Stemma del Regno di Sicilia

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Stemma del Regno di Sicilia
Arms of the Aragonese Kings of Sicily(Crowned).svg
Lo stemma, in origine inquartato normalmente, nasce come arme di pretensione di Pietro III d'Aragona sul trono di Sicilia. Con Federico III, assume la definitiva inquartatura in croce di Sant'Andrea con, al 1° e 4° quarto, le barre d'Aragona e con, al 2° e 3° quarto, l'aquila di Svevia-Sicilia[1]. Questa versione, con scudo coronato, vede le aquile affrontate[2].
Blasonatura
Inquartato in decusse: nel primo e nel quarto d'Aragona; nel secondo e nel terzo di Svevia-Sicilia[3].

Lo stemma del Regno di Sicilia ha avuto, nel corso dei secoli, diverse incarnazioni, ma lo scudo inquartato in decusse con l'aquila sveva e le barre d'Aragona fu l'arme che, da un punto di vista araldico, divenne rappresentativa dell'isola, facendosi, inoltre, elemento distintivo degli stemmi reali ed imperiali di alcune delle principali case regnanti d'Europa.

Età normanna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stemma degli Altavilla e Storia della Sicilia normanna.

Il primo stemma che tradizionalmente viene ricondotto al Regno di Sicilia, quando ancora comprendeva i suoi territori peninsulari, è lo stemma degli Altavilla. Ruggiero II, fondatore della monarchia siciliana, «portò per insegna una duplicata banda, ripartita in cinque parti, cioè cinque rosse, e cinque d'argento, la qual cala dalla parte destra alla parte sinistra per traverso, posta in campo azzurro, come portarono tutti i Normanni suoi predecessori»[4]:

« d'azzurro alla banda scaccata a due tessere di rosso e d'argento »

(Blasonatura)

Secondo quanto riportato da Giovanni Antonio Summonte, il significato del blasone normanno, ovvero di un'arme composta da due colori principali e dall'argento, constava in «un animo invitto in acquistar dominio»[4].

Secondo lo storico siciliano Agostino Inveges, lo stemma non era adoperato dai predecessori di Ruggero II, ma fu adottato proprio dal primo Re di Sicilia, in concomitanza con la propria incoronazione. A parere di Inveges, i colori rappresenterebbero la ricchezza del regno (l'argento), la porpora reale (il rosso) e la fatica delle armi e il travaglio della guerra (l'azzurro)[5].

Diverse fonti, però, definiscono questo stemma come un'arme "attribuita", ovvero un'insegna creata e ricondotta alla dinastia degli Altavilla o, comunque, a Ruggero II, soltanto in epoca posteriore, poiché non si rinvengono tracce certe o testimonianze coeve all'epoca in cui lo stemma sarebbe stato adottato[6][7].

Età sveva[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia sveva.

Con Enrico VI di Svevia o, meglio, con il matrimonio tra costui e Costanza d'Altavilla, evento che segnò l'unione tra la Casa d'Altavilla e la Casa d'Hohenstaufen, l'aquila spiegata di nero entrò a far parte dei segni distintivi del Regno di Sicilia. In origine, lo stemma degli Hohenstaufen consisteva in uno scudo d'oro, caricato di tre leoni passanti (o leoni leoparditi) di nero, posti l'uno sull'altro[3]. Invero, per tale stemma, ferme restanti figure e disposizione, è possibile rinvenirne almeno altre due blasonature, che, meno note della precedente, differiscono da essa esclusivamente per gli smalti. La prima descrive uno scudo d'argento, caricato di tre leoni passanti di rosso, posti l'uno sull'altro[3], mentre la seconda presenta uno scudo d'oro, caricato di tre leoni passanti di rosso, sempre posti l'uno sull'altro[8].

Successivamente, allo stemma dai tre leoni passanti, fu accostata, prima solo come cimiero[8], poi come elemento principale, l'aquila. La tradizione vuole che sia stato Federico Barbarossa a introdurla, quale simbolo imperiale, che rappresentasse la continuità tra l'Impero germanico e l'Impero romano, ma fu Enrico VI che definì i caratteri araldici dello stemma del casato, fissando il color oro per lo sfondo[9].

