Spartaco Lavagnini

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Spartaco Lavagnini (al centro)

Spartaco Lavagnini (Fattoria Le Capezzine, 6 settembre 1889Firenze, 27 febbraio 1921) è stato un sindacalista e attivista comunista italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Spartaco Lavagnini fu un militante socialista, precursore della "svolta" comunista, ucciso dagli squadristi fascisti come ritorsione per l'attentato anarchico contro un corteo nazionalista dello stesso giorno in cui avevano trovato la morte lo studente Carlo Menabuoni e il carabiniere Antonio Petrucci[1].

A lui la città di Firenze ha dedicato uno dei viali più importanti della circonvallazione. Era il secondo di quattro fratelli, figlio del medico chirurgo Vittorio, nato a Scansano (Grosseto) e di Angelina Tramonti, nata a Trequanda (Siena). Quando nacque, il padre, già medico condotto a Scansano, era insegnante di Scienze Naturali nell'Istituto Agrario sito nella Fattoria delle Capezzine (Cortona, fraz. Barullo). Conseguito ad Arezzo il diploma di ragioniere, entra come impiegato nelle ferrovie nel 1907 ed aderisce alla Confederazione Generale del Lavoro. Nel 1910 si trasferisce a Firenze, dove inizia la sua attività sindacale e politica. Nel 1914 è eletto membro del Comitato esecutivo della Federazione fiorentina del PSI. Rigidamente contrario alla linea ufficiale del PSI né aderire né sabotare, e nel 1915 collabora al settimanale della Federazione fiorentina del PSI "La Difesa" su posizioni anti-interventiste e rivoluzionarie, legate alla sinistra della conferenza di Zimmerwald seguendo con passione la linea di Karl Liebknecht. Per una grave malattia invalidante del padre, nel 1915 la famiglia si trasferisce a Firenze. Nel 1917 e 1918 è direttore della "La Difesa" ed in un suo lavoro del luglio del 1917 esplicita in modo chiaro posizioni internazionaliste richiedendo lo stacco del PSI dalle posizioni dei socialisti centristi. Nel 1920 viene eletto segretario regionale toscano del Sindacato ferrovieri grazie alle sue capacità espresse nella lotta sindacale. Sposa Gioconda Vanni, impiegata in una casa editrice, deceduta il 13 luglio 1957, il cui corpo riposa accanto a quello del marito nel Cimitero di Trespiano (FI).[2]

Dopo la prima guerra mondiale partecipa ai moti contro il caroviveri dell'estate 1919 (in Toscana ricordati come "Bocci-Bocci") pensando, ed agendo conseguentemente, al possibile sbocco rivoluzionario di una situazione dai tratti insurrezionali. Preparò e organizzò lo sciopero generale internazionale del 20-21 luglio 1919, progettato dai socialisti e dai laburisti italiani, britannici e francesi, insieme ad altre organizzazioni di vari paesi europei, contro l'aggressione militare ai danni delle nuove repubbliche comuniste sorte tra guerra e dopoguerra in Russia e Ungheria, e contro il Trattato di Versailles. Lo sciopero riuscì solo in alcuni paesi e in Italia il Sindacato ferrovieri (lo SFI, a Firenze diretto da Lavagnini) si ritirò dall'iniziativa; una ritirata che venne accompagnata a malincuore dallo stesso Lavagnini.

Alla vigilia della fondazione del Partito Comunista d'Italia dalle colonne de "La Difesa" asserisce: «Il Partito Comunista soltanto potrà guidare il proletariato verso i suoi immancabili destini», aderendo immediatamente alla neonata formazione della sinistra e fondando "L'Azione Comunista", settimanale della Federazione Fiorentina di cui dirige 5 numeri fino al 27 febbraio 1921, giorno in cui viene assassinato dai fascisti.

