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Seconda guerra mondiale

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Seconda guerra mondiale
WW2Montage.PNG
Da sinistra a destra e dall'alto in basso: truppe del Commonwealth nel deserto; civili cinesi sepolti vivi da soldati giapponesi; sommergibile tedesco sotto attacco; forze sovietiche durante un'offensiva invernale; istantanea di Berlino semidistrutta; velivoli su una portaerei giapponese si preparano per il decollo
Data1º settembre 19392 settembre 1945
LuogoEuropa, Mar Mediterraneo, Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico, Cina, Oceano Atlantico e Pacifico
Casus belliInvasione tedesca della Polonia
EsitoVittoria finale degli Alleati
Schieramenti
Regno Unito Impero britannico
Francia Francia (1939-1940; 1944-1945)
URSS URSS (dal 1941)
Stati Uniti Stati Uniti (dal 1941)
Cina Cina (dal 1941)
... e altri
Germania Germania
Italia Italia (1940-1943)
Giappone Impero giapponese (dal 1941)
... e altri
Comandanti
Perdite
Totale: 50 milioni
Militari: 17 milioni
Civili: 33 milioni
Totale: 12 milioni
Militari: 8 milioni
Civili: 4 milioni
Voci di guerre presenti su Wikipedia

La seconda guerra mondiale vide contrapporsi, tra il 1939 e il 1945, le potenze dell'Asse e dall'altro i Paesi Alleati che, come già accaduto ai belligeranti della prima guerra mondiale, si combatterono su gran parte del pianeta. Ebbe inizio il 1º settembre 1939 con l'attacco della Germania nazista alla Polonia e terminò, nel teatro europeo, l'8 maggio 1945 con la resa tedesca e in quello asiatico il successivo 2 settembre con la resa dell'Impero giapponese dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

È considerato il più grande conflitto armato della storia, costato all'umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri con un totale di morti che oscilla tra i 55 e i 60 milioni di individui. Infatti le popolazioni civili si trovarono coinvolte nelle operazioni in una misura sino ad allora sconosciuta, superiore anche al periodo 1914-1918, e furono anzi bersaglio dichiarato di bombardamenti a tappeto, rappresaglie, stermini, persecuzioni e deportazioni. In particolare il Terzo Reich portò avanti con metodi ingegneristici l'Olocausto per annientare, tra gli altri, le popolazioni di origine o etnia ebraica e perseguì una politica di riorganizzazione etnico-politica dell'Europa centro-orientale che prevedeva la distruzione o deportazione di intere popolazioni slave, degli zingari e di tutti coloro che il regime nazista riteneva "indesiderabili" o nemici della razza ariana.

Al termine della guerra l'Europa, ridotta a un cumulo di macerie, completò il processo di involuzione iniziato con la prima guerra mondiale e perse definitivamente il primato politico-economico mondiale, che fu assunto in buona parte dagli Stati Uniti d'America; a essi si contrappose l'Unione Sovietica, l'altra grande superpotenza forgiata dal conflitto, in un teso equilibrio geopolitico internazionale noto come guerra fredda. Le immani distruzioni della guerra portarono alla nascita dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, avvenuta al termine della Conferenza di San Francisco il 26 giugno 1945.

Indice

Origini della guerra[modifica | modifica wikitesto]

L'espansionismo giapponese in Asia[modifica | modifica wikitesto]

L'epoca successiva alla prima guerra mondiale vide la completa affermazione dell'Impero giapponese come grande potenza: dopo aver inglobato parte delle colonie tedesche dell'oceano Pacifico e aver assunto il controllo di diverse lucrose rotte commerciali nel bacino, con il trattato navale di Washington del 6 febbraio 1922 il Giappone ottenne il diritto di disporre della terza più grande flotta da battaglia del mondo, una condizione che gli garantiva una superiorità militare visto che i suoi più forti contendenti (gli Stati Uniti e il Regno Unito) dovevano dividere le loro flotte tra Pacifico e Atlantico. Lo scoppio della grande depressione nel 1929 spinse il paese a cambiare il suo focus economico, prima concentrato negli scambi commerciali con gli Stati Uniti, e a guardare con più interesse ai mercati asiatici; escluso dalle spartizioni coloniali del XIX secolo, il Giappone si ritenne privato dell'accesso alle ricche risorse dell'Asia dalle potenze europee e decise di compensare questo stato di cose con una serie di aggressive manovre di espansionismo territoriale[1].

Lo scivolamento del Giappone verso una politica di imperialismo venne favorito da una forte militarizzazione della società nipponica, iniziata già alla metà degli anni 1920: la pervasività dei militari, capaci di condizionare la vita politica nazionale tramite le azioni delle potenti forze di polizia segreta (la Tokubetsu Kōtō Keisatsu) e militare (la Kempeitai), divenne esemplare nel campo dell'istruzione delle nuove generazioni, tramite la destinazione come insegnanti nelle scuole pubbliche di numerosi ufficiali dell'esercito rimasti senza incarichi. L'influenza dei militari nella società portò a recuperare il concetto filosofico medievale del Gekokujō, secondo il quale un ufficiale inferiore può disobbedire agli ordini superiori se lo ritiene moralmente giusto; oltre a degenerare in una serie di sanguinosi ma fallimentari tentativi di colpo di stato da parte di ufficiali ultrareazionari (come l'incidente del 26 febbraio 1936), questo principio fu la giustificazione adottata dai generali nipponici per portare avanti campagne di espansionismo territoriale in maniera del tutto autonoma dai desideri del governo nazionale vero e proprio[2].

Lo sbocco primario di questo espansionismo fu la Cina, indebolita da una decennale guerra civile che vedeva contrapposte le forze comuniste di Mao Zedong a quelle del Kuomintang nazionalista di Chiang Kai-shek. Agendo in totale autonomia dal governo, i generali giapponesi orchestrarono il 18 settembre 1931 un finto sabotaggio ferroviario a Mukden, utilizzato come pretesto per avviare l'invasione della regione della Manciuria nel nord della Cina dove fu insediato lo stato fantoccio del Manciukuò. L'occupazione della Manciuria portò a uno stato di profonda tensione diplomatica e militare tra Giappone e Unione Sovietica, degenerato in una serie di schermaglie di confine proseguite fino al settembre 1939; ciò portò a un avvicinamento diplomatico tra Giappone e Germania nazista in chiave antisovietica, formalizzato con la stipula del Patto anticomintern il 25 novembre 1936. Il conflitto tra giapponesi e cinesi esplose infine in una guerra totale a partire dal luglio 1937: le forze nipponiche diedero il via all'invasione della Cina centrale e meridionale occupando nel giro di pochi mesi Pechino e Nanchino ma si ritrovarono poi invischiate in un lungo conflitto di guerriglia, in particolare dopo la stipula di una formale alleanza in chiave anti-giapponese tra i comunisti di Mao e i nazionalisti di Chiang; la vittoria nella lunga guerra contro i cinesi era quindi l'asse portante della politica estera nipponica al momento dello scoppio delle ostilità in Europa[3].

L'espansionismo tedesco in Europa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eventi precedenti la seconda guerra mondiale in Europa.

Il trattato di Versailles del 1919, conclusivo della Grande Guerra, impose punizioni estremamente dure per gli sconfitti tedeschi: cessione dell'Alsazia-Lorena alla Francia e di vaste zone orientali alla Polonia, smantellamento dell'aviazione, divieto di possedere mezzi corazzati in un esercito di non più di 100 000 effettivi, consegna della flotta e pagamento di un risarcimento di 132 miliardi di marchi in oro. Condizioni estremamente punitive per una nazione che alla fine delle ostilità aveva truppe ancora attestate sul territorio francese, e che contribuirono a creare il mito secondo cui a far perdere la guerra all'Impero tedesco sarebbero stati pochi "traditori" interni non nazionalisti (la cosiddetta "pugnalata alle spalle"). Questo mito, e la pessima situazione economica della Repubblica di Weimar data dalle conseguenze del crollo della borsa statunitense del 1929, fu importante per l'affermarsi del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori di Adolf Hitler: dopo la vittoria nelle elezioni federali tedesche del 1933, un parlamento controllato dai nazisti concesse al leader nazista poteri dittatoriali e l'anno dopo, con la morte dell'anziano Reichspräsident Paul von Hindenburg, Hitler assunse la carica di Führer.

Hitler e Mussolini in parata a Monaco dopo gli accordi del 1938

Con Hitler al potere iniziarono ben presto reiterate violazioni della pace del 1919: dopo l'uscita della Germania dalla Società delle Nazioni nel 1935, fu reintrodotta la coscrizione obbligatoria e venne posta al comando di Hermann Göring una nuova forza aerea, la Luftwaffe; nel marzo del 1936, poi, le forze tedesche remilitarizzarono la Renania. Iniziò a formarsi un sodalizio tra la Germania nazista e il Regno d'Italia, rimasto isolato dagli ex alleati anglo-francesi a seguito della sua decisione di invadere e annettersi l'Etiopia, sfruttando anche la comunanza ideologica tra il regime hitleriano e quello fascita di Benito Mussolini, al potere in Italia fin dal 1922. Questo ottimo rapporto fu rafforzato dall'intervento comune italo-tedesco a favore delle forze nazionaliste di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola, per poi concretizzarsi in un'alleanza militare tra le due nazioni (la cosiddetta "Asse Roma-Berlino").

