedere nuovi rinforzi.[95] Conscio della debolezza dell'impero latino e dello scarso supporto dell'Occidente, Ivan Asen si propose a quel punto come reggente del giovane Baldovino II, combinando un fidanzamento tra questi e sua figlia, Elena, a chiaro beneficio della posizione bulgara.[96] Certo di divenire suocero dell'imperatore latino e potenziale sovrano di Costantinopoli, i suoi piani si scontrarono con Teodoro Angelo, che, vedendosi a sua volta vicino alla conquista della città, mosse guerra al sovrano bulgaro e ruppe il patto di amicizia che prima lo legava.[38] La sua audacia, giustificata da motivazioni ritenute ignote dagli storici e forse legate al desiderio di indebolire il potente vicino, gli fu fatale.[97] Nella primavera del 1230, presso Klokotnica, sull'alto corso della Marizza, il suo esercito fu completamente sbaragliato dai bulgari; Teodoro venne catturato e accecato, e la potenza che aveva costruito in pochi anni si sgretolò improvvisamente, lasciando Asen padrone dei Balcani.[38][93]

I sovrani nel 1235
Giovanni di Brienne, imperatore latino di Costantinopoli (r. 1229-1237)
Manuele Angelo, sovrano di Tessalonica (r. 1230-1237)
Giovanni III Vatatze, imperatore di Nicea (r. 1221-1254)
Andronico I Gidon Comneno, imperatore di Trebisonda (r. 1222-1235)
Ivan Asen II (r. 1218-1241), zar di Bulgaria

A Teodoro Angelo subentrò suo fratello Manuele, che riuscì a preservare il controllo su Tessalonica, la Tessaglia e l'Epiro, ma il suo potere rappresentava solo un'ombra di quello passato e l'impero greco occidentale cessò di costituire un serio antagonista per Costantinopoli.[98] Ivan II Asen approfittò della situazione, estendendo il dominio bulgaro su Tracia, Macedonia, parte dell'Albania e sulla stessa Serbia, dove fece deporre Radoslao (genero di Teodoro) sostituendolo con Ladislao, suo genero.[98] In un'iscrizione celebrativa dell'epoca, Asen vantava di regnare su tutte le terre da Adrianopoli a Durazzo, sostenendo che persino Costantinopoli gli era soggetta per volontà divina.[98] Quando l'aristocrazia costantinopolitana e il papato preferirono nominare al ruolo di imperatore il vecchio cavaliere Giovanni di Brienne, rifiutando nettamente la prospettiva di una supremazia bulgara, Asen II volle reagire diplomaticamente alleandosi con Giovanni Vatatze e formando una coalizione greco-bulgara a cui aderì anche Manuele di Tessalonica, in posizione subordinata.[99] Il declino dei greci occidentali conseguente alla battaglia di Klokotnica aveva in effetti arriso all'imperatore di Nicea, che, rimanendo prudente e neutrale, aveva visto soccombere il rivale occidentale senza combattere.[38] La salda posizione dei niceni ebbe modo di confermarsi nel 1233, quando venne respinta una breve campagna anatolica di Giovanni di Brienne che non arrecò alcun vantaggio a lungo termine.[100]

La netta svolta politica avviata dai bulgari coincise pure con un mutamento in campo religioso, in quanto l'unione con Roma, già avviata dal predecessore Kalojan, venne definitivamente abbandonata.[98] Assumendo un ruolo chiave nell'alleanza anti-latina dei sovrani ortodossi, Ivan II Asen non accettò più la dipendenza, nemmeno formale, dalla Chiesa di Roma e promosse la creazione di un patriarcato bulgaro indipendente a Tărnovo, ottenendone nel 1235 il riconoscimento da parte di Nicea e dei patriarchi orientali.[101] Pur restando nominalmente subordinato al patriarca di Nicea, sancito come autorità superiore in quel contesto, il nuovo patriarcato garantì l'autonomia ecclesiastica bulgara.[101] L'alleanza greco-bulgara fu suggellata dal matrimonio tra Teodoro II Lascaris e la figlia di Asen e si tradusse in un'offensiva contro Costantinopoli, che patì un assedio nel 1235 e di nuovo nel 1236.[102] La capitale latina resistette, sostenuta dalla flotta veneziana, ma Baldovino II fuggì in Occidente in cerca di aiuti, emulando quei predecessori che, come lui, avevano almeno una volta abbandonato la capitale in direzione di lidi lontani.[38] Alla fine, la carenza di unità tra gli aggressori salvò l'impero latino e la vittoria venne ampiamente celebrata.[38] Se si eccettua l'assalto che avverrà nell'estate del 1260, quello del 1235 fu il più serio tentativo di espugnare l'antica capitale bizantina.[103]

La città di Costantinopoli in epoca medievale

Rendendosi conto che la caduta di Costantinopoli avrebbe rafforzato eccessivamente Nicea, Asen cambiò nuovamente schieramento, intrecciando legami con i latini e i cumani contro Giovanni Vatatze e assediando con loro Tzurulon, roccaforte nicena in Tracia, che fu occupata nonostante l'inferiorità numerica, sia pur non a lungo.[38] Intravedendo un altro scopo recondito, John Fine ha ipotizzato che lo zar sperava di arginare gli attacchi che stava subendo a nord per opera dell'Ungheria, alleata dei latini.[104] Una serie di lutti improvvisi spronò Ivan Asen a interpretarli come un castigo divino ed egli preferì defilarsi, concludendo così la pace con Nicea nel 1237.[105] La decisione di Ivan Asen di sposare Irene, figlia di Teodoro Angelo Ducas Commeno, che aveva fatto prigioniero, scatenò un prolungato stato di guerra in Grecia.[106] Tornato segretamente a Tessalonica, Teodoro depose il fratello Manuele e incoronò il figlio Giovanni, mantenendo però il potere effettivo perché il giovane era cieco.[106] Manuele, rifugiatosi a Nicea, ottenne l'appoggio di Giovanni III Vatatze, che si disinteressò per il momento di Costantinopoli e nel 1239 tornò a ovest per aggredire la Tessaglia occupando Larissa, così costringendo Teodoro a negoziare per evitare ulteriori offensive nicene.[106] Si raggiunse in tal modo un accordo di spartizione: Manuele conservò la Tessaglia, Teodoro e il figlio cieco Giovanni mantennero Tessalonica e i dintorni, e un altro fratello, Costantino, già insediato in precedenza, ricevette l'Etolia e l'Acarnania come appannaggio.[107] L'Epiro, la regione più ricca e strategica, rimase invece al cugino Michele II, figlio naturale di Michele Angelo, che non prese parte all'intesa.[107] Figura pragmatica e consapevole dei mezzi limitati di cui disponeva, Michele II si era imposto su Corfù, conquistata nel 1236, e sull'intero Epiro.[108] Alla morte di Manuele nel 1241, occupò anche la Tessaglia, annettendola così ai propri possedimenti e adottando da allora una politica di stabilizzazione interna.[109] Nel frattempo Teodoro, invitato con un salvacondotto a Nicea, fu trattenuto da Vatatze, che nel 1242 avviò una campagna militare contro Tessalonica per ridurla all'obbedienza.[109] Dopo un breve assedio, Giovanni accettò di rinunciare alle pretese imperiali e di sottomettersi a Nicea ricevendo il titolo onorifico di despota.[38][110] L'intesa raggiunta marcò la fine delle aspirazioni imperiali tessalonicesi e conclamò il periodo di crisi della Grecia; se si considera inoltre il contemporaneo malessere della Bulgaria e la strategia assunta dall'Epiro, Vatatze rimaneva in sostanza l'unico sovrano di radici elleniche abbastanza forte da aspirare alla riconquista di Costantinopoli.[110]

