Storia del giornalismo inglese

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La storia del giornalismo inglese si sviluppa lungo vari secoli, a partire dall'apparizione delle prime gazzette, all'inizio del Seicento, fino ad oggi.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

In Inghilterra i primi giornali furono chiamati newsbooks (“libri di notizie”) oppure “newssheets” (“fogli di notizie”). Contavano generalmente 16 pagine ed erano venduti a 1 penny. Il primo “libro di notizie” apparve nel 1622 con il titolo Weekely Newes from Italy, Germanie , Hungaria, Bohemia, the Palatinate, France & the Low Countries, ad opera dello stampatore Nathaniel Butter[1]. Si trattava della traduzione di un giornale olandese, il Courante uyt Italien, Duytsland & C. di Amsterdam. I giornali erano venduti quasi esclusivamente su abbonamento. Se uno stampatore riusciva ad ottenere il privilegio dell'esenzione dall'affrancatura postale, spediva il proprio giornale franco posta. I giornali circolavano dunque come “lettere di notizie” utilizzando il servizio postale. In ogni città, però, solamente uno-due stampatori avevano questo privilegio. Nel 1644 John Milton pubblicò il suo Areopagitica, una grande perorazione in favore della libertà di stampa.

Nel 1665 apparve il primo giornale pubblicato a cadenze regolari, la «Oxford Gazette» (poi «London Gazette»). Ne era proprietario e compilatore Henry Muddiman. I nomi dei giornali inglesi dell'epoca erano: Courant, News (Newes), Mercury, Post, Gazette. Una caratteristica della stampa inglese fu la precoce scoperta della pubblicità, un'opportunità favorita dall'aumento costante dei commerci. I primi giornali inglesi a pubblicare annunci pubblicitari furono il «Weekely Relations of Newes» ed il «Mercurius Britanicus». Il primo annuncio relativo al tè apparve nel 1658[2].

Dal 1660 al 1685 regnò in Inghilterra Carlo II Stuart. Il nuovo re restaurò la monarchia dopo il periodo di Cromwell e nel 1662 fece ripristinare la censura preventiva: in quell'anno il Parlamento approvò il Licensing Act. La legge attribuì notevoli privilegi alla corporazione degli stampatori e cartolai di Londra (Stationers' Company). Nessun giornale poteva essere stampato senza l'assenso della corporazione. Come avveniva nel resto d'Europa, si autorizzò la pubblicazione di una sola “gazzetta ufficiale”, cioè una gazzetta che riceveva notizie ufficiali in via esclusiva ed era l'unica che aveva accesso agli uffici governativi. Nell'isola questo giornale fu la «London Gazette»[1]. La corporazione - utilizzando il potere di censura conferitole dalla legge - bloccò la pubblicazione di numerosi libelli.

Il Licensing Act doveva essere periodicamente rinnovato dalla Camera dei comuni. Nel 1693 l'assemblea legislativa decise che la legge sarebbe stata rinnovata per soli due anni. Nel maggio 1695 la censura preventiva cessò quindi di esistere[3]. Rimase una sola restrizione: non si poteva confutare la politica del governo e mettere in cattiva luce gli ambasciatori delle nazioni estere e, in genere, i rappresentanti ufficiali degli Stati esteri in visita ufficiale sul suolo britannico. La legge sulla diffamazione metteva a tacere gli organi di stampa che si spingevano troppo in là nella critica all'esecutivo[4].

Il XVIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Il «Daily Courant»

Nel 1702 nacque il primo quotidiano inglese. Si chiamò «Daily Courant» ed era composto da un unico foglio stampato su una facciata; il primo numero uscì l'11 marzo. Diretto da Samuel Buckley, il quotidiano si presentò con il motto: "Credibilità e imparzialità" e promosse la distinzione tra fatti e opinioni. Il modello cui si ispirò era ancora quello ufficiale e prestigioso della «London Gazette» che, per effetto della nuova crescita della stampa periodica, vide diminuire la propria tiratura. I canali informativi della Gazette erano quelli ufficiali dei circuiti diplomatici, che immancabilmente si rivelarono più lenti e incompleti degli agenti privati e commerciali[non chiaro], che invece rappresentavano le fonti principali degli altri giornali.

