Storia dell'India

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Storia dell'India

Taj Mahal in March 2004.jpg
Preistoria
Età del ferro in India
Epoca dei Grandi Imperi
  • Dinastia Chola 250 a.C.–1070 d.C.
  • Dinastia Pala 750–1174
L'epoca dei Sultanati indiani
L'epoca del dominio inglese
L'indipendenza indiana
Categoria: Storia dell'India

Per Storia dell'India si intende la storia del Subcontinente indiano e in un'accezione più ristretta si intende invece la storia della Repubblica dell'India.

Ad essere rigorosi non si potrebbe parlare della Storia dell'India intesa come Repubblica dell'India se non a partire dal 15 agosto del 1947, data di nascita di questo Stato dopo un lungo asservimento coloniale. Non avrebbe però senso analizzare la storia della repubblica indiana se non tenendo conto delle sue vicende sotto il periodo coloniale e a partire dalla comune storia di tutto il Subcontinente indiano. Non si potrebbe capire l'India moderna senza analizzare complessivamente la storia della (o forse sarebbe meglio dire delle) civiltà indiana. Inoltre anche dopo il 1947 la storia indiana è rimasta strettamente legata al resto del subcontinente, specialmente al Pakistan, con cui ha combattuto ben 3 guerre e al quale tutt'oggi contende la regione islamica del Kashmir.

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Le prime popolazioni: i proto-australoidi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Munda (popolazione).

Scavi archeologici hanno trovato le tracce di vari ominidi risalenti ad almeno 50.000 anni fa. I primi uomini capaci di sviluppare una certa civiltà, seppur primitiva, nell'area indiana sembrano essere popolazioni proto-australoidi organizzate in piccoli gruppi a loro volta uniti in tribù e che vivevano di caccia e raccolta nella foresta. I loro discendenti sono quelli che gli Hindu chiamano Adivasi. Presso queste antiche tribù pare vigesse il matriarcato . La religione di queste popolazioni era basata sull'animismo e su un continuo rapporto con la natura. Questi primi abitanti, che parlavano una lingua di tipo Munda, furono scacciati dagli invasori successivi e si ritirarono nelle foreste e sulle montagne dove vivono ancora oggi, lasciando comunque un'importante influenza sulle successive civiltà.

La seconda civiltà indiana: i Dravidi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dràvida e Civiltà della valle dell'Indo.
"Re sacerdote" statua della Civiltà della valle dell'Indo
Pashupati-Shiva in una stele della Civiltà della valle dell'Indo
Il simbolo più sacro del giainismo è la svastica orientata a destra mostrata qui sopra.

A partire dal 4000 a.C. un popolo brachicefalo, di colore scuro, capelli neri e lisci, parlante lingue agglutinanti si diffuse in India accanto alle popolazioni munde: i Dravidi. Queste popolazioni, appartenenti alla civiltà mediterranea, penetrarono nel subcontinente indiano da ovest e si stanziarono nella zona del bacino dell'Indo, del Gange e fino a tutta l'India centrale. A loro si deve nel III millennio a.C. lo sviluppo della cosiddetta Civiltà della valle dell'Indo, di cui le città di Mohenjo-daro e Harappa sono le rappresentanti di cui abbiamo più testimonianze. Poco infatti è sopravvissuto alla successiva invasione ariana di questa cultura tanto che fu dimenticata fino ai primi scavi estesi sui siti di Harappa e di Mohenjo-Daro intorno al 1920.

Ci fu lo sviluppo dell'agricoltura, dell'uso della scrittura e dell'urbanizzazione con il sorgere di svariate città in mattoni, cotti o crudi. Frequenti furono i rapporti culturali e commerciali con la Mesopotamia e l'Antico Egitto. I testi sumeri e accadici si riferiscono ripetutamente a un popolo con cui ebbero attivi scambi commerciali, chiamato Meluhha, che sarebbe da identificare con la civiltà della valle dell'Indo. La principale religione dravidica si fonda sul culto per la Dea Madre, per il dio Shiva, per gli alberi sacri, per alcuni animali quali la vacca e il cobra, e per i simboli sessuali (specie la venerazione del fallo) intesi come continuità del genere umano; l'altra importantissima religione era il Jainismo.

Verso il 1900 a.C., alcuni segni mostrano la comparsa dei primi problemi e intorno al 1800 a.C., la maggior parte delle città erano state del tutto abbandonate. Una delle cause di questa rapida fine potrebbe essere stata un cambiamento climatico importante: alla metà del III millennio sappiamo che la valle dell'Indo era una regione verdeggiante, ricca di foreste e di animali selvatici, molto umida, mentre intorno al 1800 a.C. il clima si modificò, diventando più freddo e più secco. Il fattore principale fu la probabile sparizione della rete idrografica del fiume Sarasvati, citato nel Rig Veda, dovuto ad una catastrofe tettonica. La carenza improvvisa di risorse idriche portò a carestie che indebolirono a tal punto questa civiltà da renderla vulnerabile ai continui attacchi delle più primitive ma molto bellicose tribù arie.

Tuttavia le invasioni non fecero scomparire definitivamente i Dravida e la loro civiltà. Infatti nel nord gli Arii dopo aver determinato, o almeno accelerato, la fine della civiltà dell'Indo finirono per acquisire e fare propria buona parte della superiore tradizione e cultura dravidica: i vinti militarmente e politicamente risultarono vincitori culturalmente. Nel sud invece, dove perdurò l'egemonia dravidica, continuò fino al primo secolo dell'era cristiana la tradizione dei Sangham. I Sangham erano in pratica delle riunioni di poeti che partecipavano alla stesura di grandi opere collettive che tanto hanno influenzato l'antica letteratura indiana e tamil.