Mentre il riarmo tedesco continuava, Hitler attuò i suoi piani per un'espansione territorialmente della Germania, in modo che essa ottenesse quello spazio vitale (Lebensraum) di cui, secondo quanto asserito nel Mein Kampf, aveva assoluto bisogno per soddisfare i bisogni della sua crescente popolazione. Sfruttando il fatto che gli anglo-francesi non mostravano desiderio di scatenare un'altra guerra mondiale e tendevano a riconoscere alcune concessioni alla Germania (la cosiddetta politica dell'"appeasement"), nel marzo 1938 l'Austria fu pacificamente annessa al Reich tedesco, nonostante il divieto di un'unione austro-tedesca contenuto nel trattato di Versailles. Più resistenza oppose la Cecoslovacchia, altro stato creato nel dopoguerra, a cedere la regione dei Sudeti, zona di confine popolata a maggioranza da popolazioni tedesche; l'indizione di una conferenza a Monaco di Baviera nel settembre 1938 tra tedeschi, britannici, francesi e italiani portò alla risoluzione pacifica di questa controversia: in un ultimo sfoggio di "appeasement", gli anglo-francesi acconsentirono all'annessione dei Sudeti alla Germania. L'accordo di Monaco non bastò tuttavia a soddisfare i disegni di Hitler, e pochi mesi dopo, nel marzo 1939, quanto rimaneva della Cecoslovacchia cessò di esistere: la Boemia e la Moravia furono dichiarate "protettorato del Reich", mentre in Slovacchia fu istituito un governo fantoccio della Germania.

Successivo obiettivo dei tedeschi divenne la Polonia. Il trattato del 1919 aveva separato dal resto della Germania la regione della Prussia orientale, circondata da territorio polacco; Hitler reclamò allora la restituzione della città di Danzica e del territorio a essa vicina, il "corridoio polacco". Dopo Monaco gli anglo-francesi erano ormai disillusi sulle reali intenzioni espansionistiche della Germania, e fornirono immediato supporto alla Polonia perché si opponesse ai voleri di Hitler. Si contava sull'appoggio dell'Unione Sovietica per impedire un'invasione tedesca della Polonia, ma Berlino rispose con un abile colpo diplomatico: il 24 agosto 1939 il ministro degli esteri russo Vjačeslav Michajlovič Molotov e quello tedesco Joachim von Ribbentrop firmarono un patto di non aggressione tra le due nazioni della durata di dieci anni, il patto Molotov-Ribbentrop; un protocollo segreto dell'accordo divise l'Europa orientale in due sfere d'influenza, lasciando mano libera all'URSS sulle repubbliche baltiche e in Finlandia e prevedendo una spartizione della Polonia, dando modo a Hitler di lanciare l'offensiva senza dover temere una guerra su due fronti. Il 1º settembre, alle 04:45 del mattino, le truppe tedesche attraversavano la frontiera polacca; due giorni dopo Francia e Regno Unito dichiararono guerra alla Germania, dando inizio alla seconda guerra mondiale.

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il teatro di guerra europeo

     Alleati

     URSS

     Asse

     Paesi neutrali

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della seconda guerra mondiale.

L'inizio della guerra viene indicato da gran parte della storiografia nel 1º settembre del 1939, quando la Germania invase la Polonia.

Altre periodizzazioni, meno tradizionali, fanno risalire concretamente l'inizio del conflitto con eventi bellici precedenti scatenati da altre nazioni: l'aggressione italiana all'Etiopia, la guerra civile spagnola o l'attacco giapponese alla Cina.

1939-1940: l'onda lunga della Blitzkrieg[modifica | modifica wikitesto]

L'invasione della Polonia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Polonia e Guerra lampo.
1º settembre 1939, soldati tedeschi rimuovono la barriera del confine tedesco-polacco

Il 1º settembre 1939 alle 04:45 la Germania diede inizio alle operazioni militari contro la Polonia: cinque armate della Wehrmacht forti di 1 250 000 uomini, 2 650 carri armati e 2 085 aerei della Luftwaffe,[4] invasero la Polonia con un attacco a tenaglia, impiegando l'innovativa tattica militare della guerra lampo o Blitzkrieg. Il 2 settembre il Regno Unito e la Francia inviarono alla Germania un ultimatum che rimase senza risposta; il 3 settembre, rispettivamente alle 11:45 e alle 17:00, le dichiararono guerra.

L'esercito polacco contava un milione di uomini (circa il 30% in meno degli effettivi previsti, ma non ebbe il tempo di mobilitarsi completamente), diverse centinaia di autoblindo e carri armati di modelli leggeri o antiquati, con l'appoggio di seicento aerei di modesta qualità.[4] La resistenza dei polacchi fu tenace e ostinata, ma non sufficientemente consistente e coordinata, in particolare per fronteggiare la nuova guerra lampo. Gli anziani generali polacchi commisero l'errore strategico di disperdere l'esercito su una lunghissima linea difensiva, ritenendo di dover combattere una guerra di trincea. Invece, dopo alcuni giorni di scontri violenti, specie nelle battaglie di Mlawa e di Pomerania,[4] il 3 settembre i panzer tedeschi riuscirono a penetrare nelle retrovie nemiche e cominciarono le manovre di accerchiamento.

Già l'8 settembre i primi carri armati tedeschi giunsero alle porte dalla capitale polacca, dando il via alla battaglia di Varsavia, mentre la maggior parte dell'esercito polacco veniva metodicamente accerchiata in sacche isolate e annientata nel giro di due o tre settimane. Tuttavia, per la Wehrmacht, la conquista della capitale polacca si rivelò più lunga e complessa del previsto. Nel timore di un attacco della Francia da ovest, i tedeschi decisero di accelerare i tempi della sconfitta polacca e cominciarono a colpire Varsavia con la tattica del bombardamento a tappeto. Come conseguenza, nell'arco di una ventina di giorni, la città riportò quasi 26 000 morti e oltre 50 000 feriti tra la popolazione civile. Da quel momento, l'impresa militare voluta da Hitler assunse il carattere di guerra totale: i militari e i civili furono ugualmente coinvolti, lottando disperatamente per la vittoria e la sopravvivenza.

13 settembre 1939, la corazzata tedesca Schleswig-Holstein apre il fuoco contro la fortezza polacca di Westerplatte

Il 17 settembre l'Unione Sovietica, improvvisamente, ma in linea con il patto Molotov-Ribbentrop, aggredì la Polonia da est con 466 000 soldati, 3 740 carri armati e 2 000 aerei,[5] incontrando scarsa resistenza. Alcuni storici ritengono che in realtà Stalin volesse evitare che la Germania occupasse i territori polacchi orientali (abitati in maggioranza da bielorussi e che poi vennero assegnati all'omonima repubblica sovietica), altri riportano volontà espansionistiche russe (avvalorate, tra l'altro, dalla guerra successivamente scatenata contro la Finlandia e dal fatto che, a conflitto finito, Stalin non volle cedere questi territori). L'attacco dell'URSS segnò definitivamente il destino della Polonia. Tuttavia, il 18 settembre, le forze corazzate polacche tentarono una coraggiosa battaglia contro i panzer tedeschi a Tomaszów Lubelski, ma dovettero soccombere sia per inferiorità numerica che qualitativa. Con la popolazione civile ridotta allo stremo, Varsavia si arrese ai tedeschi il 27 settembre 1939. Pochi giorni dopo, il 30 settembre, a Parigi si costituì il governo in esilio della Polonia. L'esercito polacco fu completamente disarmato entro il 6 ottobre, dopo la battaglia di Koch.

Complessivamente, le perdite militari polacche assommarono a circa 66 300 morti, 133 700 feriti e 420 000 prigionieri di guerra; 150 000 civili morirono e un numero imprecisato rimasero feriti. Circa 20 000 civili polacchi riuscirono a fuggire in Lettonia e Lituania, altri 100 000 fuggirono in Ungheria o Romania. Le perdite tedesche furono circa 13 000, tutte militari.[4][6]

Nella parte della Polonia occupata dall'URSS, le forze sovietiche catturarono circa 242 000 polacchi, parte dei quali furono sospettati di essere anticomunisti. Nel corso dell'anno successivo, la Polizia politica sovietica NKVD, a seguito di processi sommari, cominciò a mettere a morte migliaia di prigionieri. Stime accreditate parlano di un totale di 21 857 morti, dei quali 4 243 furono i cadaveri rinvenuti nelle Fosse di Katyn dai tedeschi nel 1943.[4]

Una strana guerra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strana guerra e Guerra d'inverno.
Novembre 1939, soldati britannici e francesi giocano a carte in un campo d'atterraggio durante la strana guerra

Al termine delle operazioni contro la Polonia, Hitler lanciò messaggi di pace a Francia e Gran Bretagna, che furono respinti dai rispettivi Primi ministri l'11 e il 12 ottobre.[7] Il periodo che seguì vide una preparazione da ambo le parti per l'inizio di un'offensiva terrestre tedesca sul fronte occidentale, preparazione che fu tuttavia priva di significative operazioni, tanto da passare alla storia come la "strana guerra".[8]

Il Consiglio supremo Alleato decise di presidiare la linea Mosa-Anversa in caso di attacco tedesco attraverso il Belgio mentre la Germania, con la direttiva numero 6 del 6 ottobre 1939, stabilì i piani di invasione della Francia, utilizzando la medesima strategia messa in atto durante la prima guerra mondiale, ossia la violazione della neutralità del Belgio e dei Paesi Bassi, piani che vennero tuttavia scoperti dalle autorità belghe il 10 gennaio 1940, a seguito di un incidente aereo[9] che permise il recupero dei documenti segreti relativi al cosiddetto "Fall Gelb", il "caso giallo". Ma anche a fronte di questo importante ritrovamento, il Belgio non permise alle truppe britanniche e francesi l'attraversamento del confine, per non offrire un casus belli alla Germania.

