Simone Pianetti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Simone Pianetti

Simone Pianetti (Camerata Cornello, 7 febbraio 1858 – ...) è stato un assassino seriale italiano. Il 13 luglio 1914, dopo aver compiuto 7 omicidi, scomparve tra i monti della Val Brembana e non venne mai più ritrovato,[1] nonostante l'ingente dispiegamento di Carabinieri e l'introduzione di una taglia.[2]

Divenuto come un vendicatore per parte della popolazione, che lo aiutò nella latitanza, ne furono segnalati in seguito vari avvistamenti tra i monti bergamaschi e il Venezuela, ma l'ultima testimonianza attendibile è quella del figlio Nino, il quale lo incontrò il 28 luglio 1914 per invitarlo a costituirsi, ricevendone però un netto rifiuto.[2]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La giovinezza e l'emigrazione[modifica | modifica wikitesto]

Simone Pianetti nacque il 7 febbraio 1858 da Giovanni e Vittoria Bottani, di famiglia benestante, nella piccola contrada di Lavaggi, frazione di Camerata Cornello, piccolo centro della val Brembana, in provincia di Bergamo. Di carattere aggressivo e sanguigno[3] (sparò un colpo di fucile all'indirizzo del padre, senza però colpirlo, per questioni legate all'eredità), decise, così come molti altri conterranei, di emigrare negli Stati Uniti d’America in cerca di fortuna.

Si recò a New York, praticando diversi lavori, entrando poi in contatto con gli ambienti anarchici della città. Fondò in seguito una società d'importazione di vino e frutta con l'amico Antonio Ferrari: tuttavia nella gestione di quest'attività incontrò problemi con la mafia locale, allora conosciuta come Mano Nera, che esigeva il pagamento di denaro in cambio di protezione.[4]

Il suo temperamento portò Pianetti a denunciare il fatto, cosa insolita per via dei rischi a cui si andava incontro, alla Polizia locale comandata dal comandante Shirley e l'ispettore francese Lacassagne. Con i due collaborava anche lo scrittore H. Ashton-Wolfe, che conobbe personalmente Pianetti e, qualche anno più tardi, raccolse le sue vicende in un capitolo del suo libro Crimini di violenza e vendetta, grazie a cui è possibile conoscere i fatti della sua permanenza in terra statunitense. La denuncia portò all'arresto di una decina di insospettabili ma costò la vita ad Antonio Ferrari, assassinato dalla Mano Nera. La vita stessa di Pianetti era quindi a rischio, tanto che dovette abbandonare la città e muoversi con false generalità fino a fare ritorno in patria.[4]

Il rientro in Italia e le difficoltà[modifica | modifica wikitesto]

Vista attuale di Camerata Cornello.

Al rientro nella valle ritrovò l'ambiente chiuso, quando non apertamente ostile, da cui era partito per l'America.[5] Tuttavia anche in valle Brembana parevano aprirsi spiragli di cambiamento, sia grazie all'apertura di un casinò nel vicino paese di San Pellegrino Terme e il relativo afflusso di turisti, sia con l'elezione del liberale Bortolo Belotti, del quale Pianetti divenne amico per via della comune contrapposizione al blocco cattolico-conservatore imperante nella zona.

Sposò Carlotta Marini, dalla quale avrà nove figli[6] e con cui aprì una taverna appena fuori dal centro abitato di Camerata Cornello, in cui si poteva anche ballare. Dopo i primi tempi in cui gli affari andavano bene, Pianetti venne messo al centro di maldicenze in cui veniva bollato come libertino, anarchico e anticlericale. Seguì un vero e proprio boicottaggio nei confronti della sua locanda, con gli avventori che venivano messi in guardia dalle autorità politiche ed ecclesiastiche del paese: alla lunga venne obbligato ad abbandonare l'attività per mancanza di clienti.[4][6]

Con i soldi rimanenti decise di trasferirsi con la famiglia nel vicino comune di San Giovanni Bianco, al fine di evitare le persone che l'avevano in antipatia. Qui aprì un mulino elettrico, un'opera all'avanguardia per quei tempi. Dopo poco tempo cominciò a essere additato, con la sua farina, come portatore di maledizioni e malattie (tanto che il suo prodotto veniva chiamato la farina del Diavolo), situazione che lo obbligò ad abbandonare l'attività mandandolo definitivamente sul lastrico.[4]

13 luglio 1914[modifica | modifica wikitesto]