L'antichità[modifica | modifica sorgente]

Civiltà vedica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arii, Migrazione indoariana e Civiltà vedica.

Intorno al 2000 a.C. popolazioni di lingua indoeuropea che vivevano approssimativamente nella regione compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio furono costrette ad abbandonare le loro terre, probabilmente in seguito ad un disastro naturale (ondate di gelo, malattie, siccità…) o sotto la pressione di altre popolazioni, e a sospingendosi verso meridione propagandosi gradualmente in ogni direzione. Si stima che queste tribù, gli indoarii, o più semplicemente gli arii (Arya), giunsero nel subcontinente indiano attraversando i passi montani dell'Hindukush (nord-est dell'Afghanistan) in un periodo compreso tra il 1600 e il 1500 a.C.

Le informazioni che abbiamo su questo periodo e sugli Arya sono desunte dai loro testi sacri scritti in sanscrito, Veda (termine che significa "saggezza", "conoscenza"), tra cui il Rig Veda (Veda degli inni). Da questi testi si apprende che quella Arya non fu un'invasione rapida e definitiva, non fu una campagna di conquista al seguito di un esercito organizzato che si impossessò velocemente delle pianure settentrionali dell'India. Ma fu piuttosto una penetrazione lenta, ostacolata probabilmente dalla natura del luogo e dalle popolazioni autoctone[1] molto più evolute chiamate Dasa (o Dasyu) che, a differenza degli arii bianchi, erano di pelle scura. Le tribù per secoli furono in lotta sia con le popolazioni originarie, sia tra di loro, dovendo fronteggiare successive ondate migratorie.

Nel 1300 a.C. assistiamo al consolidamento del dominio degli Arii in tutto il Nord-Ovest indiano e progressivamente sul Panjab, sulla valle del Gange e nel 1000 a.C. fino al Gujarat. L'influenza dravidica continuerà ad essere egemone sul sud dell'India dove sorgeranno vari regni molto evoluti, principalmente il regno dei Chola, quello dei Chera, quello dei Pandya e in seguito i Pallava spesso in guerra fra loro ma che manterranno l'indipendenza da domini stranieri per più di 2000 anni.

Si stima che le tribù nomadi Arya iniziarono progressivamente a divenire stanziali successivamente all'anno 1000 a.C. diffondendosi nell'India settentrionale. Significativa l'evoluzione di alcuni termini coniati all'epoca, come ad esempio Jana con cui inizialmente si identificava la “tribù” ora veniva usato per “la gente”, con il termine janata il “popolo”, e con janapada il “territorio di quel popolo”.[1]. Tra i vari regni tribali (janapada) verso la fine del VII secolo a.C. iniziarono ad emergerne sedici più importanti: i Mahajanapadas (maha: grande – janapada).

  • 1600-1000 a.C. l'India fu invasa da tribù di Arya, che introdussero un'antica lingua colta: il sanscrito.
  • 1000-900 a.C.: introduzione del ferro.

Mahajanapadas[modifica | modifica sorgente]

I 16 Mahajanapadas nel 600 a.C.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mahajanapadas.

I Mahajanapadas furono i sedici più potenti regni e repubbliche dell'epoca, che si trovano principalmente lungo tutta la fertile pianura indo-gangetica, anche se una serie di regni minori si stendeva su tutto il subcontinente. Nel 500 a.C. andavano dall'odierno Afghanistan a occidente, fino al Bengala e al Maharashtra a oriente comprendendo Kasi, Kosala, Anga, Magadha, Vajji (o Vriji), Malla, Chedi, Vatsa (o Vamsa), Kuru, Panchala, Machcha (o Matsya), Surasena, Assaka, Avanti, Gandhara, Kamboja.

Questo periodo fu quello della seconda grande urbanizzazione in India dopo la Civiltà della valle dell'Indo. Fra queste Mahajanapadas ve ne erano alcune in cui il sistema di potere era trasmesso con successione ereditaria; altri stati, invece, eleggevano i loro governanti. A cavallo tra il 500 e il 400 a.C., cioè all'epoca del Buddha, quattro di questi regni -Vatsa, Avanti, Kosala e Magadha-, imposero la loro egemonia sui vicini, espandendosi territorialmente.

In particolar modo Kosala e Magadha perseguirono una politica di aggressione verso le popolazioni e i territori confinanti, delineandosi tra le principali potenze della regione. Durante il V secolo a.C. il Kosala estendeva i propri domini da Varanasi all'Himalaya, mentre il re Bimbisara, in un regno che durò quasi 50 anni (tra il 540 e il 490 a.C.), guidò l'ascesa del Magadha che conquistò il vicino janapada di Anga (probabilmente con l'intento di impadronirsi delle importanti miniere di ferro della regione) ad oriente verso il delta del Gange. La politica espansionistica di Bimbisara fu continuata dal figlio Ajatashatru che guidò il paese contro le confederazioni tribali dei Vriji a Nord in una guerra che durò 14 anni, e successivamente contro il re di Ujjain (Avanti), una potente mahajapanada ad occidente[1].

Oltre agli Stati maggiori, ci sono state anche tante oligarchie più piccole, come quelle del Koliyas, Moriyas, Jnatrikas, Shakya, e Licchavi. In particolare sono ricordate le tribù dei Jnatrikas e Shakya in quanto ad esse appartenevano rispettivamente Mahavira, il fondatore dello Jainismo e Gautama Buddha, il fondatore del buddismo. Queste figure rappresentano da un punto di vista spirituale delle tappe fondamentali per la storia dell'India del VI e il V secolo a.C. e costituiscono due figure di grande eminenza nel panorama mondiale.

