Società Anonima degli Omnibus

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Società Anonima degli Omnibus
StatoItalia Italia
Forma societariaSocietà per azioni
Fondazione1861 a Milano
Fondata daEmilio Osculati
Chiusura1928
Sede principalevia Giuseppe Sirtori n. 1 Milano
GruppoEdison (dal 1896)
Persone chiaveEmilio Osculati
SettoreTrasporto
Tram a cavalli SAO, intorno al 1890

La Società Anonima degli Omnibus (SAO) era una società che gestì il trasporto pubblico della città di Milano nella seconda metà del XIX secolo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La Società Anonima degli Omnibus venne fondata a Milano il 28 giugno 1861 da Emilio Osculati, per esercire le linee di omnibus della città[1].

Ottenuta la concessione, la SAO iniziò l'esercizio di tre linee il 1º gennaio 1862, progressivamente ampliate fino a undici linee nel 1865[2].

Mappa delle linee di omnibus a Milano nel 1871

La società aveva due stabilimenti principali: il più antico in Porta Venezia tra via Spallanzani, via Melzo e via Sirtori costruito nel 1861 e ampliato nel 1869 quando la società assunse per conto del comune il servizio dei trasporti funebri e nel 1878 per i fabbricati delle officine, resi necessari per il servizio di tramways, per la riparazione e produzione del materiale occorrente, il più recente in Porta Volta.

Il primo stabilimento ospitava 580 cavalli, quello di Porta Volta 426, le vetture erano ospitate sotto tettoie aperte.[3]

Nel decennio successivo l'attenzione della SAO si spostò sulle tranvie a cavalli; nel 1876 ottenne dalla Provincia la concessione per la tranvia Milano-Monza[4], a cui seguì due anni più tardi la concessione comunale per la tranvia di circonvallazione[5]. Nel 1881, dopo anni di discussioni e in occasione della grande Esposizione Nazionale di Milano, la SAO attivò le prime tranvie della rete urbana, per le quali aveva ottenuto una concessione quindicennale[6]. Infine, nel 1882 venne attivata la Milano-Affori, e nel 1884 la Milano-Corsico[7].

Nel 1892 il comune concesse alla Edison l'impianto di una tranvia sperimentale a trazione elettrica, attivata l'anno successivo[8]. Visti i buoni risultati, nel 1895 l'amministrazione comunale decise di non rinnovare la concessione alla SAO, e di cederla alla Edison allo scopo di elettrificare tutta la rete[9]. Pertanto la SAO fu posta in liquidazione e integrata nel gruppo Edison[10].

L'elettrificazione della rete urbana si concluse nel 1898[11]; la gestione delle tre linee extraurbane venne ceduta dalla SAO alla Edison alcuni anni più tardi, nel 1900 per la Milano-Monza[12] e la Milano-Affori[13], e nel 1903 per la Milano-Corsico[13].

La SAO continuò ad operare nel settore dei servizi trasporto privati e comunali fino al 1928[10], con la nuova ragione sociale di Società Anonima Omnibus e Vetture (SAOV).

Il deposito[modifica | modifica wikitesto]

Sono ancora riconoscibili in via Sirtori tre delle quattro scuderie dell'epoca da 44 cavalli, che ospitano attualmente gli uffici della società di consulenza Roland Berger in via Sirtori 32 e il negozio Nervesa in via Sirtori 26. Queste ultime erano state trasformate in fabbriche del ghiaccio. L'edificio di via Sirtori 32 conserva la struttura delle scuderie con il piano terreno per i cavalli con colonne in pietra ed il primo piano per il fienile con capriate in legno.

Scuderie sopravvissute in via Sirtori 32 e 26

Lo stabilimento di Porta Volta sarà restaurato all'interno dei lavori per il Programma Integrato di Intervento Enel e adibito a museo della Fondazione ADI per il Design Italiano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Zanin, op. cit., p. 10
  2. ^ Zanin, op. cit., pp. 10-11
  3. ^ vedi Milano Tecnica dal 1859 al 1884, Hoepli, 1885, Tramvie a cavalli e ippovie, pag. 353-366, dove vi sono i dettagli delle linee gestite, le frequenze, il costo dei biglietti, le caratteristiche tecniche, i dati economici, le tavole degli stabilimenti
  4. ^ Zanin, op. cit., pp. 16-17
  5. ^ Zanin, op. cit., p. 16
  6. ^ Zanin, op. cit., p. 19
  7. ^ Zanin, op. cit., p. 54
  8. ^ Zanin, op. cit., p. 58
  9. ^ Zanin, op. cit., p. 64
  10. ^ a b Zanin, op. cit., p. 65
  11. ^ Zanin, op. cit., p. 69
  12. ^ Cornolò, op. cit., p. 77
  13. ^ a b Cornolò, op. cit., p. 80

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]