Sia Summonte[10], sia Inveges attribuiscono a Enrico VI uno stemma con aquila bicipite, con corona imperiale, in campo d'oro. Sull'aquila, inoltre, caricato in cuore, è presente uno scudetto, il quale, con capo doppiodentato, è partito, con, a destra, tre pini o pigne male ordinate e, a sinistra, i tre leoni passanti. In particolare, Inveges spiega la presenza delle tre pigne come un richiamo alla città sveva di Augusta, della quale la pigna è il simbolo[11]. Un'altra ipotesi, invece, contempla la possibilità che l'arme di Svevia antica, quindi precedente ai tre leoni passanti, fosse costituita proprio da tre pigne d'oro in campo azzurro[12][7]. Quanto, invece, al capo indentato, questo potrebbe essere riferito allo stemma della Franconia, uno scudo troncato cuneato di due cunei e due metà di rosso su tre d'argento, che costituirebbe un richiamo alla Casa di Franconia, che concesse, in feudo, la Svevia agli Hohenstaufen[9].

L'attribuzione, a Enrico VI, dell'utilizzo e, dunque, dell'introduzione, dell'aquila bicipite, quale simbolo del Sacro Romano Impero, si pone, però, in netto contrasto con le fonti che hanno collocato in periodi posteriori la comparsa di tale figura araldica nelle armi degli imperatori germanici. Un impiego sporadico, nell'araldica imperiale, dell'aquila bicipite nera in campo d'oro, infatti, viene fatto risalire agli anni successivi alla morte di Enrico VI, ovvero, all'epoca delle dispute per il titolo di Imperatore tra Ottone IV di Brunswick e Federico II di Svevia[13][14]. In particolare, fu il benedettino inglese Matteo Paris a riportare, nella sua Chronica Majora, miniature recanti l'aquila bicipite nera in campo d'oro, sia per Ottone IV, sia per Federico II[15].

Anche Summonte riporta per lo stupor mundi uno stemma con aquila bicipite, che, così come quello che lo storico napolitano aveva presentato per Enrico VI, reca in cuore uno scudetto, che si differenzia da quello già visto, per l'aggiunta della Croce di Gerusalemme: lo scudo, da partito, diventa un interzato in palo, con Gerusalemme in fascia sinistra[16]. Tale aggiunta, spiega Summonte, è dovuta all'acquisizione, nel 1225, del titolo di Re di Gerusalemme da parte di Federico II in seguito alle nozze con Jolanda di Brienne[17]. L'utilizzo dell'aquila bicipite in età federiciana (o, come visto, precedente) è contestato, però, da Goffredo di Crollalanza, che attribuisce il primato dell'introduzione, presso gli imperatori tedeschi, di tale figura araldica a Ludovico il Bavaro[18][19]. A parziale conforto della tesi del Crollalanza si potrebbe porre lo stemma riportato da Scipione Mazzella[20] e ripreso anche da altre fonti[21][9], che, fermo restante lo scudo interzato già descritto, pone lo stesso su un'aquila monocipite. Quest'ultima, però, è adoperata, in tale riproduzione, come supporto esterno; ma tale particolare utilizzo dell'aquila nello stemma imperiale è di molto successivo, essndo stato introdotto solo nel XVI secolo, da Carlo V d'Asburgo[13].

È con Federico II, comunque, che l'aquila sveva comincia a divenire segno distintivo della Sicilia: lo stupor mundi, infatti, adoperò, accanto allo stemma con aquila monocipite in campo d'oro, una nuova versione dell'insegna, che doveva rappresentare la dignità reale, dove il campo dello scudo mutava da oro in argento[22][9]. La nuova arme diviene il blasone di Svevia-Sicilia[3]:

« d'argento, all'aquila spiegata e coronata di nero[3] »

(Blasonatura)

Altri autori, come il Summonte, però, attribuiscono a re Manfredi, figlio naturale dell'imperatore, l'introduzione del campo d'argento per lo stemma svevo a rappresentare il solo Regno di Sicilia e non l'Impero[23]. A ogni modo, alla morte di Manfredi, l'arme con l'aquila non cadde in disuso e fu ereditata dalla figlia di Manfredi, Costanza II[24]. A Corrado IV di Svevia, figlio legittimo di Federico II ed erede al titolo di re di Sicilia, viene invece attribuito uno stemma in cui sull'aquila è presente un crescente d'argento in cuore[6].

Età angioina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia angioina e Stemma del Regno di Napoli.