Gautama Buddha, fondatore del Buddhismo vivrà tra il 563 e il 483 a.C.; Mahavira, fondatore del Giainismo morirà poco dopo, nel 477 a.C. Ma se il buddhismo andrà verso il declino nell'India, sviluppandosi maggiormente in altri paese limitrofi, il giainismo continuerà ad essere presente. Buddha vivrà tra il Kosala e il regno del Magadha, e proprio qui, dopo la sua morte, verrà convocato un concilio a Rajagriha (capitale del Magadha) con l'intento di raccoglierne la parola e preservarne gli insegnamenti[1].

L'invasione Persiana e Greca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conquista greca dell'India.
Le conquiste di Alessandro Magno arrivarono fino all'odierno Pakistan, già assoggettato all'Impero achemenide

Mentre l'oriente vedeva sorgere potenze quali Magadha e Kosala, gran parte delle regioni nord-occidentali del subcontinente indiano (l'odierno Afghanistan orientale e il Pakistan) passava sotto il dominio dell'Impero persiano degli Achemenidi intorno al 520 a.C. durante il regno di Dario il Grande, e tali rimasero per un periodo di ben due secoli. Nel 334 a.C. Alessandro Magno conquistò l'Asia Minore e sotto la sua avanzata cadde l'Impero Achemenide, e raggiunse la frontiera nord-occidentale del subcontinente indiano. Qui sconfisse il re Puru nella Battaglia dell'Hydaspes (fiume Beas) e conquistò gran parte del Punjab, tuttavia le truppe di Alessandro si rifiutarono di proseguire al di là del fiume Hyphases. Il suo esercito volse e marciò verso sud-ovest.

L'età dei grandi imperi[modifica | modifica sorgente]

L'Impero del Magadha[modifica | modifica sorgente]

Tra i sedici Mahajanapadas il regno del Magadha salì al grado di potenza nel panorama regionale del Nord dell'India nell'ambito di una serie di dinastie. Secondo la tradizione Haryanka fondò il regno del Magadha Impero nel 684 a.C., con capitale Rajagriha (più tardi Pataliputra, vicino all'odierna Patna). Alla dinastia da lui fondata succedette la dinastia Shishunaga, rovesciata a sua volta dalla dinastia Nanda nel 424 a.C. che governarono per circa un secolo (424 a.C.321 a.C.) prima di essere soppiantati dalla dinastia Maurya.

Dinastia Maurya[modifica | modifica sorgente]

Massima estensione dell'Impero Maurya

Nel 321 a.C. un generale, Chandragupta Maurya, usurpò il trono dei Nanda rovesciando l'allora re Dhana Nanda, fondando la dinastia Maurya. Sotto la sua direzione l'impero Maurya estese il suo dominio su buona parte del subcontinente indiano. Ma i confini dell'impero si allargarono anche verso la Persia. Saleuco Nicatore, ex governatore della parte orientale del vasto ed effimero impero conquistato da Alessandro Magno, nel 305 oltrepassa la catena montuosa dell'Hindukush per invadere la piana del Gange ma viene fermato da Chandragupta. Nel trattato di pace l'impero Maurya otterrà vastissimi territori nella valle dell'Indo e nel Gandhara.

Figura di spicco di questa dinastia fu Aśoka che inizialmente diede un forte contributo all'espansione territoriale del paese. In seguito alla carneficina provocata dall'invasione del Kalinga (approssimativamente nell'odierno Stato indiano dell'Orissa), rinunciò ad ulteriori spargimenti di sangue e perseguì una politica di non-violenza dopo la sua conversione al buddhismo di cui si fece patron e contribuì alla sua proliferazione nell'Asia meridionale. Di Aśoka restano numerose iscrizioni in pietra sparsi in buona parte del subcontinente. Adottando una politica interna basata sulla retta condotta evitò inutili guerre che potessero indebolire l'impero, rafforzandolo invece internamente.

Le dinastie seguenti[modifica | modifica sorgente]

La dinastia Shunga venne fondata nel 185 a.C., circa cinquanta anni dopo la morte di Aśoka, quando il re Brihadratha, ultimo dei governanti Maurya, venne assassinato dal comandante in capo delle forze armate Pusyamitra Shunga. Un secolo più tardi sarà la dinastia Kanva a sostituirsi alla dinastia Shunga nel controlla della parte orientale dell'India tra il 71 a.C. e il 26 a.C.

Ma a partire dal 30 a.C. le potenze dell'India meridionale spazzeranno via sia la dinastia Kanva che Shunga. Dopo il crollo di queste dinastie, i Shatavahana del regno di Andhra si sostituiranno al Magadha come regno più potente dell'India dell'epoca.

Il medio periodo e l'ascesa dell'India meridionale[modifica | modifica sorgente]

Il medio periodo fu un momento di notevole sviluppo culturale. La dinastia Shatavahana, nota anche come Andhra, fu una dinastia più importanti che si insediarono nell'India Centro-Meridionale a partire dal 230 a.C. circa. Satakarni, il sesto sovrano della dinastia Shatavahana, sconfisse la dinastia Shunga e espanse i suoi territori verso l'India nord-orientale. Un altro importante sovrano fu Gautamiputra Satakarni.

Il Regno Kuninda fu un piccolo Stato himalayano che si sviluppò in questo periodo e sopravvisse dal II secolo a.C. al III secolo d.C.

Diversi imperi e regni a carattere regionale si insediarono nella parte più meridionale della penisola indiana, come ad esempio il Regno dei Pandya, i Chola, i Chera, i Kadamba, i Pallava e i Chalukya, succedendosi nei vari periodi di tempo. Alcuni dei regni più meridionale si espansero anche oltremare formando imperi che si estendeva in tutta l'Asia sud-orientale. Tali regni combatterono spesso gli uni contro gli altri per il dominio del sud.