Dal settembre 1939 all'aprile 1940, le prime battaglie tra la Germania e gli alleati Gran Bretagna e Francia avvennero quasi esclusivamente nei mari e nei cieli. Essendo la Gran Bretagna un'isola, e dipendendo quindi dal mare per i collegamenti commerciali con il resto del mondo e con le sue colonie, la Kriegsmarine si mobilitò per intercettare il traffico marittimo per e dalla Gran Bretagna, per mettere in difficoltà l'economia e la popolazione britannica. I tedeschi impiegarono sommergibili U-Boot, navi da guerra e alcune navi corsare, realizzando una massiccia operazione di posa di mine magnetiche sulle rotte che portavano agli approdi per le navi britanniche,[10] mentre la Royal Navy si attivò per pattugliare le rotte commerciali dal mare del Nord all'oceano Atlantico.

La Kriegsmarine ottenne alcuni importanti successi iniziali: il 17 settembre 1939, l'affondamento della portaerei Courageous a opera dell'U-29 nel mare del Nord; il 14 ottobre l'affondamento della corazzata Royal Oak a Scapa Flow a opera dell'U-47, comandato dal tenente di vascello Günther Prien; il 23 novembre l'affondamento dell'incrociatore ausiliario Rawalpindi al largo tra Islanda e isole Fær Øer, a opera degli incrociatori da battaglia Scharnhorst e Gneisenau. Gli Alleati realizzarono a loro volta un successo inducendo, il 17 dicembre, la corazzata tascabile Admiral Graf Spee, ad auto-affondarsi dopo la battaglia del Río de la Plata.

La Kriegsmarine si rese responsabile di una delle prime stragi di civili,[11] nonché primo grave incidente diplomatico della guerra già la sera del 3 settembre 1939: l'U-30 affondò il transatlantico SS Athenia (probabilmente scambiandolo per una nave da guerra britannica, non essendovi interesse strategico in una simile azione), con 1103 civili a bordo, tra i quali 300 civili statunitensi – all'epoca neutrali. I tedeschi tentarono di negare ogni responsabilità, arrivando perfino ad accusare i britannici di aver affondato loro stessi la Athenia per diffamare i tedeschi. La piena verità fu resa nota solo nel 1946.[12]

Nel tentativo di ostacolare le operazioni della Kriegsmarine, numericamente inferiore alla Royal Navy ma molto aggressiva, nell'arco di vari mesi fra il 1939 e il 1940, la Royal Air Force effettuò numerosi raid di bombardieri contro le basi navali tedesche, le fabbriche di U-Boot, i cantieri navali e i depositi di munizioni navali, in particolare a Wilhelmshaven e Kiel. Le conseguenti battaglie aeree contro la Luftwaffe furono molto sanguinose: la RAF arrivò a perdere fino al 50% dei bombardieri Vickers Wellington a ogni sortita, poiché i britannici non disponevano di caccia a lungo raggio per scortare i bombardieri che, da soli, non riuscivano a difendersi efficacemente dai Bf 109 e 110 della Luftwaffe. Ciò fu molto evidente, ad esempio, il 18 dicembre 1939 durante la Battaglia della Baia di Helgoland; per i britannici, la situazione peggiorò ulteriormente nelle successive battaglie aeree.

Nel frattempo, sempre tra il 1939 e il 1940, numerosi scontri aerei avvennero sopra la linea Maginot e la linea Sigfrido, tra i velivoli della Armée de l'air francese e della Luftwaffe tedesca, durante le ricognizioni dei due schieramenti che tentavano di individuare dal cielo le posizioni delle truppe avversarie.

Al culmine di una crisi diplomatica che durava ormai da molti anni, il 30 novembre 1939, l'Unione Sovietica diede il via alla guerra d'inverno sferrando un massiccio attacco contro la Finlandia, dopo che questa aveva rifiutato la richiesta di Stalin di installare basi militari sovietiche nel suo territorio e soprattutto di rettificare la posizione del confine nei pressi di Leningrado, allora molto vicina alla frontiera da cui poteva essere colpita dall'artiglieria. Alla base di questo attacco vi erano anche altri fattori: la volontà di acquisire territori da porre sotto la propria sfera di influenza, come la Finlandia che in passato era stata parte dell'Impero russo fino alla Rivoluzione; il sentimento di vendetta contro i finlandesi, i quali avevano appoggiato i partigiani bianchi, oltre a fornire una dimostrazione di forza alla Germania, tentando di emulare il rapido successo militare di Hitler in Polonia.

Soldati finlandesi durante la Guerra d'inverno, con equipaggiamento invernale e mitragliatrice pesante

Le intenzioni di Stalin tuttavia si scontrarono con la tenace resistenza finlandese e, nonostante l'impiego di un milione di uomini, tremila carri armati e quasi quattromila aerei, l'Armata Rossa non riuscì a operare con rapidità, a causa di strategie d'attacco sbagliate, delle efficaci tattiche di guerriglia adottate dai finlandesi, pur numericamente molto inferiori, e delle difficoltà dovute al terribile inverno nordico, con suolo ghiacciato e temperature fra i −30 °C e −50 °C. L'Armata Rossa, molto indebolita dalle grandi purghe staliniane degli anni trenta, evidenziò enormi carenze organizzative e subì scacchi umilianti sul campo di battaglia. La Finlandia, diversamente da ciò che era successo alla Polonia contro i tedeschi, non cedette all'urto iniziale delle forze sovietiche, ma riuscì a creare un solido fronte e, di conseguenza, la Guerra d'inverno durò diversi mesi, durante i quali i finlandesi, combattendo uniti contro un aggressore ben più potente, riuscirono ad accattivarsi la simpatia di molti paesi occidentali.

L'attacco sovietico fu percepito dall'opinione pubblica mondiale come una brutale aggressione, del tutto ingiustificata e, pertanto, l'Unione Sovietica venne espulsa dalla Società delle Nazioni. Molte nazioni si prodigarono per aiutare la Finlandia, alcune anche solo per opporsi ai sovietici: Francia, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Ungheria, Italia e Stati Uniti vendettero o cedettero gratuitamente alla Finlandia vari armamenti e rifornimenti e molti volontari, soprattutto danesi, norvegesi e finlandesi d'Ingria, ma anche oltre 200 volontari di altre nazioni, si offrirono per la causa finlandese.

Dopo mesi di battaglia, l'Armata Rossa riuscì a sfondare una parte delle difese finlandesi in Carelia, ma la protesta internazionale contro l'URSS era giunta al culmine e, non volendo rischiare il completo isolamento diplomatico, Stalin accettò infine d'intavolare trattative. Il 12 marzo 1940, Finlandia e Unione Sovietica giunsero così alla pace di Mosca, con la cessione di alcuni territori finlandesi all'Unione Sovietica.

La Germania punta a occidente[modifica | modifica wikitesto]

L'occupazione della Danimarca e della Norvegia[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Weserübung e Campagna di Norvegia.
Aprile 1940, panzer II tedeschi a Copenaghen

All'inizio del 1940 il Führer decise di rimandare a primavera l'attacco alla Francia, per concentrare la propria attenzione sulla penisola scandinava, come stavano facendo gli Alleati. Il casus belli che gli permise di giustificare agli occhi del mondo l'attacco alla Danimarca e alla Norvegia (operazione Weserübung) fu trovato il 16 febbraio con l'incidente dell'Altmark, nave tedesca che venne abbordata nello Jøssingfjord, in acque territoriali norvegesi, dal cacciatorpediniere inglese HMS Cossack: circa 300 prigionieri inglesi che si trovavano a bordo furono liberati e ciò offrì a Hitler il pretesto per accusare la Norvegia di connivenza con gli Alleati e di dare inizio ai preparativi per l'attacco.[13]

Le truppe tedesche cominciarono l'invasione dei due paesi alle 5:20 del 9 aprile: re Cristiano X di Danimarca, ritenendo inutile la resistenza in un paese quasi totalmente privo di forze armate, firmò la capitolazione alle ore 14:00 dello stesso giorno, mentre la Norvegia, nonostante l'aiuto portato da Francia e Gran Bretagna,[14] resistette solo fino al 10 giugno, quando, a seguito della resa, venne instaurato un governo fantoccio guidato dal collaborazionista Vidkun Quisling.[15] La campagna norvegese costò alla Kriegsmarine rilevanti perdite di navi da guerra, tra le quali l'incrociatore pesante Blücher, a causa delle artiglierie pesanti della difesa costiera norvegese, nonché dei ripetuti scontri con la Royal Navy che soffrì, a sua volta, alcune perdite, tra cui la portaerei HMS Glorious. La Svezia mantenne invece la sua neutralità, continuando a fornire materie prime all'industria bellica tedesca per il resto della guerra.

Come conseguenza dell'occupazione della Danimarca, il 12 aprile 1940 la Gran Bretagna occupò le isole Fær Øer e, il 10 maggio, l'Islanda; le isole erano colonie danesi di notevole interesse strategico per la battaglia dell'Atlantico e già dagli anni trenta i tedeschi avevano cominciato un lungo corteggiamento diplomatico all'Islanda, dove tra l'altro era nato un partito nazista locale. La Groenlandia, terza colonia danese nell'Atlantico, il 9 aprile era invece già stata volontariamente ceduta come protettorato agli Stati Uniti, che successivamente l'avrebbero utilizzata come base per le operazioni in Atlantico.