L'apogeo niceno

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Resti delle fortificazioni difensive di Nicea (odierna İznik, in Turchia)

La decisione di concludere le ostilità era stata accolta con gaudio da Vatatze, in quanto, a differenza degli altri contendenti, aveva appreso delle manovre che le armate mongole stavano compiendo in Anatolia e desiderava quanto prima ritornare a casa per precauzione.[109] L'avanzata mongola in Europa assestò scosse profonde a tutto il mondo cristiano, che si sentì impotente di fronte a questo nuovo, sconosciuto e temibile nemico.[111] La scomparsa di Ivan II Asen nel 1241 e la successiva invasione tartara della Bulgaria segnarono l'inizio del declino di quella potenza, così come le schermaglie mongole contro l'impero latino agevolarono indirettamente la causa di Giovanni Vatatze. Tuttavia, il sovrano di Nicea non poteva ignorare la presenza di una minaccia così immensa, motivo per cui nel 1243 accettò l'offerta di alleanza rivoltagli dal sultano di Iconio, assai più esposto ai pericoli e uscito sonoramente sconfitto dalla battaglia di Köse Dağ.[112] La coalizione di staterelli che ne uscì fuori, comprensiva di Nicea, Trebisonda e del sultanato di Rum appariva comunque incapace a contrastare l'impero mongolo, che si estendeva dall'Oceano Pacifico al Vicino Oriente e all'Europa centro-orientale.[112] Trebisonda fu infatti facilmente sconfitta e divenne vassalla dei mongoli, mentre il sultano di Iconio accettò di pagare dei tributi, salvando così la propria autonomia.[112] Distolti da nuove campagne altrove, i mongoli risparmiarono Nicea, che uscì clamorosamente illesa e rafforzata dal generale indebolimento dei suoi vicini orientali.[nota 4][112]

Consolidata la sua posizione in Anatolia, Giovanni Vatatze rivolse nuovamente l'attenzione sui Balcani e nel 1246 ottenne una duplice e decisiva vittoria sui bulgari e sull'impero greco occidentale.[89] Priva di un apparato burocratico e di un assetto statale paragonabile ad altre realtà vicine, la Bulgaria, già costretta a sopportare il giogo mongolo, precipitò nel caos dopo la morte del giovane zar Colomanno, senza trovare tregua con l'ascesa al trono del fratellastro infante Michele II Asen.[113] Senza grossi patemi, Vatatze occupò la Tracia fino alla Marizza e la Macedonia fino al Vardar, riconquistando i territori perduti a favore di Ivan II Asen.[114] Sfruttando le condizioni favorevoli, strappò un accordo vantaggioso per i niceni e pare condusse addirittura un breve assedio di Costantinopoli nel 1247 con i bulgari, sia pur invano.[115] Successivamente marciò su Tessalonica, dove il potere dei successori del cieco Teodoro Angelo era esiguo e impopolare.[116] Con l'appoggio della fazione locale favorevole a Nicea, Vatatze entrò senza spargimenti di sangue in città nel dicembre 1246, depose Demetrio Angelo, ultimo sovrano tessalonicense, e lo fece deportare in Anatolia; Teodoro ricevette in cambio un piccolo feudo presso Vodena.[38] Impadronitosi già di ogni provincia orientale, Giovanni completava così un lungo processo di riconquista a cui ormai sfuggiva ben poco.[117] Da allora Tessalonica divenne la sede del vicario niceno in Europa, Andronico Paleologo, mentre suo figlio Michele, futuro imperatore, fu nominato comandante a Serre e a Melnik.[116] L'Epiro indipendente di Michele II cercò di mantenere relazioni amichevoli con Nicea; Vatatze stipulò un'alleanza matrimoniale facendo fidanzare la nipote Maria Lascaris con Niceforo, figlio del despota.[115] Tuttavia, sobillato dal vecchio Teodoro Angelo, Michele II cambiò radicalmente atteggiamento e dichiarò nullo il patto stretto con i suoi alleati, occupando varie città macedoni nicene.[116] La guerra che ne seguì si risolse a suo svantaggio, in quanto fu costretto a trattare a Larissa nel 1252 e a restituire le terre invase, cedendo a Nicea parte della Macedonia occidentale fino a Croia e mandando in ostaggio il figlio Niceforo.[116] In cambio, entrambi ottennero il titolo di despoti sotto sovranità nicena e Teodoro Angelo, causa di tanti disordini, venne infine arrestato e perì in prigione.[116]

Mura di Tessalonica: la città si arrese in maniera incruenta nel 1246, causando la scomparsa del despotato di Tessalonica