Di corrente opposta fu invece il di poco successivo «Spectator» (uscì dal marzo 1711 al dicembre 1712), che espose i temi di attualità secondo un'ottica ben precisa e schierata politicamente. Accanto a questa progressiva affermazione della cultura della notizia, la stampa inglese visse un secondo processo, il cosiddetto "nuovo giornalismo", che si ispirò al genere del saggio culturale con intenzioni moralistiche e pedagogiche. Nel 1731 esistevano in Inghilterra 400 giornali[5].

Fino al 1712 l'unica tassa che riguardava la stampa era il dazio sulla carta, fissato in mezzo penny[6] alla libbra[7]. Quell'anno furono istituite due nuove tasse: il “diritto di bollo” per ciascun mezzo foglio stampato (Stamp Duty)[8] del valore di un penny, e la tassa sulla pubblicità. Quest'ultima era molto onerosa: uno scellino per ogni inserzione pubblicitaria. La tassa andava a colpire la principale fonte di sostentamento dei giornali: i critici accusarono il governo di voler imbavagliare la stampa. Infatti la pubblicità quasi scomparve dai giornali e molti di essi dovettero chiudere. I rimanenti dovettero aumentare il prezzo di vendita e quindi perdere i lettori dei ceti popolari[9]. Nel giro di qualche anno, però, si ebbe un'inversione di tendenza: le copie vendute ricominciarono a salire progressivamente. La contromossa del governo fu, nel 1776, l'aumento dell'imposta di bollo da 1 penny a 1 penny e mezzo.

Alla metà del secolo i quotidiani si concentravano sulle notizie politiche o commerciali (adatte agli interessi della classe media)[10], mentre i settimanali fornivano notizie di carattere più generale[9]. Alla fine del secolo, dei nove giornali pubblicati a Londra, cinque erano fogli di sole inserzioni pubblicitarie. Altri giornali dedicavano la maggior parte del loro spazio alla pubblicità[11].

Nella seconda metà del secolo apparvero dei grandi talenti giornalistici sulla scena inglese: John Bell (1745–1831), che fu co-fondatore nel 1772 del «Morning Post» e sei anni dopo lanciò il fortunato «World». James Perry divenne nel 1789 proprietario e direttore del «Morning Chronicle» e lo fece diventare il giornale più letto del suo tempo. John Walter, un ex mercante di carbone, lanciò il «Daily Universal Register» nel 1785. La testata iniziale poco tempo dopo mutò in «The Times». Nei primi anni conteneva soprattutto pubblicità; quando qualche anno dopo ebbe raggiunta una solida base finanziaria, divenne un quotidiano generalista[12]. Nel 1788 apparve il primo quotidiano del pomeriggio: era intitolato «Star and Evening Advertiser»[13]. L'idea era quella di fornire per primi le notizie relative ai fatti accaduti nello stesso giorno in cui si erano verificati.

Nel XVIII secolo comparirono davanti a un giudice con l'accusa di diffamazione: Jonathan Swift, accusato di aver attaccato i ministri whig dalle colonne dell'«Examiner»[14]; Junius[15] (uno pseudonimo), per un attacco a William Murray, presidente della Corte Superiore di Giustizia (Lord Chief Justice); John Wilkes, che finì in prigione due volte: nel 1763 per le critiche fatte al governo (fece cadere il ministero di John Stuart) e nel 1768. Grazie alla sua ostinazione, riuscì a far riconoscere la libertà dei giornali di criticare il governo.

Verso la fine del secolo l'incipiente rivoluzione industriale, favorendo lo sviluppo di nuove tecnologie meccaniche, rese possibile l'aumento della tiratura dei giornali. Aumentò anche la quantità di inserzioni pubblicitarie e, di conseguenza, salì la redditività di molte testate[11]. Raggiunta una più solida base finanziaria, i quotidiani londinesi ebbero la forza di criticare le scelte del governo sui temi più scottanti dell'epoca (la guerra d'indipendenza americana e la rivoluzione francese)[16]. La stampa inglese ottenne un primo, grande risultato: i lavori del Parlamento furono desecretati e resi pubblici. I giornalisti poterono così riferire ai lettori tutti i discorsi ed i pronunciamenti resi alla Camera dei Comuni ed alla Camera dei Lord. La risposta del governo fu il raddoppio della tassa sulla pubblicità, che passò da 1 a 2 scellini per ogni annuncio (quando all'epoca una copia del “Times” costava 4 pence). Nel 1789 fu deciso un inasprimento anche del diritto di bollo, che salì a 2 pence (in sostanza, la metà del ricavato della vendita di un quotidiano andava allo Stato).

