Sharing economy

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L’espressione “sharing economy” può essere tradotta letteralmente come “economia della condivisione”.

Modalità e forme di sharing economy[modifica | modifica wikitesto]

Le priorità di varie realtà imprenditoriali degli ultimi anni possono essere sintetizzate in riuso, riutilizzo e condivisione; utilizzano le tecnologie per un modello di economia circolare, in cui professionisti, consumatori e cittadini in generale mettono a disposizione competenze, tempo, beni e conoscenze, con la finalità di creare legami virtuosi, basandosi sulla capacità relazionale della tecnologia. In questo modo, vengono incentivati stili di vita nuovi che riescono a favorire il risparmio o ridistribuzione del denaro, la socializzazione e la salvaguardia dell’ambiente.

Possono essere individuati tre tratti distintivi della sharing economy: condivisione, cioè utilizzare in comune una risorsa; relazione orizzontale tra persone o organizzazioni, dove spariscono i confini tra finanziatore, produttore e consumatore; presenza di una piattaforma tecnologica, in cui le relazioni digitali vengono gestite e promosse grazie alla fiducia generata da sistemi di reputazione digitale.

Tale economia si presenta sotto varie forme, identificabili in: sharing in senso stretto, come condividere la casa o l’auto; crowding, esempio il crowdfunding e crowdsourcing; bartering, il baratto tra privati o aziende; making, inteso come il fai-da-te.

Le caratteristiche principali della sharing economy[modifica | modifica wikitesto]

La piattaforma: i servizi delle aziende non vengono più erogati dall’alto verso il basso, ma sono le persone ad incontrarsi per scambiare o condividere beni, tempo, denaro, ecc. Per cui i beni sono posseduti dalle persone e non più dall’azienda.

La community: l’attività principale dei servizi è il creare e gestire la propria community, con la quale si instaura un legame forte, improntato sulla socialità, sul vantaggio economico, sull’efficienza del servizio, la comodità ecc. Nasce così una vera e propria relazione bilaterale e continuativa tra interlocutore privato o pubblico e il cittadino.

La convenienza: i servizi si attivano a seguito di un vantaggio, inteso sia come economico, sia esperienziale, sia legato alla comodità ed efficienza[1].

La tecnologia: è il perno sul quale ruota la sharing economy, perché permette l’incontro tra sconosciuti, rendendolo più facile e veloce, abolendo così le distanze anche geografiche.

I rischi della sharing economy[modifica | modifica wikitesto]

Le stesse caratteristiche della sharing economy, se analizzate da un punto di vista più “critico”, si può notare come possono generare dei veri e propri rischi, i quali stanno interessando il dibattito internazionale e anche le nostre istituzioni. Vediamo perché:

La piattaforma: non ha costi di infrastruttura per la sua natura e quindi potere di accumulo del capitale molto rapido.

La community: nel momento in cui si raggiunge la massa critica necessaria per essere efficiente, la piattaforma è in grado di creare concentrazione e abitudini che bloccano potenziali concorrenti.

La convenienza: quando è economica, molti individui iniziano a percepire il servizio offerto come un vero e proprio lavoro, mentre le piattaforme continuano a trattare come autonomo un lavoro che si presenta come subordinato, per questo c’è stata l’accusa di favorire un nuovo precariato.

La tecnologia: le piattaforme possono raccogliere i nostri dati e avere nelle loro mani la nostra reputazione.

Tipologie di sharing economy[modifica | modifica wikitesto]

Nei paesi anglosassoni, la sharing economy riveste un ruolo essenziale che si esprime attraverso le più svariate forme e modalità.

Una delle forme più evolute e diffuse di sharing economy riguarda il settore dei trasporti privati di persone attraverso barche, auto e camper e persino aerei.

Car sharing[modifica | modifica wikitesto]

Chi desidera avventurarsi in un viaggio in auto senza ricorrere ai mezzi pubblici oppure preferisce non mettersi al volante in solitudine, può usufruire, attraverso un’apposita APP, di un innovativo servizio tramite il quale può condividere il proprio itinerario con altre persone. Il vantaggio che ne deriva è prevalentemente economico ed è garantito da eventuali cattive compagnie dai feedback di altri passeggeri che aiuteranno nelle scelte. Il costo per chi viaggia è deciso dal proprietario del veicolo e generalmente, qualora ci si appoggiasse ad una delle varie associazioni specializzate nel favorire la condivisione, è possibile che queste si trattengano una piccola percentuale.

Esiste inoltre la possibilità di usufruire di un mezzo messo a disposizione da organizzazioni private o statali. Con il car sharing infatti si “acquista” solo l'uso di un'auto (anziché l'auto stessa).

Lo stesso servizio è disponibile anche per cicli e motocicli.

