Statua del dio Nilo

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Statua del dio Nilo
Piazza Nilo.jpg
Autoresconosciuto
Datatra il II e III secolo d.C.
Materialemarmo
UbicazioneLargo Corpo di Napoli, Napoli
Coordinate40°50′55.68″N 14°15′21.96″E / 40.8488°N 14.2561°E40.8488; 14.2561Coordinate: 40°50′55.68″N 14°15′21.96″E / 40.8488°N 14.2561°E40.8488; 14.2561

La statua del dio Nilo è una scultura marmorea di epoca romana databile tra il II e III secolo d.C. e che insiste nel largo Corpo di Napoli, nel cuore del centro storico della città partenopea.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La storia legata alla scultura risale ai tempi della Napoli greco-romana, quando nell'area in cui tuttora insiste il monumento si stabilirono numerosi egiziani (provenienti da Alessandria d'Egitto); le colonie erano formate da ceti sociali differenti tra loro, viaggiatori, mercanti e schiavi.

Il popolo napoletano non si dimostrò avverso a questo fenomeno, tant'è che le colonie vennero soprannominate le «nilesi», in onore del vasto fiume egiziano. Gli alessandrini decisero così di erigere una statua che ricordasse loro proprio il fiume Nilo, elevato ai ranghi di divinità portatrice di prosperità e ricchezza alla loro terra natia.

Nei secoli successivi, dopo essere caduta in oblio, la statua fu ritrovata acefala verso la metà del XII secolo, quando l'edificio del seggio fu costruito nell'area dell'attuale largo, venendo collocata così all'angolo esterno dello stesso palazzo. Il ritrovamento è riportato, nelle loro opere storiche, da Camillo Tutini, Giovanni Antonio Summonte e, in epoca assai più recente, da Ludovico de la Ville Sur-Yllon[1].

Successivamente, con molta probabilità, la statua visse nuovamente momenti di abbandono finché non se ne persero di nuovo le tracce, per poi essere ancora una volta riscoperta solo nel XV secolo.

Bartolommeo Capasso ipotizzò che fu ritrovata durante i lavori di demolizione che interessarono parte dell'antico edificio del seggio di Nilo (i cui resti secondo Roberto Pane sono riscontrabili nei tre portici inglobati nei muri del palazzo Pignatelli di Toritto) attorno e non prima del 1476, quando le famiglie del seggio, notata la fatiscenza dell'edificio, acquistarono per la nuova sede una parte del monastero di Santa Maria Donnaromita[2].

Panoramica di Largo Corpo di Napoli, piazzetta dove è collocata la statua.

A causa dell'assenza della testa, che non permise un'identificazione certa del soggetto, fu interpretata erroneamente come la statua di un personaggio femminile, per via della presenza di alcuni bambini (i putti) che sembrano allattarsi in seno alla madre. L'opera, secondo le cronache antiche, a partire dalla trecentesca Cronaca di Partenope e dalla Descrittione dei luoghi antichi di Napoli del 1549 di Benedetto De Falco, stava a simboleggiare la città madre che allatta i propri figli; da qui nacque il nome cuorpo 'e Napule (corpo di Napoli), dato anche al largo dove è tuttora ubicata.

Tuttavia Angelo Di Costanzo, che scrisse nel 1581 sotto lo pseudonimo di Marco Antonio Terminio l'Apologia di tre illustri Seggi di Napoli, dove sostiene la maggiore nobiltà dei tre seggi (o sedili) di Porto, Portanova e Montagna a scapito dei due seggi di Nilo (definito con la corruzione "Nido") e Capuana, che dalla loro avanzavano altrettante pretese di primazia, riconosce e indica testualmente la statua come imagine del fiume Nilo. D'altronde il seggio ebbe il nome "Nilo" (poi corrotto in "Nido") proprio per via del ritrovamento, segno che fu in origine identificato il vero significato della statua, ma col tempo questo fu perlopiù dimenticato.

Solo nel 1657, quando fu totalmente demolito il vecchio edificio del sedile, la scultura fu adagiata su un basamento e restaurata per iniziativa delle famiglie del seggio dallo scultore Bartolomeo Mori, il quale integrò la statua con la testa di un uomo barbuto, le sostituì il braccio destro e vi apportò la cornucopia, la testa del coccodrillo presso i piedi del dio, la testa della sfinge posta sotto il braccio sinistro e i vari putti. Infine sul basamento fu posta un'epigrafe a ricordo, il cui testo, anche se in maniera imprecisa[2], fu riportato da Tommaso De Rosa nella sua opera del 1702 intitolata Ragguagli storici della origine di Napoli, realizzata con l'ausilo dello zio Ignazio.

Dopo che fu persa la prima epigrafe e la statua fu danneggiata, nel 1734 fu applicata l'epigrafe dettata dal noto erudito Matteo Egizio che tuttora si può leggere, in occasione dei lavori di restauro patrocinati dalle nobili famiglie Dentice e Caracciolo e promossi da varie personalità tra cui l'architetto Ferdinando Sanfelice.