Una nuova invasione straniera[modifica | modifica sorgente]

Verso il I secolo a.C., a mille anni dall'invasione ariana, l'India conosce una nuova fase migratoria di popolazioni asiatiche. Sospinte a loro volta da altri popoli giungono nella piana del Gange gli Shaka che si insedieranno in una vasta regione compresa tra Gandhara, Ujjain fino alla costa occidentali sostituendosi al regno indo-greco e fondando il regno indo-scita . Ma meno di un secolo più tardi una nuova ondata di invasori penetrerà nelle pianure settentrionali, i Kushana, occupando il nord-ovest dell'India verso la metà del I secolo d.C. Provenienti anch'essi dall'Asia centrale, fondarono un impero che si estendeva da Peshawar a buona parte della valle del Gange e, forse, raggiungendo il Golfo del Bengala e includendo la Bactria (nel nord del moderno Afghanistan e le regioni meridionali del Tagikistan). Le Satrapie occidentali (35-405 d.C.) vennero governate dagli Shaka sospinti più a sud dall'avanzata Kushana.

L'impero Kushan sarà un impero fiorente e che intesserà anche rapporti commerciali con Roma[2], tanto che Plinio il Vecchio sentenzierà:

L'India, la Cina e la penisola arabica introitano cento milioni di sesterzi dal nostro impero all'anno, con una stima conservativa: questo è ciò che i nostri lussi e donne ci costano.[3]

L'Impero Gupta[modifica | modifica sorgente]

Tra il IV e il V secolo la dinastia Gupta unificò l'India. Durante questo periodo, noto come era l'epoca d'oro dell'India antica, la cultura, la scienza e l'amministrazione politica indù raggiunse il suo apogeo. Dopo la caduta dell'Impero Gupta nel corso del VI secolo, l'India tornò ad essere nuovamente divisa in numerosi regni regionali.

L'origine di questa dinastia non è nota, anche se il pellegrino cinese Yìjìng menzionò questi regnanti, così come il Purana vedico ne fa riferimento. L'Impero terminò con l'attacco degli Unni dall'Asia centrale. Alcune discendenti minori della dinastia Gupta continuarono a governare il Magadha anche dopo la disgregazione dell'impero. Questi Gupta furono infine rovesciati dal re Harsha Vardhana, che creò verso la metà del secolo VII un impero che rivaleggiò con quello Gupta, anche se fu di breve durata.

Ultimi Regni Medi – l'era classica[modifica | modifica sorgente]

Al termine dell'era dei Regni Medi emersero il regno dei Chola nel nord del Tamil Nadu e il regno dei Chera nel Kerala. I porti dell'India meridionale commerciarono attivamente con l'Impero Romano e il Sud-Est asiatico, principalmente in spezie.

L'Impero Harsha[modifica | modifica sorgente]

Il re Harsha di Kannauj riuscì ad unificare il nord del subcontinente durante il suo regno nel VII secolo. Regno che però crollò dopo la sua morte. Tra il secolo XVII e IX, tre dinastie lottarono per il controllo del dell'India settentrionale; Pratahara del Malwa e successivamente Kannauj, i Pala del Bengala e Rashtrakuta del Deccan.

Chalukya e Pallava[modifica | modifica sorgente]

L'Impero Chalukya regnò su parte dell'India meridionale tra il 550 e il 750 e di nuovo dal 970 al 1190. I Pallava governarono su altre regioni durante periodi analoghi. Nel corso di un periodo di circa un secolo entrambi i regni intrapresero delle guerre minori, conquistando l'un l'altro la capitale in diverse occasioni. Il re dello Sri Lanka e i Chera del Kerala diedero sostegno ai Pallava, mentre i Pandya appoggiarono i Chalukya. Mentre l'idea di un impero indiano nel nord dell'India veniva scartato infine dall'impero Harsha, lo stesso iniziò a volgere la sua attenzione a sud.

Pratihara, Pala e Rashtrakuta[modifica | modifica sorgente]

Quella Pratihara, detta anche Gurjara-Pratihara fu una dinastia che governò l'India diversi regni nel nord dal VI secolo al XI. L'Impero Pala controllò la regione dell'odierno Bihar e Bengala tra il VIII e il XII secolo. I Rashtruka furono una dinastia che si insediò nel Deccan tra l'VIII e il X secolo alla caduta dell'Impero Chalukya. Questi tre regni si disputarono il dominio del nord nei secoli in cui i Chola prosperavano nel sud.

I Rajput[modifica | modifica sorgente]

Il primo regno Rajput di cui si abbia notizia emerse nel Rajasthan nel VI secolo e questa dinastia si espanse nella maggior parte del nord dell'India, dominando il Gujarat (Solankis), Malwa (Param), Bandelkhand (Chandel) e Haryana (Tom).

I sultanati islamici[modifica | modifica sorgente]

Le prime incursioni islamiche nell'Asia meridionale appaiono nel primo secolo dopo la morte del profeta Maometto. Il califfo omayyade di Damasco al-Walīd I inviò una spedizione nel Belucistan e nel Sindh nel 711 guidata da Muhammad ibn Qasim. La spedizione non riuscì a mantenere il dominio su questa regione, né a stabilire un regime islamico in altre parti dell'India. Tuttavia, la presenza di una colonia musulmana nel Sindh consentì lo sviluppo degli scambi commerciali e culturali, così come la diffusione dell'Islam attraverso la conversione in alcune parti dell'India.

Tre secoli più tardi, turchi, persiani e afgani cercarono di conquistare l'India attraverso il nord-ovest. Mahmud di Ghazna (979-1030) condusse una serie di spedizioni contro i regni Rajput riuscendo ad insediare una base nel Punjab per le future incursioni.