Nel 1792 fu approvato il Fox's Libel Act, in base al quale le cause per diffamazione vennero sottratte alla giustizia ordinaria ed assegnate ad un giurì composto da magistrati non nominati dal governo[11]. Anche questa fu una vittoria della libertà di stampa.

Il XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Tiratura annuale della stampa periodica inglese
  • 1753: 7 milioni;
  • 1760: 7,5 milioni;
  • 1776: 12,3 milioni;
  • 1790: 15 milioni;
  • 1811: 24,4 milioni;
  • 1833: 33 milioni.

Per antica tradizione, in Inghilterra i quotidiani non escono la domenica. Ma, dato l'interesse del pubblico per le notizie, questo spazio non poteva rimanere vuoto: nacquero infatti dei giornali che uscivano esclusivamente la domenica. Già nei primi decenni del XIX secolo i domenicali ebbero una presenza stabile nel panorama inglese. Alcuni nomi: l'«Observer» (1791), il «Weekly Dispatch» (1801) e il «Sunday Times» (1822). Nel 1843 vide la luce il «News of the World»[17].
Nella storia della stampa inglese ebbero sempre una tiratura superiore dei quotidiani. Si può dire che la crescita dei giornali inglesi nell'Ottocento sia stata trainata dai domenicali. Infatti, il primo giornale (inglese e del mondo) a superare la tiratura di un milione di copie fu un domenicale, il Lolyd's Weekly Newspaper nel 1896. Fino alla metà del XX secolo i domenicali riportarono anche le notizie degli altri giorni della settimana[18].

Per quanto riguarda le pubblicazioni nei giorni lavorativi, il quotidiano maggiormente rappresentativo della storia inglese è il «Times», fondato nel 1785 da John Walter: conobbe il periodo di maggior sviluppo negli anni fra il 1803 e il 1843, sotto la guida di John Walter II. Un altro importante quotidiano di questo periodo fu il già citato «Morning Post» (1772-1937), nato negli ambienti dell'aristocrazia inglese.

La libertà di stampa conobbe momenti di grande precarietà in Inghilterra all'inizio del XIX secolo: gli oneri fiscali e le tasse vennero inasprite al punto da costringere gli stampatori ad alzare il prezzo dei giornali, con grave nocumento per le vendite. Molti stampatori chiusero i propri fogli di notizie e pubblicarono nuovi giornali che contenevano solamente opinioni invece di notizie, e quindi non rientravano nei casi previsti dalla legge.

Nel dicembre 1819 il Parlamento approvò una norma (Newspaper and Stamp Duties Act) che incluse nella tassazione anche i giornali che pubblicavano opinioni. Inoltre, un articolo della legge previde anche la condanna all'esilio per i giornalisti che fossero stati condannati due volte per diffamazione. Fu un duro colpo alla libertà di stampa[19]. La reazione del mondo giornalistico fu decisa: nacquero a Londra numerosi fogli clandestini, venduti per mezzo di strilloni (costantemente a rischio di arresto). Tra essi si distinse «Il Guardiano del poveruomo» (The poor man's Guardian), che divenne talmente popolare da rivaleggiare col «Times» per il numero di copie vendute.

Dopo la salita al potere dei Whig, a partire dal 1830, le limitazioni di tipo economico vennero via via soppresse. Il Parlamento considerò attentamente la situazione: con tasse elevate, la stragrande maggioranza dei giornali era diventata clandestina. Tutti evitavano le imposte. Era meglio abbassare le gabelle e i balzelli: in questo modo tutti i giornali sarebbero usciti dall'illegalità, avrebbero pagato qualcosa e lo Stato ci avrebbe guadagnato. E così avvenne: nel 1833 la Camera dei Comuni ridusse la tassa sulla pubblicità da 3 scellini e 6 pence a uno scellino e 6 pence. Era la prima volta che veniva abbassata da quando era stata istituita, oltre cent'anni prima. Nel 1836 venne ribassato anche il diritto di bollo da 4 a un penny. L'unica fonte di entrate per il governo rimasero le tariffe postali per i giornali venduti su abbonamento. Come conseguenza immediata i giornali abbassarono il prezzo di vendita da 7 a 5 pence. Nel 1842 nacque il «Daily News» (1842-1930), che divenne negli anni seguenti uno dei maggiori giornali britannici[5]. Fondatore e primo direttore fu Charles Dickens. Nel 1851 Paul Julius Reuter fondò la propria agenzia di stampa a Londra, destinata a diventare la maggiore agenzia di stampa inglese e una delle più importanti del mondo.