Con la conquista del Regno di Sicilia da parte di Carlo I d'Angiò, il sovrano francese estese ai suoi nuovi domini la propria arme. Nel breve periodo in cui Carlo regnò sulla Sicilia (dal 1266 al 1282), lo stemma in uso fu:

« di Francia (d'azzurro, seminato di gigli d'oro) al lambello di rosso[6] »

(Blasonatura)

Tale arme era stata adottata dal Carlo già nel 1246, aggiungendo il lambello allo stemma azzurro, seminato di gigli d'oro in uso ai re di Francia, al fine di differenziare il proprio ramo cadetto da quello principale dei Capetingi[25], poiché soltanto il primogenito del sovrano francese aveva diritto a conservare inalterato lo stemma paterno, mentre tutti gli altri figli erano tenuti a modificarlo[26].

Età aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia aragonese, Regno di Trinacria e Corona d'Aragona.

Nel 1262, con il matrimonio tra Costanza di Hohenstaufen e Pietro III d'Aragona, all'aquila sveva vengono accostati i pali d'Aragona, quattro vermigli e cinque d'oro; o meglio quattro bande vermiglie in campo d'oro[27]. L'utilizzo, da parte della Casa d'Aragona, dell'arme siculo-sveva rendeva quest'ultima un'arme di pretensione[9], ovvero rappresentava la pretesa che il re d'Aragona vantava sul trono di Sicilia. I diritti dinastici di Costanza furono esercitati nel 1282, quando la Sicilia insorse contro gli Angiò nella guerra del Vespro.

Fu Giacomo II, figlio secondogenito di Pietro e Costanza e re di Sicilia dal 1285 al 1296, a creare la nuova insegna reale, inquartando, al 1º e 4º quarto, i pali d'Aragona con, al 2º e 3º quarto, l'aquila di Svevia-Sicilia[1].

Nel 1296, con l'incoronazione di Federico III, assistiamo ad un cambiamento nella disposizione dell'arme, che si presenta, infatti, con una inquartatura in croce di Sant'Andrea[1][6]: le barre d'Aragona sono poste in alto e in basso, mentre le aquile sono poste a destra e sinistra[28]. Secondo altre fonti, invece, l'arme fu inquartato in decusse già da Giacomo II, che, però, nel 1291, con la nomina a re di Aragona, mutò lo stemma, inquartandolo normalmente[6].

« inquartato in decusse: nel primo e nel quarto d'Aragona; nel secondo e nel terzo di Svevia-Sicilia[3] »

(Blasonatura)

Tale arme, così organizzata, si configurò come quella maggiormente rappresentativa dello stato isolano. Per essa, inoltre, si ritrovano differenti rappresentazioni delle aquile: in origine affrontate[2], iniziano, a partire dal XV secolo, ad essere rappresentate, sempre più di frequente, rivolte verso destra. Parimenti, si annoverano blasonature e rappresentazioni[2][3] sia con aquila coronata, sia con corona assente[29].

Con Ferdinando di Trastámara, sono le armi siciliane a entrare a far parte dello stemma aragonese. Abbiamo, infatti, l'introduzione di un nuovo scudo a significare la sovranità congiunta sui domini aragonesi, catalani e siciliani: lo stemma adottato dal monarca iberico si presenta, quindi,

« partito d'Aragona e d'Aragona-Sicilia[30] »

(Blasonatura)

Con la Casa di Trastámara, dunque, sulla parte destra dello stemma partito in due, vengono poste le sole barre d'Aragona, mentre a sinistra l'arme d'Aragona-Sicilia in decusse[30]. Secondo un'altra fonte, invece, fu Martino I di Sicilia ad adottare per primo questo blasone[31]. A ogni modo, con tale nuova combinazione, venne fissata un'arme che fu presente su tutti i successivi stemmi dei sovrani iberici e siciliani.

Nel 1442, Alfonso il Magnanimo, già sovrano d'Aragona e Sicilia, completò la conquista del Regno di Napoli, ovvero della Sicilia citeriore, assumendo, così, il titolo di Re dell'una e dell'altra Sicilia. Dal punto di vista araldico, ciò comportò l'inserimento delle Barre d'Aragona nello stemma del Regno di Napoli: egli, infatti, introdusse un'arme inquartata al 1º e al 4º d'Ungheria, Angiò-Sicilia e Gerusalemme e al 2º e al 3º d'Aragona[31]. Alla morte del sovrano, il trono di Napoli fu separato dalla Corona aragonese, ma, già a partire dai Re cattolici, l'arme creata dal Magnanimo ritornerà a caratterizzare molti gli stemmi adottati dai sovrani iberici per il Regno di Sicilia e per il Regno di Napoli.