Gli orari degli omicidi

9.30 il dottor Domenico Morali

10.50 il segretario comunale Abramo Giudici e la figlia Valeria

11.00 il calzolaio e giudice conciliatore Giovanni Ghilardi

11.10 il parroco don Camillo Filippi e il messo comunale Giovanni Giupponi

12.30 Caterina Nella Milesi[1]

Dopo essere finito in miseria, cominciò a manifestare comportamenti anomali. Dapprima dichiarò più volte ad alcuni suoi amici l'intenzione di suicidarsi[5]; in seguito maturò sentimenti di collera e vendetta nei confronti delle persone che, a suo parere, gli avevano fatto un torto contribuendo a ridurlo sul lastrico. Ispirato dall'azione del nazionalista serbo Gavrilo Princip, il quale uccise il 28 giugno 1914 l'arciduca Francesco Ferdinando, decise di eliminarle fisicamente, riportando prima i loro nomi su una lista[7].

La parrocchia Santa Maria Assunta di Camerata Cornello, sede di due omicidi di Pianetti.

La mattina del 13 luglio 1914 uscì dalla sua casa imbracciando il suo fucile a tre canne e si diresse verso la piccola valle di Sentino. Aspettò nascosto in un cespuglio il passaggio del medico condotto dei paesi di Camerata Cornello e San Giovanni Bianco, il dottor Domenico Morali (il quale era solito passare in quel punto per recarsi alla propria uccellanda), colpevole secondo Pianetti di non avergli curato bene il figlio Aristide, morto qualche tempo prima.[4] Il medico venne freddato con due fucilate.

In seguito Pianetti si recò nel centro abitato di Camerata, presso l'abitazione del sindaco Cristoforo Manzoni. Non avendolo trovato, lo cercò nel palazzo. Il sindaco era assente, tuttavia Pianetti ebbe modo di sparare al segretario comunale, Abramo Giudici (ritenuto colpevole dell'ordinanza di chiusura della sua osteria), e sua figlia Valeria, che era vicino a lui, la quale rientrava pure lei nella lista.[4]

In seguito entrò nella casa del calzolaio e giudice conciliatore Giovanni Ghilardi, uccidendolo perché era un suo avversario politico.[4]

Raggiunse il sagrato della chiesa, dove trovò il parroco don Camillo Filippi e il messo comunale Giovanni Giupponi. Freddò entrambi, il primo perché ritenuto responsabile del boicottaggio della sua locanda, il secondo perché non gli aveva concesso una derivazione dell'acqua di una fontana.[4][8]

Poi si spostò, attraverso il bosco, alla contrada Pianca, cercando senza successo l'oste Pietro Bottani.[4] Infine raggiunse la frazione di Cantalto, dove sparò a Caterina Milesi (detta Nella), la quale aveva un contenzioso nei confronti di Pianetti per via di un debito mai pagato dalla donna, come testimonia una citazione presso il giudice conciliatore.

Terminato il settimo ed ultimo omicidio, si recò nella frazione Cantiglio, dove incontrò dei carbonai che, ignari di ciò che era appena accaduto, gli diedero da mangiare.

Infine si dileguò verso il monte Cancervo, zona che conosceva molto bene per le numerose battute di caccia svoltevi.

La fuga e la latitanza[modifica | modifica wikitesto]

L’affissione recante la taglia posta su Simone Pianetti.

La notizia della strage si sparse in tutta la valle: il centro abitato di San Giovanni Bianco si presentava completamente deserto, con la gente barricata nelle proprie case. I Carabinieri fecero piantonare tutti gli scampati all'eccidio e coloro che avevano contenziosi aperti con Pianetti, cominciando le ricerche del fuggiasco sulle impervie cime circostanti. Anche grazie ad una squadra di guardie forestali e ad una trentina di Carabinieri giunti da Bergamo in rinforzo alle unità locali, nella serata del 14 luglio Pianetti fu avvistato da un gruppo composto da sette militari, con i quali ebbe uno scontro a fuoco, senza conseguenze fisiche per alcuno.

Il 16 luglio 1914 in paese arrivò il senatore Bortolo Belotti e contemporaneamente fu posta una taglia di mille lire sulla testa del latitante. Il giorno seguente Pianetti incontrò una donna, Giacomina Giupponi, con la quale barattò la sua pistola in cambio di cibo[9], proprio mentre nelle zone circostanti si intensificavano le ricerche, con l'aggiunta di volontari (per lo più parenti delle vittime), 170 soldati appartenenti al 78º Reggimento fanteria "Lupi di Toscana" e altri 40 Carabinieri.