Giovanni Vatatze mantenne rapporti solidi con le principali potenze occidentali, specie Federico II di Svevia, con cui condivise interessi omologhi contro il papato e l'impero latino.[118] L'alleanza fu suggellata dal matrimonio di Vatatze con Costanza-Anna, figlia di Federico, dopo la morte della prima moglie Irene Lascarina, e ciò accrebbe notevolmente il prestigio di Nicea, pur senza produrre effetti politici tangibili.[118] Le lettere dell'imperatore svevo testimoniano un sincero rispetto per i greci e un comune astio verso Roma.[118] Al contempo, Vatatze avviò lo stesso nuove trattative con il papato per l'unione delle Chiese, ponendo però come condizione che il Santo Padre abbandonasse il sostegno all'impero latino.[38] In principio gli sforzi naufragarono, aggravati dall'amicizia con Federico II, ma sotto papa Innocenzo IV e specie dopo la morte del sovrano svevo, i colloqui ripresero in toni più concilianti.[118] Constatati il declino dell'impero latino e la forza crescente di Nicea, il pontefice valutò più utile un'unione ecclesiastica con i bizantini che la difesa del dominio franco a Costantinopoli.[118] Anche se non si giunse a un accordo definitivo, gli interlocutori si avvicinarono come mai prima d'allora, confermando i successi militari e politici di Vatatze e lasciando ormai presagire la restaurazione dell'impero bizantino sul Bosforo.[118] Alla fine del suo regno, Vatatze aveva raddoppiato i domini niceni, consolidato l'Anatolia e sottomesso gran parte dei Balcani, mentre l'impero latino era stato completamente circondato e ridotto a un'esigua enclave attorno a Costantinopoli.[118] La catastrofica situazione aveva ridotto Baldovino II alla miseria, costringendolo a consegnare il figlio Filippo ai mercanti veneziani come garanzia di un prestito.[38] Nel 1244, l'imperatore prese di nuovo la strada dell'Occidente in cerca di aiuto, salvo poi fare ritorno quattro anni più tardi a mani vuote.[38] Pare che il livello di degrado fosse arrivato a tal punto da dover vendere qualunque bene di pregio presente, oltre al piombo che copriva i palazzi del monarca.[38]

La parabola dei lavoratori della vigna in un vangelo bizantino dell'XI secolo, ispirata da una scena di agricoltura dell'epoca. Giovanni III Vatatze incentivò l'agricoltura e un'economia autarchica

Questo livello di crisi strideva con i risultati raggiunti da Giovanni Vatatze, che pur non assistendo di persona alla restaurazione completa dell'impero bizantino, aveva già posto tutte le basi per essa.[119] Alla sua abile politica estera si affiancò un'efficace azione di governo interno, caratterizzata da una riorganizzazione della giustizia, dalla lotta alla corruzione, dalla realizzazione di opere assistenziali e fortificazioni, da un rilancio dell'agricoltura e dell'allevamento atti ad accrescere l'autosufficienza dell'impero.[119] Attento anche alla costruzione di chiese, ripristinò il sistema degli stratioti, concesse feudi pronoia e limitò la dipendenza economica dalle città mercantili italiane, compresa naturalmente Venezia.[119] Le devastazioni mongole favorirono l'economia, in quanto i turchi del sultanato di Iconio furono costretti a rifornirsi nell'impero niceno e pagarono a caro prezzo le derrate.[120] Ne risultò quindi una situazione economico-finanziaria sorprendentemente florida e più stabile rispetto all'epoca dei Comneni e degli Angeli, segno che la vitalità bizantina non era affatto spenta e che la rinascita dell'impero non era utopica.[120] Negli ultimi anni della sua vita, si convinse che per colpire Costantinopoli occorresse impossessarsi saldamente della Tracia e della Macedonia, dove ancora sopravvivevano alcune sacche di resistenza.[121] Tormentato da gravi crisi epilettiche durante quel periodo, Vatatze morì infine il 3 novembre 1254. Per i suoi meriti fu canonizzato circa mezzo secolo dopo col titolo di san Giovanni il Misericordioso, distinguendosi, nelle parole di Georgij Ostrogorskij, come «il più grande uomo di Stato del periodo niceno e uno dei più importanti imperatori della storia bizantina».[91]

La fine dei Lascaris e l'ascesa dei Paleologi

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Giovanni III Vatatze lasciava un impero niceno stabile e prospero al suo successore, Teodoro II Lascaris, il quale ne avrebbe esaltato anche la vitalità culturale nei quattro anni in cui rimase sul trono.[103] Allievo di Niceforo Blemmida, Teodoro fu un sovrano colto e autoritario, che fece di Nicea un centro del sapere di livello paragonabile all'antica Atene, ma diffidò dell'aristocrazia, preferendo circondarsi di uomini di umili origini ma fidati come Giorgio Muzalon.[122] Energico ed autoritario nonostante fosse afflitto da una grave epilessia, rifiutò ogni subordinazione della Chiesa ortodossa a Roma, limitandosi a proporre un'unione su basi paritarie e ricordando il ruolo dell'imperatore come arbitro delle divergenze.[122] Forte della posizione internazionale consolidata da Vatatze, Teodoro non cercò più l'appoggio del papa per la riconquista di Costantinopoli.[122] Il suo breve regno non portò grandi progressi verso quell'obiettivo, ma riuscì a mantenere intatto l'impero nonostante le minacce esterne scatenate dalla morte del padre.[122] Tra i pericoli maggiori figurava l'alleanza tra i selgiuchidi e il già menzionato Michele Paleologo, potente e autorevole aristocratico fuggito a Iconio dopo essere stato accusato di tradimento.[122] Il lancio di una nuova invasione mongola sconvolse i piani del sultano, che chiese in maniera sorprendente aiuto ai bizantini e costrinse Paleologo a tornare a Nicea per riconciliarsi con l'imperatore.[122]

Scena di battaglia tra greci e bulgari. Cronaca di Manasse, XIV secolo

Oltre ad allacciare delle cordiali relazioni con i mongoli, Teodoro II Lascaris si preoccupò di gestire le due guerre balcaniche contro la Bulgaria e l'Epiro.[123] Approfittando dell'inesperienza militare di Teodoro II, Mico Asen invase la Macedonia nel 1255, sostenuto dalle comunità locali filo-bulgare; al netto di due campagne, i niceni riconquistarono l'area nel luglio del 1256.[123] La pace fu mediata dal suocero dello zar, Rostislav Michajlovič, che sancì anche la conclusione delle schermaglie di nuovo in corso tra Bulgaria e Ungheria e fissò la frontiera lungo l'alto corso della Marizza.[121] La situazione si normalizzò ulteriormente con l'ascesa al trono di Costantino Tich, che sposò Irene, figlia di Teodoro II,[123] mentre le relazioni tra i latini di Costantinopoli e la Bulgaria, divenuta a quel punto alleata di Nicea, finirono per incrinarsi.[121] Manifestò poi intenzioni ostili il despotato di Michele II, che aveva recuperato una certa forza economica e territoriale grazie al controllo dell'Epiro propriamente detto, della Tessaglia, dell'Acarnania, dell'Etolia e dell'Albania.[124] Quando Nicea si impegnò nella guerra con la Bulgaria, Michele II strinse un'alleanza anti-nicena con Uroš di Serbia e fomentò una rivolta albanese nel 1257, conseguendo dei successi militari che gli permisero di riprendere gran parte della Macedonia occidentale, dove vivevano molti nobili scontenti della gestione di Teodoro II Lascaris.[125] Fu allora che la rivalità fra Epiro e Nicea toccò l'acme, facendo passare in secondo piano i combattimenti per Costantinopoli.[38] Volendo limitare le acredini, Teodoro supervisionò i preparativi del matrimonio tra Maria, una sua figlia, e Niceforo, figlio del despota Michele II, e grazie alle nozze l'imperatore di Nicea estese temporaneamente la propria influenza fino a Durazzo e alla fortezza macedone di Servia.[123] Quando la situazione sembrava essersi tranquillizzata, un nuovo protagonista si inserì brevemente negli affari greci, Manfredi di Sicilia, figlio di Federico II di Svevia, che con un celere attacco da ovest occupò Corfù, Durazzo, Valona e Berat, spingendo Michele a un accordo matrimoniale e politico nel 1258, al riconoscimento di varie conquiste nemiche e alla promessa che avrebbe continuato a mantenere cattivi rapporti con Nicea.[126]