L'abolizione delle tasse sugli stampati ebbe un effetto benefico immediato: nel Paese apparvero centinaia di nuove pubblicazioni. Tra esse, alcune divennero testate di rilievo: il «Manchester Guardian», lo «Yorkshire Post», la «Pall Mall Gazette» e il «Daily Telegraph». Aumentò anche l'influenza politica e intellettuale della stampa nel Paese. Nel 1870 esistevano più di 1.000 testate, tra cui, in ambito nazionale, 99 quotidiani e 626 settimanali. Appena sei anni dopo le pubblicazioni raggiunsero quota 1260[20]. A Londra avevano sede 28 quotidiani; nel resto dell'Inghilterra se ne contavano 124. Vi erano sette quotidiani nel Galles e 19 in Scozia. La stampa continuò la sua espansione fino alla fine del secolo contando sull'aumento del livello di benessere di una classe media in costante crescita. In questo periodo si sviluppò anche la stampa del pomeriggio, che passò dalla periodicità trisettimanale a quella quotidiana, e assunse un tono più scandalistico discostandosi dai quotidiani del mattino. Nacque la distinzione tra giornali "qualitativi" e giornali "popolari", che permane ancora oggi.

Il XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Con il nuovo secolo si aprì una nuova epoca per il giornalismo inglese: nacque il quotidiano di massa, caratterizzato dalle alte tirature (stabilmente sopra il milione di copie). Apripista della nuova generazione fu il «Daily Mail», fondato da Alfred Harmsworth nel 1896. Giornale popolare, a basso prezzo, si concentrò maggiormente sull'attualità e sulla cronaca giudiziaria, mettendo da parte la critica politica. In pochi anni divenne il primo quotidiano nazionale, surclassando il «Daily Telegraph»[21]. Il «Daily Mail» fu anche il primo quotidiano ad essere gestito con criteri manageriali: da società di persone divenne una società per azioni, venendo poi imitato negli anni seguenti dagli altri quotidiani nazionali.

All'inizio del secolo i giornali qualitativi erano: il «Times», il «Daily Telegraph» e il «Morning Post». I giornali popolari erano: il «Daily Mail», il «Daily Express» (fondato da Arthur Pearson nel 1900)[22], il «Daily Mirror» (Alfred Harmsworth , 1903), il «Daily Sketch» (1909) e il «Daily Herald» (1911). Alfred Harmsworth (1865-1922) fu il primo magnate della stampa britannica, seguito dal fratello Harold (1868-1940) e successivamente da Max Aitken, I barone di Beaverbrook (1879-1964).

Negli anni venti la stampa passò da una fase di libera concorrenza a una fase di concentrazione (trust). Al primo gennaio 1922 esistevano sei grandi catene di giornali (tra parentesi la tiratura)[23]:

