Slavia friulana

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Slavia friulana
Topolò.jpg
Topolò (Topolovo), tipico villaggio delle Valli del Natisone nella Slavia friulana
Stati Italia Italia
Regioni Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia
Superficie 285,6 km²
Abitanti 6 889 (2015)
Densità 26,5 ab./km²
Lingue italiano, friulano, sloveno
Fusi orari UTC+1

La Slavia friulana, detta anche Slavia veneta (Beneška Slovenija o Benečija in sloveno, Sclavanìe in friulano) è la regione collinare e montuosa (Prealpi Giulie) del Friuli orientale che si estende tra Cividale del Friuli e i monti che sovrastano Caporetto (in Slovenia). La denominazione è dovuta alla popolazione slovena insediatavisi nell'VIII secolo e di cui vi si può trovare ancora presenza.

Denominazioni e ambito territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Originariamente, alla metà del XIX secolo, il toponimo Slavia friulana indicava l'intera area slovenofona del Friuli, cioè le valli del Natisone, di Resia, del Torre e dello Judrio.

Tuttavia, negli anni '20 del secolo successivo, si iniziò ad usarlo per le sole Valli del Natisone sostituendo così quello di Slavia italiana, utilizzato precedentemente per pochi decenni. Origine di ciò fu l'esigenza di un toponimo più specifico perché, dopo l'allargamento a est dei confini italiani nel 1919, le terre slovenofone soggette al regno d'Italia aumentarono considerevolmente.

È importante sapere che in epoca veneziana le Valli del Natisone componevano l'area detta ufficialmente Schiavonia. Quest' etno-toponimo ricalcava a sua volta quello "in Sclavòns" usato in età patriarchina per indicare le località inserite nella gastaldia d'Antro, il cui territorio corrispondeva alle predette Valli. Per tale motivo, nei secoli XIII-XV quest'area era comunemente detta Antro .

Dai predetti etnotoponimi derivò il friulano Sclavanìe.

Per non generare confusione, è opportuno sottolineare che col termine "schiavoni" i veneziani si riferivano indistintamente a tutte le genti slavofone del proprio dominio, così come il medesimo etnotoponimo "Schiavonia" era usato da Venezia in qualunque area slavofona dei suoi domini, comprese quelle della costa orientale adriatica e i luoghi ove vi furono insediamenti slavi in Veneto (come a Casale sul Sile e ad Este).

Come già detto, la denominazione Slavia italiana, coniata nel 1884 da Carlo Podrecca, è stata invece usata fino all'inizio degli anni '20 del secolo successivo. Nel 1875, invece, lo storico sloveno Simon Rutar inventò il nome Beneška Slovenija (cioè Slovenia veneta) ispirandosi al termine tradizionale Benečija (cioè Veneto), già usato oltreconfine per indicare l'intero dominio veneziano ma caricandolo di un valore nazionalistico e oggi preferito dalle componenti che si considerano appartenenti alla nazionalità slovena. I due toponimi ottocenteschi hanno un'implicazione politico-ideologica. Va notato che in due trattati internazionali il territorio viene denominato "Schiavonia Veneta (convenzione tra Austria e Repubblica di Venezia sottoscritta a Gorizia l'8. 11. 1755). (Bibliografia: Jaromir Beran, Zahodno sosedstvo. Slovenski zgodovinarji o slovensko-italijanskih razmerjih do konca prve svetovne vojne, Ljubljana 1996, p. xx).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Santuario della Santissima Trinità/Sveta Trojica di Monteaperta/Viškorša

Le vicende precedenti all'insediamento slavo[modifica | modifica wikitesto]

La presenza umana nelle Valli del Natisone risale al tardo paleolitico (circa 11.000 anni fa) ed era rappresentata da un'esile popolazione di cacciatori e raccoglitori seminomadi; nel neolitico nacquero i primi insediamenti stabili e i culti agrari di cui sopravvivono le antiche lastre sacre. Inserito nel sistema viario noto come via dell'ambra, i contatti di questo territorio con l'area friulano-istriana sono testimoniati dalla costruzione di castellieri in punti strategici delle valli. Durante l'età del bronzo si diffusero in loco popolazioni indoeuropee.Innanzitutto i veneti, ai quali seguirono nell'età del ferro i celti carni.