Michele VIII Paleologo. Salito al potere grazie a una congiura, fu il primo esponente dei Paleologi e autore della riconquista di Costantinopoli del 1261

Sul piano interno, Teodoro stava proseguendo una lotta dissennata con la nobiltà e i rapporti erano divenuti sempre più esasperati.[123] Il sovrano, di temperamento impulsivo e sospettoso, accusò l'élite più abbiente dei fallimenti militari e reagì con processi e punizioni crudeli, alimentando un odio profondo tra i magnati e minando la stabilità del trono.[123] L'animosità sfociò nel tramonto della dinastia dei Lascaris con la morte prematura di Teodoro II, nell'agosto del 1258, a cui succedette per breve tempo il figlio sedicenne Giovanni IV, sotto la reggenza del fidato consigliere Giorgio Muzalon, che l'imperatore aveva scelto nonostante fosse inviso all'aristocrazia.[123] Nove giorni dopo la morte di Teodoro, durante la messa funebre in sua memoria, i nobili assassinarono brutalmente Muzalon, favorendo l'ascesa di Michele Paleologo, che era tra i congiurati.[38][123] Proveniente da una famiglia agiata e legata alle antiche dinastie imperiali, Michele era un generale brillante, apprezzato dall'esercito e in particolare dai mercenari latini, oltre che sostenuto dal clero.[127] Il suo carisma e la sua abilità politica gli valsero l'assunzione delle cariche di megaduca e di despota,[117] mentre in seguito fu nominato co-imperatore del giovane Giovanni IV Lascaris tra la fine del 1258 e l'inizio del 1259.[127] Michele II d'Epiro approfittò del caos per formare una vasta coalizione anti-nicena la quale, oltre a Manfredi di Sicilia, includeva contingenti serbi, valacchi e i franchi di Morea guidati da Guglielmo II di Villehardouin, principe di Acaia e anch'egli legato a Michele II per matrimonio.[103][128] Questa numerosa ed eterogenea armata affrontò Giovanni Paleologo, fratello del sovrano, a Pelagonia nel 1259, ma le divisioni interne e la defezione di Giovanni Ducas di Tessaglia provocarono la disfatta dei coalizzati e la cattura di Villehardouin.[129][130] Cogliendo il momento propizio, i niceni occuparono la Macedonia, parte dell'Albania e dell'Epiro giungendo fino ad Arta, ma Michele II si riorganizzò assieme ai figli ed entro il 1260 si riappropriò dell'Epiro e della Tessaglia, anticipando di poco le provvidenziali riconquiste di Manfredi in Albania, fondamentali per la sopravvivenza del despotato.[131][132] La vittoria di Pelagonia, pur effimera, impedì all'Epiro di minacciare Tessalonica e Costantinopoli, permettendo ai niceni di consolidare le proprie linee, di occupare una porzione della Grecia settentrionale in tempi brevi e di rendere più sicura la strada per la riconquista della capitale.[133][134] Il ritiro dei serbi dalle città macedoni di confine che avevano occupato garantì ulteriore libertà di manovra all'impero di Nicea.[135]

La riconquista di Costantinopoli

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Lo stesso argomento in dettaglio: Riconquista di Costantinopoli.

L'unica potenza ancora in grado di contrastare i niceni era Venezia, il cui predominio delle coste adriatiche continuava pressoché indisturbato da decenni.[38] Già all'epoca di Giovanni Vatatze, in verità, era stato tentato un abboccamento con la repubblica di Genova, la quale desiderava il primato marittimo nell'Adriatico.[136] Benché sia incerto se il primo avvicinamento diplomatico avvenne per contrastare la supremazia veneziana, è sicuro che grazie al capitano del popolo Guglielmo Boccanegra si intrapresero quegli stretti contatti che portarono alla stipula del trattato di Ninfeo del 13 marzo 1261 nei pressi di Smirne.[38][136] Ai sensi dell'accordo, i liguri promisero assistenza militare contro Venezia in cambio di ampi privilegi commerciali, esenzioni fiscali e basi nei principali porti imperiali, inclusa, nel caso in cui fosse stata riconquistata, Costantinopoli.[137] Il trattato pose Genova in una posizione di prominenza nel Mediterraneo orientale, ma rese al tempo stesso Bisanzio dipendente dalle due repubbliche marinare, che finirono per soppiantarne la potenza marittima ed economica.[117]

La porta Pege o porta di Selimbria, attraverso la quale i soldati di Alessio Strategopulo entrarono a Costantinopoli nella notte del 25 luglio 1261