Nel 1479, con l'unione de facto della Corona d'Aragona e della Corona di Castiglia-León, Ferdinando II d'Aragona e Isabella di Castiglia, i Re cattolici, adottarono uno stemma che includeva le armi dei rispettivi regni:

« inquartato, il primo ed il quarto controinquartati di Castiglia-León, il secondo ed il terzo partiti di Aragona e Aragona-Sicilia[31][32] »

(Blasonatura)

Con la conquista di Granada, l'acquisizione del trono di Napoli e l'annessione dell'Alta Navarra, lo stemma di Ferdinando venne ulteriormente complicato con l'aggiunta delle armi dei nuovi territori[32]: dal 1492, l'aggiunta di Granada in punta; dal 1504, Napoli (con l'esclusione dei gigli d'Angiò) subentra al 2º quarto; dal 1513, Navarra è inserita nella parte bassa del 1º partito del 2º quarto.

Età vicereale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia spagnola e Viceré di Sicilia.

Già con Ferdinando II, dunque, la Sicilia prese a condividere le armi della nuova monarchia spagnola, anche se, de jure, l'istituzione del Regno di Spagna avvenne solo nel 1516, con Carlo V d'Asburgo. Grazie alle eredità materne (Giovanna di Castiglia) e paterne (Filippo d'Asburgo), i domini del sovrano si estendevano su gran parte dell'Europa occidentale e ciò ebbe ripercussioni anche dal punto di vista araldico. Allo scudo, così come composto da Ferdinando II d'Aragona, si erano assommati, infatti, i punti dell'arme di Borgogna (antica e moderna), Brabante, Fiandre e Tirolo. Compariva, inoltre, quale ornamento esteriore dello scudo, il Toson d'oro ereditato per il tramite di Massimiliano I d'Asburgo, padre di Filippo[33]. In qualità di viceregno spagnolo, quindi, l'isola, così come Napoli, ebbe i medesimi stemmi adottati dai diversi sovrani iberici fino al 1713.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia piemontese e Armoriale di casa Savoia.

Con il trattato di Utrecht, la Sicilia entra a far parte dei domini dei Savoia: Vittorio Amedeo II acquisisce il titolo di re e colloca nel suo blasone «sul tutto uno scudetto d'argento all'aquila di nero, colla quale intendeva figurare il nuovo reame di Sicilia […], caricata in cuore d'uno scudetto rosso crociato di Savoia»; oltre a ciò lo stemma reale subiva altri mutamenti, tra i quali le aggiunte delle armi di Piemonte e Saluzzo e l'inserimento dello stemma di Nizza in punta[34][35]. Il Manno, in relazione all'aquila sveva, afferma che «quando, con suo gran disgusto, [il re] fu costretto a scambiare la Sicilia coll'altra maggiore isola del Mediterraneo [...] mutava il metallo del campo, che fece d'oro, figurando così l'insegna di Savoia antica»; in realtà, ciò non avvenne, in quanto l'aquila, che sarebbe dovuta diventare al volo abbassato (così era quella di Savoia antica), rimase al volo spiegato, mentre lo scudetto rimase d'argento nella maggioranza delle rappresentazioni, fino al 9 febbraio 1816, quando fu decretato che esso doveva essere d'oro[36].

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia austriaca e Stemma imperiale asburgico.

Nel 1720, con il trattato dell'Aia, la Sicilia torna ad essere un vicereame, seguendo nuovamente le medesime sorti del Regno di Napoli, sotto gli Asburgo d'Austria: l'imperatore Carlo VI d'Asburgo, per i due regni, riprende lo scudo di Carlo II di Spagna, ponendo come su tutto il "rosso alla fascia d'argento della casa d'Austria[33]".

Età borbonica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regno di Sicilia (1734-1816) e Stemma di Carlo III del Regno di Sicilia.