  1. Amalgamated Press, di Arthur Harmsworth («Daily Mail», 1.372.000), («Evening News», 742.000), «Weekly (Sunday) Dispatch» (792.000);
  2. Associated Newspapers, di Harold Harmsworth («Daily Mirror», 1.002.000), «Sunday Pictorial» (2.373.000) e a Glasgow il «Daily Record» (203.000), l'«Evening News» e il «Sunday Mail» (239.000). I fratelli Harmsworth pubblicavano nove giornali con una tiratura complessiva di 24.602.000 copie settimanali (il 24,60 % del totale del mercato nazionale).
  3. Edward Hulton («Daily Sketch», 840.000), («Evening Standard», 362.000), «Illustrated Sunday Herald (Sunday Graphic)», 1.162.000) ed a Manchester il «Daily Dispatch» (407.000), l'«Evening Chronicle» (286.000), l'«Empire News» (1.309.000) e il «Sunday Chronicle» (920.000). Hulton pubblicava sei giornali per una tiratura complessiva di 14.743.000 copie settimanali (14,74 %).
  4. Westminster Press, di George Newnes. A Londra: «Westminster Gazette» (50.000), «Sheffield Independent» (68.000) e altri tre giornali sotto le cinquantamila copia. A Birmingham: «Birmingham Gazette» (120.000), «Evening Dispatch» (78.000), «Sunday Mercury» (100.000). A Darlington possedeva altre due testate. In totale pubblicava nove giornali per una tiratura complessiva di circa 2.589.000 copie (il 2,58 % del totale).
  5. United Newspapers, fondata da David Lloyd George. A Londra: «Daily Chronicle» (660.000), «Sunday News» (800.000) e un giornale a Edimburgo. I tre giornali avevano una tiratura settimanale di circa 5.336.000 copie (5,33 %).
  6. I fratelli William e Gomer Berry. Possedevano: «Daily Graphic» (90.000), «Sunday Times» (100.000) e «Financial Times» (20.000) ed avevano partecipazioni in altri giornali. La tiratura dei due giornali più importanti corrispondeva all'1,66 per cento del totale.

Rimanevano fuori dalle grandi concentrazioni: il «Daily News» (351.000) e lo «Star» (660.000), indipendenti, e i due giornali di Beaverbrook: il «Daily Express» (550.000) e il «Sunday Express» (244.000), da lui fondato nel 1918.

Nel 1922 Arthur Harmsworth (Lord Northcliffe) morì. Il fratello Harold (Lord Rothermere) rilevò tutte le sue proprietà, rafforzando così la posizione di primo gruppo editoriale nazionale nel campo dei periodici. Con il tempo, la sua quota di mercato venne lentamente erosa, scendendo dal 24,6% al 22,4 (1929), fino al 17,7% (1937). Durante questo periodo La «Northcliffe Associated» vendette il «Daily Mirror».
Negli anni venti crebbe enormemente il gruppo dei fratelli William e Gomer Berry, la cui quota di mercato, dall'1,66% del 1922 fece un balzo al 19,42 % del 1929, fino a scendere al 15,2% nel 1937. Negli anni venti i fratelli Berry acquisirono il «Daily Sketch» (1926) il «Sunday News» (1931) ed altri giornali nazionali e provinciali.
Nel periodo 1922-1937 si assisté ad un considerevole sviluppo dei giornali di Max Aitken, barone di Beaverbrook. Proprietario del «Daily Express» e del «Sunday Express», con l'acquisizione dell'«Evening Standard»[24] e di altre testate nazionali e provinciali passò da due giornali a 14. La sua quota di mercato crebbe dal 3,57% al 13,98%, consentendogli di salire al terzo posto tra gli editori nazionali di periodici.
Il proprietario del «Daily Herald» e del «People», Julius Elias, con due soli giornali deteneva nel 1937 una quota del 13,36% del mercato.
La Westminster Press possedeva nel 1922 nove testate che valevano il 2,58% del mercato. Negli anni successivi procedette all'acquisizione di cinque nuove testate, tutte di provincia. Non possedeva giornali a Londra. Anche per questo motivo, quindici anni dopo la sua quota era salita solamente al 3,13%.
Nello stesso periodo Edward Hulton aveva lasciato il mercato dei giornali e la United Newspapers aveva ceduto l'attività a William Harrison (1930), che poi aveva fondato la Inveresk Paper Company (IPC).
Tra le testate si ebbe la grave perdita del «Morning Post», che fu chiuso nel 1937 dopo 165 anni di ininterrotta presenza nelle edicole [25].

Nel 1934 cominciò una lunga lotta per il primato nazionale tra «Daily Mirror» e «Daily Express» che durò ben 15 anni. All'inizio il Mirror aveva una tiratura di poco più di 730.000 copie, mentre il rivale veleggiava a 1.700.000. Nel 1941 il «Mirror» era salito a 1.685.000, che diventarono 3.447.000, contro le 3.707.000 dell'«Express». Il margine si era ridotto. Il «Mirror» fece un nuovo balzo in avanti nel secondo semestre del 1948, per arrivare a gennaio 1949 a 4.187.403 copie giornaliere, mentre l'«Express» rimase sotto i 4 milioni[26].

