Stile Juventus

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« FIAT, IFI, Juventus: lo stile è sempre quello, identica è la matrice. È lo stile di Giovanni Agnelli, il fondatore, che corre attraverso le generazioni e concorre all'evoluzione del mondo. Un manifesto di lavoro che si fa quotidiana regola di vita: dunque, non può stupire che l'auto dell'anno o lo scudetto siano gemelli essendo la stessa la Dinastia dalla quale discendono. »

(Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, 1985.[1])
Visita della rosa juventina agli stabilimenti della casa automobilistica FIAT (1964); il modello di gestione imprenditoriale della squadra sportiva da parte di diversi membri della famiglia Agnelli, dai primi anni 1920, influì notevolmente nello sviluppo del calcio italiano e nel consolidamento della sinergia tra la Juventus e la citata compagnia[2]

Con l'espressione Stile Juventus, a volte riferita anche come Spirito Juventus[3] o più semplicemente come Stile Juve, si usa indicare una peculiare forma di gestione sportiva applicata nella società calcistica italiana per azioni Juventus Football Club, inerente all'amministrazione aziendale,[4][5] al fine di ottenere con maggior efficienza il successo.[6][7]

La locuzione fu coniata dai mezzi di comunicazione di massa attorno agli anni 1930 per riassumere il traguardo sportivo raggiunto nel calcio nazionale a partire dal 1923 – accentuato durante la prima metà del decennio successivo – dalla squadra allora presieduta dall'avvocato torinese Edoardo Agnelli, considerato il fautore del modello,[8] divenuta nel frattempo una società polisportiva e, in seguito, la prima entità nello sport italiano con status professionistico ante litteram;[9] ispirato dall'insieme di politiche imprenditoriali introdotte nella società anonima FIAT, a quel tempo presieduta dal commendator Giovanni Agnelli, ebbe un ruolo decisivo nella svolta verso il professionismo e nell'ulteriore affermazione popolare del calcio tricolore,[9][10] influendo anche nelle decisioni dirigenziali di altri club a partire dal secondo dopoguerra, ed emergendo quale modello organizzativo di riferimento per lo sport nella Penisola.[11][12]

L'espressione fa anche riferimento all'ethos sportivo proprio della società bianconera[9] che intende aderire ai principi di «correttezza, professionalità, capacità di innovazione continua e capacità di perseguire e conseguire il risultato con tutte le proprie forze»,[13] avendo anche qualche nesso con altri concetti inerenti alla juventinità quali «orgoglio gobbo»,[14] «fino alla fine»[15] e, più complessivamente, «emozione Juventus»;[16] oltre a richiamarsi, per esteso, a qualsiasi aspetto della propria cultura sportiva, degli usi e costumi delle diverse personalità legate alla società, nonché alle caratteristiche dell'organizzazione interna[17] e – in virtù delle origini del club e del proprio azionista di riferimento – al cosiddetto «stile sabaudo» strettamente affine alla cultura piemontese.[18]

L'antropologo francese Christian Bromberger lo definisce come «l'immagine ideale di una cultura aziendale rigorosamente organizzata [...] simboleggiata con le 'tre S': Semplicità, Serietà, Sobrietà», facendone un paragone con «lo stile di un'aristocratica 'vecchia signora' che coniuga le regole dell'étiquette e la rigorosa disciplina del mondo industriale [...]» che si riflette in gran parte nell'organizzazione societaria del club e nelle caratteristiche di gioco della squadra.[8][19]

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Dagli albori agli anni 1940[modifica | modifica wikitesto]

Edoardo Agnelli, presidente del Foot-Ball Club Juventus dal 1923 al 1935

Nel luglio del 1923, anno della riunificazione del campionato, il vicepresidente della FIAT e del Foot-Ball Club Juventus Edoardo Agnelli venne eletto per decisione unanime della giunta dei soci alla presidenza del club, succedendo all'avvocato Gino Olivetti.[20] Personaggio proiettato verso il futuro, Agnelli diversificò le attività societarie rispetto a quella principale del calcio e, con la collaborazione del barone Giovanni Mazzonis, incaricato della vicepresidenza,[21] introdusse una serie di riforme amministrative in seno al club, ispirandosi al modello e ai principi anglosassoni del foot-ball, che si dimostreranno decisive per l'istituzione del girone unico e la svolta verso il professionismo nonché per il conseguente sviluppo del calcio in Italia:[22] tra queste, la creazione di una compagnia dedicata all'amministrazione aziendale della squadra sportiva – quarantaquattro anni prima della conversione delle società calcistiche in aziende a capitale privato[23] –, la decisione di adottare inizialmente le tecniche della cosiddetta «scuola danubiana» intensificando gli allenamenti della squadra,[24] ingaggiando il primo allenatore professionista nella storia del club, l'ungherese Jenő Károly,[25] e il connazionale Ferenc Hirzer, attaccante e futuro capocannoniere del campionato nazionale;[26] in aggiunta ciò, l'intera rosa venne stipendiata[27] e gli immobili ammodernati, investendo soprattutto nell'illuminazione artificiale dello campo di proprietà costruito otto mesi prima su richiesta del presidente Olivetti, oltreché in una sede sociale dedicata ai dipendenti e soci juventini e nel settore medico, tutte novità per l'epoca.[28]

Durante il decennio seguente, in virtù dei successi sportivi della squadra bianconera e del profondo impatto che essi ebbero nella società italiana di quel tempo, i mezzi di comunicazione di massa coniarono l'espressione «stile Juventus» per sottolineare l'efficienza della gestione societaria che distingueva i bianconeri dal dilettantismo ancora imperante nelle altre società italiane del tempo, principalmente quelle meridionali.[5][29]

La presidenza dell'avvocato Agnelli, che cambierà per sempre l'approccio al sistema sportivo divenendo antesignana del cosiddetto football management sviluppatosi in Italia a partire dalla seconda metà del secolo,[30] si caratterizzò anche per l'introduzione di un rigido e, per l'epoca, innovativo regolamento di controllo interno – ispirato ai principi istituiti in FIAT dopo la fine della Grande Guerra e proseguiti agl'inizi del decennio successivo dal direttore centrale Vittorio Valletta[31][32] – che la totalità di dipendenti del club, giocatori inclusi, doveva rispettare: questi prescrivevano l'uso di un abbigliamento formale durante gli atti pubblici e viaggi in trasferta della squadra, l'evitare ogni polemica sia a livello personale che societario, il non concedere interviste senza l'autorizzazione dirigenziale, il rispetto delle decisioni arbitrali garantendo il fair play[33] e l'apprendimento di regole d'étiquette e d'espressione linguistica, «perché alla Juventus non era ammessa l'ignoranza»,[34] accentuando così le già radicate caratteristiche aziendali all'interno del club e rafforzando, di conseguenza, sia l'ammirazione verso la squadra tra la popolazione interessata al calcio che l'ostilità che, per motivi campanilistici, ormai la circondava.[35] Il giornalista Carlo Bergoglio, detto Carlin, diede testimonianza di ciò tra le pagine dell'edizione della rivista Guerin Sportivo del 2 maggio 1934:

« Hanno creato un ambiente che, come una macchina per impastare tutti i caratteri, ne farne il tipo unico mai illuso e mai disperato, mai troppo ottimista e mai troppo pessimista. Mai agitato e mai placato.
Cadere nella macchina un Monti o un Cesarini, un Orsi o un Varglien, spiriti fieri magari protervi, ed escono ben presto come gli altri: impastati. Ricadde un Tiberti, un Ferrari, un Sernagiotto, un Ferrero o un Valinasso e ne esce fuori un momento sicuro con qualche fierezza.
Il 'super asso' diventa solo un asso, l'aspirante a campione diventa asso; uno cava, l'altro cresce, tutto si livella. L'educazione e naturale riservo fanno il resto: se entri nel Circolo, un tipo in guanti bianchi riceve il tuo cappello, gli stucchi dorati t'impediscono di dir parolacce. La stretta di mano sulla tetti all'orologio, non una mano sulla spalla. Nessun ordine del giorno, ma l'ordine con l'ora per il domani, firma carcame. Mai niente di nuovo. Un giocatore entra e capisce dov'è, cosa deve imparare, il senso delle distanze, il rispetto, quel formalismo che è pure necessario se tutti gli esserci si sono basati su quello.[36] »

Una formazione della Juve del Quinquennio nella stagione 1933-34, all'interno dello stadio Mussolini di Torino

Il primo periodo di successo del calcio professionistico italiano si concluse con la tragica scomparsa di Agnelli, vittima di un incidente aereo il 14 luglio 1935, dopo il quale la società sarà gestita dal barone Mazzonis – fino a quel momento, vicepresidente della Juventus – e, ulteriormente, dall'ex calciatore bianconero e futuro proprietario della Compagnia Industriale Sportiva Italia (CISITALIA) Piero Dusio, che potenzierà l'attività polisportiva del club. Nel frattempo, essa venne trasferita ad Alba per sfuggire ai bombardamenti sulla città di Torino durante la seconda guerra mondiale.[22]

Anni 1940-1960: riproposizione e consolidamento[modifica | modifica wikitesto]

L'atteggiamento societario della Juventus fu riproposto durante la seconda metà del XX secolo con l'assunzione della massima carica dirigenziale del club da parte dell'imprenditore Gianni Agnelli, membro del consiglio di amministrazione del club dal 1938, la cui gestione avrà un impatto nella comunità sportiva simile a quello sperimentato negli anni 1920.[37] Influenzato sia dal padre Edoardo che dal nonno, l'omonimo senatore Agnelli,[31] l'Avvocato – come era già noto – portò avanti una serie di riforme in seno alla società, nel frattempo indebolitasi per la distruzione delle proprie infrastrutture quali il centro sportivo, la sede amministrativa e il Circolo societario durante i bombardamenti cittadini[38] e, in particolare, per la liquidazione della CISITALIA, che l'amministrò durante la Resistenza e i primi anni della Ricostruzione. Conferendogli da allora un grado di stabilità considerevolmente superiore a quello delle istituzioni sportive e politiche sia in ambito tecnico[39] che manageriale,[5][40] Agnelli portò la squadra, capitanata dal difensore Carlo Parola e rinforzata dagli acquisti di giocatori di rilievo quali il futuro capitano della nazionale italiana Giampiero Boniperti e i nazionali danesi John Hansen e Karl Åge Præst, a vincere due titoli del campionato di Serie A nel 1950 e 1952 – i primi dopo un quindicennio – nonché a partecipare, in rappresentanza della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) quale campione d'Italia 1949-50,[41] a un torneo internazionale disputatosi in Brasile nel 1951, nella quale arrivò in finale esprimendo al massimo livello il gioco a zona,[42] un atteggiamento tattico all'epoca sconosciuto in Sudamerica, una circostanza che permetterà ai bianconeri di estendere la propria popolarità nel continente.[43][44]

Durata sino al 1954, la presidenza di Gianni Agnelli consoliderà il sodalizio tra la Juventus e la dinastia proprietaria della FIAT, il più antico e duraturo nello sport italiano,[45] iniziato un trentennio prima e interrotto tragicamente nel 1935, rafforzando notevolmente l'identificazione fra la squadra e la famiglia, e di cui lo stesso Avvocato diverrà l'immagine pubblica.[46] Tra le altre cose, proprio lui contribuirà anche a riformare le norme contrattuali FIGC, all'epoca ripartite in maniera proporzionale all'importanza della città-sede dei club – un criterio arbitrario stabilito dalla Federazione – e il relativo carovita, in favore del valore di mercato del singolo atleta e del proprio rendimento sportivo.[22]

Tre dei neoacquisti bianconeri della stagione 1957-58, Charles, Sívori e Ferrario, riuniti con il giovane presidente del club, il Dottore Umberto Agnelli, e il capitano della squadra, Boniperti

Il metodo gestionale juventino si sarebbe consolidato come modello sportivo-finanziario durante la successiva presidenza di Umberto Agnelli, anche lui imprenditore. Eletto nel 1955 da una giunta di soci, tra cui il fratello Gianni[47] – divenendo il più giovane ad assumere la massima carica dirigenziale nella storia della società, ad appena ventidue anni –, la sua presidenza venne caratterizzata dagli ingaggi di giocatori di rilievo – ma a quel tempo sconosciuti al pubblico italiano – quali il nazionale gallese John Charles e il nazionale argentino Omar Sívori, decisivi per la conquista di tre campionati di lega e due coppe nazionali consecutive dalla stagione 1957-58 all'annata 1960-61,[48] facendo sì che la Juventus emergesse come la squadra-simbolo dell'allora favorevole congiuntura economica interna, anche in virtù di un cospicuo incremento del bacino di simpatizzanti a seguito della massiccia immigrazione meridionale a Torino nei primi anni 1950.[49][50]

Per i seguenti otto anni verrà rafforzata la struttura direttiva della squadra,[51] nei quali andò definitivamente ad affermarsi anche una peculiare politica di reclutamento iniziata alla fine del secondo conflitto mondiale: oltre a puntare soprattutto sull'ingaggio di giocatori italiani – scelta che si rivelerà determinante nei cicli di successi della Nazionale «A» –, inclusi atleti noti per una notevole predisposizione e polivalenza tattica e disciplinare, andando a compensare certi limiti tecnici, e per questo spesso paragonati agli operai della compagnia,[52] il club si segnalò nell'ingaggiare stranieri pescati principalmente nei paesi limitrofi quali la Francia, in virtù dei vincoli storici che tale nazione condivide con la città di Torino, e dell'Europa centrale e settentrionale, in quanto ritenuti «più adattabili» allo stile di vita della capitale sabauda nonché alla disciplina ormai caratteristica della società nei confronti dei calciatori provenienti da altre latitudini.[53]

In virtù al successo ottenuto con la Juventus, il Dottore Agnelli sarà eletto per unanimità presidente della FIGC nel 1959 con l'obiettivo di ristrutturare il calcio italiano dopo il fallimento della squadra rappresentativa tricolore, non qualificatasi al mondiale di Svezia dell'anno precedente. Durante la sua gestione presenterà in Federcalcio un programma di rinnovamento interno basato sulla trasparenza economica, sugli investimenti nel settore giovanile, sull'istituzione di corsi per medici, istruttori e massaggiatori, sul rinnovamento della formazione degli arbitri e degli allenatori, e una riforma della giustizia sportiva.[22]

L'era bonipertiana (1971-1990)[modifica | modifica wikitesto]

«Ho creato un gruppo, dal 1971 quando sono diventato presidente ad oggi, questo gruppo è rimasto compatto, salvo ringiovanirsi e potenziarsi come dettano i tempi. Abbiamo il medico a tempo pieno, credo che siamo una delle poche società italiane ad averlo e se ne vedono i frutti positivi. Ma soprattutto collettivo in tutti i sensi e meglio ancora l'asso al servizio del collettivo.»[54]
(Giampiero Boniperti, 1984.)