L'invasione della Francia[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Francia, Fall Gelb, Battaglia della Mosa, Battaglia di Sedan (1940), Battaglia di Lille e Battaglia di Dunkerque.
Un panzer avanza sul fronte occidentale
I carri armati tedeschi oltre la Mosa

Il 10 maggio 1940, sempre impiegando la tattica militare della guerra lampo, le truppe tedesche attaccarono i Paesi Bassi e il Belgio e da qui, passando per la Foresta delle Ardenne e aggirando completamente la linea Maginot, entrarono in Francia, dando il via alla Campagna di Francia (in codice Fall Gelb, 'Caso Giallo'). Fu una straordinaria dimostrazione di potenza militare: il cuneo corazzato, raggruppato nella regione delle Ardenne e composto da oltre 2 500 carri armati divisi in sette Panzer-Division,[16] al comando del generale von Kleist, penetrò fulmineamente in Belgio spazzando via le deboli difese franco-belghe, considerate dagli Alleati impenetrabili per le forze corazzate; la notte del 12 maggio la 7ª Panzer-Division del generale Rommel sbucò sulla Mosa a Dinant. Il giorno dopo il grosso del cuneo corazzato raggiunse in forze la Mosa, dove erano schierate le principali forze francesi, passando subito all'attacco per attraversare il fiume.

In soli tre giorni i panzer tedeschi formarono profonde teste di ponte a ovest della Mosa – a Dinant, a Monthermé e soprattutto nella battaglia di Sedan, dove i carri armati del generale Heinz Guderian svolsero un ruolo decisivo – e sbaragliarono le deboli resistenze francesi.[17] Dopo aver respinto alcuni sconnessi tentativi di contrattacco delle scarse riserve corazzate francesi, a partire dal 16 maggio i panzer ebbero via libera a ovest del fiume, dopo il crollo definitivo della 9ª Armata francese. Vi fu una scorribanda di mezzi corazzati tedeschi attraverso la pianura franco-belga in direzione delle coste della Manica. La situazione degli Alleati si rivelò drammatica, come confermato dai tempestosi colloqui tra Churchill, Reynaud, Daladier e i generali inglesi e francesi: il raggruppamento franco-inglese, penetrato in Belgio, rischiò di essere tagliato fuori e di venire completamente distrutto.

Tutti i tentativi di contrattacco inglese, ad Arras il 21 maggio, a nord del corridoio tedesco, e francese sulla Somme, più a sud, fallirono. I panzer ebbero via libera e, fin dal 20 maggio, i primi reparti corazzati raggiunsero le coste della Manica ad Abbeville. Quasi 600 000 soldati franco-inglesi furono accerchiati e intrappolati tra il mare e l'esercito tedesco, con l'unica speranza di imbarcarsi con l'aiuto delle flotte inglesi e francesi, sotto gli attacchi della Luftwaffe. La situazione peggiorò ulteriormente dopo l'improvvisa resa dell'esercito belga il 28 maggio, che lasciò scoperte le difese alleate nella sacca. I Paesi Bassi, sotto attaccato dal 10 maggio da parte di forze corazzate e da paracadutisti tedeschi lanciatisi su L'Aia e sui numerosi ponti e dighe dei Paesi Bassi (seppur in parte falliti), avevano già abbandonato la lotta fin dal 15 maggio, il giorno seguente al bombardamento di Rotterdam; la regina Guglielmina si rifugiò nel Regno Unito, a differenza del re Leopoldo del Belgio che decise di rimanere sul territorio occupato dai tedeschi.

Il 26 maggio, Churchill autorizzò il corpo di spedizione inglese a ripiegare senza indugio verso la costa e il porto di Dunkerque, dove in seguito si radunò una numerosa flotta di navi militari, mercantili e di naviglio privato civile per l'evacuazione dei soldati.[18] I francesi, dopo molta confusione e divergenze a livello politico e di comando, ripiegarono a loro volta verso la costa, abbandonando una parte delle loro forze, ormai circondate a Lilla, città che cadde il 29 maggio.

Un Panzer IV avanza in territorio francese nel maggio 1940
Una fase drammatica della ritirata inglese a Dunkerque

Le colonne corazzate tedesche giunte fino al mare avevano progredito lungo la costa verso nord in direzione di Boulogne, Calais (occupate il 25 e il 26 maggio) e Dunkerque, ma il 24 maggio un improvviso ordine di Hitler impose di fermare l'avanzata dei panzer e di proseguire solo con la fanteria. La decisione del Führer derivò apparentemente dal desiderio di risparmiare le sue forze migliori in vista delle future campagne, consentendo allo stesso tempo a Hermann Göring di mostrare la potenza della sua Luftwaffe, a cui sarebbe stato lasciato il compito di impedire l'evacuazione. Tuttavia forse vi era la segreta intenzione del dittatore di risparmiare un'umiliante disfatta agli inglesi, per favorire future trattative di pace.[19]

Dal 26 maggio al 4 giugno le forze anglo-francesi riuscirono in gran parte a trarsi in salvo (Operazione Dynamo) grazie all'abnegazione delle flotte, bersagliate dalla Luftwaffe, alla resistenza dei reparti di retroguardia e all'efficace intervento della RAF, i cui aerei giungevano dall'Inghilterra. I tedeschi si lasciarono sfuggire, anche per loro errori, una grossa parte delle truppe alleate accerchiate. Infatti, durante il cosiddetto miracolo di Dunkerque, furono evacuati, dopo aver abbandonato tutte le armi e l'equipaggiamento, circa 338 000 soldati alleati,[20] di cui circa 110 000 francesi; altri 40 000 soldati (principalmente francesi) rimasero nella sacca e vennero catturati. I circa 220 000 britannici scampati avrebbero costituito il nucleo di truppe esperte su cui ricostruire l'esercito inglese per il proseguimento della guerra.

Il bilancio finale della prima fase della Campagna di Francia fu trionfale per la Germania e per Hitler: circa 75 divisioni alleate erano state distrutte, tra cui le migliori divisioni francesi e inglesi, 1 200 000 uomini furono fatti prigionieri e un'enorme quantità di armi ed equipaggiamenti vennero catturati, il Belgio e i Paesi Bassi furono costretti alla resa, l'esercito inglese era stato cacciato dal continente, la Francia era ormai sola e ridotta in grave inferiorità numerica e di armamenti. Tutto questo al costo di soli 10 000 morti e 50 000 tra feriti e dispersi.[21][22]

L'intervento dell'Italia e la campagna delle Alpi Occidentali[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia delle Alpi Occidentali.

Poiché Mussolini credeva che la guerra volgesse ormai al termine e temendo che l'Italia restasse esclusa dal "tavolo della pace", il 10 giugno, il paese scese in campo contro gli Alleati. Nella dichiarazione di guerra alla Francia e all'Inghilterra, Mussolini cercò di dare un significato più ampio all'intervento, come si evince da un estratto del discorso pronunciato sempre il 10 giugno:

«Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano.
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee.»

Il 12 giugno, dopo soli due giorni dalla dichiarazione di guerra, Genova e Torino furono bombardate dai britannici mentre il 15 giugno una flottiglia francese colpì Vado Ligure e il porto di Genova, senza che la marina italiana riuscisse a intervenire. Inoltre, a causa del mancato preavviso riguardo l'imminenza della dichiarazione di guerra, la flotta mercantile perse tutto il naviglio che si trovava nei porti di nazioni divenute ostili, pari a circa il 35% dell'intera flotta mercantile: una perdita non facilmente recuperabile, soprattutto in vista di una guerra da combattere prevalentemente su scacchieri lontani con la conseguente necessità di mantenere lunghe vie di comunicazione e di rifornimento marittime.

Il 18 giugno iniziò l'assalto italiano: reparti di quattro armate attaccarono il fronte alpino difeso da appena una divisione coloniale e tre divisioni di fanteria francesi. Presunte contestazioni, velocemente rientrate alla fine di maggio dopo i rapidi successi tedeschi, da parte dell'establishement militare italiano, tra cui Pietro Badoglio, riguardo all'impreparazione italiana e quindi al rischio di un'entrata in guerra prematura, vennero sbrigativamente rigettate da Mussolini, conscio della situazione italiana, ma convinto di un'imminente vittoria tedesca e quindi dell'impellente necessità di entrare in guerra a fianco del Führer per motivi di prestigio personale e anche di convenienza geopolitica.[23]

A livello di propaganda e di opinione pubblica mondiale, l'attacco italiano, che Roosevelt definì una vera pugnalata alla schiena,[24] e il suo evidente fallimento, provocarono un indebolimento del prestigio del Duce, della popolarità italiana e una prima stima della debolezza imprevista dell'apparato militare italiano.[25]

Infatti, nonostante la rotta generale dell'esercito francese di fronte ai tedeschi, le truppe italiane non riuscirono a sfondare le linee nemiche, favorite dall'impervio terreno alpino. Gli italiani subirono perdite maggiori e dimostrarono scarsa organizzazione e arretratezza tattica. Al termine della battaglia delle Alpi Occidentali, l'Italia guadagnò praticamente solo Mentone e ottenne la smilitarizzazione della fascia di confine; svanirono inoltre, dopo i colloqui tra Hitler e Mussolini a Monaco, i grandiosi progetti del Duce di spartizione della Francia lungo la linea del Rodano, la conquista della Corsica e l'acquisizione delle coloniale africane francesi.[26]

La resa della Francia[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Fall Rot e Governo di Vichy.
Truppe tedesche in Belgio

Il 5 giugno 1940, con un violento bombardamento aereo sulla linea della Somme e sull'Aisne, nonché sulle truppe francesi dislocate ad Abbeville e sulla Linea Maginot, i tedeschi diedero inizio alla battaglia per la conquista di Parigi.