Tiratura giornaliera della stampa quotidiana inglese[27]
  • 1921: oltre 27 milioni di copie
  • 1929: 31.200.000
  • 1947: 58.706.000
  • 1957: 59.965.000
  • 1961: 53.173.000
  • 1971: 49.646.000
Tirature dei primi cinque quotidiani britannici nel 1947
Giornali qualitativi
Giornali popolari
Testata Editore Tiratura
giornaliera
Testata Editore Tiratura
giornaliera
The Daily Telegraph William Berry[28] 1.015.514 Daily Express Beaverbrook 3.855.776[29]
The Times Rothermere 268.769 Daily Mirror Mirror-Pictorial 3.702.332
The Guardian Scott Trust 126.000 Daily Herald[30] Odhams Press 2.134.566[31]
The Financial Times William Berry[28] 71.000 Daily Mail Rothermere[32] 2.076.915
News Chronicle[33] Rothermere 1.623.158
Fonte: A. Bruttiniop. cit.
Tirature dei primi cinque domenicali britannici nel 1947
Testata Editore Tiratura
News of the World Kemsley 7.890.461[34]
The People[35] Odhams Press 4.670.746
Sunday Pictorial[36] Mirror-Pictorial 4.006.241
Sunday Express Beaverbrook 2.577.792
Sunday Dispatch[37] Rothermere 2.061.315
Fonte: A. Bruttiniop. cit.

Vi erano poi due domenicali qualitativi: The Sunday Times (di Gomer Berry[38], 568.000 copie) e The Observer (384.000).

Nel 1949 una Commissione nominata dal Parlamento pubblicò le conclusioni di un'inchiesta sulla stampa durata due anni. La Commissione accertò che non sussisteva un monopolio finanziario nella stampa britannica. Riconobbe tuttavia l'esistenza di grandi concentrazioni di capitale sotto il controllo di poche grandi “catene” (chains). La Commissione, presieduta da David Ross (Camera dei Lord), propose l'istituzione di un Consiglio generale della stampa cui assegnò il compito di vigilare sulla qualità del giornalismo britannico e di salvaguardare la libertà di stampa. L'organismo entrò in funzione il 1º luglio 1953[39].

Nonostante ciò, la concentrazione della stampa era un fenomeno sotto gli occhi di tutti: nel 1957 oltre il 60% dei quotidiani del Regno Unito erano controllati da quattro grandi gruppi (Daily Mirror-Pictorial[40], Associated Newspapers, fondata da Lord Rothermere, Beaverbrook e Kemsley di Gomer Berry). Il controllo era ancora più stringente nel segmento dei quotidiani nazionali (70%)[41].
A conferma di ciò, tra il 1921 e il 1971 il numero totale dei quotidiani e dei domenicali in Gran Bretagna diminuì del 30 per cento, passando da 169 a 123. La concentrazione si rivelò un fattore limitativo della concorrenza[42].

Il quotidiano inglese a maggiore diffusione (sono esclusi i domenicali):
Tirature dei principali quotidiani britannici nel 1971
Giornali qualitativi
Giornali popolari
Testata Editore Tiratura
giornaliera
Testata Editore Tiratura
giornaliera
Daily Telegraph indipendente 1.455.000 Daily Mirror IPC/Reed[43] 4.380.170
The Times Roy Thomson 341.000 Daily Express Beaverbrook 3.436.214
The Guardian indipendente[44] 328.000 The Sun[45] Murdoch 2.082.685
Financial Times Cowdray-Pearson[46] 168.000 Daily Mail Associated[47] 2.000.000
Fonte: A. Bruttiniop. cit.
Tirature dei principali domenicali britannici nel 1971
Giornali qualitativi
Giornali popolari
Testata Editore Tiratura Testata Editore Tiratura
Sunday Times Roy Thomson 1.403.000 News of the World Murdoch[48] 6.085.000
Observer indipendente[44] 802.000 The Sunday People IPC/Reed 4.761000
Sunday Telegraph indipendente 758.000 Sunday Mirror IPC/Reed 4.677.000
Sunday Express Beaverbrook 4.050.000
Fonte: A. Bruttiniop. cit.

Nel 1971 esistevano in Gran Bretagna 123 quotidiani e domenicali nazionali e 1.150 giornali locali[49].