Dopo le rispettive attività dirigenziali a fronte del club i fratelli Agnelli rimasero legati ai colori bianconeri compiendo, in diversi periodi, una serie di incarichi amministrativi, assumendo ulteriormente il ruolo di presidente onorario con cui poterono mantenere la propria influenza sul consiglio di amministrazione della società.[55] Così, il club poté sollevare le tensioni tra la FIAT e i sindacati degli anni 1960, aggravate durante il cosiddetto «autunno caldo», attraverso una «politica dell'economia» instaurata dall'onorevole Vittore Catella su iniziativa di Gianni Agnelli.[56] Tale provvedimento societario sarebbe continuato durante gli anni del terrorismo dal suo successore Giampiero Boniperti, chi assunse la massima carica istituzionale bianconera nell'estate del 1971 su richiesta dell'Avvocato, per affrontare la crisi di risultati delle squadre italiane originate dal divieto di tesseramento di giocatori di nazionalità diversa all'italiana e allenatori che svolgerono l'attività sportiva fuori dal territorio nazionale imposto dalla Lega Nazionale Professionisti (LNP) su iniziativa del presidente federale Giuseppe Pasquale dopo l'insuccesso della cosiddetta Squadra Azzurra al campionato mondiale del 1966 e ulteriormente aggravata dall'emersione del primo scandalo del calcioscommese quattordici anni più tardi,[57] a cui la società bianconera si era opposto in quanto «determinava una condizione sfavorevole per il calcio italiano nelle competizioni internazionali».[22] In quel periodo la Serie A era un netto svantaggio a livello tecnico-tattico nei confronti, principalmente, delle squadre militanti nel campionato dei Paesi Bassi, dove ebbe l'origine il cosiddetto totaalvoetbal, uno stile di gioco offensivo che avrà un forte impatto nel resto del continente; al campionato inglese, le cui ricevettero a metà del decennio un'autorizzazione speciale da parte della Federazione Internazionale del Calcio (FIFA) per ingaggiare giocatori originari nelle altre nazioni costitutive del Regno Unito e nelle antiche colonie dell'impero britannico senza alterare le restrizioni agli acquisti di giocatori di altre nazionalità imposte in precedenza dalla propria associazione nazionale; al campionato spagnolo, le cui squadre poterono ingaggiare la maggioranza dei migliori atleti che parteciparono ai mondiali del 1974 e del 1978 e anche a quello tedesco occidentale, il cui sarebbe stato classificato al primo posto nel ranking europeo alla fine della decade.[58] Per farlo, Boniperti elaborò un progetto a lungo termine gestito con rinnovati criteri industriali, caratterizzato dall'introduzione e successiva applicazione della zona mista, un innovativo schema tattico che coniuga efficientemente i concetti del calcio totale neerlandese e il classico catenaccio italico; dall'inserimento graduale in prima squadra di giovani calciatori forniti nel settore giovanile juventino quali Giuseppe Furino, Roberto Bettega e Paolo Rossi, nonché dall'arruolamento di talenti in prospettiva con presenza attiva nel campionato di Serie A con altri club quali Gaetano Scirea, Antonio Cabrini, Claudio Gentile, Marco Tardelli e Franco Causio; e dalla ferrea disciplina – includendo d'immagine – imposta alla squadra bassata in quella che esperimentò durante l'attività agonistica; dando inizio al periodo di successo più duraturo nella storia del calcio italiano,[59] in cui sarà considerevolmente arricchito il palmarès,[60] e che darà inizio a un periodo aureo per il calcio italiano a partire dalla riapertura delle frontiere e l'autorizzazione ai club di tesserare un giocatore proveniente da un'associazione nazionale estera a partire dalla stagione 1980-81 e la successiva vittoria della rappresentativa italiana ai mondiali del 1982.[61] Nel febbraio del 1990, Boniperti rassegnò le dimissioni in ragione della conflittualità insostenibile con i procuratori,[60] essendo sostituito dall'avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano.[62]

Anni 1990-2010: rinnovamento, ulteriori cambiamenti e critiche[modifica | modifica wikitesto]

Il modello bianconero subì un rinnovamento complessivo nell'estate 1990 con l'introduzione di politiche economiche, applicate precedentemente nella multinazionale Ferrari S.p.A.,[62] dal neo vicepresidente della società Luca Cordero di Montezemolo per contrapporre la cosiddetta «crisi dell'auto» sorta nella regione alla fine del decennio e, più in particolare, le nuove esigenze del mondo del calcio,[63][64][65] in constrasto con le proprie caratteristiche basiche – discrezione, efficienza e, se necessario, austerità[66] –: una maggior copertura mediatica, principalmente a carico della televisione privata, l'uso sistematico di tecniche di marketing e merchandising per generare redditi da capitale e l'ascesa – e crescente influenza – della figura del procuratore sportivo.[60][67] Ciò portò il club a trasformarsi da una associazione sportiva a un'entità economica[68] e a indirizzarsi gradualmente verso una politica di autofinanziamento su iniziativa congiunta dei fratelli Agnelli, portata avanti a partire dalla stagione 1994-95 sotto l'amministrazione di Antonio Giraudo, che darà vita a una efficiente politica di compravendita di giocatori di rilievo per garantire la continuità di alto rendimento della squadra, rispettando contemporaneamente gli impegni del bilancio societario.[22] In questo periodo la Juventus si riposizionerà a livello sportivo come la squadra di riferimento in Europa, in virtù dei successi ottenuti in campo nonché della propria duttilità tattica, allora inedita nel resto del continente, riportandosi al primo posto del ranking confederale (per la prima volta dal 1991);[69] altresì, in ambito finanziario, si inserirà in modo stabile tra le prime cinque società calcistiche a livello mondiale in termini di fatturato, valore borsistico e patrimonio di marca,[70] ciò fino allo scoppio dello scandalo del calcio italiano del 2006.

«Nell'analisi, nella valutazione di cosa significa gestire la Juventus nel 2016 o comunque nell'ultimo decennio [...] e quello che invece significava gestire una squadra di calcio fino all'introduzione dei diritti televisivi, fino ai primi anni '90, erano delle necessità diverse [...] Quando guardiamo oggi la dimensione della Juventus, [...] abbiamo una dimensione oramai che non è più quella ludica, del divertimento e dell'hobby, ma è una vera grande azienda.»[71]
(Andrea Agnelli, maggio 2016.)