Pochi mesi dopo, ebbe luogo quasi per caso la tanto attesa restaurazione dell'impero bizantino.[38] Il generale Alessio Strategopulo, inviato in Tracia alla testa di un piccolo contingente, scoprì che Costantinopoli era sguarnita, poiché la flotta veneziana e le sentinelle latine erano assenti.[138] Al comando di una trentina di galee, il podestà Marco Gradenigo era impegnato nell'assedio di Dafnusia, che dominava l'accesso al Bosforo dal Mar Nero.[138] Cogliendo subito l'occasione e con la complicità di alcuni residenti, i niceni entrarono a Costantinopoli nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1261.[139] Al mattino seguente, i difensori provarono ad allestire un'improvvisata resistenza, ma vennero dispersi rapidamente e Baldovino II, vista inutile ogni difesa, si preparò a partire.[139] Nel corso della medesima giornata, fece ritorno l'armata navale veneziana e Alessio Strategopulo ordinò di dare fuoco alle case dei latini lungo la riva, a cominciare da quelle veneziane, in modo che questi pensassero alle loro famiglie e non al contrattacco.[139] Lo stratagemma fu efficace e gli occidentali non poterono far altro che provvedere all'evacuazione, ammassandosi in circa tremila sulle loro navi.[139] Fuggirono anche l'imperatore, ferito nell'ultima battaglia, il podestà veneziano e il patriarca latino Pantaleone Giustinian; i profughi raggiunsero la veneziana Negroponte, ma molti morirono di fame e di stenti durante il viaggio.[139] Così, quasi senza quasi combattere, il 25 luglio si concludeva la riconquista di Costantinopoli e si esaurivano cinquantasette anni di dominio occidentale.[38] Il 15 agosto, Michele VIII fece il suo ingresso trionfale nella capitale, ormai impoverita e decaduta dopo gli anni dell'occupazione latina, ma nuovamente capitale del rinato impero bizantino.[131]

In una località che era stata spogliata dei suoi tanti averi per finanziare lo Stato latino in crisi, la gioia popolare per l'arrivo dell'imperatore fu immensa, tanto che il suo ingresso assunse le sfumature di una solenne cerimonia religiosa.[140] Seguì infatti una sorta di processione fino alla Santa Sofia, dove più tardi, a settembre, il patriarca lo incoronò insieme alla moglie Teodora Ducas (una nipote di Giovanni III Vatatze) e suggellò l'apertura di una nuova pagina storica.[140] Nello stesso momento il figlio di Michele, il piccolo Andronico, fu proclamato basileus ed erede, segnando la nascita di una nuova dinastia.[140] Tuttavia, l'imperatore legittimo Giovanni IV Lascaris fu escluso dalle celebrazioni e, poco dopo, accecato e costretto a farsi monaco per ordine di Michele VIII, che così eliminò l'ultimo discendente dei Lascaris, tradendo il giuramento di proteggerne i diritti.[140] Con questo atto crudele ma politicamente efficace, Michele Paleologo consolidò definitivamente il proprio potere e fondò la dinastia dei Paleologi, destinata a regnare su Bisanzio fino alla sua caduta nel 1453.[140]

La restaurazione dell'impero bizantino

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La penisola balcanica e l'Anatolia nel 1265

La riconquista di Costantinopoli rappresentò il coronamento degli sforzi militari e politici avviati da Giovanni Vatatze e condusse al ripristino dell'impero bizantino.[140] La caduta della capitale si rivelò una conseguenza prevedibile, considerando lo stato di decadenza in cui ormai versava sotto i latini.[141] Da quel momento, Bisanzio recuperò un ruolo importante negli equilibri del Mediterraneo e dell'Europa sud-orientale, ma la restaurata supremazia comportò oneri enormi.[142] Mantenere lo status di potenza richiedeva infatti risorse che l'impero non possedeva più, essendo necessari tributi più alti, un esercito imponente, una sterminata flotta e vasti lavori di ricostruzione per la capitale devastata, con nette ripercussioni sulle province.[142] In generale, questa grandezza perduta comportò degli oneri che alla lunga si dimostrarono duramente sostenibili.[143] Michele VIII Paleologo si trovava a governare infatti un impero molto ridimensionato, poiché la sua supremazia si estendeva esclusivamente su Costantinopoli, l'Anatolia occidentale, la Tracia, Tessalonica e la Macedonia.[135] Le repubbliche marinare italiane dominavano i mari a livello commerciale e, Venezia, in particolare, controllava ancora Creta, Corone, Modone e varie isole dell'Egeo.[38][144] Resta comunque doveroso ricordare che, per Venezia, la caduta dell'impero latino incrinò in parte la propria superiorità commerciale nel Mediterraneo orientale.[145] Oltre alla perdita dei beni e all'umiliazione subita, la città lagunare dovette quanto prima irrobustire come poté i restanti possedimenti orientali, in particolare Creta e Negroponte.[145] La Grecia continentale era in gran parte sotto dominio franco o greco indipendente e, in Anatolia, prevalevano i turchi.[146] A nord, Bulgaria e Serbia si erano rafforzate a spese dell'impero, generando disordini nei Balcani.[142]

Il vessillo della dinastia dei Paleologi sventola sulla città di Costantinopoli. Miniatura di un artista sconosciuto del XIV secolo

Sebbene nessuna delle potenze summenzionate fosse in grado di sferrare un attacco dalle vaste proporzioni, l'Occidente pullulava di Stati ostili al restaurato impero.[142] Per queste ragioni, Michele si convinse che la soluzione migliore non poteva non prevedere un ponderato ricorso alla diplomazia, alternato, quando possibile, all'azione militare.[142] Innanzitutto, impose al principe imprigionato d'Acaia Guglielmo II di Villehardouin delle dure condizioni di pace,[146] avallandone il ritorno al potere in Acaia a patto che giurasse fedeltà all'imperatore, accettasse il titolo onorifico di megas domestikos e cedesse le fortezze di Mistrà, Monemvasia, Maina e Candia.[147] Presto però insorse contro Michele VIII, alleandosi con Venezia e contrapponendosi alla coalizione genovese-bizantina.[148] La ripresa della guerra scatenò dei combattimenti nel Peloponneso e nelle isole greche, ma il monarca bizantino volle muoversi anche in Bulgaria e in Epiro, sottraendo alla prima alcuni porti sul Mar Nero, alla seconda l'indipendenza, poiché nel 1264 (o nel 1265)[149] il despota Michele II d'Epiro fu costretto a riconoscere la sovranità romea.[148] In Grecia meridionale, invece, la campagna degenerò; dopo i successi iniziali, le truppe bizantine si trovarono senza fondi e i mercenari turchi, non pagati, disertarono passando ai franchi.[148] Le sconfitte riportate nel 1264 contro il nemico anche via mare spinsero Michele VIII a rivedere la sua politica marittima, rinunciando all'infruttuoso legame con Genova e intavolando delle trattative con Venezia, culminate il 18 giugno 1265 con un trattato che restituiva alla Serenissima ampi privilegi commerciali nell'impero.[150] Tuttavia, anche tale rottura si rivelò temporanea, poiché i lagunari indugiarono a siglare il trattato e spronarono i bizantini a riconciliarsi con i genovesi nel 1266; l'agognata intesa con Venezia fu infine raggiunta nel 1268, foriera di una tregua quinquennale e di una lunga serie di accordi commerciali paritari.[151][152]