Nel tardo pomeriggio di quel giorno un gruppo di squadristi entra nel civico 2 di via Taddea (sede del Sindacato ferrovieri, della Lega proletaria dei mutilati, invalidi e reduci di guerra, della Federazione provinciale comunista e della redazione del settimanale L'Azione Comunista) e spara 4 colpi a bruciapelo a Spartaco Lavagnini, i primi due alla testa, un altro al petto, l'ultimo alla schiena. Lavagnini stava lavorando al successivo numero di "L'Azione Comunista" ed i compagni nei giorni precedenti cercarono di dissuaderlo dall'andare al lavoro visto che era stato ben identificato dai fascisti, tenuto conto anche della sua instancabile azione agitatoria. Qualche giorno dopo su "L'Ordine Nuovo" di Antonio Gramsci viene reso tributo al militante antifascista con queste parole: "Spartaco Lavagnini, caduto come un capo, al suo posto di lavoro, ha forse giovato di più all'idea in cui credeva, ha forse insegnato maggiori cose al popolo con la sua morte, di quanto nessuno possa mai insegnare con la parola".

I ferrovieri, appena diffusa la notizia della morte di Spartaco Lavagnini, bloccano i treni alle stazioni di Rifredi, di Campo di Marte e di San Donnino, vengono costituiti due comitati di agitazione, d'accordo con la direzione nazionale dalla Confederazione Generale del Lavoro, e lo sciopero venne esteso a tutte le categorie ed all'intera provincia.

La situazione insurrezionale e di scontro aperto con i fascisti, appoggiati dalle forze di repressione dello stato, nell'intera Firenze inizia come risposta alla distruzione della sede del giornale socialista "La Difesa", compiuta il 26 febbraio dagli squadristi e va avanti fino al 3 marzo, estendendosi dalla città fino ai paesi limitrofi, Scandicci, Empoli, Bandino, Bagno a Ripoli, Ponte a Ema, con barricate e una massiccia resistenza. A Firenze la resistenza è particolarmente accanita al quartiere di San Frediano ed a quello di Santa Croce. Non per niente questa situazione fiorentina è legata al periodo in cui entreranno in azione coagulate nel Fronte Unito Arditi del Popolo le Formazioni di difesa proletaria.

Targa a Spartaco Lavagnini, via Taddea, Firenze.

Il giorno dopo la morte di Lavagnini, un gruppo di comunisti, sempre a Firenze, uccise il giovane industriale, legato al partito fascista, Giovanni Berta, un episodio che la stampa e la propaganda marcò come la "vendetta di Lavagnini".

Spartaco Lavagnini è sepolto nel cimitero fiorentino di Trespiano.

Il ricordo[modifica | modifica wikitesto]

A Spartaco Lavagnini, storicamente uomo simbolo per gli antifascisti, durante la Resistenza fu intitolata una Brigata d'Assalto Garibaldi[3], comandante Fortunato Avanzati con nome di battaglia Viro, nella quale agiva come "incursore" ed "ariete" (avevano requisito un'autoblindo) il marchese Gianluca Spinola[4], comandante della "piccola banda di Ariano" formata da due proletari, ex soldati, di cui uno Vittorio Vargiu, era l'attendente dello Spinola e da due nobili di antico lignaggio. A Spartaco Lavagnini venne intitolato anche un battaglione nel settembre del 1943 in Valnerina, primo nucleo di quella che diventò la Brigata Garibaldina Antonio Gramsci.

A Spartaco Lavagnini è dedicato un viale a Firenze, una piazza a Sesto Fiorentino, una via a San Giovanni Valdarno (Ar) ed una via a Grosseto, dove vivono i figli della sorella minore, Brunetta, morta nel 1997. Una targa in via Taddea a Firenze ricorda il suo assassinio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, Cles (Tn), 2009, pag. 306: "Un gruppo di anarchici assale in piazza Antinori un corteo formatosi dopo l'inaugurazione del vessillo dei Fasci di avanguardia, ferisce mortalmente il carabiniere Antonio Petrucci e lo studente Carlo Menabuoni
  2. ^ Informazioni tratte dai ricordi della sorella minore di Spartaco, Brunetta Lavagnini, morta a Grosseto nel 1997.
  3. ^ pdcigrosseto.it
  4. ^ anpi.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Tomassini, Lavagnini Spartaco, in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, vol. III, Roma, Editori Riuniti, 1977, pp. 68–71

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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