Nel II secolo a.C., i romani conquistarono quest'area e l'antica via diretta verso il Norico costeggiante il fiume Natisone mantenne la sua importanza, collegando Aquileia all'Europa centrale attraverso una strada lastricata e munita di solchi carrai. Lungo la direttrice venne fondato Forum Iulii (oggi Cividale del Friuli). Nelle Valli del Natisone la presenza romana è testimoniata da alcuni toponimi e da testimonianze archeologiche: i resti del ponte romano di Broxas (a sud di San Pietro al Natisone), dove sono stati rinvenuti manufatti dell'epoca e un sarcofago; in diverse località sono venute alla luce monete ed altre testimonianze. All'epoca di Diocleziano, nacque quel sistema fortificato noto come Vallum Alpium Iuliarum in cui vennero inserite anche queste vallate. Dopo la caduta dell'Impero e i periodi visigoto e ostrogoto, nonché una probabile e breve dominazione dell'Impero romano d'Oriente, nel 568 qui giunsero i longobardi, che elessero Forum Iulii a capitale del loro primo ducato in Italia.

Nascita della Slavia friulana[modifica | modifica wikitesto]

L'arrivo degli slavi sulle sponde del fiume Natisone avvenne nel VII secolo in epoca longobarda ed è documentato dallo storico Paolo Diacono (battaglia di Broxas, cioè Ponte San Quirino, del 663 circa), mentre i primi insediamenti sono inquadrabili all'inizio dell'VIII secolo (battaglia e pace di Lauriana, avvenuta probabilmente nella pianura friulana (Lavariano?) del 720 circa). Gli slavi dovettero presumibilmente assimilare la precedente popolazione romanza, stanziata prevalentemente nei fondovalle e in alcuni punti strategici fortificati (Grotta di Antro); si convertirono al Cristianesimo grazie all'opera missionaria dei patriarchi di Aquileia che dal 730 stabilirono la loro sede a Cividale. In quest'opera si distinse il patriarca Paolino (787-802) che è considerato "l'apostolo degli slavi": La conversione fu condotta in modo pacifico e nel rispetto della lingua e della cultura della popolazione slava.

Allargando l'orizzonte a tutte le popolazioni slave presenti in Friuli, non ci sono elementi che documentino un inquadramento cronologico degli altri insediamenti nelle valli del Torre e dello Judrio (piuttosto affini agli slavi del Natisone) e nella val di Resia. Tali insediamenti dovettero avvenire contemporaneamente a quelli delle Valli del Natisone; non è da escludere che in alcune aree si verificarono insediamenti anche posteriori di popolazioni provenienti da altre aree.

In alcune valli della Carnia e nella pianura del medio Friuli si hanno testimonianze di una presenza degli slavi già in epoca longobarda; nella pianura friulana numerosi loro insediamenti si ebbero in seguito alle incursioni ungare del X secolo, allorché il Patriarcato di Aquileia si servì di gruppi di contadini slavi per ripopolare alcune zone devastate da tali incursioni. Quei gruppi slavi della pianura vennero in seguito assimilati culturalmente dalla popolazione friulana, rimanendone solo la memoria toponomastica. È del tutto improbabile che possa essere avvenuto lo stesso per le aree montuose, ciò non solo per un'inesistente documentazione riguardante incursioni ungare nelle zone montane, ma anche perché le direttrici seguite dai magiari (provenienti dalla Pannonia) riguardavano il Carso e il Collio, mentre le zone montane, ubicate più a nord, erano percorse da migrazioni o incursioni provenienti dalla Carinzia.