La metodologia di lavoro condotta in precedenza da Giraudo è stata recuperata a partire dal 2011, sotto la presidenza del dott. Andrea Agnelli, con l'inizio di un quinquennio ricco di vittorie in ambito sportivo condotto dagli allenatori Antonio Conte prima e Massimiliano Allegri poi, l'istituzione di un insieme di provvedimenti dirigenziali nell'ambito della diversificazione dei ricavi societari quali la costruzione, tra le altre strutture, di uno stadio di proprietà – il primo scenario calcistico moderno concepito nel Paese –, un centro medico-scientifico e un complesso sportivo e amministrativo, la firma e il rinnovamento di convegni commerciali con gruppi di associazioni e aziende di caratura internazionale seguendo la strategia commerciale nota come Less is More ("Meno è di più")[72] per intensificare la visibilità del marchio juventino e delle aziende che la sponsorizzano,[73] e l'uso costante dei media digitali e altri servizi di rete sociale;[74][75] ciò ha portato a raddoppiare gli introiti del club e triplicare il valore di mercato della rosa nel successivo triennio,[76] raggiungendo cifre inedite per il sistema sportivo italiano,[77][78][79] ritornando tra i primi dieci in ambito internazionale per valore redditizio[80] oltreché tra i primi cinque per forza del marchio[81] e diventando la prima società calcistica italiana a ottenere un valore di mercato superiore a un miliardo di dollari,[82] emergendo così come la più valida alternativa alla soluzione dei problemi riguardanti il calcio italiano d'inizio III millennio.[83] Agnelli ha assunto una posizione più dura rispetto a quella assunta dalla precedente dirigenza bianconera Cobolli Gigli-Blanc[84][85] in merito agli strascichi dello scandalo del calcio italiano 2006 che vide coinvolta la Juventus, chiedendo la revisione del processo sportivo attraverso la presentazione di un esposto in seguito alla pubblicazione della relazione del procuratore federale – nella quale venivano contestate violazioni a diversi tesserati, molti dei quali non coinvolti nel provvedimento sportivo del 2006 – un anno prima; una scelta che generò una polarizzazione dell'opinione pubblica sportiva in Italia[86].

Interpretazione[modifica | modifica wikitesto]

« Di stile Juventus parlano gli altri, non noi. »

(Giovanni Agnelli, 1997.[87])

Benché sia molto difficile di definire precisa e complessivamente il significato dello «stile Juventus» e tutto ciò che rappresenta,[88] nel corso degli anni esso è stato interpretato in diverse maniere, soprattutto dal cosiddetto «dopoguerra calcistico», sia con connotazioni positive che negative.[89][90][91] Alcuni analisi in ambito delle scienze sociali conclusero che il termine descrive contemporaneamente a un modello duraturo di gestione sportiva-aziendale caratterizzato da una cospicua capacità d'adattamento alla congiuntura nazionale[92] e alla continuità nel tempo dell'azionista di riferimento – iniziata nel 1923 e ininterrotta dal 1947 – e, di conseguenza, la sinergia tra la società sportiva e la FIAT (pur non essendo stata mai da essa direttamente gestita),[93] la pianificazione strategica e l'insieme di politiche amministrative introdotte con successo all'interno del club; nonché, dai principi e valori che esso persegue quali «correttezza, professionalità, capacità di innovazione continua e capacità di perseguire e conseguire il risultato con tutte le proprie forze»,[13] a un ethos sportivo[13] riferito all'insieme di comportamenti, atteggiamenti e valori che fanno capo «all'eleganza, alla parsimonia, alla misura, alla disciplina e alla concretezza» che lo contraddistinguono agli occhi della popolazione media italiana,[94][95] espresse da varie personalità di rilievo legate alla Juventus, quali giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti – principalmente dall'Avvocato Gianni Agnelli, il cui aggiunse il proprio stile personale[17] –, avendo anche qualche nesso con altri concetti inerenti al club quali «orgoglio gobbo»,[14] «fino alla fine»[15] e, più complessivamente, «emozione Juventus»;[16] oltre a far riferimento, per esteso, a qualsiasi aspetto della propria cultura sportiva, degli usi e dei costumi delle diverse personalità legate alla società, nonché alle caratteristiche dell'organizzazione interna[17] e, inoltre – in virtù delle origini del club nonché della stessa dinastia Agnelli –, correlato intrinsecamente al cosiddetto «stile sabaudo» strettamente affine alla cultura piemontese.[18]

Descritto spesso come un «modello di rigore, disciplina e stabilità»,[9] il termine è anche riconosciuto quale uno dei elementi che più contraddistingono l'identità del club piemontese assieme al conubbio con la dinastia proprietaria della FIAT, la notevole diffusione e trasversalismo della propria tifoseria e «e un'invidia [nei confronti del club] altrettanto diffusa»,[9] oltreché il riflesso dell'identità e cosmovisione a livello cittadino e regionale.[96]

Modello sportivo[modifica | modifica wikitesto]

Nel suo libro Gli Agnelli e la Juventus (1985) lo scrittore Mario Pennacchia scrisse che l'avvocato Edoardo Agnelli assunse la presidenza della Juventus nel 1923 dall'assemblea straordinaria dei soci, su iniziativa del terzino Antonio Bruna, all'epoca operaio della FIAT, e il dirigente bianconero Sandro Zambelli, con l'oggettivo di imporre una nuova concezione del club di calcio in un'epoca in cui essi erano gestiti a livello dilettantistico,[97] seguendo due fondamenti: «[il] football è destinato a trovare spazio e attenzioni sempre maggiori tra le nostre popolazioni» e «[la] certezza che il campionato deve essere al più presto unificato per diventare veramente nazionale».[97] Tali politiche permessero alla Juventus diventare la prima entità nello sport italiano con status professionistico ante litteram.[9]

Il presidente Giampiero Boniperti, il tecnico Giovanni Trapattoni e il portiere Dino Zoff ospiti del programma televisivo La Domenica Sportiva al termine del vittorioso campionato di Serie A 1980-81.

In una serie di studi comparativi sulla diversità di percezione del calcio in Europa, pubblicati a cavallo tra gli anni 1980 e 1990, l'antropologo francese Christian Bromberger affermò che il modo di fare juventino è «l'immagine ideale di una cultura aziendale rigorosamente organizzata», la cui simboleggiò con quello che lui definì come le 'tre S': «Semplicità, Serietà, Sobrietà» come il riassunto del progetto sociale del club indirizzo a ottenere la massima efficienza.[8][98] Bromberger sostenne, inoltre, che il funzionamento del club e le caratteristiche di gioco di squadra – definite come «[un stile di] 'realismo efficace' orientato alla vittoria, la cui consegue attraverso la semplicità tattica, il rigore difensivo e la concretezza verso la porta avversaria»[99] – riflette in gran parte quel modello di rigore imprenditoriale. Per farlo, le successive dirigenze del club a partire dagli anni 1920 hanno imposto una serie di regole di condotta per tutti i suoi dipendenti, compresi i calciatori, per rafforzare così l'immagine della società seguendo principi imprenditoriali già applicati nella FIAT e, proprio come essa assegnò diverse responsabilità di gestione dei propri concessionari per meritocrazia a i suoi antichi dipendenti, alcuni giocatori divenuti icone della Juventus compirono diversi ruoli dirigenziali all'interno del club una volta terminata l'attività agonistica.[8] Allo stesso modo, la particolare politica di arruolamento condotta dalla proprietà bianconera dalla fine degli anni 1940 divenne duratura e sostenibile perché riflette l'ideale della popolazione che il club rappresenta e, al di là degli obbiettivi societari, la storia istituzionale della FIAT: al gruppo di giocatori capaci di ergersi quali simboli del club e che indirettamente incidono alla promozione dell'azienda, i cui invece riflettono attraverso il proprio riconoscimento internazionale, l'universalità della Juventus – come Michel Platini, chi diventò un'icona del contegno bianconero «come modello di rigore professionista e intelligenza tattica»[100] – vengono regolarmente inseriti giocatori d'origine non italiana provenienti principalmente dall'Europa centrale e settentrionale in quanto sono ritenuti «più adattabili» alla realtà della capitale sabauda e alla disciplina della società[101] e, seppur con minor frecuenza, della regione orientale del continente e dell'America Meridionale seguendo le politiche d'espansione finanziaria della casa automobilistica,[52] oltreché un gruppo di giocatori provenienti dal Meridione italiano che nella squadra compirono una funzione analoga a quella svolta dalla classe operaia nel settore automobilistico quali Pietro Anastasi, Franco Causio e Sergio Brio considerando la situazione demografica a Torino negli anni 1960 e 1970.[52][102]

