Spolia opima

Le spolia opima (in latino, 'bottino abbondante', 'ricche spoglie', con l'aggettivo opimus che deriva da ops, 'ricchezze'), in italiano anche spoglie opime, sono gli effetti (armatura, armi ed altro) che un generale romano traeva come trofeo dal corpo del comandante nemico ucciso in singolar tenzone e che andavano offerte al tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio.[1][2] Benché i Romani riconoscessero e mettessero in mostra altre specie di trofei, quali le insegne ed i rostri delle navi nemiche, le spolia opima erano considerate le più onorevoli da vincere e che davano maggior fama a chi li conquistava.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso della loro storia, i Romani riconobbero solo tre casi in cui le spolia opima erano state conquistate.[1] La tradizione le riporta a Romolo, che le sottrasse ad Acrone, re dei Ceninensi.[1][2][3] Plutarco descrive così l'evento:
Il secondo a celebrare tale gesto di coraggio fu Aulo Cornelio Cosso (console nel 428 a.C.), che nel 437 a.C. si impossessò degli effetti di Lars Tolumnio, re di Veio.[4][5] Un altro caso è quello di Marco Claudio Marcello, che sconfisse alla battaglia di Clastidium Viridomaro, re degli Insubri della Gallia Cisalpina nel 222 a.C.[5][6] Sembra che Cosso e Marcello abbiano sfilato su una quadriga, trasportando personalmente i trofei.[5]
La richiesta di Marco Licinio Crasso (nipote del Crasso membro del Primo triumvirato), dopo una vittoria su Deldo, capo dei Bastarni, nel 29 a.C., di dedicare le spolia opima fu rifiutata da Ottaviano, perché Crasso non era il comandante in capo, ma soltanto un generale subordinato all'imperatore.[7]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 10.
- 1 2 Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.11.
- ↑ Plutarco, Vita di Romolo, 16, 2-6; Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 10.
- ↑ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 19-20.
- 1 2 3 Plutarco, Vita di Romolo, 16, 7.
- ↑ Polibio, Storie, II, 34-35.
- ↑ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, LI, 24.
Fonti antiche
[modifica | modifica wikitesto]- Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, LI
- Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I
- Plutarco, Vita di Romolo
- Polibio, Storie, II
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