Il Patriarcato d'Aquileia e la Repubblica di Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Probabilmente già in epoca longobarda ebbe origine la gastaldia d'Antro che comprendeva le popolazioni delle varie vallate del Natisone e parte della valle dello Judrio; nell' XI secolo, la gastaldia di Antro, ovvero l'organismo territoriale in cui erano comprese le valli del Natisone, dell'Alberone, del Cosizza e dell'Erbezzo, divenne un bene personale dei Patriarchi di Aquileia e ciò fino al 1420 quando il Patriarcato fu conquistato dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Già in epoca patriarcale le Valli del Natisone godettero di autonomia giudiziaria e amministrativa che avevano le loro istituzioni nelle banche di Antro e Merso.

Il Manoscritto di Castelmonte, redatto tra il 1492 ed il 1498, contiene le quattro principali preghiere trascritte in lingua slovena, testimoniando la presenza di una cospicua comunità di lingua slovena già nel XV secolo.

Nei secoli XIII e XIV, l'area fu coinvolta nelle vicende belliche del patriarcato, caratterizzato da guerre intestine in cui erano protagonisti potenti feudatari quali i conti di Gorizia e i Villalta - Urusbergo, e comunità quale Cividale. Principale edificio era il castello patriarcale di Antro. Nel XV secolo la Serenissima concedette a tutti gli schiavoni una serie di privilegi fiscali e una forte autonomia amministrativa e giudiziaria, in virtù del fatto ch'essi abitavano in zone particolarmente impervie ed avevano il compito di sorvegliare i cinque passi che portavano nella valle dell'Isonzo e dello Judrio: Pulfero, Luico, Clabuzzaro, Clinaz e San Nicolò.

I privilegi in epoca veneziana[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio della gastaldia di Antro erasuddiviso nelle due convalli di Antro e di Merso. I loro organismi giudiziari erano le banche (ossia tribunali) con 12 giudici popolari ciascuna, che si riunivano attorno alle lastre o tavoli di pietra. La prima si riuniva ad Antro, ma anche a Biacis e Tarcetta, la seconda a Merso superiore. Il gastaldo assisteva come garante. Per brevità, possiamo dire che avevano reciprocamente la funzione di tribunale di primo grado mentre gli appelli si facevano da banca a banca e in ultima istanza al provveditore di Cividale. Potevano giudicare "in civile, criminale e criminalissima" ovvero potevano giudicare anche in caso di omicidio e comminare anche la pena di morte. L'autonomia giudiziaria valeva comunque per circa la metà del territorio, essendo il restante concesso in feudo a nobili friulani per lo più cividalesi che comunque spesso avevano competenze in casi di "bassa giustizia" così come le vicinie paesane, composte dai capifamiglia di uno o più villaggi che erano chiamate a comporre le controversie tra i "vicini". Dal XVII secolo è operante anche la Banca di Drenchia con sede a Costne di Grimacco.

Per quanto riguarda l'amministrazione della cosa pubblica vi era un sistema elettivo che partiva dal basso. Alla base c'erano i "comuni", che avevano proprie vicinìe (cioè le assemblee dei capifamiglia di più villaggi, esistenti già in tutto il mondo antico); a capo di esse c'erano i "decani" che, a loro volta, eleggevano due "sindici": uno per la contrada di Antro e uno per quella di Merso. I decani si riunivano per trattare problemi comuni nell'arengo di ciascuna convalle e tutti insieme nella "vicinìa grande" o "arengo" nei pressi della chiesa di San Quirino (San Pietro al Natisone).

Per quanto riguardava gli obblighi militari, essi riguardavano la guardia dei confini con la fornitura di 200 uomini, nonché la sorveglianza di alcune porte di Cividale e la costruzione della fortezza di Palma.

Molte tasse gravanti su tutta la repubblica vennero qui abolite, così come l'area non fu soggetta al taglio di alberi destinati alla flotta veneziana. Con la successione della contea di Gorizia a favore degli Asburgo (1500) e la guerra di Venezia contro la Lega di Cambrai e quindi l'Impero (1508-1515), dopo il trattato di Noyons la Schiavonìa si trovò a ridosso del confine con l'Impero e ne ebbe a soffrire pesanti conseguenze commerciali ed economiche. Per compensare Cividale della perdita del Tolminottoe delle miniere di mercurio d'Idria la gastaldia d'Antro venne unita a quella di Cividale. Durante la guerra di Gradisca (1615-1617) gli schiavoni furono coinvolti nella difesa del territorio e in alcuni combattimenti.