Nonostante ciò, Pianetti riuscì a dileguarsi a dispetto di più di trecento persone alla sua ricerca, proprio mentre nell'opinione pubblica si delineavano contrapposte correnti di pensiero. Presto la stampa cominciò a strumentalizzare la vicenda: numerose furono le polemiche tra le testate giornalistiche, in particolar modo tra Il Secolo e L'Eco di Bergamo[10]. Quest'ultimo difatti accusò il primo di riportare le notizie in un'ottica anticlericale e di dipingere Pianetti come un liberatore dall'oppressione e dall'imperversare dei "feudatari" del paese, quali sindaco, medico e parroco.

«Qui tutti sapevano che il Pianetti era perseguitato… Chi vuol vivere tranquillo deve essere ossequiante al parroco del luogo… Il parroco è il feudatario ed i paesani si dividono in vassalli e valvassori a seconda della loro astuzia e del loro stato economico… Al Pianetti ne avevano fatte tante che non poteva più frenarsi»

(Il Secolo, 20 luglio 1914)

Di differenti visioni popolari riferite all'eccidio parlano anche organi di stampa locali, preoccupandosi dell'apologia del colpevole in corso tra la gente[11]. Sta di fatto che la popolazione cominciava a vedere realmente Pianetti come un liberatore, tanto che sui muri della zona cominciarono ad apparire scritte a lui inneggianti (tra cui «W Pianetti, ce ne vorrebbe uno in ogni paese»)[12].

Nel frattempo, le ricerche non davano nessun risultato, tanto che il 29 luglio 1914 il prefetto di Bergamo, Antonio Molinari, aumentò a 5 000 lire la taglia sulla testa del fuggiasco, senza tuttavia ottenere gli effetti sperati. Il 27 luglio le autorità autorizzarono il figlio Nino Pianetti a recarsi tra i monti al fine di incontrare il padre e convincerlo a costituirsi. Il ragazzo, trovato il genitore, gli consegnò due lettere scritte dalla moglie e dall'amico Bortolo Belotti, che gli consigliavano di consegnarsi alle autorità[13]. Per contro, Simone, dopo aver scritto una struggente lettera di risposta alla moglie, disse al figlio «non mi troveranno mai, né vivo, né morto». In effetti quell'episodio, riportato da tutti i quotidiani dell'epoca, fu l'ultima volta di cui si ebbero notizie documentate di Simone Pianetti.

La sua latitanza tra i monti della valle Brembana fu aiutata anche dalla complicità di carbonai e pastori che vivevano a quelle quote: essi lo consideravano una sorta di giustiziere, offrendogli cibo e talvolta un tetto sotto il quale ripararsi. A tal riguardo, le cronache dell'epoca riportano la condanna ad un anno di reclusione (poi ridotta a sei mesi in appello) di due mandriani, i fratelli Giorgio e Carlo Manzoni, rei di aver ospitato Pianetti nella loro baita dal 20 luglio al 2 agosto, mentendo ai Carabinieri e coprendone la fuga.[14]

L'inafferrabilità del fuggiasco, aiutata dagli eventi internazionali che annunciavano l'arrivo della prima guerra mondiale anche in Italia, favorirono una sospensione delle ricerche, facendo passare in secondo piano la vicenda. Nel frattempo la giustizia proseguiva il suo corso: il 25 maggio 1915 presso la Corte d'assise di Bergamo si concluse il processo a carico di Simone Pianetti, imputato in contumacia. La sentenza di condanna all'ergastolo fu accompagnata da cinque anni di segregazione cellulare continua, dall'interdizione dai pubblici uffici, dalla perdita della patria potestà e dell'autorità maritale, nonché dall'interdizione legale con conseguente annullamento del testamento da lui sottoscritto. Venne inoltre emesso un nuovo ordine di cattura nei confronti del condannato[15].

Ipotesi sulla scomparsa[modifica | modifica wikitesto]

L'unica cosa certa è che il corpo di Simone Pianetti non fu mai trovato: numerose quindi sono le ipotesi riguardo alla sua sorte. La tesi fornita dalla famiglia è quella che il loro congiunto fosse morto tra le cime dei monti Cancervo e Venturosa pochi giorni dopo l'incontro con il figlio Nino[16]. Questa versione, perorata dallo stesso figlio, non ha mai convinto gli abitanti della zona e venne probabilmente fornita al fine di far acquietare gli animi e permettere un po' di tranquillità ai congiunti[17].