Il Sultanato di Delhi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sultanato di Delhi.

Nel corso dell'ultimo quarto del secolo XII, Muhammad di Ghur invase la pianura Indo-Gangetica conquistando Ghazni, Multan, Sindh, Lahore e Delhi. Uno dei suoi generali, Qutub al-Din Aybak venne proclamato sultano di Delhi. Nel XIII secolo, Shams al-Din Iltumish (1211-1236), un ex trafficante di schiavi, stabilì un regno turco a Delhi, che consentì ad altri sultani nei 100 anni successivi di estendere i propri domini, raggiungendo ad est il Bengala e a sud il Deccan. Il sultanato fu oggetto di diversi colpi di mano, al punto che nel volgere di pochi secoli si succedettero ben cinque dinastie, i Mamelucchi (1206-1290), i Khalji (1290-1320), i Tughlak (1320-1413), i Sayyid (1414-1451) e i Lodi (1451-1526). Sotto i Khalji, ʿAlāʾ al-Din (1296-1315) riuscì ad espandersi verso sud, ma fu solo per un breve periodo, e le regioni conquistate vennero perse rapidamente. Il potere a Delhi spesso venne preso attraverso la violenza: dei 35 sultani 16 vennero uccisi. Gli intrighi alla corte furono frequenti, così come i tradimenti.

Sia il Corano e che la legge islamica provarono a sostituirsi alla religione indù, ma non sempre con successo. Il sultano ʿAlāʾ al-Dīn tentò di installare un sistema centralizzato di governo, ma senza esito positivo. Sebbene i musulmani introducessero importanti miglioramenti nel settore agricolo, mediante la costruzione di canali di irrigazione ed altri metodi, l'instabilità politica e la modalità di riscossione delle imposte incisero negativamente sulla classe contadina. Durante questo periodo la lingua persiana e molti aspetti culturali della Persia furono presenti nei centri di potere indiani.

I sultanati del Sud[modifica | modifica sorgente]

Il fallimento dei sultani nel garantire la posizione dominante del Deccan portò alla creazione di una serie di dinastie, come il Sultanato di Bahmani (1347-1527) e l'Impero Vijayanagara indù (1336-1565).

Zafar Khan, un governatore provinciale sotto i Tughluq, si ribellò contro i turchi e venne proclamato sultano assumendo il titolo di Ala-ud-Din Bahman Shah nel 1347. Il Sultanato di Bahmani, situato nel nord del Deccan, durò quasi due secoli, fino a quando non si frammentò nel 1527 in cinque stati più piccoli noto con il nome di Sultanati del Deccan (Bijapur, Golconda, Ahmednagar, Berar e Bidar). Il sultanato di Bahmani adottò i metodi di riscossione delle imposte e di amministrazioni dei sultani di Delhi e la sua caduta fu causata dalla competizione e dall'odio tra indù e musulmani. Il sultanato di Bahmani avviò un processo culturale particolarmente importante nell'architettura e nella pittura dell'epoca.

L'Impero Vijayanagara[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero Vijayanagara.

L'Impero Vijayanagara (noto con il nome della sua antica capitale) si estese rapidamente verso il Madurai nel sud e verso Goa e in occidente. I suoi governanti seguito la pratiche dei Chola, in particolare nell'agricoltura e nel commercio, promuovendo le associazioni di categoria e onorando i templi con grandi doni. Esisteva, inoltre, una forte rivalità con il sultanato di Bahmani per il controllo della valle del fiume Krishna e del fiume Tungabhadra, che cambiato di dominio in base alla potenza militare del momento. Le associazioni dei commercianti ebbero in questo impero una grande importanza, al punto da ottenere maggior potere rispetto ai proprietari terrieri e ai Bramini della corte. Infine il commercio cadde nelle mani degli stranieri, in particolar modo arabi e portoghesi in concorrenza per il controllo dei porti occidentali. Goa nel 1510 divenne una colonia portoghese.

La città di Vijayanagara ebbe numerosi templi, ricchi di svariati ornamenti e altari dedicati agli dei. Tra i più noti è il tempio dedicato a Virupaksha, una manifestazione di Shiva, il dio principale di reggenti di Vijayanagar. I templi sono stati un nucleo per la cultura, il divertimento e le attività intellettuali. Non vi fu, tuttavia, lo scambio culturale con il mondo musulmano. Quando i reggenti dei cinque Sultanati del Deccan unendosi attaccarono Vijayanagar nel 1565, l'impero subì una profonda sconfitta nella battaglia di Talikota. Fu l'inizio del declino di uno dei massimi imperi a dominare il sud dell'India.

L'era Moghul[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gran Mogol.

All'inizio del secolo XVI, i discendenti di Gengis Khan invasero l'India attraverso il passo di Khyber, insediando la dinastia Moghul, che durò 200 anni. Questa regnò nel nord del subcontinente indiano dal 1526 e iniziò lentamente a declinare dopo il 1707 per scomparire infine dopo la guerra d'indipendenza del 1857. Questo periodo ha avuto un significativo impatto sociale, nonostante la maggior parte dei governanti Moghul di religione musulmana, a differenza di regni islamici dello stesso periodo non imposero mai la propria religione alla popolazione, alcuni imperatori, Akbar su tutti, si distinsero per il rispetto e la tolleranza degli altri culti e giunsero a togliere le imposte sugli abitanti non musulmani. Durante il declino dell'Impero Moghul, che nella sua massima fioritura raggiunse le dimensioni del vecchio Impero Maurya, diversi regni emersero per riempire il vuoto di potere lasciato dalla scomparsa dell'impero. È durante questo periodo che inizia la penetrazione britannica in India.