Napoleone, l'Austria e l'Italia[modifica | modifica wikitesto]

I privilegi della Slavia cessarono assieme alla Serenissima nel 1797 e il passaggio del territorio veneziano all'Impero Asburgico; la situazione peggiorò ulteriormente durante il periodo napoleonico (1805-1813) quando furono abolite le vicinie, gli arenghi e le banche e furono istituiti otto comuni; questo sistema fu confermato dagli austriaci. Nel 1866 dopo la Terza guerra d'Indipendenza italiana, l'Austria cedette il Veneto e la Slavia passò sotto il Regno d'Italia. Sin dal 1848 i discendenti degli antichi schiavoni sostennero unanimemente e valorosamente il processo di unificazione, in virtù del legame con la Serenissima che aveva garantito loro una forte autonomia. Ma furono delusi dalla nuova amministrazione che promosse una forte politica di assimilazione della comunità slovena. Ad appena un mese dal plebiscito del 21 e 22 ottobre 1866 il Giornale di Udine scrisse: "Questi slavi bisogna eliminarli". I sacerdoti locali si opposero a ques'opera diffondendo la stampa slovena, pubblicando il catechismo (1869) e continuando a predicare nella lingua del popolo.

Nei progetti del nuovo governo la cancellazione della lingua e della cultura slovena doveva procedere di pari passo con la diffusione dell'istruzione, esclusivamente in lingua italiana,con il progresso economico e la modernizzazione delle Valli. Sotto il Regno d'Italia, si procedette con la creazione di scuole e l'istituzione dell'Istituto magistrale di San Pietro al Natisone per preparare gli insegnanti che attuassero la politica linguistica del governo. Da sottolineare che buona parte della classe politica slovena (Cucavaz, Musoni, Sirch e altri) era fortemente filo italiana, mentre il clero e illuminati intellettuali (ad esempio il poeta e agronomo Pietro Podrecca, e Carlo Podrecca che propose scuole bilingui italiano-slovene) difendevano il diritto della comunità slovena a mantenere la propria identità nel contesto culturale e politico italiano.

Il distretto di San Pietro al Natisone (come si chiamarono ufficialmente le Valli del Natisone) fu pesantemente coinvolta dal primo conflitto mondiale, in particolare con la disfatta di Caporetto. Durante il dopoguerra si irrobustirono le infrastrutture tra cui la ferrovia.

Nel 1933, il fascismo proibì l'uso della lingua slovena nelle chiese dell'arcidiocesi di Udine. Il clero locale si oppose con forza, ma dovette adeguarsi (salvo eccezioni nelle aree montane) anche perché non sostenuto dall'arcivescovo Giuseppe Nogara e neppure dal Vaticano.I sacerdoti vennero sottoposti a controlli e minacciati di confino. Scrissero lettere alle autorità ecclesiastiche e civili; due di essi, don Giuseppe Cramaro di Antro e don Natale Zufferli di Codromaz, si recarono in Vaticano dove, insieme all'arcivescovo, furono ricevuti presso la Segreteria di Stato. Ma i loro appelli rimasero inascoltati.

Durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1942, il territorio divenne zona di operazioni delle formazioni partigiane slovene. Dopo l'8 settembre 1943 si formò la Repubblica di Kobarid-Caporetto che comprendeva anche le Valli del Natisone e che fu attiva fino ai primi giorni di novembre, quando fu occupata dalle truppe naziste sostenute dai militari della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

Dopo la seconda guerra mondiale nella Slavia si aprì la questione della definizione dei confini e si inasprì la dualità politico-identitaria. Chi all'epoca della guerra fredda si considerava di nazionalità slovena veniva identificato come filo-jugoslavo e comunista. Parte della popolazione locale, invece, influenzata dalle formazioni segrete, si autodefiniva italiana; non ricercò alcuna autonomia culturale né la protezione linguistica della quale godettero invece gli sloveni delle province di Gorizia e Trieste, storicamente e culturalmente molto più legati alla Slovenia[1]. Il clero sloveno da parte sua riprese l'uso della lingua slovena nelle chiese e si adoperò per il riconoscimento dei diritti culturali delle loro comunità. Anche le forze di sinistra si impegnarono per la tutela della minoranza slovena, mentre la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza assoluta nella Slavia, contrastò ogni tentativo di concedere una qualche forma di protezione linguistica.