Tuttavia numerose e contrastanti voci indicano il fuggitivo latitante nel continente americano. A suffragare tale ipotesi sono alcune lettere rinvenute, nonché la testimonianza di Domenica Milesi[18]. La donna, originaria di San Giovanni Bianco, che aveva conosciuto Pianetti per via della comune appartenenza politica, affermò di averlo incontrato presso Ciudad Bolívar, città venezuelana presso la quale era emigrata con il proprio marito.[19] Questa racconta di essere venuta in contatto con il latitante tramite un commerciante siciliano residente a Pittsburgh che, sceso in Venezuela per affari, le comunicò di aver fatto conoscenza con un suo conterraneo, tale Pianetti. La donna chiese allora di potersi mettere in contatto con quella persona: dopo nemmeno un mese Pianetti, secondo la testimonianza della donna, si recò presso di lei. Le consegnò alcune lettere e un po' di soldi da inviare alla propria famiglia in Italia, raccontando di essere riuscito a fuggire, dapprima nascondendosi tra i fasci di legna trasportati da un carretto e successivamente recandosi, mediante gli uffici di una persona molto influente della zona, all'ufficio visti della Questura di Bergamo che gli fornì un passaporto con false generalità con il quale poté imbarcarsi su una nave diretta nell'America del Nord.

Pianetti sarebbe quindi stato aiutato dalle autorità stesse, vista la simpatia che riscuoteva negli strati più bassi della popolazione[17]: la sua cattura infatti avrebbe potuto provocare reazioni incontrollate, nonché aumentarne la fama e la leggenda. Un'altra ipotesi sostiene che Pianetti fosse invece emigrato fuggendo dalle Orobie verso la Valtellina, raggiungendo quindi il cantone Grigioni in Svizzera.[20]

Qualche decennio più tardi, precisamente nel 1943, alcuni abitanti della zona sostennero di aver incontrato un anziano signore aggirarsi tra i monti Cancervo e Venturosa, poco distante dalla contrada di Cespedosio. Ebbero un rapido scambio di battute, dal quale emerse la vera identità di Simone Pianetti, allora ultraottantenne, che si intrattenne in particolar modo con una coetanea, per poi sparire nuovamente nei boschi circostanti[21].

La vox populi riporta inoltre che Nino Pianetti, nel frattempo trasferitosi nella città di Milano, confidò a conoscenti che il padre fosse effettivamente emigrato nelle Americhe per poi tornare con falsa identità in Italia, dove trascorrere gli anni della vecchiaia[22]. Il suo ultimo domicilio sarebbe stato presso l'abitazione milanese del figlio, dove si spense nel 1952[23].

Pianetti nei media[modifica | modifica wikitesto]

La figura di Pianetti è tuttora ricordata in gran parte dei paesi della valle Brembana come quella di un vendicatore, sovente indicato come raddrizzatore di torti, una sorta di eroe inafferrabile avverso ai poteri forti: prevale infatti l'aspetto “romantico” della vicenda, tralasciando il lato tragico e criminale, tant'è che la minaccia di “fare come Pianetti” (in dialetto bergamasco Fà de Pianetti) non lascia indifferenti nemmeno ai giorni nostri.

A dimostrazione dell'attualità della figura di Pianetti in quelle zone, è da riportare un incontro svoltosi a Camerata Cornello nel 90º anniversario dalla strage (13 luglio 2004), nel quale i partecipanti riportavano aneddoti, testimonianze e dicerie inerenti alla vicenda, parlandone però con rispetto ed una sorta di timore reverenziale[23].

La figura è inoltre tornata d'attualità anche grazie ad alcune recenti pubblicazioni, alcune romanzate, altre cronografiche, che ripercorrono gli eventi del 13 luglio 1914. Inoltre la figura di Pianetti è ricordata in canzoni di band bergamasche, tra le quali i Folkstone e le Cucine SCS.