Nel 1734, la Sicilia, in seguito all'intervento armato di Carlo III di Borbone, venne sottratta agli Asburgo e ritornò ad essere uno stato indipendente. Il nuovo sovrano adottò il medesimo stemma del padre, ma vi aggiunse due armi di pretensione di Toscana (in qualità di ultimo erede dei Medici) e di Parma (ducato al quale dovette rinunciare nel 1734), che includeva anche le armi del Portogallo. Lo stemma, sostenuto dall'aquila spiegata e coronata, era ornato, dal Toson d'oro, successivamente affiancato dal Collare del Santo Spirito, dal Collare dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio e, dal 1738, dal Collare dell'Ordine di San Gennaro[33].

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stemma di Ferdinando III del Regno di Sicilia e Regno delle Due Sicilie.

Ad appena 9 anni, Ferdinando III di Sicilia successe a suo padre, che era stato chiamato a prendere il trono di Spagna. Il nuovo stemma, sostanzialmente simile al precedente, vide, però, la definitiva conferma delle armi d'Angiò-Sicilia e di Gerusalemme, che, comunque, già riprese da Carlo, nel 1736, non erano mai state totalmente dismesse. Questo di Ferdinando fu l'ultimo stemma del Regno di Sicilia, poiché, nel 1816, con l'unione dei regni di Sicilia e di Napoli, venne definito lo stemma del nuovo stato, che non fu più mutato dai successivi sovrani[33].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Faustino Menéndez-Pidal, p. 149
  2. ^ a b c Guillermo Fatás, p. 187
  3. ^ a b c d e f g Giacomo C. Bascapè, p. 1032
  4. ^ a b Giovanni Antonio Summonte, p. 33
  5. ^ Agostino Inveges, p. 14
  6. ^ a b c d e Paul Adam-Even, p. 13
  7. ^ a b Angelo Scordo, 2012
  8. ^ a b Goffredo di Crollalanza, p. 180
  9. ^ a b c d e Gianantonio Tassinari, Guido Iamele
  10. ^ Giovanni Antonio Summonte, p. 82
  11. ^ Agostino Inveges, p. 15
  12. ^ Angelo Scordo, 1995
  13. ^ a b Gianfranco Rocculi, p. 223
  14. ^ Jean-Claude Maire Vigueur, p. 38
  15. ^ Suzanne Lewis, pp. 255 e 268
  16. ^ Giovanni Antonio Summonte, p. 86
  17. ^ Giovanni Antonio Summonte, p. 93
  18. ^ Goffredo di Crollalanza, p. 47
  19. ^ La definitiva affermazione dell'aquila bicipite come stemma imperiale è ricondotta a Sigismondo di Lussemburgo. Gianfranco Rocculi, p. 223
  20. ^ Scipione Mazzella, p. 434
  21. ^ Giuseppe De Troia, p. 23
  22. ^ Jean-Claude Maire Vigueur, p. 31
  23. ^ Giovanni Antonio Summonte, p. 195
  24. ^ Rafael de Molina, p. 932
  25. ^ Giovanni Antonio Summonte, p. 318
  26. ^ Agostino Inveges, p. 16
  27. ^ Giovanni Antonio Summonte, p. 299
  28. ^ Byron McCandless, p. 391
  29. ^ Giacomo C. Bascapè, pp. 698-699
  30. ^ a b Faustino Menéndez-Pidal, pp. 206-209
  31. ^ a b c Paul Adam-Even, p. 14
  32. ^ a b Faustino Menéndez-Pidal, pp. 175-176
  33. ^ a b c d Silvio Vitale, Le origini dello stemma delle Due Sicilie, su realcasadiborbone.it, Real Casa di Borbone delle Due Sicilie e Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. URL consultato l'11 agosto 2011.
  34. ^ Deputazione toscana di storia patria, p. 192
  35. ^ Antonio Manno, p. 26
  36. ^ Aldo Ziggioto, p. 7
  37. ^ Antonello Capodicasa, Lo stemma di Re Filippo III, su fortedicapopassero.it, Antonello. URL consultato il 5 giugno 2013.
  38. ^ (EN) Filippo V of Borbone (1700-1713), su rhinocoins.com. URL consultato il 22 luglio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) Paul Adam-Even, Les diverses armoiries des royaumes de Sicile, in Revue française d'héraldique et de sigillographie, vol. 24, 1957, pp. 13-14.
  • Giacomo C. Bascapè, Marcello Del Piazzo, Luigi Borgia, Insegne e simboli: araldica pubblica e privata medievale e moderna, Roma, Pubblicazioni degli Archivi di Stato: Ministero per i beni culturali e ambientali Ufficio centrale per i beni archivistici, 1983, ISBN non esistente.
  • Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca: prontuario nobiliare, Pisa, Giornale Araldico, 1876, ISBN non esistente.
  • (CA) Rafael de Molina, Signos, sellos y firmas de las reinas de Aragón, su RACO.cat. URL consultato l'11 agosto 2011.
  • Giuseppe De Troia, Foggia e la Capitanata nel Quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia, Fasano, Schena Editore, 1994, ISBN 88-7514-732-9.
  • (ES) Guillermo Fatás Cabeza, Guillermo Redondo Veintemillas, Blasón de Aragón: el escudo y la bandera, Saragozza, Diputación General de Aragón, 1995, ISBN 84-7753-543-4.
  • Agostino Inveges, Annali della felice citta di Palermo prima sedia, corona del re, e capo del Regno di Sicilia, a cura di Pietro dell'Isola, Tomo III, Palermo, Pietro dell'Isola, 1651, ISBN non esistente.
  • (EN) Suzanne Lewis, The Art of Matthew Paris in the Chronica Majora, Berkeley e Los Angeles, University of California Press, 1987, ISBN 978-0-520-04981-9.
  • Antonio Manno, Origini e vicende dello stemma sabaudo, Torino, Fratelli Bocca, 1876.
  • Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, Gio. Battista Cappello, 1601, ISBN non esistente.
  • (ES) Faustino Menéndez-Pidal y de Montes, El escudo de España, Madrid, Faustino Menéndez Pidal Ed., 2004, ISBN 84-88833-02-4.
  • (EN) Byron McCandless, Gilbert Hovey Grosvenor, Our flag number: with 1197 flags in full colors and 300 additional illustrations in black and white, in National Geographic Magazine, Volume 32, Edizione 4, 1917.
  • Gianfranco Rocculi, Società Italiana di Studi Araldici, Un glorioso passato racchiuso nello stemma del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, tra storia e mito, Atti della Società Italiana di Studi Araldici, 23° e 24° Convivio, Torino, 20 maggio 2006 e Roma, 17-18-19 novembre 2006, Torino, Società Italiana di Studi Araldici, 2007, pp. 235-258.
  • Angelo Scordo, Società Italiana di Studi Araldici, Note di araldica medievale – Una "strana" arma di "stupor mundi", Atti della Società Italiana di Studi Araldici, 11° Convivio, Pienerolo, 17 settembre 1994, Torino, Società Italiana di Studi Araldici, 1995, pp. 105-145.
  • Angelo Scordo, Società Italiana di Studi Araldici, Bandiere del Regno del Sud, Atti della Società Italiana di Studi Araldici, 29° Convivio, Torino, 15 ottobre 2011, Torino, Società Italiana di Studi Araldici, 2012, pp. 53-77.
  • Giovanni Antonio Summonte, Dell'historia della città, e regno di Napoli, a cura di Antonio Bulifon, Tomo II, Napoli, Antonio Bulifon – Libraro all'insegna della Sirena, 1675, ISBN non esistente.
  • Jean-Claude Maire Vigueur, Storia e leggenda di un grande imperatore, in Medioevo Dossier, anno I, 1, Milano, De Agostini-Rizzoli Periodici, 1998, pp. 31-38.
  • Aldo Ziggioto, Un falso asserto sulle armi e sulle bandiere sabaude: perché?, in Vexilla Italica, 1998, 1, pp. 1-8.
  • Deputazione toscana di storia patria (a cura di), Archivio storico italiano, Libro 2, Volume 163, Firenze, Leo S. Olschki, 1917, ISBN non esistente.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianantonio Tassinari, Guido Iamele, Lo stemma degli Hohenstaufen e della casa reale di Sicilia, su Stupormundi.it, Foggia, Alberto Gentile Editore. URL consultato l'11 agosto 2011.
  • (EN) Hubert de Vries, Sicily – Part I, su hubert-herald.nl, Amsterdam, National Arms and Emblems – Past and Present. URL consultato il 3 settembre 2017.
  • (EN) Hubert de Vries, Sicily – Part II, su hubert-herald.nl, Amsterdam, National Arms and Emblems – Past and Present. URL consultato il 3 settembre 2017.
  • Silvio Vitale, Le origini dello stemma delle Due Sicilie, su realcasadiborbone.it, Real Casa di Borbone delle Due Sicilie e Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.