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Sirene (religione greca)

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Le sirene e Odisseo. Stámnos attico a figure rosse rinvenuto a Vulci - V secolo a.C. (British Museum).
La lotta tra Acheloo ed Eracle per la conquista di Deianira. Stámnos attico a figure rosse rinvenuto a Agrigento (V secolo a.C. - Museo del Louvre).

Le sirene (dal latino tardo sirēna[1], classico sīrēn – pl.: sīrēnes[2], trascrizione del greco Σειρήν Seirḗn – pl.: Σειρῆνες Seirênes) sono delle figure mitologico-religiose greche.

La cultura letteraria dell'antichità classica[modifica | modifica wikitesto]

(EL)

« Σειρῆνας μὲν πρῶτον ἀφίξεαι, αἵ ῥά τε πάντας
ἀνθρώπους θέλγουσιν, ὅτίς σφεας εἰσαφίκηται.
ὅς τις ἀϊδρείῃ πελάσῃ καὶ φθόγγον ἀκούσῃ
Σειρήνων, τῷ δ' οὔ τι γυνὴ καὶ νήπια τέκνα
οἴκαδε νοστήσαντι παρίσταται οὐδὲ γάνυνται,
ἀλλά τε Σειρῆνες λιγυρῇ θέλγουσιν ἀοιδῇ,
ἥμεναι ἐν λειμῶνι· πολὺς δ' ἀμφ' ὀστεόφιν θὶς
ἀνδρῶν πυθομένων, περὶ δὲ ῥινοὶ μινύθουσιν »

(IT)

« Tu arriverai, prima, dalle Sirene, che tutti
gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s'accosta e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa
di uomini putridi, con la pelle che raggrinza »

(Omero. Odissea XII, 39-46. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, Milano, Mondadori, 2007, pag. 355)

L'origine letteraria, nell'antichità classica, della figura delle sirene è nell'Odissea di Omero dove vengono presentate come cantatrici marine abitanti un'isola presso Scilla e Cariddi, le quali incantavano, facendo poi morire, i marinai che incautamente vi sbarcavano. Le Sirene tentano Odisseo con l'invito "a sapere più cose"[3]. L'invito alla conoscenza "onnisciente" che fa perdere i propri legami famigliari e civili interrompendo il proprio viaggio nella vita è condannato da Omero. La loro isola mortifera era disseminata di cadaveri in putrefazione. Odisseo, consigliato da Circe, la supererà indenne.

Secondo un racconto antico[4] le due sirene che tentarono Odisseo si uccisero gettandosi in mare perché non erano riuscite a trattenere l'eroe. Una di esse, Partenope, si arenò sulla spiaggia di ciò che diverrà la città di Napoli, e a lei vennero dedicati giochi annuali, le Lampadedromie[5]. Omero non descrisse l'aspetto fisico delle sirene; a tal proposito si è presupposto[3] che ciò sia dovuto a che sia il cantore che l'uditore conoscesse bene le forme di queste creature grazie ad altri racconti mitici già diffusi, come le avventure di Giasone e degli Argonauti[6].

Orfeo in un mosaico di epoca romana (Museo archeologico regionale di Palermo).

Come Odisseo anche Orfeo, nelle Argonautiche riportate da Apollonio Rodio, salva il suo equipaggio composto dagli Argonauti. Arrivati nei pressi di Antemoessa, l'isola delle sirene, gli eroi avvistarono questi essere "simili a fanciulle nel corpo ed in parte uccelli". Il canto delle sirene stava spingendo gli eroi a gettare gli ormeggi sulla riva, quando Orfeo prese la cetra Bistonia e risvegliò dalla malía i suoi compagni, intonando una canzone allegra e veloce[7]. Omero riporta il canto delle sirene, intonato per causare la morte di Odisseo e del suo equipaggio:

(EL)

« Δεῦρ᾽ ἄγ᾽ ἰών, πολύαιν᾽ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν,
νῆα κατάστησον, ἵνα νωιτέρην ὄπ ἀκούσῃς.
Οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηὶ μελαίνῃ,
πρίν γ᾽ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ᾽ ἀκοῦσαι,
ἀλλ᾽ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς. »

(IT)

« Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,
e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.
Nessuno è mai passato di qui con la nera nave
senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,
ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose »

(Omero. Odissea XII, 184-8. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, Milano, Mondadori, 2007, pag.363)

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Apollonio Rodio riprende la narrazione delle sirene figlie di Acheloo (in altre fonti di Forco[8]) che, come ricorda Károly Kerényi[9], era la divinità fluviale e marina, figlia di Teti e di Oceano[10] ma che Omero[11] pose una volta davanti allo stesso Oceano "origine di tutte le cose".