Le organizzazioni segrete in funzione antislovena (Organizzazione O, Terzo corpo volontari della libertà) che poi sfociarono nell'organizzazione Gladio ebbero nella Slavia numerosi affiliati, per lo più membri del corpo degli Alpini, impiegati statali, ex fascisti e appartenenti alle forze armate della Repubblica di Salò, ma anche gente comune che trovava in quelle formazioni prestigio e sostentamento.

La questione linguistica[modifica | modifica wikitesto]

La recente legge di tutela della minoranza slovena in Italia (l. 38/01) ne ha riconosciuto la presenza storica e i diritti fondamentali, includendo fra le zone di tutela anche la Slavia friulana.

Nel corso del lungo iter parlamentare alcune forze politiche si opposero all'estensione della legge in provincia di Udine in quanto ritenevano che i dialetti locali non appartenessero all'area linguistica slovena. L'associazione Italiana degli Slavisti, in un documento del 1989, afferma che la distanza dei dialetti sloveni in uso nelle località della provincia di Udine non è dovuta a una presunta e scientificamente inesatta estraneità di questi dialetti alla lingua slovena, bensì a fattori storici e amministrativi che hanno determinato la situazione linguistica attuale.

Pur di fronte a questo autorevole pronunciamento alcuni hanno preso le distanze dalla legge di tutela in quanto non giudicano essere un dialetto sloveno la lingua parlata storicamente nei territori del loro comprensorio (detta natisoniano o nediško). Quanti si riconoscono in queste posizioni sostengono che la loro originaria antica lingua slava non deriva dallo sloveno essendo precedente di oltre quattro secoli[2].

In realtà, studi più approfonditi e non soggetti a condizionamenti ideologici hanno permesso di delineare più scientificamente i probabili connotati linguistici locali. Innanzitutto, l'insediamento slavo nella zona sarebbe da inquadrare all'inizio dell'VIII secolo, perciò in un tempo in cui le genti qui stanziatesi parlavano il paleoslavo (il quale si sarebbe via via ramificato proprio in quell'epoca) e il sostanziale isolamento politico dal rimanente mondo slavo ha consentito la conservazione di una base arcaica soggetta in oltre un millennio a contaminazioni friulane e tedesche. Le peculiarità linguistiche evidenziano, inoltre, specifici ed evidenti arcaismi che già nel XIX secolo indussero il glottologo polacco Jan Baudouin de Courtenay a definire "lo slavo del Natisone" come l'idioma forse più simile all'antico slavone o slavo ecclesiastico. Lo stesso glottologo suddivideva gli idiomi slavi del Friuli in quattro gruppi: il resiano, lo slavo del Torre, lo slavo del Natisone e lo slavo dello Judrio, distinguendoli dallo sloveno parlato nel Collio e nel goriziano.

Baudouin de Courtenay ipotizzò che gli slavi del Natisone potessero addirittura avere delle componenti o un substrato originari della cosiddetta area čakava, ossia serbo-croata, e che solo con l'evoluzione storica sono andati scemando; egli non escludeva che la provenienza potesse essere carantana. Si rimane tuttavia nel campo delle ipotesi, non essendoci testi antichi nelle lingue slave, andatesi differenziando nell'alto medioevo. Comunque, uno slavista di fama nazionale e nativo proprio di Vernasso, Bruno Guyon, propose nella prima metà del XX secolo una suddivisione linguistica nelle vallate del Natisone e dell'Alberone, da una parte, e in quelle dell'Erbezzo e del Cosizza, dall'altra. Egli inoltre analizzò il sistema vocalico e consonantico delle due varianti locali che presentano forti rassomiglianza col serbo antico.