House sharing[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ai servizi relativi agli spostamenti, esiste la condivisione della propria abitazione con altre persone, o più semplicemente usufruire di una casa in condivisa.

Food sharing[modifica | modifica wikitesto]

In paesi come Germania e Danimarca sono nate diverse società specializzate che, tramite un’applicazione per dispositivi mobili o il proprio sito internet, permettono ai clienti di trovare i ristoranti vicino a loro che consegnano pasti al loro indirizzo, fanno un ordine che viene tracciato e attendono che l'ordine venga recapitato con un corriere in bicicletta, in auto o altro mezzo di locomozione.

Social shopping[modifica | modifica wikitesto]

Nell’ambito del commercio ha infine preso forma ciò che comunemente è chiamato social shopping: si tratta di un metodo di commercio in cui, nell'esperienza d'acquisto sono di norma coinvolti anche gli amici degli acquirenti.

Coworking[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di un nuovo stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro e di risorse, tra professionisti che fanno lavori diversi con approccio collaborativo. Coworking significa letteralmente lavoro condiviso.

Crowdfunding[modifica | modifica wikitesto]

Nato come forma di microfinanziamento dal basso. I siti web fanno da piattaforma (tra i più famosi a livello internazionale si ricordano in particolare kickstarter e indiegogo) e permettono ai fundraiser di incontrare un pubblico di potenziali finanziatori. Esistono vari tipi di crowdfunding: reward based (raccolta fondi che, in cambio di donazioni in denaro, prevede una ricompensa, come il prodotto per il quale si sta effettuando il finanziamento, o un riconoscimento, come il ringraziamento pubblico sul sito della nuova impresa), donation based (modello utilizzato soprattutto dalle organizzazioni no profit per finanziare iniziative senza scopo di lucro), lending based microprestiti a persone o imprese), equity based (in cambio del finanziamento versato è prevista la partecipazione del finanziatore al capitale sociale dell’impresa, diventandone così socio a tutti gli effetti), ibride (basate su più modalità di finanziamento).

La sharing economy in Italia[modifica | modifica wikitesto]

In Italia la sharing economy cresce registrando all’attivo circa 250 piattaforme collaborative online. Si rilevano circa 160 piattaforme di scambio e condivisione, circa 40 esperienza di autoproduzione, circa 60 di crowding, di cui 27 quelle di crowdfunding attive e 14 in fase di lancio.

Nel 2016 sono arrivate a quota 138,68 quelle di crowdfunding, per un totale di 206. Sono, quindi, aumentate del 10% rispetto al 2015.

Hanno vissuto un incremento più significativo le piattaforme di sharing economy relative ai trasporti, che sono il 18% sul totale di quelle analizzate, a seguire i servizi alle persone, il 16,6%, i servizi alle imprese, l’8,7% e la cultura, il 9,4%, mentre il turismo rimane invariato (12%).

Dal 2011 ad oggi i numeri sono più che triplicati, in particolare nei settori del turismo, dei trasporti, delle energie, dell’alimentazione e del design.

I servizi collaborativi italiani sono rivolti prevalentemente a giovani e sono nati per la maggior parte tra il 2012 e 2013. Si può sottolineare come si stiano diffondendo con velocità diverse nei vari mercati, allargandosi verso nuove aree potenziali di business, quali i servizi alle imprese e alle persone, la finanza, la cultura, l’abitare collaborativo. Si registra una buona crescita delle starp up internazionali che arrivano in Italia, ma anche alcune piattaforme italiane. Pesa su tale ritardo la scarsa familiarità con internet degli italiani, la mancanza di regolazione normativa, i pochi fondi di investimento erogati e la scarsa preparazione imprenditoriale dei giovani italiani.

Il mercato presenta un forte potenziale di crescita, infatti il 51% delle piattaforme di sharing registra un numero di utenti inferiori a 5000 e solo l’11% oltre 100000. Stesso discorso vale per le piattaforme di crowdfunding, le quali il 49% ha un numero di donatori inferiori a 500, mentre il 9% supera i 50000. Bisogna tenere presente che le piattaforme di sharing italiane sono ancora molto giovani, la maggior parte delle quali sono nate poco più di due anni fa.

Per quanto riguarda il canale per utilizzare tali piattaforme, l’83% degli utenti utilizza le piattaforme sharing via internet e il 17% via app; il 91% invece utilizza le piattaforme di crowdfunding via internet e il 9% via app.

Tra i servizi più utilizzati si trovano quelli legati alla mobilità, all’alloggio, allo scambio e al baratto. Invece, le resistenze all’utilizzo riguardano la condivisione di beni di proprietà.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Oscar Giannino, Le liberalizzazioni e il disegno di legge sulla concorrenza - Panorama, in Panorama, 28 aprile 2017. URL consultato l'8 maggio 2017.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàBNF: (FRcb16940993p (data)