Libanio, nella Progymnasmata IV, ricorda che Eracle aveva staccato un corno al dio acquatico quando lottò con lui per conquistare l'affascinante Deianira, e dalle gocce di sangue cadute dalle ferite provocate al dio erano nate le sue figlie, le sirene[12].

Un'altra tradizione, riportata da Pseudo-Apollodoro, le vuole figlie di Acheloo e di Melpomene, una delle Muse e dà loro la forma di uccello, dalle cosce in giù. Con il suono della cetra, dell'aulo e del canto, persuadevano i navigatori a fermarsi. Lo stesso racconto narra di una profezia per la quale le sirene sarebbero morte se una nave fosse riuscita a sfuggirgli[13].

Sirena in una statua funeraria del I secolo a.C. proveniente da Myrina.

Rappresentazione[modifica | modifica wikitesto]

Seirênes (Σειρῆνες), nome plurale femminile nella antica lingua greca, nella sua forma maschile significa "vespe" o "api", è collegato quindi alla figura di Penfredo una delle Graie, le "vergini simili a cigni"[9]. I pittori vascolari rappresentavano le sirene anche come esseri maschili con la barba, e sia se fossero di forme maschili o femminili, si può individuare la loro natura per il corpo che richiama sempre quello di un uccello (con le parti inferiori a volte a forma di uovo) con una testa umana, a volte con braccia e mammelle, quasi sempre con artigli ai piedi, artigli non aventi però la funzione del rapimento, funzione propria delle Arpie, in quanto, altra caratteristica loro fondante, le sirene sono strettamente collegate al mondo della musica, suonando la lira o il doppio flauto (diaulos) e accompagnandosi col canto[14].

Il loro corpo, per metà donna e metà uccello sarebbe frutto di un incantesimo vendicativo da parte di Afrodite disprezzata dalle vergini sirene per i suoi amori[15]. Un'altra tradizione le vuole punite da Demetra per non aver impedito il ratto della figlia Persefone da parte di Ade mentre insieme coglievano dei fiori. Le vergini sirene chiesero agli dei, secondo Ovidio, di essere trasformate in uccelli per poter meglio cercare la perduta amica Persefone[16].

Le sirene sono anche onniscienti e in grado di placare i venti, forse con il loro canto[17], cantando le melodie dell'Ade[18].

Il rapporto tra le sirene e il mondo dell'Ade è presente anche in Euripide quando, nell'Elena, la protagonista invoca le "piumate vergini" affinché la consolino con la musica del flauto e della cetra.[14] Questo canto è in relazione con il ruolo delle sirene nei culti funerari: esse stazionavano alle porte degli Inferi con il compito di consolare le anime dei defunti con il loro dolce canto e di accompagnarle nell'Ade. Questo stretto collegamento con il mondo dei morti, testimoniato dalla ricorrente presenza delle loro immagini nel corredo delle tombe, fa supporre ad alcuni autori che le sirene fossero in origine degli uccelli in cui trovavano dimora le anime dei defunti[19]. Ciò senza contare il ruolo che gli uccelli avevano nell'antichità come tramite fra il mondo dei morti e quello dei vivi[20].

Con la identificazione delle località omeriche, in età antica si ritenne che le sirene abitassero l'Italia meridionale. Strabone, in Gheographikà I,22, ci dice che i popoli marinari di Napoli, Sorrento e della Sicilia, le veneravano.

Vi sono due tradizioni apparentemente contraddittorie, quindi, su queste figure mitiche: una le vuole mortifere e dannose per gli uomini, mentre l'altra le indica come consolatrici per gli stessi rispetto al proprio destino e, soprattutto, alla morte. Da notare, tuttavia, che nel primo caso nulla indica una loro natura volutamente crudele, bensì è il loro destino e la loro funzione di cantatrici/incantatrici ad essere disastroso per gli uomini.

Nel V secolo d.C., le Argonautiche orfiche riassumono il mito arricchendolo di particolari: Minii e Aneo, volendo conoscere il canto delle sirene, dirigevano la nave verso il promontorio funesto. Orfeo intona allora una canto a Zeus, accompagnato dalla sua lira, e mette così a tacere le sirene che si gettano dalla rocca nell'abisso del mare, mutando il loro corpo in pietra[21].