Un decennio più tardi, lo storico Valerio Castronovo sostenne che il modello di gestione introdotto con successo nel club dai fratelli Agnelli, seppur diverso al futuro mecenatismo italiano in quanto caratterizzato dall'intelligenza, professionalità e cautela applicata negli investimenti, nel rispetto della realtà socioeconomica della Nazione, fu usato da riferimento nelle politiche sportive adottate dal petroliere Angelo Moratti all'Inter durante gli anni 1960,[103] intanto che per il giornalista Gian Paolo Ormezzano influenziò, seppur in modo indiretto, nelle decisioni societarie assunte dal futuro politico Silvio Berlusconi durante il suo primo periodo alla testa del Milan sul finire degli anni 1980.[104] La leadership acquisita dai fratelli Agnelli, soprattutto dal Dottore Umberto, a fronte della massima carica dirigenziale della Juventus, fu altresì uno dei fattori che ispirarono il rinnovamento della struttura interna della FIAT a metà degli anni 1960,[103] cosa che permetterà alla compagnia di divenire la prima holding della Nazione nonché giungere a livelli di produttività e fatturato mai toccati fino a quel periodo da un'azienda sorta nella penisola italica.[63]

Nei primi anni del III millennio lo specialista in marketing sportivo Michel Desbordes considerò lo stile Juventus, dal punto di vista manageriale, il benchmark del calcio italiano, in ragione dei diversi cambiamenti e innovazioni amministrative condotte dalla società e la propria attività in campo sociale.[12] Ritenne, inoltre, che il legame tra la Juventus e gli Agnelli – in modo analogo ad altre associazioni tra club calcistici e corporazioni come le stabilite tra il PSV e l'azienda elettronica olandese Philips, il Sochaux e la casa automobilistica francese Peugeot e il Bayer Leverkusen e la compagnia chimica-farmaceutica tedesca Bayer AG e differenziandosi di casi di mecenatismo imposti nella seconda metà degli anni 1980 da futuri politici quali Silvio Berlusconi al Milan e Bernard Tapie e, tre lustri più tardi, dall'imprenditore Robert Louis-Dreyfus all'O. Marsiglia – cercò sia in ambito sportivo che finanziario e nonostante il concetto di cultura aziendale non era sviluppato all'inizio del Novecento, «occupare i lavoratori durante il loro tempo libero e garantire una migliore identificazione da un sistema di valori e comportamenti». Di conseguenza, il grado di soddisfazione dei dipendenti della FIAT varia in modo direttamente proporzionale agli allori ottenutti dalla squadra.[105]

Ethos[modifica | modifica wikitesto]

Il filosofo statunitense Ted Richards nel suo libro Soccer and Philosophy: Beautiful Thoughts on the Beautiful Game (2010) attestò che il modo di fare juventino funziona della stessa maniera di un marchio, gestito attraverso un lungo processo di costruzione e consolidamento durato decadi; tramutando la comprensione di tutto quello con cui viene associato. Così, l'ideale di essere juventino – definito come «un impasto fra una naturale eleganza e un portamento sereno» –, sviluppato dalla famiglia Agnelli tramite la distinta condotta pubblica, divenne un modello per il club e i propri simpatizzanti.[2]

«Così come Orfeo incantò il suo pubblico con la sua lira, la Juventus incanta ogni fan (e anche spesso gli avversari) con il suo stile.»[106]
(Ted Richards, Soccer and Philosophy: Beautiful Thoughts on the Beautiful Game, 2010.)

In virtù della gestione aziendale introdotta dalla proprietà nonché l'eleganza e serenità espressa dentro e fuori dall'ambiente sportivo da giocatori quali Giampiero Boniperti, John Charles, Dino Zoff, Roberto Bettega, Gaetano Scirea e Alessandro Del Piero, da allenatori come Giovanni Trapattoni e Marcello Lippi e anche da dirigenti quali il già citato Boniperti, Vittore Catella e Vittorio Caissotti di Chiusano; l'ethos bianconero acquisì una figura «potente, a tutto tondo e di lunga durata» che trasforma subitamente l'immagine della persona o gruppo associato all'entità,[2] per il quale il suo campo di applicazione in altri ambiti della vita quotidiana sostanzialmente non ha confini, divenendo uno dei simboli associati a una squadra più estesi e tradizionali nello sport contemporaneo.[2]

Richards, per concludere, sostenne che il contegno bianconero, reputato come «l'immagine stilizzata di una squadra», è stato riflettuto tra i membri della Famiglia, contribuendo decisamente a creare il proprio mito fuori dell'ambiente calcistico, sia nel mondo dei negozi – specialmente l'industria automobilistica – che nella società, «trattegiando la personæ dei propri giocatori, dei tifosi e, probabilmente, dell'intero calcio italiano» – a cui sviluppo ha decisamente contribuito – fino alla fine degli anni 1980, periodo in cui venne cambiato radicalmente la nozione e visione dello sport attraverso la costruzione di una nuova immagine diffusa massicciamente su scala nazionale dai mezzi di comunicazione audiovisuale privati, principalmente la televisione.[2][107]

Interpretazioni complementari[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente onorario della Juventus, l'Avvocato Giovanni Agnelli, a colloquio con Cuccureddu, Marchetti, Zoff, Altafini e Anastasi a Villar Perosa (1972); l'Avvocato era spesso identificato come la personificazione stessa dello «stile Juventus»[108]

Paragonato al cosiddetto «stile sabaudo» legato alla Casa Savoia, la dinastia che governò l'omonimo ducato tra i secoli XV e XIX e, in seguito, il Regno d'Italia dal Risorgimento (1861), di cui la città di Torino divenne la prima capitale, fino all'ascesa della ditattura fascista (1925) rispettivamente; per lo storico Giovanni De Luna, l'atteggiamento dirigenziale all'interno del club è l'estensione sportiva delle politiche imprenditoriali della famiglia Agnelli – spesso riferiti quali gli eredi culturali dei Savoia –, acquisendo la sua iconografia con lo stile personale dell'Avvocato, caratterizzato, tra altri, dalla propria garbatezza, espressata da un particolare senso ironico nelle sconfitte e la non esibizione d'eccessivi entusiasmi nelle vittorie; durante la seconda metà del XX secolo e i primi anni di quello successivo.[108]

Secondo il parere di un altro accademico quale Aldo Agosti, l'atteggiamento societario bianconero, definito come «un modello efficiente di gestione ed educazione sportiva»,[109] progettato da diverse personalità all'epoca legate al club torinese, fu complessivamente uno dei punti cardine che generarono l'incremento esplosivo del tifo bianconero a partire dagli anni 1930 oltreché il massiccio sostegno verso la squadra nella regione meridionale della Nazione e che da allora la distingue del resto di società sportive provenienti dal Nord. I risultati sportivi della squadra come frutto della sua applicazione, fecero che il cittadino medio in quella zona geografica della Penisola idealizzerà la società e tutto ciò attorno a essa come modello per la crescita istituzionale delle squadre sportive locali per il successivo trentennio fino all'«avvicinamento» tra la società e la tifoseria sperimentato durante il cosiddetto «Boom economico».[109]