Il 10 giugno, i tedeschi attraversarono la Senna mentre l'esercito francese si ritirava disordinatamente oltre la Loira, con il generale Weygand che annunciava il definitivo sfondamento del fronte. Il governo francese si trasferì da Parigi a Tours, mentre gli giungeva la notizia che l'Italia stava per dichiarare guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

L'esercito tedesco a Parigi

L'11 giugno, il generale francese Pierre Héring, governatore militare di Parigi, annunciò che la città era stata dichiarata "città aperta"; Parigi venne occupata dai tedeschi il 14 giugno, risparmiando così la città da incursioni aeree o di artiglieria. Nel frattempo anche Reims cadde in mani tedesche, l'esercito francese oramai decimato e praticamente inoffensivo.

Nella notte del 16 giugno, Reynard si dimise dall'incarico di Presidente del Consiglio francese a causa di divergenze con il Consiglio dei ministri in merito alla discussione sulla proposta di Charles de Gaulle (trasferitosi a Londra il giorno prima) di un'"Unione franco-britannica", in sostanza la fusione dei due stati in uno solo. Il maresciallo Philippe Pétain formò subito un nuovo gabinetto e alle 23:00 incaricò il suo Ministro degli Esteri Paul Baudouin di chiedere l'armistizio ai tedeschi. Alla mezzanotte, tramite l'ambasciatore spagnolo a Parigi, il governo francese presentò ufficialmente la richiesta di armistizio. Intanto la Wehrmacht conquistava Digione, dopo aver aggirato da nord la Linea Maginot e nel giro di pochi giorni invadeva Brest, Nantes e Saumur, dopo aver già conquistato, tra le altre, Caen, Rennes e Le Mans.

Il 19 giugno, il governo tedesco si dichiarò pronto a far conoscere le clausole per la cessazione delle ostilità e richiese l'invio di plenipotenziari suggerendo al governo francese di mettersi in contatto con l'Italia per trattative analoghe. Il suggerimento fu applicato già dal giorno seguente, fermando così l'attacco delle truppe italiane iniziato tre giorni prima.

Alle 15:30 del 21 giugno, Hitler ricevette i plenipotenziari francesi. Le condizioni della resa furono molto pesanti: il territorio settentrionale e occidentale della Francia fu occupato dai tedeschi, non furono resi i prigionieri, le spese di occupazione furono fissate a discrezione del vincitore, l'esercito francese dovette essere ridotto a 100 000 uomini.

Il 22 giugno alle ore 18:30, il generale Charles Huntziger, rappresentante della delegazione francese, e il generale Wilhelm Keitel, capo di Stato Maggiore della Wehrmacht, firmarono l'armistizio. Per volere di Hitler, l'armistizio venne simbolicamente firmato allo stesso modo di quello che era stato stipulato alla fine della prima guerra mondiale, ossia i delegati si riunirono su un treno parcheggiato in aperta campagna, nella stessa posizione geografica, nella stessa carrozza di lusso e con le stesse poltrone di quel giorno del 1918, quando la Germania si era arresa alla Francia.

Vennero date alla Germania il possesso di Parigi, del nord e di tutta la costa atlantica, mentre la Francia centro-meridionale rimaneva indipendente con le sue colonie e il governo si insediava nella cittadina di Vichy.

Nonostante le assicurazioni francesi che in nessun caso la flotta sarebbe stata consegnata ai tedeschi o agli italiani, l'Ammiragliato britannico diede avvio all'Operazione Catapult, volta a devitalizzare le navi da guerra francesi che erano ancorate nelle basi algerine di Mers-el-Kébir e Orano. Il risultato di questa azione, che causò oltre mille morti fra i marinai francesi, fu controproducente in termini materiali per gli inglesi: le navi francesi che furono in grado di farlo, rientrarono a Tolone, mentre quelle alle quali fu impossibile, come la corazzata Richelieu, reagirono energicamente a qualunque tentativo alleato di penetrare in Nordafrica. Tuttavia, la dimostrazione di impavida risolutezza della Gran Bretagna e del suo governo, nella tragica situazione di isolamento, non mancò di avere benefici effetti sul morale dell'opinione pubblica inglese e anche americana e questo sembra fosse effettivamente uno degli scopi principali dell'operazione.[27] Una minima percentuale dei marinai francesi internati in Gran Bretagna aderì in seguito alla Francia libera.

Il 24 giugno alle 19:15, a Villa Olgiata presso Roma, il generale Huntziger e il generale Badoglio firmarono l'armistizio tra Italia e Francia, mentre poche ore più tardi, alle 01:35 del 25 giugno, entrò ufficialmente in vigore l'armistizio franco-tedesco.

Negli stessi giorni di quel giugno del 1940, l'Unione Sovietica occupò la Lituania, l'Estonia e la Lettonia, sfruttando l'attenzione che il mondo volgeva all'Europa occidentale.

La battaglia d'Inghilterra[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia d'Inghilterra e Operazione Leone Marino.
I bombardieri tedeschi si preparano per una nuova incursione sull'Inghilterra

Non trovando terreno fertile per una pace con la Gran Bretagna, Hitler cominciò a considerare l'idea di invaderla, per piegarla definitivamente. Tuttavia, per preparare la gigantesca operazione di sbarco navale, denominata in codice operazione Leone marino (Seelöwe), i tedeschi dovevano prima ottenere il controllo dei cieli britannici e indebolire le difese costiere dell'isola. Pertanto la Luftwaffe, a partire dal 10 luglio 1940, diede inizio a una numerosa serie di incursioni diurne e notturne contro gli aeroporti della Royal Air Force, nonché contro le difese costiere, i porti e le industrie di aerei e armamenti della Gran Bretagna. La campagna aerea tedesca di bombardamenti strategici, passata alla storia con il nome di battaglia d'Inghilterra, sembrò avere un moderato successo sino alla fine di agosto, seppur con gravi perdite di aerei da parte della Luftwaffe. In settembre, tuttavia, un cambiamento degli ordini di guerra da parte di Hitler, per rappresaglia al bombardamento di Berlino del 26 agosto 1940,[28] mutò il carattere della campagna aerea cominciando a bombardare le città britanniche, in particolare Londra, per costringere gli inglesi a chiedere la pace, colpendo direttamente la popolazione civile nel tentativo di demoralizzarla. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1940 la Luftwaffe effettuò il bombardamento di Coventry che causò danni per l'epoca considerati elevatissimi alla città britannica.[29]

Questo cambio di tattica da parte dei tedeschi consentì alla Royal Air Force di non essere più direttamente nel mirino del nemico e di poter quindi riorganizzare e rinforzare la difesa aerea. Come conseguenza, i tedeschi soffrirono perdite sempre crescenti, finché, il 31 ottobre 1940, lo stesso Hitler si rese conto che ormai l'invasione della Gran Bretagna non era più realizzabile per quell'anno e decise di rinviarla a tempo indeterminato. In seguito, la Luftwaffe, per limitare la perdita di aerei, fu costretta a ridurre notevolmente il numero di incursioni contro il Regno Unito, che divennero esclusivamente notturne e sempre più rare nel corso degli anni successivi.

La guerra navale nel Mediterraneo[modifica | modifica wikitesto]

Teatri africani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna del Nordafrica e Campagna dell'Africa Orientale Italiana.

La politica di guerra mussoliniana consisteva nella “guerra parallela", distinta da quella tedesca, con l'obiettivo di ottenere il più possibile, lasciando alla Germania ad affrontare i maggiori avversari.[30] Analogamente all'attacco alla Grecia, Mussolini aveva quindi ordinato l'invasione dell'Egitto, muovendo dalla Libia italiana il 13 settembre 1940 e arrivando fino a Sidi Barrani, a circa 90 km oltre il confine con l'Egitto.[31]

Le truppe italiane, sebbene molto superiori di numero, erano però mal comandate e scarsamente equipaggiate. In autunno una controffensiva condotta dal generale sir Archibald Wavell con un Corpo d'armata di circa 30 000 uomini sbaragliò una forza di oltre 200 000 italiani, facendo decine di migliaia di prigionieri e avanzando in Libia fino al golfo della Sirte, quindi ricacciando gli italiani oltre il loro punto di partenza e penetrando in Cirenaica, conquistando prima Tobruch e poi Bengasi.

Anche nell'Africa orientale, "l'Impero d'Etiopia" fu rapidamente conquistato dagli inglesi, dopo un effimero successo italiano nella conquista di Cassala e nella Somalia britannica, imprigionando Amedeo di Savoia-Aosta ed entrando ad Addis Abeba nel maggio del 1941. L'ultima piazzaforte italiana a cadere in mano inglese fu Gondar, dopo una strenua difesa da parte del colonnello Guglielmo Nasi, il 27 novembre 1941.

1941: una guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

I Balcani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna italiana di Grecia, Invasione della Jugoslavia e Operazione Marita.
Soldati italiani in azione durante l'inverno in Albania

Il 28 ottobre 1940, su personale iniziativa di Mussolini e senza avvisare l'alleato tedesco, l'Italia attaccò la Grecia partendo dalle basi in Albania. L'iniziativa nasceva principalmente dalle esigenze di prestigio del Duce, ossia ottenere un successo militare da contrapporre ai trionfi di Hitler. L'attacco alla nazione ellenica era basato sul presupposto che la Grecia sarebbe crollata senza combattere; organizzato frettolosamente, con mezzi e truppe insufficienti e sferrato in condizioni climatiche pessime, l'attacco si rivelò tuttavia molto più difficile del previsto: i greci non solo si difesero accanitamente ma, sfruttando le caratteristiche del terreno, respinsero le truppe italiane e passarono al contrattacco rigettandole all'intero dell'Albania, dove il fronte si stabilizzò[32].