I nomi delle sirene[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del termine sirena è dubbio. Tra le molte ipotesi Alessandra Tarabochia Canavero[22], collegandosi alle osservazioni di Kurt Latte[23] secondo le quali cessando il vento all'approssimarsi della loro ierofania, e quindi con l'approssimarsi dell'ora meridiana, sostiene che esse potrebbero indicare dei demoni del calore meridiano (daemones meridiani) indicazione che potrebbe suggerire un collegamento con l'aggettivo séirios (incandescente, splendente) da cui Sirio, a sua volta collegato al sanscrito Sūrya (il deva del Sole). Altra ipotesi lega tale termine al verbo syrízo ("fischiare", "sibilare") quindi demoni della tempesta, collegati ai vedici Marut. Oppure da seirà ("corda", "fune", da cui anche éiro, "legare"), riprendendo il fatto che le sirene "legano" a sé i naviganti, li irretiscono[24]. O più semplicemente da un semitico sir ("cantare").

Le sirene in Omero sono due, infatti il poeta greco utilizza il duale Seirḗnoiïn, ma senza nominarle. Alcuni tardi commentatori ne suggeriscono i nomi in Aglaophḗmē e Thelxiépeia[25], nomi che ne indicano la "voce" (phoné/*óps) come "splendida" (agláe) e "incantatrice" (thélgo). Pseudo-Apollodoro, attribuisce loro i nomi di Pisinoe, Aglaope e Telsiepia[13].

Tradizioni successive di matrice "pseudo-esiodea" portano il numero delle sirene da due a tre indicando la terza con il nome di Peisinóē (da peítho, "persuadere" e noús "mente").

Le sirene nella teologia classica[modifica | modifica wikitesto]

Platone in una copia romana dell'opera originale esposta nell'Accademia dopo la morte del filosofo nel 348 a.C. (Gliptoteca di Monaco, sala 10). Platone fu tra i primi teologi classici ad indagare la natura e la funzione delle sirene descritte nei miti.
Plutarco di Cheronea, statua classica (Museo di Delfi). Plutarco, nelle sue Quaestiones convivales, intese armonizzare l'immagine omerica delle sirene con le interpretazioni di Platone. Le sirene, secondo Plutarco, non devono spaventare perché suonano una musica celeste che libera l'anima dalle cose terrene.

Le sirene sono parte della teologia classica sin da Platone che, nel Cratilo. Lì Socrate osservava che le sirene partecipano al desiderio delle anime dei morti, spoglie dei loro corpi, di permanere nel regno di Ade. Questo desiderio corrisponde al desiderio della virtù e alla figura del "filosofo".[26]

Nella Repubblica, Platone narra il mito di Er figlio di Armenio soldato della Panfilia che, morto in combattimento, torna tra i vivi e racconta ciò che ha visto nell'aldilà. Alla luce delle indicazioni teologiche di Platone, il medioplatonico Plutarco scrive di come Ammonio l'Egiziano rese coerenti le Sirene platoniche con quelle omeriche. Giuda delle anime nell'aldilà, Sirene suonano una musica il cui incantesimo ha il potere di portare l'oblio dei ricordi mortali alle anime, avvicinandole al Cielo. Gli echi della musica delle Sirene, sulla Terra, porta ai mortali i ricordi delle vite passate[27][28].

Il canto delle Sirene nei cieli è senza parole, è l'armonia, la musica delle sfere. Il neoplatonico Giamblico, scrive che queste stesse armonie Pitagora faceva ascoltare ai suoi allievi per purificarli e portare loro bei sogni[29]. Lo stesso Giamblico riporta del ruolo importante delle Sirene per la scuola pitagorica degli acusmatici, per la quale esse fanno parte dell'armonia, ossial la tetrade e l'oracolo di Delfi[30].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giacomo Devoto, Avviamento all'etimologia italiana, Milano, Mondadori, 1979.
  2. ^ Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, 2ª ed., Torino, Loescher, 1990 [1966].
  3. ^ a b Tarabochia Canavero, pp. 133-4
  4. ^ Igino 125,13
  5. ^ Olga Elia, Partenope, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1935.
  6. ^ Cfr. a tal proposito la stessa Odissea XII, 69-72
  7. ^