Infine l'economista specializzato in negozi familiari David Bain sostenne nel 2014 che la gestione – sia diretta che indiretta – della Juventus da parte degli Agnelli, consolidatasi con la seconda generazione da quando venne iniziato il sodalizio (1923) e che permise alla squadra del Piemonte di ottenere altri venti titoli di campione d'Italia, sette coppe nazionali, quattro Supercoppe LNP, due Coppe Intercontinentali, due Coppa dei Campioni e Champions League, una Coppa delle Coppe, tre Coppe UEFA, una Coppa Intertoto dell'UEFA e due Supercoppe europee, per un totale di 42 trofei ufficiali dal secondo dopoguerra al 2004[110] costituiscono il massimo caso a livello mondiale di una società calcistica a conduzione familiare al punto che il club e tale dinastia imprenditoriale sono de facto ritenuti sinonimi tra di loro.[111]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pennacchia, p. 297
  2. ^ a b c d e Richards, The Orpheus of Soccer
  3. ^ (EN) Old Lady never more sprightly, in Fédération Internationale de Football Association, 11 maggio 2012. URL consultato il 15 dicembre 2014.
  4. ^ Paul Dietschy, Antoine Mourat, The Motor Car and Football Industries from the early 1920s to the late 1940s: The Cases of FC Sochaux and Juventus, pp. 43-62
  5. ^ a b c Bromberger, p. 149
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  8. ^ a b c d Bromberger, p. 36
  9. ^ a b c d e f Patrick Hazard, David Gould, Three Confrontations and a Coda: Juventus of Turin and Italy, p. 209
  10. ^ Giovanni De Luna, Il tifo pro e contro l'Italia. Un laboratorio dell'identità nazionale, p. 1491
  11. ^ Guido Vaciago, Juventus, qui fabbricano vittorie fin dal 1923..., in Tuttosport, 1 marzo 2016. URL consultato il 2 marzo 2016.
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  13. ^ a b c Tesi di laurea sulla Juve, in Messaggero Veneto, 21 aprile 2006. URL consultato il 16 gennaio 2015.
  14. ^ a b Inteso come sinonimo di un comportamento «deciso, voglioso, grintoso e determinato su tutti i fronti», cfr. Davide Terruzzi, Orgoglio gobbo, 11 luglio 2012. URL consultato il 10 gennaio 2015.
  15. ^ a b Semplificazione del classico grido di guerra intonato dai gruppi organizzati del tifo bianconero dagli anni 1960: Fino alla fine forza Juventus. Esso «[...] è la miglior sintesi di quello che significa far parte della Juventus», cfr. «Fino alla fine» nel cuore e sulla maglia, in juventus.com, 31 maggio 2013. URL consultato il 16 gennaio 2015 (archiviato dall'url originale il 25 maggio 2015).
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  17. ^ a b c Mura et al, pp. 189-191
  18. ^ a b «Assai più di quanto abbiano saputo o potuto fare altre importanti dinastie, senza andare ai cugini europei, si pensi anche solo a fenomeni dinastici a noi più prossimi, come le altre casate locali (gli Acaja, gli Asinari, i Lascaris, i Piossasco, i Saluzzo, ecc.) od anche la dinastia industriale degli Agnelli, lo stile sabaudo ha caratterizzato di per sé la nostra regione.»; cfr. Luigi Brossa (a cura di), Artigianato d'eccellenza e circuito delle Dimore Sabaude (PDF), Osservatorio dell'Artigianato Regione Piemonte, dicembre 2007, p. 9. URL consultato il 19 gennaio 2015.
  19. ^ Bromberger, pp. 149; 304
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  21. ^ La «Juventus», in La Stampa, 1º aprile 1931, p. 2. URL consultato il 10 febbraio 2015.
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  26. ^ Pietra, p. 154
  27. ^ Dietschy, p. 133
  28. ^ Romano; Saoncella, «Film», 5 min 33 s
  29. ^ Pennacchia, p. 306
  30. ^ «Evento cardine dell'incontro tra industria e calcio è dato dall’instaurazione della famiglia Agnelli alla guida della Juventus che rappresenta l’inizio di un periodo di successi ed il susseguirsi di una vera e propria dinastia di presidenti societari, fattore che modifica nel profondo e per sempre l’approccio al sistema sportivo […] proprio come avviene nella vicina Francia con le esperienze di Jean-Pierre Peugeot al Sochaux e Jean-Bernard Lévy con il RC Parigi.» Cfr. Fabrizio Bertini, Dagli anni venti agli anni cinquanta: un'epoca d'oro del Pallone (PDF), in Notiziario del Settore Tecnico, nº 6, ed. 21 dicembre 2010, Firenze, Federazione Italiana Giuoco Calcio, noviembre/dicembre 2010, p. 13. URL consultato il 18 marzo 2015.
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  32. ^ Le politiche imprenditoriali della FIAT agl'inizi degli anni 1920 erano centrate su tre principi: progressiva conquista del mercato attraverso la realizzazione di una produzione di massa; impiego del capitale finanziario in mete esclusivamente produttive; nel settore salariale, una politica riformistica che mira al graduale miglioramento delle condizioni di vita degli operai per evitare le tensioni sindacali e per trasformarli in possibili clienti; cfr. Filmato audio Silvia Calandrelli, FIAT 1922-1966: Dal Lingotto a Vittorio Valletta, RAI Scuola (RAI Educational), 2012, a 0:02:34. URL consultato il 6 marzo 2015.
  33. ^ Bromberger, p. 150
  34. ^ Buttafarro et al, «Film», 48 min 59 s
  35. ^ Buttafarro et al, «Film», 11 min 59 s e ssq.
  36. ^ Buttafarro et al, «Film», 53 min 32 s e ssq.
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  39. ^ In sessantotto stagioni disputate dalla Juventus dalla 1929-30, la prima in cui il campionato italiano di calcio venne disputato a girone unico, alla 1999-2000 la dirigenza bianconera decise il cambio d’allenatore in dodici occasioni, includendo quelli di Carcano (1935) e Picchi (1971) legati a motivi estracalcistici, equivalenti a un percentuale di cambiamento del 17.64%, una cifra considerevolmente inferiore alla media di esoneri realizzati da squadre militanti nel campionato di Serie A durante un minimo di dieci stagioni (42.31%); cfr. Marco Tarozzi, Quel record dell’Alessandria, in Calcio 2000, 4 [40], aprile 2001, p. 77, ISSN 1122-1712 (WC · ACNP).
  40. ^ Dal 1923 al 2003, anno della morte dell'Avvocato, la Juventus cambiò il presidente e consiglio di amministrazione in dieci occasioni, l'ultima nel 1990; la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), l'organo di governo del calcio italiano, cambiò il presidente e membri del Consiglio Federale un totale di 25 volte durante quel periodo e la Democrazia Cristiana (DC), il principale partito politico in Italia durante la Prima Repubblica, cambiò il segretario generale – la sua massima carica istituzionale – in 23 occasioni dal luglio 1944 fino al suo scioglimento nel 1992; cfr. Buttafarro et al, «Film», 15 min 31 s e ssq.
  41. ^ La Juventus a Rio al «Torneo dei Campioni», in Corriere dello Sport, 14 giugno 1951, p. 4. URL consultato il 13 gennaio 2015 (archiviato dall'url originale il 23 ottobre 2013).