Per accennare alla rimanente zona slavofona del Friuli, la peculiarità dell'idioma resiano indica una sua evidente autonomia linguistica, frutto di un particolare percorso storico e del successivo isolamento del popolo resiano, rendendo questa lingua assolutamente incomprensibile per uno sloveno e viceversa. Lo stesso papa polacco Giovanni Paolo II, definì i resiani il popolo slavo più occidentale, riconoscendone implicitamente la loro individualità linguistica. Lo slavo del Torre, invece, presenta una somiglianza con quello del Natisone, in particolare con la variante parlata nelle valli dei fiumi Natisone e Alberone.

Elenco dei comuni[modifica | modifica wikitesto]

I comuni della slavia friulana in rosso. In arancione, quelli parzialmente slavi
Segnaletica bilingue nel comune di San Pietro al Natisone.

La Slavia friulana comprende l'intero territorio dei seguenti comuni:

Comune Abitanti (2015) Superficie (km²)
Drenchia (Dreka) 119 13,28
Grimacco (Garmak) 351 14,5
Pulfero (Podbuniesac) 978 48,03
San Leonardo (Svet Lienart o anche Podutana) 1 130 27,00
San Pietro al Natisone (Špietar) 2 213 23,98
Savogna (Sauodnja) 421 22,11
Stregna (Srednje) 367 19,70
Lusevera (Bardo) 661 52,00
Taipana (Tipána) 649 65,00
Totale 6 889 285,60

A questi comuni vanno aggiunte le principali frazioni montane dei comuni di Attimis, Faedis, Nimis, Prepotto e Torreano, nonché alcune località e frazioni montane dei comuni di Montenars e Tarcento dove tuttavia l'idioma slavo è sicuramente scomparso da tempo.

Secondo alcuni rientrerebbe nella Slavia Friulana anche il comune di Resia, anch'esso storicamente slavo ma con particolari caratteristiche; è da ricordare che le località di Bergogna (Breginj) e Luico (Livek) erano inserite nella Schiavonia veneziana, dalla quale sono state smembrate in epoca napoleonica; ora fanno parte del comune di Caporetto in Slovenia.

Della comunità slovena della provincia di Udine fanno parte anche gli Sloveni della Valcanale presenti nei comuni di Malborghetto-Valbruna e Tarvisio entrati a far parte del Regno d'Italia dopo la prima guerra mondiale.

Personaggi celebri[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Musoni, etnografo, docente e politico
  • Giovanni Vogrig, abate e giornalista
  • Antonio Clodig/Anton Klodič, cavaliere de Sabladosky, poeta ed etnologo
  • Giovanni Clodig, politico, docente e presidente dell'Accademia di Udine
  • Bruno Guyon, linguista, docente universitario
  • Aldo Specogna, colonnello degli Alpini, 2 medaglie d'Argento al Valor Militare
  • Paolo Miano, calciatore
  • Pietro Podrecca, sacerdote, poeta e scrittore
  • Giovanni (Ivan) Trinko, sacerdote, scrittore, esponente del PPI
  • Natale Božo Zuanella, sacerdote, storico, scrittore
  • Paolo Petricig, grafico, scrittore, pedagogo, operatore culturale, esponente del PCI, fondatore della Scuola bilingue di San Pietro al Natisone.
  • Tedoldi Guerrino Vojmir, giornalista, direttore responsabile per 23 anni (tra i fondatori) del 1°giornale in lingua slovena della Benecia "Matajur" (dal 1/10/1950 al 31/12/1973)
  • Marino Qualizza, teologo di fama nazionale, direttore responsabile del quindicinale Dom
  • Aldo Clodig, operatore culturale e autore di testi dialettali
  • Mario Gariup, sacerdote e autore di numerosi volumi sulla storia della Valcanale.