    « La brezza favorevole spingeva la nave, e ben presto avvistarono
    la splendida Antemoessa, isola in cui le canore sirene,
    figlie dell'Acheloo, annientavano chiunque
    vi approdasse, ammaliandolo coi loro dolci canti.
    La bella Tersicore, una delle Muse, le aveva generate
    dopo essersi unita all'Acheloo; un tempo erano ancelle
    della potente figlia di Deò, quando ancora era vergine,
    e cantavano insieme con lei: ma ora apparivano in parte
    simili a fanciulle nel corpo e in parte ad uccelli.
    Sempre appostate su una rupa munita di buoni approdi,
    avevano privato moltissimi uomini della gioia del ritorno,
    consumandoli nello struggimento. Anche per gli eroi
    effusero senza ritegno le loro voci, soavi come gigli,
    ed essi già stavano per gettare gli ormeggi sulla spiaggia:
    ma il Tracio Orfeo, figlio di Eagro, tendendo la cetra
    Bistonia con le sue mani, fece risuonare le note allegre
    di una canzone dal ritmo veloce, affinché il suono
    sovrapposto della sua musica rimbombasse nelle loro
    orecchie. La cetra vinse la voce delle fanciulle: Zefiro
    e insieme le onde sospinsero
    la nave, e il loro canto si fece un suono indistinto. »

    (Apollonio Rodio. Argonautiche IV, 890-912. Traduzione di Alberto Borgogno. Milano, Mondadori, 2007, pag.277)
  8. ^ Sofocle frammento 777, riportato da Plutarco in Quaestiones convivales IX,14,6.
  9. ^ a b Kerényi, pp. 53-56
  10. ^ Esiodo. Theogonia, 340.
  11. ^ Iliade XXI, 194.
  12. ^ Cfr. il mito delle Erinni.
  13. ^ a b Pseudo-Apollodoro. Epitome VII, 19-20. Traduzione di Maria Grazia Ciani in I miti greci Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2008, p. 405
  14. ^ a b Euripide. Elena, 167-179. 2007, Mondadori, Milano. Traduzione di Filippo Maria Pontani, p. 485.
  15. ^ Scholia ad Od. XII,168.
  16. ^ Ovidio. Metamorfosi V, 555-563. Traduzione di Guido Paduano, Milano, Mondadori, 2007, p. 225.
  17. ^ Esiodo. Frammento 69
  18. ^ Sofocle. Frammento 861.
  19. ^ George M. A. Hanfmann. Oxford Classical Dictionary 1970; trad. it Dizionario di antichità classiche. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1995, pp. 1952-3.
  20. ^ (FR) Claude Lévi-Strauss, D'un Oiseau l'autre. Un exemple de transformation mythique, in L'Homme, vol. 25, nº 93, 1985, pp. 5–12, DOI:10.3406/hom.1985.368539. URL consultato il 26 aprile 2018.
  21. ^ Argonautiche orfiche 1265-90. Traduzione di Luciano Migotto in Argonautiche orfiche. Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1994, pagg. 96-8
  22. ^ Tarabochia Canavero,  pp.132-3.
  23. ^ Kurt Latte. Die Sirenen Monaco, Kleine Schriften, 1968 pagg.106-11.
  24. ^ Meri Lao Il Libro delle Sirene, Di Renzo Editore, 2002.
  25. ^ Scoli ad Omero, Odissea XII,39.
  26. ^ Platone. Cratilo, 403D-403E. Traduzione di Maria Luisa Gatti in Platone. Tutti gli scritti. Milano, Bompiani, 2008, p. 151
  27. ^ Plutarco. Quaestiones convivales IX,14,6.
  28. ^ Tarabochia Canavero,  p. 137.
  29. ^ Giamblico. De mysteriis Aegyptiorum, Chaldeorum et Assyriorum XV,65. Traduzione di Claudio Moreschi in Giamblico I misteri degli egiziani. Milano, Rizzoli, 2003, p. 193
  30. ^ Giamblico. Vita pitagorica 82. Traduzione di Maurizio Giangiulo. Milano, Rizzoli, 2008, p. 219

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti
Studi
  • Alessandra Tarabochia Canavero, Sirene, un canto per l'anima, in I Greci. Il sacro e il quotidiano, Milano, Silvana Editoriale, 2004.
  • Károly Kerényi, Gli Dei della Grecia, Milano, Il Saggiatore, 1994.
  • Meri Lao, Il Libro delle Sirene, Di Renzo Editore, 2002.
  • Kurt Latte, "Die Sirenen" in Kleine Schriften zu Religion, Recht, Literatur und Sprache der Griechen und Römer. Monaco di Baviera, Beck, 1968 pp. 106-111.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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