Silvan Gastone Ghigi

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Silvan Gastone Ghigi (Venezia, 18 aprile 1928Ferrara, 20 febbraio 1973) è stato un pittore e scultore italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Venezia da genitori ferraresi, si trasferì ancora bambino a Ferrara. Studiò da ragazzo presso la scuola d'arte “Dosso Dossi” di Ferrara (dove fu allievo del pittore Gino Marzocchi e dello scultore Giuseppe Virgili) e, al termine del secondo conflitto bellico, decise di perfezionarsi a Venezia, frequentando il Liceo Artistico. Attorno ai vent'anni conobbe Filippo de Pisis: e fu un incontro determinante per lo sviluppo stilistico della sua pittura. Frequentando nella città lagunare il famoso conterraneo, da lui apprese la caratteristica maniera postimpressionista e la sua sintesi quasi “stenografica”, benché l'anziano artista cominciasse ad avvertire i primi seri problemi di salute, colpito da nevrastenia. Assimilato appieno il gusto “depisisiano” (e forse consigliato direttamente dal maestro, che vi aveva a lungo soggiornato), decise quindi di trasferirsi in Francia, dove rimase circa sette anni, pur con frequenti rientri a Ferrara, tenendovi mostre personali, ritraendo personaggi anche famosi (come l'attrice Danielle Darrieux) e frequentando l'ambiente artistico (sia esistenzialista che “mondano”) di Parigi e della Costa Azzurra. Tornato a Ferrara attorno al 1957, anche a causa delle continue insistenze della madre, Maria Accorsi, inizialmente si dedicò ad un'attività di arti applicate, aprendo uno studio presso la casa del cineasta Antonio Sturla Avogadri, con il quale collaborò disegnando i titoli di testa di alcuni documentari. Silvan realizzò così varie sculture in scagliola per ornare sale da ballo e caffè, decorò piatti in ceramica, dipinse pannelli per mobili e fu persino stilista di calzature per il Calzaturificio Zenith. Restaurò inoltre alcuni stucchi ottocenteschi nella Sinagoga di Ferrara. Portò così in città e in tutta la provincia un raffinato senso decorativo, assimilato negli anni parigini, svecchiando il gusto dei suoi conterranei: i soggetti più interessanti risultano forse i personaggi della Commedia dell’arte, sorta di maschere neo-tiepolesche e le allegorie caffearie, in cui i chicchi di caffè diventano figure a rilievo quasi antropomorfe La sua pittura si esplicò invece soprattutto nella ritrattistica, nel paesaggio e nella natura morta, in cui il segno appreso da de Pisis e in Francia (echi stilistici da Bonnard e Dufy) fu messo al servizio di un'indubbia abilità di mano (seppur talora corriva), con un segno nervoso e spumeggiante che lo fecero assai amare dalla borghesia e dall'aristocrazia ferrarese negli anni del “boom” (alcuni suoi interessanti dipinti sono conservati presso la collezione d'arte della Cassa di Risparmio di Ferrara), disposta persino a perdonargli vizi ed eccentricità, dalle passioni omofile alle inclinazioni alcoliste. Tenne mostre molte personali a Ferrara e in provincia, sia in gallerie private che in negozi di arredamento, firmando sempre i suoi dipinti con il solo primo nome di battesimo, Silvan, e mantenne stretti rapporti culturali con l'ambiente veneto, illustrando persino libri in vernacolo (“Co' na' ganassa sola” di Organo, 1971). Scritturato quale consulente artistico per il film “La ragazza fuoristrada” che il regista Luigi Scattini stava girando a Ferrara, ebbe una morte dai toni quasi “pasoliniani”. Scaricato da un compagno occasionale, fu travolto in una strada polesana a tarda notte da un camion, morendo per le ferite riportate nell'Arcispedale Sant'Anna di Ferrara a soli 44 anni. La madre Maria (con il quale egli visse sino all'ultimo giorno), congiuntamente allo zio Antonio, decise di donare le opere di Silvan da loro ereditate al Museo Civico d'Arte Moderna di Ferrara.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Silvan, a cura di Galeazzo Giuliani, Ferrara, 1978.
  • Antonio P. Torresi, Primo dizionario biografico di pittori restauratori italiani dal 1750 al 1950, ad vocem, Ferrara, 1999.
  • Silvan. Dipinti a Ferrara (1960-1973), a cura di Luca Ferrari e Lucio Scardino, Ferrara, 2003.
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