Oriundi della Slavia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Podrecca (cividalese), garibaldino, storico
  • Guido Podrecca senior (cividalese), garibaldino e giurista
  • Guido Podrecca junior (cividalese, nato a Vimercate), politico e giornalista
  • Vittorio Podrecca senior (cividalese), giornalista
  • Vittorio Podrecca junior (cividalese), marionettista

Studiosi esterni alla Slavia friulana[modifica | modifica wikitesto]

  • Jan Niecislaw Baudoin de Courtenay (1845-1929), slavista e linguista. Nacque a Radzymin (Polonia) il 13 marzo 1845. Laureato in filosofia a Lipsia, fu professore di filologia slava presso l'Università di San Pietroburgo, Kazan', Dorpat e Cracovia. È famoso per la sua teoria del fonema e dell'alternanza fonologica. Dedicò la sua particolare attenzione alla lingua resiana e agli idiomi slavi del Torre, raccogliendo importantissimi materiali dialettologici negli anni 1873-1901, consegnati già nel 1902 alla Biblioteca Accademica Imperiale delle Scienze di San Pietroburgo: Materialy dlja južnoslavjanskoj dialektologiji i etnografiji (1895). In questo libro, consacra 16 pagine a Monteaperta ("Viskwòrša") scritte durante il suo soggiorno del 1873 e del 1901 a Monteaperta. Morì il 3 novembre 1929 a Varsavia. Per quanto riguarda l'idioma "slavo del Natisone", come da lui definito, asserì in più occasioni che è distinto dalle altre lingue slave delle quali ravvisò in esso le caratteristiche più pure e arcaiche.
Jan Niecisław Baudoin de Courtenay (1845-1929)
  • Paolo Merkù (Trieste 12 luglio 1927 - Trieste 20 ottobre 2014), compositore e slavista. Laureato in slavistica a Lubiana, ha conseguito il dottorato a Roma. Professore di sloveno, giornalista, si è dedicato per molti anni in regione Friuli-Venezia Giulia alla raccolta di materiale etnografico. Ha raccolto e trascritto poesie, canti e racconti della Slavia friulana.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Faustino Nazzi, Alle origini della "Gladio": la questione della lingua slovena nella vita religiosa della Slavia Friulana nel secondo dopoguerra, in Udine: La Patrie dal Friul, 1997.
  2. ^ http://www.legaslaviafriulana.org/legge38-ricorso.htm

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Autori vari, Slavia friulana, Cormons 2013 il cui testo è consultabile qui
  • Autori vari, Guida delle Prealpi Giulie, Udine 1912.
  • Autori vari, Pulfero - Ambiente, storia, cultura, Pulfero1994.
  • Autori vari, Valli del Natisone - Nediške doline, (a cura di P.Petricig), San Pietro al Natisone 2000.
  • Autori vari, Terre d'incontro - Kraji srečanj, Cividale 2007.
  • Carlo Podrecca, Slavia italiana, Cividale 1884.
  • Carlo Podrecca, Slavia italiana - Polemica, Cividale 1885.
  • Carlo Podrecca, Slavia italiana - Istituzioni amministrative ..., Cividale 1887.
  • Nino Špehonja, Nediška gramatika, Cormons 2012.
  • Nino Špehonja, Besednjak Nediško-Taljansko, Cormons 2012.
  • Nino Špehonja, Vocabolario Italiano-Nediško, Cormons 2012.
  • Enrico Bonessa, L'infinita polemica, Udine 2013.
  • Liliana Spinozzi Monai, Il Glossario del dialetto del Torre di Jan Baudouin de Courtenay, Consorzio Universitario del Friuli, (2009).
  • Liliana Spinozzi Monai, xxxx knjiga z besedili B. de Courteneya v nediškem narečju.
  • M. Brecelj - G. Nazzi, Lingue d'Europa: italiano, friulano, sloveno, tedesco, inglese, Udine 1995.
  • Giorgio Banchig, Slavia - Benečija. Una storia nella storia, Cividale 2013.
  • Antonio Cuffolo, Moj dnevnik. La seconda guerra mondiale vista e vissuta nel "focolaio" della canonica di Lasiz, (a cura di G.Banchig), Cividale 2013.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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