Oggi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b A. Bruttini, p. 14
  2. ^ A. Bruttini, p. 16
  3. ^ A. Bruttini, p. 15
  4. ^ A. Bruttini, p. 17
  5. ^ a b Orazio Buonvino, Il giornalismo contemporaneo, Milano-Napoli, R. Sandron, 1906.
  6. ^ Una sterlina era divisa in venti scellini; uno scellino era composto da dodici pence (plurale di penny).
  7. ^ Rimase invariato fino al 1861, anno in cui venne abolito.
  8. ^ Se il provvedimento avesse colpito ciascun "foglio stampato", sarebbe stato facilmente aggirato.
  9. ^ a b A. Bruttini, p. 21
  10. ^ Gli inserzionisti pubblicitari erano gli imprenditori e i produttori: in massima parte appartenenti alla classe media.
  11. ^ a b c A. Bruttini, p. 24
  12. ^ A. Bruttini, p. 23
  13. ^ A. Bruttini, p. 28
  14. ^ Swift pubblicò sull'«Examiner» (il giornale che dirigeva) un articolo dal titolo The conduct of the allies.
  15. ^ Polemista anonimo, criticò il governo di re Giorgio III. Pubblicò le sue opinioni sotto forma di lettera al giornale «Public Advertiser».
  16. ^ Entrambe portarono, nei rispettivi Paesi, alla dichiarazione ufficiale della libertà di stampa.
  17. ^ Fu fondato dal figlio di John Bell, John Browne Bell.
  18. ^ A. Bruttini, p. 163
  19. ^ Giovanni Benzoni, Salvatore Scaglione, Fare giornalismo, Thema Editore, Bologna, 1993, pag. 99.
  20. ^ A. Bruttini, p. 29
  21. ^ A. Bruttini, p. 34
  22. ^ Il giornale non produsse grandi profitti e fu ceduto nel 1912 a Max Aitken, che invece moltiplicò le vendite.
  23. ^ A. Bruttini, pp. 49-50
  24. ^ A history of the London Evening Standard: seeing off rivals for 181 years, su theguardian.com. URL consultato il 21 agosto 2017.
  25. ^ A. Bruttini, p. 59
  26. ^ A. Bruttini, p. 87
  27. ^ La somma comprende anche i domenicali ed i pomeridiani.
  28. ^ a b Più conosciuto come Lord Camrose.
  29. ^ Primo quotidiano al mondo a superare la tiratura di tre milioni di copie.
  30. ^ Fu sostituito da The Sun nel 1964.
  31. ^ Primo quotidiano al mondo a superare la tiratura di due milioni di copie, negli anni trenta.
  32. ^ Tramite la controllata «Daily Mail Group».
  33. ^ Nel 1961 chiuse le pubblicazioni.
  34. ^ Raggiunse il record di 8.428.000 di copie nel 1950.
  35. ^ Oggi The Sunday People.
  36. ^ Oggi Sunday Mirror.
  37. ^ Nel 1961 cessò le pubblicazioni.
  38. ^ Più conosciuto come Lord Kemsley.
  39. ^ A. Bruttini, p. 85
  40. ^ Da «Sunday Pictorial».
  41. ^ A. Bruttini, p. 90
  42. ^ A. Bruttini, pp. 185-186
  43. ^ IPC è l'acronimo di International Publishing Corpotation Ltd. I passaggi di proprietà furono i seguenti: Daily Mirror-Pictorial, poi IPC, poi Reed International. Fino al 1968 l'IPC ebbe come presidente Cecil Harmsworth King. Nel 1970 è stato incorporato nel gruppo Reed International.
  44. ^ a b Il giornale è gestito da un fondo (trust).
  45. ^ Sostituì il «Daily Herald» nel 1964.
  46. ^ Gruppo fondato da Weetman Pearson, primo visconte Cowdray.
  47. ^ Società fondata da Lord Nothermere nel 1922.
  48. ^ Rupert Murdoch lo acquisì il 2 gennaio 1969.
  49. ^ A. Bruttini, p. 135

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Adriano Bruttini, La stampa inglese. Monopoli e fusioni (1890-1972), Parma, Guanda, 1973.
  • Orazio Buonvino, Il giornalismo contemporaneo, Milano-Napoli, R. Sandron, 1906.
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