I britannici intervennero a favore dei greci dispiegando sul suolo ellenico reparti della RAF. Ciò impensierì i tedeschi, visto che gli aerei britannici si trovavano ora in ottima posizione per attaccare i campi petroliferi di Ploiești in Romania, da cui la Germania otteneva gran parte dei rifornimenti di carburante; dopo aver forzato con manovre diplomatiche l'adesione di Ungheria, Romania e Bulgaria allo schieramento dell'Asse, all'inizio del 1941 truppe tedesche iniziarono ad ammassarsi al confine greco-bulgaro in vista di un'invasione. Un altro obiettivo dei tedeschi era il Regno di Jugoslavia, la cui adesione all'Asse era importante per completare la messa in sicurezza dei Balcani e permettere il rapido rischieramento delle forze tedesche dalla Grecia onde non far tardare i preparativi dell'invasione dell'Unione Sovietica, prevista per l'estate del 1941; il 25 marzo 1941, dopo forti pressioni diplomatiche tedesche, il reggente di Jugoslavia Paolo Karađorđević siglò l'adesione del paese al patto tripartito, ma solo due giorni più tardi un colpo di stato a Belgrado portò alla deposizione di Paolo e all'instaurazione di un governo anti-tedesco. Infuriato, Hitler ordinò immediatamente di includere la Jugoslavia nell'imminente intervento militare tedesco nei Balcani[33].

Carri armati tedeschi tedeschi in marcia nei Balcani

Il 6 aprile le forze dell'Asse lanciarono l'invasione della Jugoslavia: mentre la Luftwaffe si accaniva in un violento bombardamento su Belgrado, colonne di truppe e carri tedeschi si riversarono oltre la frontiera partendo dalle loro basi in Bulgaria, in Romania e in Austria seguite da forze italiane dalla Venezia-Giulia e dall'Albania e da unità ungheresi nella Voivodina. L'esercito jugoslavo schierava circa un milione di uomini, ma era scarsamente equipaggiato di armamenti moderni e doveva coprire l'intera estensione delle frontiere nazionali; contrasti etnici tra croati e serbi minarono la coesione interna dei reparti jugoslavi, che furono rapidamente debellati in un nuovo sfoggio delle dottrine della Blitzkrieg: Belgrado fu occupata il 12 aprile e i comandi jugoslavi firmarono la capitolazione il 17 aprile. L'intera campagna jugoslava era costata ai tedeschi appena 150 caduti[33].

Contemporaneamente all'attacco alla Jugoslavia, truppe tedesche diedero il via all'invasione della Grecia partendo dalla Bulgaria. Un corpo di spedizione britannico sotto il generale Henry Maitland Wilson, tratto dalle forze di Wavell in Cirenaica, fu inviato a sostegno dei reparti greci del generale Alexandros Papagos, ma poté fare poco per arrestare la marcia dei panzer tedeschi appoggiati dalla Luftwaffe: lo schieramento anglo-greco fu aggirato dai tedeschi passando per la Macedonia e, mentre i britannici avviavano l'evacuazione dei loro reparti dai porti del Peloponneso, il 27 aprile Atene cadde in mano agli invasori. La campagna fu poi completata dalla violenta battaglia di Creta tra il 20 maggio e il 1º giugno: superando il dominio navale britannico nel Mar Egeo, i tedeschi invasero la strategica isola di Creta tramite massicci lanci di paracadutisti; la Royal Navy dovette nuovamente intervenire per evacuare i reparti alleati, subendo pesanti perdite in continui attacchi aerei italo-tedeschi. Nonostante la perdita di tempo causata dalla campagna balcanica, l'esercito tedesco era ora al massimo della sua efficienza e pronto al grande attacco contro l'Unione Sovietica.[34].

L'arsenale della democrazia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia dell'Atlantico (1939-1945).

La battaglia dell'Atlantico, termine coniato nel 1941 dal Primo ministro del Regno Unito Winston Churchill, fu la campagna militare navale e aerea che si protrasse più a lungo e con maggiore continuità di tutta la seconda guerra mondiale. Cominciata contemporaneamente all'avvio delle ostilità, durò fino alla capitolazione della Germania, raggiungendo il suo apice, come tonnellaggio di naviglio affondato, nel periodo tra il 1940 e il 1943.

Per sottomettere la Gran Bretagna, la Germania attuò anche un blocco navale che sfociò nella battaglia dell'Atlantico, a opera soprattutto dei sommergibili tedeschi U-Boot. Secondo una teoria accreditata, in realtà Hitler perseguì malvolentieri tutta la campagna contro la Gran Bretagna, ritenendo che l'avversario inglese fosse ormai fuori combattimento e che prima o poi avrebbe chiesto un armistizio. Prima della battaglia d'Inghilterra, Hitler sottovalutava le capacità di resistenza della Gran Bretagna e sperava persino di coinvolgerla, dopo l'armistizio, in una futura alleanza contro l'Unione Sovietica. Tutti i piani di Hitler erano rivolti ad est e alla futura campagna contro l'Unione Sovietica e pertanto non impiegò nella battaglia d'Inghilterra tutte le risorse che avrebbe potuto, né dedicò alla battaglia aerea tutta l'attenzione che essa avrebbe meritato. Nel dopoguerra, molti generali tedeschi e alleati intervistati da scrittori e giornalisti, nonché la maggior parte degli storici, concordarono sul fatto che «la mancata effettuazione dell'operazione Seelöwe negò alla Germania l'unica concreta possibilità di vincere la seconda guerra mondiale».

La battaglia conobbe sensibili variazioni di intensità, ma, a partire dal 1943, la situazione volse a netto favore degli Alleati, che furono in grado di conquistare il predominio nella guerra di superficie grazie alla loro schiacciante superiorità di mezzi, e anche di contrastare efficacemente, grazie anche all'impiego di strumenti, come il radar e il sonar, e di tattiche nuove, come i pattugliatori navali, le portaerei di scorta e gli aerei a lungo raggio, i raggruppamenti di sommergibili della Kriegsmarine, che, dopo un inizio a loro favorevole e notevoli successi parziali, cominciarono progressivamente a subire grosse perdite fino alla definitiva sconfitta.


Alterne vicende nel Mediterraneo[modifica | modifica wikitesto]

Con gli inglesi in Libia, Hitler credette fosse necessario sostenere l'alleato che da alcuni mesi non faceva che subire sconfitte[30] e decise di inviare in Africa due divisioni corazzate e due divisioni motorizzate inquadrate nell'Afrika Korps, al comando di Erwin Rommel. Questi, in una lettera all'Alto Comando tedesco, il 2 marzo, scrisse:

«Gli italiani sono ottimi camerati e valorosi soldati, se avessero i nostri mezzi potrebbero gareggiare con le nostre truppe. Ma la loro antiaerea risale alla guerra '15-'18, i fucili si chiamano "modello '91" perché risalgono al 1891 e i carri armati da 3 tonnellate sono semplicemente ridicoli.[35]»

Con l'arrivo dei tedeschi, in Africa settentrionale la situazione si rovesciò a favore dell'Asse, che riconquistò la Cirenaica preparando una seconda invasione dell'Egitto. Il piano iniziale prevedeva di usare i paracadutisti per occupare l'isola di Cipro e il canale di Suez ma le numerose perdite tra i paracadutisti nell'invasione di Creta indussero Hitler a rinunciare e avanzare verso Suez via terra.[36]

Nei primi mesi del 1941 le prime forze tedesche comandate da Erwin Rommel sbarcarono in Libia. Il generale tedesco assunse il comando delle operazioni sul campo, mentre il comando supremo, piuttosto pavido e indeciso, rimase ai generali italiani. La controffensiva italo-tedesca portò a controllare nuovamente la Cirenaica, eccettuata la città di Tobruch, che rimase in mano britannica e sotto assedio. In compenso, nel giugno 1941 le forze alleate invasero la Siria e il Libano, occupando Damasco il 17 giugno e prevenendo una penetrazione italo-tedesca in Siria. Allo stesso modo le forze britanniche presero il controllo dell'Iraq e congiuntamente con l'Armata Rossa (l'Unione Sovietica era stata attaccata il 22 giugno), invasero l'Iran. Entrambi i Paesi erano fonti petrolifere irrinunciabili.