La tentata reazione dell'Europa occidentale

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Carlo I d'Angiò. Succeduto a Manfredi di Svevia come re di Sicilia, fu il principale antagonista del neo-ripristinato impero bizantino fino alla rivolta dei Vespri siciliani del 1282

All'indomani della caduta di Costantinopoli, il detronizzato Baldovino II si lanciò immediatamente alla ricerca di sostenitori che potessero aiutarlo a organizzare una spedizione di riconquista della città.[145] Navigando da Negroponte in Puglia, tentò di fare leva sul sentimento anti-bizantino di Manfredi di Svevia, che costituiva la principale minaccia per Michele VIII Paleologo.[153] Sapendo però che i sovrani dell'isola italiana si muovevano soltanto con l'appoggio del papato, l'imperatore bizantino fece del suo obiettivo principale quello di impedire un'alleanza tra lo Stato della Chiesa e la corona siciliana.[154] Finché regnò Manfredi, la situazione gli fu favorevole, poiché la Chiesa di Roma, pur ostile al restaurato impero greco e al suo scisma, non poteva allearsi con l'odiata dinastia sveva.[154] Papa Urbano IV, infatti, pur scomunicando i genovesi per la coalizione con Bisanzio e sostenendo moralmente i franchi di Grecia, mirava in realtà a eliminare gli Hohenstaufen dall'Italia meridionale, offrendo la Sicilia a Carlo I d'Angiò, fratello del re di Francia.[145][154] Sfruttando l'antagonismo tra papato e Hohenstaufen, Michele VIII ottenne un'intesa con Roma promettendo in cambio la tanto sospirata unione ecclesiastica, al fine di ammorbidire la Curia.[154]

Tuttavia, mentre questi negoziati aprivano un canale stabile con il papa e le relazioni con le repubbliche marinare sembravano finalmente appianarsi, Carlo d'Angiò ascese al trono di Sicilia, dimostrandosi sin dal principio un pericolo per la sopravvivenza di Bisanzio.[155] Possedendo diversi domini in vari angoli d'Europa, Carlo d'Angiò aspirava fortemente a estendere la sua egemonia in Italia, nell'Adriatico e nei Balcani, professandosi difensore del mondo latino e vendicatore dell'impero latino di Costantinopoli.[156] Michele VIII reagì in occasione del secondo concilio di Lione del 1274, quando tramite dei suoi delegati fece sancire formalmente l'unione delle Chiese.[155] Ciò arrecò benefici diplomatici immediati accompagnati però da gravi tensioni interne, a causa delle persecuzioni dei dissidenti.[155] L'accordo crollò con l'elezione di papa Martino IV, stanco delle contorte logiche romee ed estremamente accondiscendente con l'idea angioina di costituire un'unione di potenze anti-bizantine.[157] Nel 1281, ebbe luogo la firma del trattato di Orvieto, a cui aderirono Carlo d'Angiò, il doge Giovanni Dandolo e Filippo di Courtenay (il già citato figlio di Baldovino II), sovrano titolare dell'impero latino.[158] In via ufficiale, il documento si proponeva come manifesto di una crociata anti-scismatica, ma nella realtà lo scopo era quello di restaurare l'impero latino e, in via indiretta, i privilegi commerciali veneziani.[158] Tuttavia, in quello che sembrava il momento più buio, Michele sfruttò le sue abilità diplomatiche e collaborò attivamente con Pietro III d'Aragona, genero di Manfredi di Svevia, con gli esuli ghibellini del regno di Sicilia e con altri cospiratori, provocando nel 1282 la storica rivolta dei Vespri siciliani.[157] La portata della stessa fu talmente deflagrante che l'ipotesi di costituire una coalizione anti-bizantina finì per venire dimenticata e accantonata del tutto, consentendo definitivamente al restaurato impero di continuare a sopravvivere quasi indisturbato dalle imperscrutabili manovre politiche dell'Europa occidentale.[157][159] Venezia, preso atto del mutato scenario, si sfilò dall'alleanza e nel 1285 ridiscusse i patti con l'impero.[158]

Aspetti socio-culturali

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Rovine del castello di Larissa, in Morea, particolarmente strategico durante la parentesi latina

È interessante ripercorrere i principali aspetti socio-culturali che interessarono la Costantinopoli latina durante la sua esistenza. Nella «Nuova Francia», come la definì il pontefice Onorio III, si concretizzò infatti un interessante coacervo di cultura tra civiltà occidentale e orientale.[51][160] Nel quadro sociale dell'impero latino si incontravano e mescolavano elementi di origine e contesti diversi, potendosi infatti incontrare cavalieri francesi e signori bizantini, mercanti veneziani, minoranze armene ed ebraiche, membri del clero latino e del clero greco.[160] Una simile convivenza, tipica di una società coloniale, accentuava il cosmopolitismo già esistente in ambienti bizantini, ma che i nuovi dominatori occidentali esasperarono ulteriormente.[160]

Se da un lato alcuni ambiti amministrativi sfuggirono a riforme sostanziali, come nel caso del sistema di tassazione ereditato dai bizantini, la suddivisione cetuale della società risentì di innegabili influssi esterni.[161] Nella corte di impronta feudale dell'imperatore, dominavano i grandi latifondisti, obbligati a prestare soccorso militare alla corona in caso di bisogno.[162] In generale, il sistema feudale imposto dagli occidentali non giovò alla popolazione greca soggetta, ma offrì ai signori latini la possibilità di condurre un'esistenza sontuosa, sostenuta dai proventi delle terre, dai tributi dei contadini, dagli affitti urbani e dalle tasse commerciali.[163] Parte di queste rendite veniva spesa nella costruzione di castelli e fortificazioni, il cui stile architettonico assecondava i gusti dell'Occidente, e le rovine ancora visibili in Grecia testimoniano la diffusione di tali opere.[164] La guerra costituiva, accanto alla caccia e ai tornei, l'altra precipua fonte di attenzione dei cavalieri, in quanto foriera di bottini e di prestigio, malgrado anche causa di continue perdite che rendevano instabile la composizione della nobiltà locale.[164] Nelle province greche, la presenza dei cavalieri occidentali era capillare, tanto che nella Morea del XIII secolo, a eccezione delle zone montane più impervie, si è stimata la presenza di un cavaliere ogni sei chilometri quadrati circa, segno di una forte penetrazione feudale nel territorio.[165] Le numerose rovine di castelli che ancora oggi costellano la Messenia, l'Elide e la regione dell'Alfeo testimoniano quanto profondamente la cavalleria latina si fosse radicata nel paesaggio ellenico.[166] Resta comunque da tenere presente che, nonostante le innumerevoli campagne militari che videro protagonista l'impero latino, la capitale riuscì a resistere per così tanti decenni soprattutto per via di errori e contrasti tra gli avversari.[38]