  42. ^ Luigi Bonizzoni, Inizio anni Cinquanta: le prime avvisaglie del gioco a zona fanno discutere (PDF), in Notiziario del Settore Tecnico, nº 3, Firenze, Federazione Italiana Giuoco Calcio, maggio/giugno 2002, p. 44. URL consultato il 18 marzo 2015.
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  44. ^ Vittorio Pozzo, La Juventus questa sera parte in aereo dal Brasile, in La Nuova Stampa, 24 luglio 1951, p. 4. URL consultato il 25 gennaio 2015.
  45. ^ Patrick Hazard, David Gould, Three Confrontations and a Coda: Juventus of Turin and Italy, pp. 209, 215
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  47. ^ Buttafarro et al, «Film», 4 min 39 s e ssq.
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  71. ^ Filmato audio Anna Billò e Leo Di Bello, 90 minuti con... #AgnelliRisponde, SKY Sport 1 HD (SKY Sport), 31 maggio 2016, a 0:15:46. URL consultato il 1º giugno 2016.
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  77. ^ 323,9 milioni di euro a tutto il 30 giugno 2015, cfr. Marina Salvetti, Boom di ricavi per la Juve di Agnelli: 350 milioni!, in Tuttosport, 29 agosto 2015. URL consultato il 26 aprile 2016.
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  80. ^ Xavier Jacobelli, Questa Juve comanderà per altri 5 anni se le altre non si svegliano, in Tuttosport, 25 aprile 2016. URL consultato il 26 aprile 2016.
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  82. ^ 1 299 miliardi di dollari equivalenti a 1 150 miliardi di euro a maggio 2016, cfr. (EN) The Business of Soccer: Juventus, in The World's Most Valuable Soccer Teams 2016, Forbes, 11 maggio 2016, p. 9. URL consultato il 12 maggio 2016.
  83. ^ «Far crescere il fatturato, sottrarsi alla schiavitù dei diritti TV e controllare meglio i propri tifosi, accelerando la trasformazione da sport a spettacolo: i club della Serie A sono sempre più convinti che la strada maestra per ottenere questi risultati sia la costruzione di un moderno impianto di proprietà, come hanno fatto prima le squadre inglesi e poi la Juventus», cfr. AA.VV., La voglia di stadio del calcio italiano, in R'E Le Inchieste, Gruppo Editoriale L'Espresso, 12 marzo 2015. URL consultato il 16 marzo 2015.
  84. ^ (EN) Simon Kuper, Soccer Men: Profiles of the Rogues, Geniuses, and Neurotics Who Dominate the World's Most Popular Sport, Londra, Hachette UK, 2014, pp. 356-357, ISBN 1-56858-459-8.
  85. ^ Filippo Testini, Cobolli Gigli in esclusiva: «Su Calciopoli è stata fatta ingiustizia», in Tuttosport, 15 maggio 2015. (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2015).
  86. ^ Francesco Bonini, Calciopoli e le sue retroazioni, in Giuseppe Sorgi (a cura di), Le scienze dello sport: il Laboratorio atriano: atti del Convegno, Atri, 14-15 maggio 2012, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2012, pp. 39-41, ISBN 88-61-34948-X.
  87. ^ Massimo Mucchetti, I patron, in Hurrà Juventus, 3 [98], Juventus Football Club S.p.A., 3 aprile 1997, ISSN 1594-5189 (WC · ACNP).
  88. ^ Bernardini et al, «Film», 37 min 9 s
  89. ^ Il dott. Paul Dimeo, docente di studi dello sport presso l'Università di Stirling (Scozia) sostenne che «Le squadre di calcio sono un'opportunità per i fan per identificarsi in modo esplicito con un gruppo o un altro, dai quali derivano i conseguenti stereotipi o il comportamento tenuto dai tifosi che conferiscono un'altra dimensione alla conoscenza del 'sé' e dell''altro'.» (cit. orig. in lingua inglese: The football clubs are an opportunity to fans to identify explicitly with one group or another, resulting in stereotypes or fan behaviour that adds anoher dimension to knowledge of 'self' and 'other'.Cfr. idem.'Team Loyalty Splits the City into Two': Football, Ethnicity and Rivalry in Calcutta, p. 116). Daniele Cioni, autore del libro Dimensione ultras. Viaggio nel tifo organizzato italiano (2005), aggiunse: «[...] il football, oltre a creare una certa suspense negli spettatori per la sua fatidicità e per la sua imprevedibilità, favorisce con la sua natura agonistica e di gioco di squadra l'adesione del pubblico al modello 'amico/nemico', schema che finisce così per essere dominante non solo in campo ma anche sulle gradinate dello stadio. Rappresentando la partita un confronto rituale tra due appartenenze distinte e contrapposte, il tifoso tende ad autoidentificarsi in una delle due parti 'in conflitto' ed a tenere per le sorti di una squadra. Al sostegno totale ed incondizionato ai propri beniamini corrisponde però un'avversione ugualmente intensa nei confronti dell'altra formazione e – per estensione – dell'altra tifoseria, vista non come una semplice somma di individui accomunati da una diversa simpatia calcistica ma come un vero e proprio 'nemico da combattere'. In questo modo viene a crearsi tra i tifosi di una stessa squadra una 'comunità' di luogo e di spirito fondata su un sentimento di fraternità, una 'tribù' in netta contrapposizione a qualsiasi altro 'clan'. Contrapposizione notevolmente rafforzata dal forte campanilismo che pervade il nostro Paese e che divide ormai da secoli le singole realtà locali.» ( Idem., Calcio e tifo, dalle origini ad oggi (PDF), in Notiziario del Settore Tecnico, nº 3, ed. 21 luglio 2006, Firenze, Federazione Italiana Giuoco Calcio, maggio/giugno 2006, p. 46.). In tale modo, la connotazione positiva o negativa dello «stile Juventus» si ottiene mediante un processo di stereotipizzazione ponendo l'accento su alcune peculiarità associate al termine piuttosto che su altre in ragione ai diversi aspetti correlati al club torinese che possono, come ogni altra organizzazione, essere valutati favorevolmente o sfavorevolmente. Così, le connotazioni positive di tale locuzione sono valorizzate dai sostenitori bianconeri e dalla popolazione interessata nell'attività calcistica che non ha delle antipatie o alcun altro sentimento negativo verso la Juventus, mentre che le eventuali connotazioni negative sono messi in risalto dal percentaggio della sopracitata popolazione che ha una marcata tendenza antijuventina, spesso da una prospettiva moralista e/o, in conseguenza delle frammentazioni socioculturali presenti negli diversi stati siti nella penisola italica dai primi secoli del Medioevo – ancora vigenti –, campanilistica; cfr. Patrick Hazard, David Gould, Three Confrontations and a Coda: Juventus of Turin and Italy, pp. 200; 203-207
  90. ^ Per lo storico Giovanni De Luna, per quanto riguarda gli antagonismi inerenti al club, il solo nome ‘Juventus’ «non identifica nessuna città e riesce a travalicare i campanilismi» e aggiunge che «[...] la Juventus è da sempre il tifo della provincia contro il capoluogo.» Cfr. Guido Vaciago, Ecco perché la Juve o la si ama o la si odia, in Tuttosport, 12 aprile 2014. URL consultato il 15 gennaio 2015.