La storia di Pianetti fu raccontata da Enrico Ruggeri nella puntata dell'8 gennaio 2019 della trasmissione Il Falco e il Gabbiano in onda su Radio 24. [24]

Dal 25 marzo 2019 a cura di Andrea Morbio e Riccardo Giacconi la vita e le vicende di Simone Pianetti sono raccontate nelle puntate dell'audiodocumentario Il ritorno del vendicatore, per la trasmissione Tre Soldi in onda su Radio3 Rai.[25]

Cronaca di una vendetta. La vera storia di Simone Pianetti di Denis Pianetti, edizioni Corponove, è la biografia completa di Simone Pianetti scritta dal pronipote. Pubblicata a cento anni dagli avvenimenti di Camerata Cornello, ne contiene la cronaca e descrive inoltre il quadro sociale, culturale e storico della Valle Brembana e di Bergamo agli inizi del secolo scorso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Denis Pianetti, Cronaca di una vendetta, Bergamo, Corponove, 2014, p. 8.
  2. ^ a b Denis Pianetti, Cronaca di una vendetta, Bergamo, Corponove, 2014, p. 481.
  3. ^ Arrigoni E, Bottani T [e] Taufer W (2008), Briganti e banditi bergamaschi, Bergamo, Ed. Corponove, ISBN 978-88-87831-75-7, p. 129.
  4. ^ a b c d e f g h i Enrico Silvestri (a cura di), "Fare come Pianetti" Cent'anni dal gesto del "vendicatore", su Il Giornale, 12 luglio 2014.
  5. ^ a b Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 130.
  6. ^ a b Simone PIANETTI, su murderpedia.
  7. ^ Il Giornale d'Italia, 15 luglio 1914.
  8. ^ Gabriele Moroni (a cura di), Simone si fece giustizia da sé: dopo un secolo è quasi un idolo, su Il Giorno di Bergamo, 2 novembre 2017.
  9. ^ Il Corriere della sera, 17 luglio 1914
  10. ^ Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., pp. 151-152.
  11. ^ La Vicaria, 2 agosto 1914
  12. ^ L'Eco di Bergamo, 23-24 luglio 1914
  13. ^ L'Eco di Bergamo, 29-30 luglio 1914
  14. ^ Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 164.
  15. ^ Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., pp. 165-167.
  16. ^ Intervista a Nino Pianetti, Giornale del Popolo, 18/09/1955
  17. ^ a b Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 172.
  18. ^ Testimonianza di Domenica Milesi, Giornale del Popolo, 18/09/1955
  19. ^ Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 173.
  20. ^ Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 168.
  21. ^ Testimonianza di Maddalena Gavazzi in Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 169.
  22. ^ Testimonianze di Battista Belotti e Ugo Boffelli in Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 174.
  23. ^ a b Arrigoni-Bottani-Taufer, Op. Cit., p. 174.
  24. ^ Paolo Buzzone (a cura di), Simone Pianetti, il giustiziere della Val Brembana, su Radio 24, 8 gennaio 2019.
  25. ^ Andrea Morbio e Riccardo Giacconi, Il ritorno del vendicatore, su raiplayradio.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA VV, A 90 anni dalla strage di Simone Pianetti, in Centro Storico Culturale Valle Brembana (a cura di), Quaderni Brembani 3, Ponte San Pietro, Tipografia Dimograf, 2005, pp. 103-109, ISBN non esistente.
  • E. Arrigoni, T. Bottani e W. Taufer, Briganti e banditi bergamaschi, Bergamo, Ed. Corponove, 2008, pp. 224, ISBN 9788887831757.
  • (EN) Ashton-Wolfe, Pianetti, the chamois hunter; a tale of the Black Hand, in Crimes of violence and revenge, Boston, Houghton Mifflin Company, 1929, pp. 59-93, ISBN non esistente.
  • A. Mattavelli, La farina del diavolo: Simone Pianetti, 1858-?, Bergamo, Ferruccio Arnoldi Editore, 1992, pp. 168, ISBN non esistente.
  • Denis Pianetti, Cronaca di una vendetta: La vera storia di Simone Pianetti, Bergamo, Corponove, 2014, pp. 590, ISBN 8896607930.
  • Felice Riceputi, Storia della Valle Brembana, Bergamo, Ed. Corponove, 1997, pp. 293, ISBN non esistente.
  • Roberto Trussardi, La taverna del diavolo, Bergamo, Eretica speciale, 2007, pp. 270, ISBN 9788862220118.
  • U. Zanetti, Pianetti l'imprendibile, in C. Mornese e G. Burrati (a cura di), Banditi e ribelli dimenticati, Milano, Lampi di stampa, 2006, pp. 149-154, ISBN 8848804691.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN80592725 · ISNI (EN0000 0000 7883 5850 · LCCN (ENn95001782 · WorldCat Identities (ENlccn-n95001782