Deesis, Santa Sofia, Istanbul, XIII secolo

È impossibile quantificare il numero di immigrati spostatisi a Costantinopoli e nell'impero latino in generale, ma si può sicuramente affermare che la maggioranza provenisse da città italiane.[167] All'interno delle mura cittadine, la comunità veneziana viveva in un quartiere autonomo e separato, costituendo una sorta di entità parallela rispetto alla società feudale latina.[38] Accanto a loro, sin dal 1218, si stabilirono anche genovesi, pisani, amalfitani, anconetani e mercanti provenzali, che animarono il commercio e in parte ridussero il monopolio della Serenissima.[164][168] In virtù della posizione strategica, proseguirono intensi scambi anche con i porti dislocati sul Mar Nero e in Egitto, addirittura aumentati dopo l'invasione mongola dell'Europa orientale.[168] Il grosso dei mercanti lagunari, audaci e litigiosi, inseguiva invece la ricchezza attraverso una rete di traffici che univa le vie del Mediterraneo e dell'Egeo, sostenuto dalla flotta commerciale e militare più potente della cristianità.[164] Le angherie comunque non mancarono, poiché le prepotenze dei mercanti e coloni latini finirono per provocare nelle popolazioni locali «dei veri eccessi di xenofobia».[59]

Anche il mondo religioso rifletteva le tensioni di questa società mista, con palpabili riflessi nel dualismo fra clero latino e greco,[34] a cui spesso si aggiungevano conflitti interni al mondo latino stesso, in particolare per il controllo patriarcale.[169] Steven Runciman, a tal proposito, ha sostenuto che tra la Chiesa d'Occidente e d'Oriente si generò un irricucibile strappo, il quale rese in futuro improponibile l'ipotesi che le due confraternite religiose potessero tornare a riavvicinarsi.[49] Le difficoltà furono accentuate dall'intervento di figure poco inclini al dialogo e incapaci di mediare tra le due comunità religiose, come dimostra l'intervento nel 1213 del legato pontificio Pelagio Galvani, allontanato dal papato per la sua ottusa intransigenza.[170] L'approdo poi di chierici francescani e domenicani a partire dal 1220-1230 aumentò la pressione sulla già compressa comunità ecclesiastica greca nella Romania latina.[171] Dal canto suo, il piccolo clero greco dimostrò di rimanere immune a queste trasformazioni.[172] L'incontro culturale generò però anche degli effetti di scambio culturale di innegabile rilievo. Alla corte dell'imperatore convivevano, ad esempio, dame e trovatori che discutevano di amor cortese e di ideali cavallereschi.[160] La passione per le opere d'arte, le reliquie, l'oreficeria, i tessuti e i manoscritti bizantini suscitò ampia curiosità in Europa occidentale, così come la lingua e la filosofia greca, rivalutate già tempo prima del periodo umanista.[172] Al contempo, la letteratura cavalleresca e cortese penetrò nella cultura greca, ispirando nuove forme narrative in volgare e favorendo un rinnovato interesse per la letteratura profana.[173]

Prima pagina della Histoire de l'empereur Henri de Constantinople, opera di Enrico di Valenciennes
Ritratto immaginario di Goffredo di Villehardouin

Pur esistendo fonti medievali estranee ai testimoni immediati, nessuna è interamente dedicata all'impero latino e la narrazione diretta si dirada dopo i primi anni.[174][175][176] Il resto si ricostruisce grazie a cronisti bizantini, a partire dai contributi fondamentali di Niceta Coniata, il quale, sia pur da una prospettiva «tutta orientale» e critica verso l'Occidente, descrive l'impero latino fino al 1206.[177] L'impero bizantino di Nicea è invece raccontato dall'eminente studioso e uomo di stato Giorgio Acropolita (1217-1282).[178] Avendo partecipato al secondo concilio di Lione in qualità di rappresentante dell'imperatore e a capo della delegazione bizantina, realizzò un interessante documento che riassume gli avvenimenti dalla presa di Costantinopoli da parte dei latini fino alla riconquista bizantina (1203-1261).[179] Sia pur scritta dopo il 1282, la cronaca di Teodoro Scutariota compie qualche accenno, dilungandosi sugli eventi compresi tra la creazione del mondo e la riconquista di Costantinopoli del 1261.[179] La sezione principale dell'opera si ispira in verità molto a Niceta Coniata e a Giorgio Acropolita, poiché il valore di questi scritti fu ulteriormente rafforzato dopo la morte dei due autori. Una continuazione di Acropolita, in particolare, fu realizzata da Giorgio Pachimere (1242-1310 circa), definito dal bizantinista novecentesco Karl Krumbacher il più grande studioso bizantino del XII secolo.[179] Risentendo di un'impostazione poco neutrale e di un costante pregiudizio anti-latino a favore di una salda posizione greco-ortodossa,[145] l'opera di Pachimere abbraccia il periodo dal 1255 al 1308, fornendo un'esposizione assai esauriente sul parzialmente contemporaneo e movimentato regno di Michele VIII Paleologo, su cui dei dettagli si desumono anche dal suo typikon per il monastero dell'arcangelo Michele sul monte Aussenzio, così come un suo prostagma del novembre del 1272.[180] Anche lo studioso enciclopedico Niceforo Gregora (1295-1359) scrisse una storia del periodo dal 1204 al 1359, descrivendo brevemente l'impero di Nicea e i primi decenni successivi alla restaurazione.[179]