  91. ^ Il sociologo Ilvo Diamanti scrisse nel songaggio sul tifo calcistico in Italia condotto dall'istituto statistico Demos & Pi e pubblicato nel settembre 2014 sul quotidiano la Repubblica che il calcio «è alimentato da ragioni diverse. Fra le altre: i campanilismi, l'attaccamento locale. E il risultato. Le vittorie. Insieme producono e riproducono un senso di identità, che si rafforza attraverso le affermazioni della squadra» e aggiunge che il calcio ha preso il posto della politica dopo la fine dei partiti di massa. In tale senso, «come nella politica di un tempo, il senso di antagonismo conta ancora molto. Quanto il senso di vicinanza. E forse anche di più. Come quando i muri della nostra politica erano segnati dall'anticomunismo e dall'antiberlusconismo. Così, oltre metà dei tifosi è fatta di antitifosi. Provano ostilità e risentimento verso una squadra. Soprattutto, la Juventus. Ma anche Inter e Milan. Le più amate e, per questo, le più detestate.» ( idem., Meno stadi, più TV e web: così cambia l'Italia del tifo (PDF), in XLII Osservatorio sul Capitale Sociale degli italiani – Il tifo calcistico in Italia, Demos & Pi, settembre 2014, pp. 3-4. URL consultato il 19 settembre 2014. Cfr. anche idem., pp. 6; 10-11).
  92. ^ (FR) Adrien Lelièvre, La Juventus, dernier rescapé d'un football italien en déclin, in Le Monde, 14 aprile 2015. URL consultato il 14 aprile 2015.
  93. ^ Paul Dietschy, Antoine Mourat, The Motor Car and Football Industries from the early 1920s to the late 1940s: The Cases of FC Sochaux and Juventus, p. 49
  94. ^ Per lo psichiatra Michele Cucchi, l'italiano medio «spesso cade sulla strada dei grandi successi causa della mancanza di costanza e della ridotta tranquillità emotiva, che sembra risultare ancora più fragile e labile quando salgono le aspettative [...]», cfr. Juve e Roma contro la Sindrome di Annibale, in Tuttosport, 3 novembre 2014. URL consultato il 23 febbraio 2015.
  95. ^ Interruzioni: Giampiero Mughini, Un sogno chiamato Juventus. Cento anni di eroi e vittorie bianconere, Mondadori, 2004, su interruzioni.com, 13 settembre 2006. URL consultato il 13 febbraio 2015.
  96. ^ Bromberger, pp. 148-152
  97. ^ a b Mario Pennacchia, Il gioiello di famiglia, in La Gazzetta dello Sport, 27 dicembre 1997. URL consultato il 10 gennaio 2015.
  98. ^ (FR) Laurent Flandre, Juventus de Turin, qui est cette «vieille dame» centenaire?, in l'Humanité, 15 gennaio 1997. URL consultato il 20 marzo 2015.
  99. ^ Bromberger, pp. 150-151
  100. ^ Bromberger, p. 151
  101. ^ Bromberger, p. 163. Tale politica di ingaggio in confronti dei giocatori stranieri sarebbe estesa al settore giovanile del club dal 1991, cfr. (EN) Rodney D. Fort e John Fizel (a cura di), International Sports Economics Comparisons, Westport (Connecticut), Greenwood Publishing Group, 2004, p. 95, ISBN 0-27598-032-4.
  102. ^ Intervistato dal conduttore televisivo Giovanni Minoli in occasione al centesimo anniversario di fondazione della Juventus (1997), l'Avvocato Agnelli respinse l'ipotesi sull'ingerenza della FIAT nelle politiche di reclutamento della società torinese sostennendo che venivano considerate le caratteristiche tecniche e l'utilità del giocatore ingaggiato verso la squadra a prescindere dal proprio paese d'origine; cfr. Filmato audio Giovanni Minoli, 100 anni di Juventus, Speciale Mixer, RAI 3 (RAI Educational), 3 giugno 1997, a 0:34:21. URL consultato il 9 gennaio 2015.
  103. ^ a b Valerio Castronovo, Agnelli. Aristocrazia senza sprechi, pp. 712-713
  104. ^ Gian Paolo Ormezzano, Il Milan è grande grazie alla Juve, in Stampa Sera, 20 dicembre 1989, p. 22. URL consultato il 5 gennaio 2015.
  105. ^ (FR) Michel Desbordes, Football et paix sociale, in Le Monde, 1º giugno 2002. URL consultato il 3 marzo 2015.
  106. ^ Citazione originale in lingua inglese: As Orpheus enchanted his audience with his lire, Juventus charms any fan (and often opponents too) with his style. Cfr. Richards, The Orpheus of Soccer
  107. ^ Richards, The Gods of War: Berlusconi and Mars
  108. ^ a b Bernardini et al, «Film», 37 min 07 s e ssq.
  109. ^ a b Aldo Agosti, Juve anni 30. Il successo del pragmatismo, p. 915
  110. ^ Filmato audio Francesco Vecchi, Agnelli – Juventus Style, XXL, Sport Mediaset, 2012, a 1 min 8 s. URL consultato il 19 dicembre 2016.
  111. ^ (EN) David Bain, Five Football Clubs Owned by Families, in Family Capital, 15 ottobre 2014. URL consultato il 17 febbraio 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Libri[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Gary Armstrong e Richard Giulianotti, Fear and Loathing in World Football, Oxford, Berg Publishers, 2001, ISBN 1-85973-463-4.
  • (EN) Alan Bainer, Jonathan Magee e Alan Tomlinson (a cura di), The Bountiful Game? Football Identities and Finances, a publication of the International Football Institute (IFI), Oxford, Meyer & Meyer Sport Ltd., 2005, ISBN 1-84126-178-5.
  • (FR) Christian Bromberger, Le match de football : ethnologie d'une passion partisane à Marseille, Naples et Turin, avec la collaboration d'Alain Hayot et Jean-Marc Mariottini, Parigi, Les éditions de la Fondation Maison des sciences de l'homme (MSH), 1995, ISBN 2-7351-0668-3.
  • Gianni Mura, Andrea Gentile e Aurelio Pino, Non gioco più, me ne vado: gregari e campioni, coppe e bidoni, Milano, Il Saggiatore, 2013, ISBN 88-4281-752-X.
  • Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, Milano, Rizzoli, 1985, ISBN 88-17-85651-7.
  • Italo Pietra, I tre Agnelli. Memorie, documenti, biografie, Milano, Garzanti, 1985, ISBN 88-1173-973-X.
  • (EN) Ted Richards, Soccer and Philosophy: Beautiful Thoughts on the Beautiful Game, Chicago, Open Court Publishing Company, 2013 [2010], ISBN 08-12-69682-4.
  • Marco Sappino (a cura di), Dizionario biografico enciclopedico di un secolo del calcio italiano, vol. 2, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2000, ISBN 88-8089-862-0.

Pubblicazioni varie[modifica | modifica wikitesto]

Videografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Buttafarro, Giovanni De Luna e Marco Revelli, episodio 1, Un fenomeno in bianco e nero, consulenza di Leone Piccione, RAI 3, 16 settembre 1986, a 59 min 58 s.
  • Roberto Buttafarro, Giovanni De Luna e Marco Revelli, episodio 2, Un fenomeno in bianco e nero, consulenza di Leone Piccione, RAI 3, 23 settembre 1986, a 60 min 00 s.
  • Manuela Romano, La grande storia della Juventus: episodio 1, 1897-1956 "Il segreto della Juventus", Roberto Saoncella (con la collaborazione di), RCS Quotidiani, RAI Trade, LaPresse Group, 2005, a 31 min 43 s.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]