La dinastia Maratha[modifica | modifica sorgente]

I capi tribali Maratha furono al servizio dei sultani di Bijapur al momento in cui si insediarono i Moghul. Bhonsle Shivaji (1627-1680), una feroce combattente riconosciuto come il "padre della nazione Maratha" approfittò di una serie di conflitti per insediare la sede del suo principato vicino a Pune, che più tardi divenne la capitale della Maratha. Shivaji attaccò con successo le enclavi Moghul, tra cui il porto di Surat. Nel 1674 assunse il titolo di "Signore dell'Universo" con una fastosa incoronazione, dichiarando la sua determinazione a contestare il potere moghul, oltre a ristabilire un regno indù nel Maharashtra. Nel 1717 un emissario moghul firmò un trattato con il Maratha dando loro il controllo sul Deccan in cambio di un riconoscimento del regno Moghul e il trasferimento di alcune imposte ogni anno. Tuttavia, all'inizio il Maratha invase i domini moghul di Malwa, Orissa e Bengala. L'India meridionale cadde sotto il potere maratha.

Ma i Maratha, nonostante la loro potenza militare non erano organizzati per la gestione di una nazione, né per i mutamenti socioeconomici. La caratteristica di questo regno fu anche il saccheggio, che inimicò i contadini. A poco a poco iniziò a indebolire il proprio potere e i Maratha vennero respinti dagli afghani nella sanguinosa battaglia di Panipat nel 1761. Questo diede luogo a una divisione del regno in cinque stati indipendenti. Il Maratha infine cedette alle forze britanniche nella guerra Anglo-Maratha.

I Sikh[modifica | modifica sorgente]

La sconfitta del Maratha per mano degli afghani accelerò la separazione del Punjab e di Delhi, e contribuì a creare il regno Sikh nel nord-ovest dell'India. Il movimento Sikh ebbe origine nel II secolo a.C., ma non ebbe importanza fino al secolo XV e XVI, quando gli insegnamenti dei guru sikh si diffusero fra i contadini delle regioni settentrionali. Perseguiti dai Moghul, i sikh, sotto il comando del Guru Gobind Singh formò quello che si chiamò il Khalsa o Esercito dei puri. Il Khalsa si ribellò contro la repressione e la politica economica dei Moghul nel Punjab alla fine del regno di Aurangzeb.

Con tattiche di guerriglia, approfittò dell'instabilità politica creata dalle guerre tra Moghul e afghani e persiani, arricchendo e ampliando il loro controllo territoriale. Nel 1770, l'egemonia Sikh si estendeva dall'Indo (a occidente) fino al fiume Yamuna (a est) e da Multan (a sud) a Jammu nel nord. Ma quello sikh, come quello Maharatha, era un conglomerato disunito di dodici regni che si confrontavano continuamente. Fu Ranjit Singh (1780-1839) che promosse l'unità dei Sikh e la convivenza con musulmani e indù. Ranjit Singh introdusse una rigorosa disciplina militare che gli consentì di espandere il suo territorio a parti dell'Afghanistan, Kashmir e Ladakh.

La dominazione britannica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Compagnia Inglese delle Indie Orientali e Moti indiani del 1857.

L'era della Compagnia delle Indie Orientali[modifica | modifica sorgente]

La Compagnia Inglese delle Indie Orientali erano delle imprese commerciali. Nacquero il 31 dicembre 1600 quando la regina Elisabetta I d'Inghilterra accordò una carta che le conferiva per 21 anni il monopolio commerciale sull'oceano indiano. Il primo passo verso la trasformazione in colonia fu l'approvazione, nel 1784, dell'Indian Act, che concedeva ai governatori generali della Compagnia la facoltà di agire in nome del governo di Londra.

Sin dal 1785 i successivi governatori generali, appoggiati da un esercito moderno, erano andati avanti nella conquista dell'immenso territorio, sottomettendo i principi Maharata e Rajput, il Nizam di Hyderabad e il Principe di Mysore, Haider Alì, e conquistando l'isola di Ceylon. Nel 1818, i britannici dominavano, ormai, tutta l'India, a eccezione del bacino dell'Indo e dell'Assam. Amministravano in maniera diretta la regioni più ricche, il Bengala e la regione di Delhi, con l'unica eccezione del regno Sikh, nel Nord-ovest.

Lord Hastings diede un nuovo impulso all'India Britannica: fece restaurare il sistema di canali, riparò le vie di comunicazione e promosse in Bengala la creazione di un sistema di pubblica istruzione. Nel 1828, Lord Bentinck sostituì la lingua persiana come lingua ufficiale con i dialetti locali e con l'inglese. Proibì inoltre il lavoro minorile e le pratiche del Sati. Nella carica gli succedettero Lord Auckland, che conquistò il Sind dopo aver sconfitto la dinastia Amir nel 1843, Edward Law, I conte di Ellenborough, Sir Henry Hardings e Lord Dalhousie.

Nel maggio del 1857, le truppe indiane che prestavano servizio nell'esercito britannico, formato da 238.000 uomini (dei quali solo 38.000 erano europei), si ribellarono nella caserma di Meerut. L'insurrezione si diffuse in tutta l'India Settentrionale e nell'Audh e nell'India centrale. Questa insurrezione era causata dal pessimo trattamento che gli ufficiali britannici riservavano alle truppe indiane, la politica delle annessioni di Lord Dalhousie, i viaggi in mare che per gli Indù erano tabù, per andare a combattere contro i Birmani.

La voce diffusa che le cartucce dei fucili venissero unte con grasso di maiale e di vacca - animali impuri per musulmani e indù - fece scoppiare una insurrezione[4] che causò migliaia di vittime da entrambe le parti. La rivolta fu soffocata nel giugno del 1858, e nello stesso anno lo scioglimento della Compagnia delle Indie Orientali provocò la riorganizzazione dei reggimenti dei sepoy e la loro integrazione del nuovo esercito creato da Lord Canning.

