SME (azienda)

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Società Meridionale di Elettricità - SME
Stato Italia Italia
Fondazione 1899 a Napoli
Sede principale Napoli
Filiali
Settore elettricità, poi:

La SME, acronimo di Società Meridionale di Elettricità, è stata, in origine, una società italiana produttrice di energia elettrica attiva in Campania e nel resto del Meridione. Negli anni trenta passò all'IRI e dagli anni sessanta effettuò acquisizioni nel settore agricolo e alimentare, diventando il più grande gruppo alimentare italiano. Negli anni novanta il gruppo fu smembrato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 20 marzo 1899 ad opera della Compagnia Napoletana di Illuminazione e Gas, della Comit e della Società Franco Suisse di Ginevra. Nel 1937 fu tra le aziende che passarono dalle banche al neocostituito IRI, incorporando due anni dopo la società Unione Esercizi Elettrici (UNES), costituita a Roma l'11 febbraio 1905 che esercì fra l'altro la tranvia di Perugia e quella di Sulmona; fu poi inquadrata nella caposettore Finelettrica (1962).

Il settore alimentare[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente, dopo la nazionalizzazione del settore dell'energia elettrica effettuata dal Governo Fanfani nel 1962, impiegò le risorse derivate dagli indennizzi ricevuti dallo Stato investendo nel settore agricolo ed alimentare. Il 30 maggio 1963 diventa Società Meridionale Finanziaria. Le prime aziende acquisite furono la Supermercati GS, la Cirio e la Surgela. Seguirono poi:

  • l'acquisizione delle aziende dolciarie Motta e Alemagna, poi fuse a formare la Unidal (poi Sidalm);
  • l'acquisizione nel 1974 dell'Alimont (poi Alivar) dalla Montedison, un gruppo eterogeneo di aziende che erano state acquisite negli anni precedenti dalla Edison e dalla SADE per investire gli indennizzi per la nazionalizzazione dell'industria elettrica;
  • l'entrata nel capitale della Star.

Negli anni '70 la SME era il più grande gruppo alimentare italiano. Questa crescita disordinata della SME appariva poco giustificabile con le finalità di sviluppo che aveva avuto l'IRI negli anni del “miracolo economico” italiano e provocò polemiche che prendevano di mira i “panettoni di Stato” della Motta-Alemagna come simbolo di uno “Stato-imprenditore” che si era allargato a settori economici ben poco “strategici”.

In realtà, a partire dai primi anni ottanta la SME fu una delle caposettore dell'IRI a riportare i migliori risultati economici: in particolare Italgel ed Autogrill portavano buoni dividendi, mentre la GS era un importante presidio nella grande distribuzione, allora agli inizi del suo sviluppo; nonostante i disastrosi risultati della Sidalm, la SME riportò sempre bilanci in attivo ed era quindi uno dei “pezzi” dell'IRI più ambiti dagli industriali privati. In effetti, l'IRI tentò di privatizzare la SME negli anni ottanta, un piano di dismissioni fatte per potersi concentrare in settori definiti più strategici rispetto al ramo alimentare. In un primo momento venne deciso dal consiglio di amministrazione la cessione all'imprenditore Carlo De Benedetti, all'epoca proprietario di Buitoni e Perugina, ma a seguito però di pesanti ostacoli da parte del Governo, arrivarono nuove offerte di diversi compratori; tra queste vi fu quella della "IAR-Industrie Alimentari Riunite", società neocostituita dal Gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi, apparentemente interessato al settore distributivo di SME (ossia i supermercati GS) e dai noti gruppi alimentari "Barilla" e "Ferrero", il cui reale intento sembrò più che altro un tentativo di evitare la creazione di un supergruppo alimentare italiano "SME-BUITONI" che le avrebbe sicuramente schiacciate. Dopo varie discussioni e liti giudiziarie, la cessione di SME al Gruppo Buitoni di De Benedetti venne annullata e la privatizzazione in quegli anni non venne perciò attuata, poiché nuovi indirizzi di governo indicarono come ancora strategico il mantenimento da parte di IRI del settore alimentare.

Nel 1985 il suo valore fu stimato in 497,15 miliardi di lire.[1]

La privatizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Una prima, seppur parziale, privatizzazione del gruppo SME fu attuata già nel 1989 con la cessione di una quota del marchio "Pavesi" al gruppo Barilla. L'anno successivo poi, nel 1990, venne effettuata un'ancora più marcata dismissione del settore dolciario, con lo scioglimento di "Alivar" (ossia la capogruppo dolciaria di SME) e la costituzione della società "Nuova Forneria s.p.a." a cui furono conferite tutte le attività dei prodotti da forno a consumo continuativo (le "Merendine Motta"); soci di "Nuova Forneria" erano SME al 51% con "Barilla Dolciaria" e "Ferrero" con il 24,5% ciascuno. Altra minore privatizzazione avvenne nel 1992 con la cessione del marchio di patatine"Pai" al gruppo Unichips-San Carlo.Nel 1993 la pressoché totale privatizzazione del Gruppo SME venne attuata, ma non in blocco come prospettato nel 1984, bensì mediante la cessione separata di varie parti dell'azienda: la "Italgel s.p.a."(surgelati a marchio "Surgela" e "Valle degli Orti", gelati Motta) e il "Gruppo Dolciario Italiano s.p.a." (cioccolata, panettoni, pandoro Motta e Alemagna) furono ceduti alla Nestlé; il gruppo Cirio Bertolli De Rica (oli, latte e conserve) fu venduto alla Fisvi di Carlo Saverio Lamiranda, il quale rivendette Bertolli a Unilever ed in seguito il gruppo passò sotto il controllo di Sergio Cragnotti; la parte restante della SME, ovvero Autogrill (ristorazione) e GS (distribuzione), vennero vendute alla famiglia Benetton ed a Leonardo Del Vecchio.Tuttavia, in base ad accordi parasociali favorevoli alla Benetton ,GS ed Autogrill alla fine passarono a questo gruppo. Lo smembramento della SME è stato visto da molti commentatori come un'occasione persa per realizzare un grande gruppo alimentare italiano, in grado di competere con le multinazionali straniere.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ camera.it

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]