Ulteriori poderosi restauri furono apportati dallo scultore Angelo Viva tra la fine del XVIII secolo e i primi anni del XIX secolo alle parti integrate dal Mori che, a quanto pare, dovevano aver subito nel frattempo pesanti atti vandalici. Lo stesso scultore narra esplicitamente di una statua ormai ridotta a «monco di busto» cui aveva ricostruito ex novo quasi tutte le membra e quasi tutti gli elementi decorativi che la circondavano.

La statua prima del ritrovamento della testa della sfinge

Durante il secondo dopoguerra, due dei tre putti che circondavano in basso la divinità nonché la testa della sfinge che caratterizzava il blocco di marmo furono staccati e rubati, probabilmente per rivenderli al mercato nero. La testa della sfinge verrà ritrovata nel 2013 in Austria, dopo sessant'anni dal furto, dal Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri.[3] Al momento della diffusione della notizia, il comitato per il restauro della statua si era già ricostituito per intraprendere una nuova pulizia del monumento dopo che erano passati vent'anni dall'ultimo intervento, eseguito sempre per iniziativa del comitato nel 1993[4].

Il restauro, che si è prefisso anche di ricollocare la testa ritrovata, è durato per quasi tutto il 2014 e si è concluso nel mese di novembre[5]. Il 15 novembre 2014 la statua è stata presentata alla città con una solenne inaugurazione.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La scultura raffigura il Dio Nilo come un vecchio barbuto e seminudo disteso sulle onde del fiume, con i piedi posti vicino alla testa (non più visibile) di un coccodrillo, simbolo dell'Egitto, e che si appoggia col braccio sinistro su una sfinge, mantenendo con la mano destra una cornucopia.

Al petto cerca di arrampicarsi invece l'unico putto superstite dell'originaria composizione, probabilmente raffigurante un affluente del fiume.

La statua poggia su un basamento in piperno realizzato nel 1657. Su lato principale del basamento è posta una targa in marmo fatta per i lavori di restauro del 1734. Sulla targa è incisa in latino la storia e le peripezie della plurimillenaria scultura.

(LA)

« Vetustissimam Nili Statuam Ab Alexandrinis Olim Ut Fama Est In Proximo Habitantibus Velut Patrio Numini Positam Deinde Temporum Injuria Corruptam Capiteque Truncatam Aediles Quidem Anni MDCLXVII Ne Quae Huic Regioni Celebre Nomen Fecit Sine Honore Jaceret Restituendam Conlocandamque Aediles Vero Anni MDCCXXXIV Fulciendam Novoque Pigrammate Ornandum Curavere Placido Princ. Dentice Praef. Ferdinandus Sanfelicius Marcellus Caracciolus Petrus Princeps De Cardanas Princ. Cassan. Dux Carinar. Augustinus Viventius Antonius Gratiosus. Agnell. Vassallus Sec. »

(IT)

« Gli edili dell'anno 1667 provvidero a restaurare e ad installare l'antichissima statua del Nilo, già eretta (secondo la tradizione) dagli Alessandrini residenti nel circondario come ad onorare una divinità patria, poi successivamente rovinata dalle ingiurie del tempo e decapitata, affinché non restasse nell'abbandono una statua che ha dato la fama a questo quartiere. Gli edili dell'anno 1734 provvidero invece a consolidarla e a corredarla di una nuova epigrafe, sotto il patronato del principe Placido Dentice. »

(Targa sul basamento)

È alquanto curioso notare come l'anno del primo restauro (il 1657, alla romana MDCLVII) sia stato indicato nell'epigrafe in maniera imprecisa (MDCLXVII), mentre lo stesso Matteo Egizio, che l'aveva dettata, ripara all'errore indicando l'anno corretto in una sua raccolta epigrammatica.[6]

La scultura non è interamente risalente all'epoca imperiale romana, infatti gran parte delle sue parti è frutto di integrazioni apportate nei secoli. Le parti "originali" sono: il busto, gli arti inferiori velati e il braccio e spalla sinistri del dio, le onde su cui si distende, il coccodrillo e la sfinge, meno che la relativa testa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ludovico de la Ville Sur-Yllon, Il corpo di Napoli e la "capa" di Napoli, in Napoli Nobilissima, volume III, fascicolo II, 1894.
  2. ^ a b Bartolommeo Capasso, Napoli graeco-romana..., Tipografia Luigi Pierro & Figlio, Napoli, 1905.
  3. ^ Trovata testa sfinge 'Corpo di Napoli' - Campania - ANSA.it
  4. ^ Comitato per il restauro della statua del corpo di Napoli - L'iniziativa
  5. ^ Giovanni Di Cecca, La testa della Sfinge ritorna sul Corpo di Napoli, MONITORE NAPOLETANO, 9 novembre 2014. URL consultato il 9 novembre 2014.
  6. ^ Matteo Egizio, Opuscoli volgari, e latini del Conte Matteo Egizio napoletano Regio Bibliotecario, 1751

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Massimo Clemente, Stefano De Caro, Nicola Spinosa, Comitato per il restauro della statua del "corpo di Napoli", Lo sguardo del Nilo: storia e recupero del "corpo di Napoli", Colonnese, 1993.
  • Gennaro Ruggiero, Le piazze di Napoli, Roma, Tascabili Economici Newton, 1998, ISBN 88-7983-846-6.

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