L'India colonia britannica[modifica | modifica sorgente]

Il Government of India Act 1858 ratificò la fine dell'impero Moghul, dopo la deposizione dell'ultimo imperatore Muhammad Bahadur Shah, e trasformò l'India in una colonia britannica sotto il mandato di un viceré. A Londra venne creato il ministero dell'India e Calcutta diventò la capitale della colonia. I funzionari vennero organizzati nell'Indian Civil Service. Nel 1877, la regina Vittoria sarà infine incoronata "Imperatrice delle Indie".

Le campagne inglesi contro il Bengala e l'Assam causarono tre conflitti con la Birmania. La corte di Amarapura perse nel 1826 Tenasserim, Arakan e Assam a beneficio dei britannici. Nel 1852, la Gran Bretagna si annesse la Bassa Birmania, e nel 1891 si annesse l'intera Birmania, che serviva da stato-cuscinetto per proteggere le frontiere orientali. I britannici appoggiarono o crearono stati intermedi come il Nepal e il Bhutan, si intromisero nelle questioni dell'Afghanistan e si annessero il Belucistan e la Birmania.

James A. Brown, governatore tra il 1848 e il 1856, mise in atto una politica espansionista sulla base del "principio della reversibilità", che comportava l'annessione di quei principati indiani che rimanevano senza erede diretto alla morte del reggente. Grazie a questo stratagemma, gli inglesi si impossessarono di Satara, Jaipur, Sambalpur, Udaipur, Jhansi, Nagpur e Audh.

In questi territori Dalhousie intraprese la costruzione di ferrovie, la riforma delle Poste e l'installazione delle prime linee telefoniche; nel 1854, fu inaugurata la linea ferroviaria Calcutta-Agra. Vennero anche fondate le Università di Calcutta, Bombay e Madras – riservate però alle classi sociali privilegiate. I collegi e le università fondate dai britannici contribuirono alla formazione di una nuova classe intellettuale indiana.

I primi segni di un nascente spirito nazionalista, localizzati per la maggior parte nella regione del Bengala, avevano caratteristiche religiose. Nel 1885, Allan Octavian Hume fondò il Congresso Nazionale Indiano, con il proposito di ottenere una partecipazione più attiva degli Indiani nel governo del Paese. Il nazionalismo indiano si rifece agli esempi del Canada, dell'Australia e della Nuova Zelanda per reclamare lo status di dominio nell'Impero Britannico.

Grandi carestie ed epidemie caratterizzarono questo periodo:

  • 11.000.000 di morti di peste dal 1894 al 1912 in tutta l'India
  • 5.000.000 di morti di carestia a Madras e Bombay nel 1876-78
  • 4.500.000 di morti di colera a Bombay tra il 1905 e il 1910
  • 2.000.000 di morti di carestia nelle Provincie Centrali nel 1899-00
  • 1.500.000 morti di carestia nel Rajputtana nel 1869
  • 1.500.000 morti di carestia nell'Orissa nel 1866

Il Movimento d'indipendenza indiano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Movimento d'indipendenza indiano.

Nel 1911 il Re Giorgio V si fece incoronare Imperatore dell'India nella nuova capitale Delhi e riunificò il Bengala con le nuove province di Bihar e Orissa. Nel 1916 la Lega Musulmana e il Congresso Nazionale Indiano si unirono nella richiesta di autonomia. Nel 1918 il governo promulgò il Rowlatt Act, una legge che stabiliva misure eccezionali per chiunque fosse accusato di terrorismo.

Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatman (la grande anima) guidò il movimento di protesta contro l'applicazione della legge e un anno più tardi cominciò ad attuare le sue campagne di disobbedienza civile. Nel 1921 fu promulgata una nuova costituzione indiana in cui veniva concessa ampia autonomia agli indiani per l'insegnamento, le opere pubbliche l'agricoltura e l'industria, ma veniva lasciato agli inglesi il controllo diretto sulla difesa, la politica estera, il sistema giudiziario e quello finanziario e in cui veniva ribadito il concetto che il governo di Delhi doveva render conto solo al parlamento britannico. Questa politica scavò un solco incolmabile tra gli inglesi e il movimento nazionale indiano. Allora Gandhi propagandò e attuò forme di lotta basate sulla non violenza, sulla disobbedienza civile, sulla non collaborazione con i colonizzatori.

Riuscì a coinvolgere grandi masse, poiché fece della sua lotta quasi una religione, cosicché gli indiani videro in lui un profeta da seguire. Nel 1930 Gandhi effettuò la marcia del sale: percorse a piedi un lungo cammino, fino al mare, dove raccolse alcuni cristalli di sale. Questo semplice gesto era un reato: gli inglesi avevano il monopolio del sale in India perciò nessun indiano poteva procurarsi del sale, se non comperando quello venduto dagli inglesi. Le manifestazioni del movimento nazionalista costrinsero gli inglesi a promettere all'India la concessione dell'indipendenza, a cui effettivamente si giunse il 15 agosto del 1947. Bisogna però sottolineare la grande importanza di Bhagat Singh e Udham Singh in quanto sono descritte come le persone che hanno fatto giustizia di tutte le persone massacrate dal Raj Britannico, infatti Udham Singh si recò in Inghilterra per assassinare l'autore del Jallian Wala Bagh massacre, cioè il "massacro del Bagh di Jallian" un giardino nel quale si erano riuniti protestanti contro l'arresto di esponenti Indipendentisti Indiani, a un certo punto però un blitz inglese uccise molte delle persone presenti in quel giardino, senza motivo.