Altrettanto variegato è il panorama delle fonti occidentali sull'impero latino, contraddistinto da opere che possono definirsi antesignane rispetto alla prosa storica della letteratura francese.[173] Tra queste spiccano la Conquête de Constantinople di Goffredo di Villehardouin, composta probabilmente poco dopo la morte del marchese di Monferrato, intorno al 1207, e un'altra cronaca omonima, quella di Roberto de Clari, scritta al ritorno dell'autore in Francia dopo il marzo 1205.[173] A esse si aggiunge la Histoire de l'empereur Henri de Constantinople di Enrico di Valenciennes, forse canonico di Santa Sofia.[173] Tutte e tre condividono l'impronta epica e l'intonazione cortese tipiche della letteratura cavalleresca del tempo, ma al di là dell'aspetto stilistico costituiscono testimonianze storiche di sicuro valore.[173][181] L'opera di Villehardouin, animata da un intento in parte giustificatorio, si distingue per la chiarezza della narrazione e per il tono misurato e riflessivo.[173] Quella di Enrico di Valenciennes, più attenta alle questioni diplomatiche e agli equilibri politici del neonato impero, risulta forse meno brillante sul piano letterario, ma più sensibile alla complessità delle vicende istituzionali.[173] Roberto de Clari, invece, offre un racconto più semplice e spontaneo, dal linguaggio meno curato e dalla struttura narrativa più irregolare, ma non per questo privo di vivacità e immediatezza.[173] Si deve infine ricordare, in merito alla ricostruzione degli eventi successivi, la cosiddetta Cronaca della Morea, opera di un franco grecizzato della prima metà del XIV secolo e pervenuta in due edizioni in versi in greco volgare, francese, italiana e una aragonese.[179][182] Il lavoro contiene importanti spunti sulle condizioni nel Peloponneso sotto il dominio franco.[179] È doveroso sottolineare che, sulla base dei documenti occidentali disponibili, sembra trapelare un generale entusiasmo per la parentesi latina a Costantinopoli, benché comunque si debba ravvisare qualche sparuto parere contrario.[183]

Anche le conoscenze sul campo ecclesiastico del primo periodo dell'impero latino di Costantinopoli e dell'impero bizantino di Nicea vengono chiarite da fonti testuali importanti, come ad esempio gli scritti di Nicola Mesarite, le opere di erudizione di Niceforo Blemmida (maestro di Giorgio Acropolita e di Teodoro II Lascaris), in cui si spiegano i legami tra Chiesa e corte, e inoltre varie missive di Teodoro II Lascaris che aiutano anche a comprendere l'evoluzione dello scenario politico.[180] Più difficile è invece ricostruire le vicende del despotato d'Epiro, in quanto le fonti pervenute si devono soprattutto a lavori niceni, salvo qualche sparuto contributo fornito da missive realizzate dall'arcivescovo di Ocrida e utili a ricostruire l'epoca di Michele I e di Teodoro Angelo Ducas Comneno.[180]

Giudizio storiografico

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Ricostruzione moderna di uno stemma dell'impero latino basato su quello utilizzato da Filippo di Courtenay, imperatore titolare di Costantinopoli tra il 1273 e il 1283

A discapito delle numerose fonti disponibili summenzionate, le vicissitudini della Costantinopoli latina sono state spesso abbastanza ignorate dagli esperti, frutto di un equivoco storiografico tra i bizantinisti, che ascrivevano la parentesi storica in esame legata al mondo occidentale, e gli occidentalisti, che al contrario ritenevano quelle coordinate geografiche estranee al loro ambito di riferimento.[184]

Nel metterne a fuoco le principali caratteristiche, gli studiosi hanno ravvisato che l'esperimento latino a Costantinopoli fosse sin dagli albori destinato a fallire, essendo cronicamente in difficoltà per ragioni geopolitiche, finanziarie, militari e amministrative.[100][185] Sotto questo profilo, occorre ravvisare l'incapacità di organizzare un vero e proprio Stato imperiale o un solido Stato feudale,[41] ereditata probabilmente dalle già affannose condizioni in cui versava Bisanzio prima del 1204.[186] La completa conquista del vecchio impero non riuscì mai del tutto e alcuni territori finirono per venire considerati conquistati soltanto sulla carta, imponendo una rinuncia a preziose risorse.[187][188] L'incapacità di assicurare un afflusso regolare di truppe da Occidente rendeva praticamente impossibile presidiare vaste porzioni di territorio, malgrado il papato avesse provato a perorare la causa di Costantinopoli sostenendo anche che fosse un avamposto fondamentale da presidiare per future spedizioni militari in Terra Santa.[189] Registrando un fenomeno inverso, i focolai di resistenza greca aumentarono col tempo e, a tal proposito, Steven Runciman ha lodato la resilienza dell'impero di Nicea, ma ha comunque sostenuto che la perdita di Costantinopoli aveva spezzato «l'unità del mondo bizantino», «che non poté più rinnovarsi nemmeno quando la capitale venne riconquistata».[190] Oltre a rendere insicure le strade che attraversavano i Balcani alla volta dell'Anatolia, mai più percorse da gruppi impegnati nelle successive crociate, quanto avvenuto dal 1204 al 1261 costò enormi sforzi ai bizantini, che si rivelarono incapaci di sopportare le successive invasioni turche, malgrado la caduta definitiva di Costantinopoli avvenne soltanto nel 1453.[190][191] Nei due ultimi secoli della sua esistenza, sarebbe sopravvissuta soltanto come economia dominata dai mercanti stranieri, in primis veneziani e genovesi.[117]

Esplicative
  1. Il termine "Romània" fu adoperato dai latini per definire il proprio impero, retaggio di quello che era l'antico impero romano d'Oriente: Runciman (2005), p. 794.
  2. Il termine "latino" risulta un riferimento ai creatori occidentali dell'impero e al rito religioso da essi praticato: Dall'Aglio (2025), min. 2:23-2:34.
  3. 1 2 La ricostruzione cronologica delle vicende avvenute a Creta merita un approfondimento più preciso. La presa veneziana fu infatti un processo graduale: in origine reclamata come propria da Baldovino del Monferrato dopo che gliel'aveva assegnata l'imperatore Alessio IV Angelo, Creta fu poi scambiata e assegnata ai lagunari nel 1204 con la spartizione dell'impero bizantino, finendo a lungo contesa a lungo da franchi e genovesi. Dopo vari scontri con le truppe liguri di Enrico Pescatore, i veneziani riconquistarono Candia nel 1211, ottenendo il controllo effettivo dell'isola nel 1212; le ultime resistenze locali furono domate entro il 1217, anno in cui il dominio veneziano poté dirsi definitivamente consolidato: Musarra (2020), pp. 68, 72; Ravegnani (1995).
  4. Un piccolo accenno merita la sorte del principato di Teodoro, nato nella penisola di Crimea. Staccatosi già sul finire del XII secolo da Bisanzio, subito dopo il sacco di Costantinopoli del 1204 alcune parti della penisola confluirono sotto l'impero Nicea. I legami risultarono comunque assai tenui e quando nel 1238 gli invasori mongoli si riversarono in Crimea, ne occuparono la porzione orientale e imposero un tributo sulla metà occidentale. Il principato di Teodoro cadde infine nel 1475 per mano dell'impero ottomano.
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Storiografia
Videografia

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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