Barbarossa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Barbarossa.
Le Panzer-Division avanzano nella steppa

La pianificazione operativa cominciò quasi contemporaneamente da parte dei due comandi tedeschi, l'OKH, il cui 'piano Marcks' poneva come obiettivo principale Mosca, e l'OKW, che prevedeva un attacco principale su due ali; le decisioni definitive, pesantemente condizionate dal pensiero strategico di Hitler, ostile a una marcia diretta sulla capitale, vennero cristallizzate nella famosa Direttiva N. 21 del 18 dicembre 1940, Fall Barbarossa, inizialmente denominata Piano Otto. L'attacco sarebbe stato sferrato contemporaneamente su tutto il fronte e il primo obiettivo sarebbe stata la linea Dvina-Dnepr; Mosca sarebbe stata attaccata solo dopo la conquista di Leningrado e dell'Ucraina; la vittoria era attesa entro quindici settimane.[37]

Quartier generale del Führer a Rastenburg (Prussia Orientale): Keitel, von Brauchitsch, Hitler, Halder

La decisione di Hitler di rompere il patto Molotov-Ribbentrop e di scatenare un attacco generale a est, manifestata per la prima volta già nel luglio 1940, nasceva in primo luogo dalle concezioni ideologico-razziali del dittatore, delineate già nel Mein Kampf; a questi fondamenti ideologici si accompagnavano complesse motivazioni strategiche, politiche ed economiche, alcune utilizzate da Hitler tatticamente solo per convincere i suoi collaboratori:

  • sconfiggere anche l'ultima potenza terrestre europea per poi poter riversare senza timori l'intera potenza della Wehrmacht contro l'Inghilterra;
  • sconfiggere l'URSS nel 1941, prima dell'intervento americano ipotizzato per il 1942;
  • organizzare un'area di sfruttamento economico autosufficiente, essenziale per condurre una lunga guerra transcontinentale;
  • raggiungere un collegamento diretto con l'alleato giapponese.

A queste motivazioni, Hitler e i suoi principali comandanti aggiunsero la necessità di anticipare un presunto attacco dell'Unione Sovietica, "giudeo-bolscevica", contro la Germania e l'occidente; questa interpretazione, riproposta da alcuni autori revisionisti, è stata respinta dalla maggior parte degli storici.[38]

Contemporaneamente, Hitler s'impegnò per molti mesi in un'estenuante campagna diplomatica, le cui tappe principali furono indubbiamente la firma a Berlino il 27 settembre 1940 del Patto tripartito tra Germania, Italia e Giappone, per paralizzare l'aggressività americana con la minaccia giapponese e essere potenzialmente un pericolo per l'URSS. Hitler fu impegnato inoltre nella visita di Molotov a Berlino il 12 novembre 1940 durante la quale fallirono, di fronte alla brutale concretezza eurocentrica del ministro sovietico, i tentativi del dittatore di dirottare le mire comuniste verso prospettive indiane o persiane. Convinto dell'impossibilità di un nuovo accordo meramente tattico con Stalin e della ristrettezza del tempo rimasto a sua disposizione, Hitler prese la decisione di invadere l'Unione Sovietica.[39]

Le difficoltà di Stalin si accrescevano sempre più: il rafforzamento militare tedesco a est proseguiva, le piccole nazioni ai confini dell'URSS si alleavano con la Germania, il Giappone minacciava l'Estremo Oriente, i rapporti con Inghilterra e Stati Uniti erano difficili nonostante i tentativi di riavvicinamento dell'ambasciatore inglese Stafford Cripps, che al contrario avevano reso sospettoso Stalin. L'URSS era inoltre impegnata in una frenetica corsa contro il tempo per ricostruire e riorganizzare le sue forze militari, modernizzando nel contempo i suoi armamenti e le sue tattiche. Prevedendo lo scoppio della guerra per il 1942, Stalin contava di riuscire a completare i suoi preparativi e di poter trattenere Hitler con concessioni economiche o diplomatiche, considerando inoltre insensato un attacco tedesco a est con l'Inghilterra ancora in armi a ovest.[40]

Il 13 aprile 1941, Stalin mise a segno un grande successo strategico-diplomatico: firmò con il Giappone il patto nippo-sovietico di non aggressione, di durata quinquennale, con il quale si coprì le spalle da un attacco giapponese che, in caso di guerra con la Germania di Hitler, avrebbe esposto l'Unione Sovietica alla minaccia di un attacco da est.[41] Male informato dai tedeschi sui loro propositi contro l'URSS poiché Hitler desiderava condurre da solo la guerra contro i sovietici, il Giappone aveva a sua volta firmato il patto per proteggersi dai sovietici nella futura espansione nipponica nel sud-est asiatico.[42]

Il 22 giugno, la Germania, rompendo il patto di non aggressione del 1939, invase l'Unione Sovietica con l'Operazione Barbarossa. Hitler mirava a distruggere il nemico rapidamente; in pochi mesi la potenza della Wehrmacht avrebbe dovuto dilagare a est con l'obiettivo di occupare il territorio sovietico occidentale, stabilendo una linea che da Arcangelo, sul Mar Glaciale Artico, sarebbe arrivata ad Astrachan', sul Mar Caspio, dominando il Paese, con le popolazioni locali sottomesse, sterminate o deportate, le terre orientali ridotte a terre di colonizzazione e sfruttamento per la razza superiore tedesca.[43] Stalin, nonostante i numerosi avvertimenti diplomatici e di intelligence ricevuti, venne colto di sorpresa: fino all'ultimo aveva interpretato i segni di un attacco tedesco come semplici pressioni intimidatorie di Hitler per costringerlo a trattare da posizioni di debolezza e quindi le forze sovietiche in prima linea non furono tempestivamente allertate. Oltre 3 milioni di soldati tedeschi parteciparono all'attacco appoggiati dai contingenti degli stati alleati della Germania – Romania, Ungheria, Slovacchia, Italia e Finlandia – e dalle formazioni volontarie reclutate nei Paesi Bassi, in Francia, in Scandinavia e in Spagna.

Carri tedeschi sul Fronte orientale

Fin dall'inizio, la situazione dei sovietici si rivelò drammatica: i potenti corazzati tedeschi, divisi in quattro gruppi con circa 3 500 carri ciascuno, avanzarono subito in profondità per decine di chilometri nelle retrovie delle truppe sovietiche, rimaste ferme sulle linee di confine, e conquistarono d'assalto ponti sui fiumi Dvina, Niemen e Buh Occidentale, oltre ad altri punti strategici. Il caos regnava nelle retrovie e nella catena di comando sovietica; le comunicazioni erano interrotte, le incursioni aeree tedesche devastavano i depositi e i centri di comando, a Mosca né Stalin né il Comando sovietico compresero la catastrofe che si profilava. Mentre le prime linee sovietiche si battevano accanitamente ma disordinatamente, le colonne corazzate tedesche manovravano per richiudere in grandi sacche le forze nemiche. Le ingenti riserve corazzate sovietiche presenti nelle retrovie vennero gettate subito allo sbaraglio contro le più esperte Panzer-Division: si scatenarono numerose battaglie d'incontro, come ad esempio in Lituania, presso Raseniai e Alytus, dove i carri armati russi subirono perdite spaventose, impiegati allo scoperto, confusamente e sotto gli attacchi della Luftwaffe, la quale aveva guadagnato subito il dominio del cielo con un riuscito attacco a sorpresa agli aeroporti russi. A sud, le forze corazzate sovietiche si batterono meglio, come nella battaglia di Dubno, e misero in difficoltà i panzer; tuttavia la superiorità tedesca si impose e anche in questo settore i tedeschi, dopo aver inflitto gravi perdite, continuarono ad avanzare. Ai primi di luglio, le riserve corazzate sovietiche, che erano state malamente impiegate dal comando sovietico, risultavano quasi completamente distrutte.[44] I carri armati tedeschi poterono così proseguire l'avanzata negli Stati Baltici, avvicinandosi addirittura a Leningrado, progredirono a sud verso Žitomir e Kiev, chiusero la sacca di Uman' e soprattutto accerchiarono tre armate sovietiche nell'area di Minsk-Białystok, il 28 giugno, causando quasi 400 000 perdite ai sovietici.[45]

Il 3 luglio, dopo essersi ritirato per oltre dieci giorni, Stalin rientrò in campo con un celebre discorso radiofonico in cui delineava realisticamente le difficoltà della situazione e l'entità della minaccia che incombeva sull'URSS e i suoi popoli. L'intervento del dittatore servì, accompagnato da metodi staliniani, a rafforzare la disciplina, mobilitare tutte le risorse e organizzare nuove armate per ricostituire un fronte difensivo. Infatti, a metà luglio, lo schieramento iniziale sovietico era stato praticamente distrutto dall'attacco tedesco con oltre un milione di prigionieri solo nel primo mese di guerra.[45] I tedeschi, superata Minsk, procederono rapidamente lungo la strada per Mosca. A Smolensk anche il secondo scaglione sovietico, frettolosamente organizzato, venne accerchiato il 18 luglio; si scatenò una sanguinosa battaglia, la resistenza sovietica fu aspra e, anche se al costo di 350 000 uomini, servì a rallentare e contenere la progressione tedesca verso Mosca.[46]

Nel frattempo, i tedeschi avevano conquistato completamente gli Stati Baltici, dove furono accolti favorevolmente dalla popolazione, e marciavano su Leningrado; l'intervento finlandese da nord, il 1º luglio, aggravò ancora la situazione della città. Agli inizi di agosto, la precaria linea difensiva di Luga venne superata; con una manovra aggirante le colonne tedesche, pur duramente contrastate dalle forze sovietiche, raggiunsero il lago Ladoga a Schlissenburg, l'8 settembre. I finlandesi intanto avevano riconquistato parte della Carelia e Leningrado era totalmente isolata. Cominciava la tragedia della grande città, decimata dalla fame e dai bombardamenti, ma determinata a non arrendersi;[47] durante l'inverno solo la via della vita sul ghiaccio del Ladoga avrebbe permesso la precaria sopravvivenza della popolazione. A sud, dove i tedeschi erano rafforzati dai contingenti rumeno, che marciò lungo la costa del mar Nero verso Odessa, e italiano (CSIR), la resistenza sovietica era più solida, in difesa di Kiev e della linea del Dnepr, così l'avanzata venne rallentata.