L'indipendenza e la partizione dell'India[modifica | modifica sorgente]

Partizione dell'India (1947)

Il 14 agosto e 15 agosto 1947, nella partizione dell'India, nacquero due stati sovrani, la Sovranità del Pakistan (più tardi Repubblica islamica del Pakistan) e l'Unione dell'India (più tardi Repubblica dell'India) dopo che il Regno Unito garantì l'indipendenza dell'India britannica. In particolare il termine si riferisce alla partizione del Bengala, provincia dell'India britannica tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale; così come alla partizione della regione del Punjab dell'India britannica tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è coperta dal termine partizione dell'India; così come non lo sono le precedenti separazioni del Ceylon (ora Sri Lanka) e della Birmania (ora Myanmar) dall'amministrazione dell'India britannica.

Cronologia dell'India indipendente[modifica | modifica sorgente]

  • 1947: grazie all'azione del Partito del Congresso Nazionale Indiano e di Gandhi viene proclamata l'indipendenza. L'India viene divisa in due stati: l'Unione Indiana, a maggioranza indù, e il Pakistan, a maggioranza musulmana. Questa spartizione si accompagna a massacri e al volontario esilio di milioni di persone.
  • 1947-1964: J. Nehru, Primo ministro e segretario del Partito del Congresso Nazionale Indiano, attua un programma di sviluppo e sostiene il non allineamento.
  • 1947-1948: India e Pakistan entrano in guerra per il controllo del Kashmir, ceduto dal suo raj hindu all'India malgrado la stragrande maggioranza islamica della regione.
  • 1948: Il Mahatma Gandhi viene assassinato.
  • 1950: l'India diventa uno Stato federale, laico e parlamentare; gli stati sono organizzati su basi etniche e linguistiche.
  • 1962: la Guerra Cino-Indiana contrappone Cina e India al Ladakh.
  • 1965: scoppia una seconda guerra indo-pakistana per il Kashmir. L'India si avvicina all'URSS.
  • 1966: Indira Gandhi sale al potere.
  • 1971: la secessione del Bangladesh provoca la terza guerra indo-pakistana.
  • 1977-1980: il Partito del Congresso cede il potere al Partito Popolare, coalizione di molti partiti.
  • 1980: Indira Gandhi è rieletta Primo ministro.
  • 1984: Indira Gandhi muore in un attentato da parte di due delle sue guardie del corpo di etnia sikh.
  • 1984: le succede il figlio Rajiv.
  • 1989: Rajiv Gandhi si dimette in seguito alla sconfitta elettorale subita dal Partito del Congresso: sale al potere una coalizione di partiti dell'opposizione. Dopo l'assassinio di Gandhi, Pamulaparti Venkata Narasimha Rao, eletto segretario del Partito del Congresso, forma il nuovo governo.
  • 1991: Rajiv Gandhi viene assassinato.
  • 1992: la distruzione della moschea di Ayodhya (Uttar Pradesh) per mano dei militanti nazionalisti indù provoca gravi scontri tra le varie comunità.
  • 1996: il Partito del Popolo (BJP, destra induista nazionalista) vince le elezioni ma non riesce a formare un governo. Si susseguono fragili coalizioni di centro-destra, che non sopravvivono quando il Partito del Congresso ritira il proprio sostegno.
  • 1997: diventa Presidente della Repubblica Kocheril Raman Narayanan.
  • 1998: il BJP vince di nuovo le elezioni. Il suo leader, Atal Bihari Vajpayee, è Primo ministro. L'India procede al lancio di missili nucleari: si generano tensioni con il Pakistan e la comunità internazionale.
  • 1999: cade il governo, ma dopo una nuova vittoria elettorale del BJP e dei suoi alleati, A. B. Vajpayee torna a rivestire la carica di Primo ministro.
  • 2001: i rapporti con il Pakistan diventano più tesi dopo una serie di attentati compiuti dai separatisti del Kashmir.
  • 2002: Abdul Kalam è il nuovo capo di Stato.
  • 2004: Manmohan Singh diventa primo ministro, dopo la vittoria elettorale del Partito del Congresso guidato da Sonia Gandhi.
  • 2008: il 26 novembre l'India, in particolar modo la sua capitale finanziaria, Mumbai, viene colpita duramente da una drammatica serie di attentati, quasi sicuramente di matrice islamica.

Cronologia[modifica | modifica sorgente]

Legenda

  • TRAD = secondo la tradizione indiana
  • MOD = secondo gli storici moderni

Le origini

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Hermann Hulk/Dietmar Rothermund, Storia dell'India (Garzanti), pag. 50
  2. ^ Gary Keith Young, Rome's Eastern Trade: International Commerce and Imperial Policy, 31 BC-AD 305, Routledge2001, ISBN 0-415-24219-3
  3. ^ Plinio, Historia naturae 12.41.84., minimaque computatione miliens centena milia sestertium annis omnibus India et Seres et paeninsula illa imperio nostro adimunt: tanti nobis deliciae et feminae constant.
  4. ^ La storiografia contemporanea indiana considera questa sollevazione la I guerra d'indipendenza del Paese.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alain Daniélou, Storia dell'India (tradotta da Alessandra Strano). Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1984
  • BONAZZI, Eros, Storia del Bengala e del Bangladesh, Azeta Fastpress, 2011. ISBN 978-88-8998-230-3
  • Michelguglielmo Torri, Storia dell'India. Editori Laterza
  • (EN) Bory J.B., Cook S.A. e Adcock F.E., Cambridge History of India, Cambridge University Press, Londra 1963
  • (EN) Ananda Coomaraswamy, History of Indian and Indonesian Art, Majumdar Sastri, Londra, 1927

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]