Soldati tedeschi e popolazione civile sovietica nel sud della Russia, all'inizio dell'invasione nazista

Alla fine di luglio, Stalin fece mostra di un certo ottimismo, durante i colloqui con l'inviato di Roosevelt, Harry Hopkins,[48] esprimendo la sua sicurezza nel riuscire a fermare la guerra lampo tedesca. L'ottimismo staliniano, che si basava anche sulla riuscita mobilitazione delle risorse militari sovietiche e sulla pianificata evacuazione degli impianti industriali negli Urali e in Siberia, era certamente prematuro: i tedeschi erano ancora molto pericolosi, nonostante la perdita di 390 000 uomini al 13 agosto[49] ed erano ancora in grado di proseguire l'avanzata verso il cuore della Russia.

Una colonna di prigionieri sovietici

In questa fase sorsero contrasti anche nell'Alto Comando tedesco, tra Hitler, ostile a seguire il miraggio di Mosca e quindi a proseguire direttamente verso la capitale, e alcuni generali (Halder e Guderian principalmente) determinati invece a marciare subito su Mosca, sperando anche negli effetti psicologici derivanti dalla caduta della città.[50] Hitler impose la sua decisione; preoccupato dalle difficoltà verificatesi nel settore meridionale, architettò una nuova gigantesca manovra accerchiante con l'afflusso verso sud di una parte delle forze corazzate del raggruppamento centrale. La manovra avrebbe dato origine alla 'micidiale sacca di Kiev',[51] in cui l'intero gruppo di forze sovietico del settore meridionale venne accerchiato e distrutto con la perdita di oltre 600 000 soldati[45] al 24 settembre 1941. La catastrofe, in parte scaturita da alcune decisioni errate di Stalin, deciso a non cedere Kiev anche per motivi di prestigio, sembrò confermare la correttezza delle decisioni del Führer.

Alla fine di settembre, la situazione sembrava a favore dei tedeschi. Leningrado era stretta nel mortale assedio tedesco-finlandese; le difese di Mosca, imperniate sulle precarie linee fortificate a est di Smolensk, apparivano vulnerabili; a sud si apriva il vuoto di fronte alle colonne corazzate tedesche. L'Ucraina era completamente conquistata, con Char'kov presa il 24 ottobre, la Crimea invasa dal 18 ottobre e i tedeschi che si spingevano in direzione di Rostov, porta del Caucaso, che sarebbe caduta il 20 novembre.[52]

Il 2 ottobre, dopo il rafforzamento del raggruppamento centrale tedesco portato a 1 milione di uomini e 1 700 carri armati,[53] Hitler scatenò l'Operazione Tifone, una potente offensiva diretta a conquistare Mosca, distruggere le forze sovietiche a difesa della capitale e concludere vittoriosamente la guerra a est prima dell'inverno. Nonostante le gravi perdite già subite dai tedeschi, 551 000 vittime al 30 settembre,[53] il Führer e l'Alto comando tedesco mantenevano la piena fiducia nella vittoria di quest'ultima grande battaglia contro le rimaste forze sovietiche, che avevano subito la perdita di oltre 2,7 milioni di uomini, secondo le stesse fonti sovietiche.[45]

L'inizio dell'Operazione Tifone sembrò confermare l'ottimismo tedesco, con i corazzati che penetrarono subito le cinture difensive sovietiche, malamente schierate e organizzate, e progredirono con grande velocità chiudendo altre due sacche di accerchiamento a Brjansk e Vjaz'ma, il 7 ottobre, mentre un'altra colonna panzer era entrata a sorpresa a Orël, il 2 ottobre. La situazione dei russi si aggravò rapidamente: le forze poste a difesa di Mosca erano praticamente accerchiate, con le truppe che si batterono coraggiosamente fino alla fine del mese, subendo almeno 500 000 vittime,[45] mentre i carri armati tedeschi avanzavano verso la capitale dalla strada maestra di Smolensk, sia da nord, passando per Kaluga occupata il 12 ottobre, che da sud.[51] Stalin per la prima volta mostrò segni di disperazione e, il 14 ottobre, il panico esplose a Mosca, mentre il corpo diplomatico e il governo si trasferivano a Kujbyšev. Tuttavia, Stalin decise di rimanere nella capitale e organizzare la difesa di Mosca richiamando dal fronte di Leningrado il generale Georgij Žukov e, soprattutto, schierando numerose divisioni siberiane ben equipaggiate provenienti dall'Estremo Oriente dove, grazie alle notizie fornite dalla spia Richard Sorge, i sovietici erano certi che il Giappone non avrebbe mai attaccato.[54] L'intervento di queste truppe scelte, la presenza di Stalin in persona, le capacità di Žukov e anche l'arrivo sul campo di battaglia dell'autunno fangoso fermarono la marcia tedesca sulla capitale a fine ottobre.[55]

Tuttavia, i tedeschi non rinunciarono e, dopo aver atteso che i primi geli solidificassero il terreno, ripresero l'attacco, nonostante l'approssimarsi dell'inverno russo a cui erano totalmente impreparati, dato che per decisione di Hitler l'equipaggiamento invernale era stato escluso dalle dotazioni delle truppe combattenti. Anche quest'ultimo tentativo tedesco, iniziato il 16 novembre, nonostante qualche successo iniziale, che permise ad alcuni reparti tedeschi di giungere in vista della periferia della capitale il 4 dicembre, sarebbe fallito di fronte alla solida resistenza sovietica e al progressivo peggioramento del clima.

Stalin e Žukov disponevano ancora di forze di riserva efficienti e ben equipaggiate per l'inverno, per un totale di quasi 1 800 000 soldati, con cui sferrarono, a partire dal 5 dicembre, un improvviso contrattacco, sia a nord che a sud di Mosca, contro le avanguardie tedesche oramai bloccate anche dal gelo. L'azione era totalmente inaspettata dalle esauste truppe tedesche; in mezzo alle intemperie invernali i russi passarono all'offensiva, liberarono molte importanti città attorno a Mosca e respinsero i tedeschi a oltre 100 km dalla capitale. La Wehrmacht subì la sua prima pesante sconfitta della guerra; ci furono crolli del morale tra le truppe e i generali tedeschi e enormi quantità di equipaggiamento furono persi.

L'Operazione Barbarossa si concludeva alla fine dell'anno con un fallimento. L'Unione Sovietica, nonostante la perdita di 4,3 milioni di uomini nel solo 1941,[45] non era crollata ed era invece passata al contrattacco. I tedeschi furono costretti a combattere una dura battaglia difensiva invernale, in una situazione strategica complessiva cambiata a sfavore della Wehrmacht che aveva subito 831 000 perdite al 31 dicembre, quasi un quarto dei suoi effettivi.[56] Hitler forse già presagiva la futura sconfitta,[57] ma era ancora deciso a continuare la guerra su tutti i fronti, organizzando personalmente la difesa a oltranza sul fronte orientale, per evitare una ritirata incontrollabile dell'esercito tedesco.[58]

Pearl Harbor[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Occupazione giapponese dell'Indocina e Attacco di Pearl Harbor.
Le truppe giapponesi occupano Saigon nel luglio 1941

Lo scoppio della guerra nel settembre 1939 aveva spiazzato il Giappone. La stipula del patto Moltov-Ribbentrop rendeva ora impossibile per i giapponesi pensare a una guerra contro l'Unione Sovietica, e il governo di Tokyo si premurò di stemperare lo stato di tensione tra le due nazioni; benché il Giappone avesse riaffermato la sua alleanza con la Germania siglando il 27 settembre 1940 il patto tripartito, il 13 aprile 1941 venne firmato a Mosca un patto nippo-sovietico di non aggressione, cui i giapponesi tennero fede anche dopo l'inizio dell'attacco tedesco all'URSS[59].

Il Giappone iniziò a rivolgere quindi la sua attenzione al Sud-est asiatico. Il coinvolgimento delle potenze europee nella guerra contro la Germania lasciava quasi indifese le loro colonie nella zona, territori di importanza strategica per il Giappone non solo perché ricchi di materie prime ma perché fondamentali per sostenere la resistenza della Cina: nel 1940 il 41% delle forniture belliche cinesi provenienti dall'estero passava per il porto di Haiphong nell'Indocina francese e il 31% da quello di Rangoon nella Birmania britannica, collegato a Kunming in Cina dalla cosiddetta "strada della Birmania"[60]. Nel luglio 1940 il primo ministro Mitsumasa Yonai, contrario all'alleanza con Germania e Italia, fu costretto alle dimissioni e sostituito con il nazionalista moderato Fumimaro Konoe, solidale con i piani degli alti comandi militari per un'espansione verso il Sud-est asiatico e la costituzione di una "Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale", composta da paesi alleati e assoggettati al Giappone. I tempi per realizzare questo piano erano però ristretti: l'espansionismo tedesco in Europa aveva portato a un riarmo navale degli Stati Uniti in funzione difensiva, culminato nel Two-Ocean Navy Act del 19 luglio 1940 volto a rafforzare la United States Navy con 18 nuove portaerei e 11 nuove navi da battaglia; benché il completamento di questo programma non fosse previsto prima del 1948, la sua realizzazione intaccava la relativa superiorità navale giapponese nel Pacifico, obbligando Tokyo ad attuare il prima possibile i suoi piani di espansione territoriale[61].

Dopo negoziati con il governo di Vichy e alcuni scontri di frontiera, tra il 24 e il 26 settembre 1940 le truppe giapponesi ottennero il permesso dalle autorità francesi di stabilire una guarnigione ad Haiphong e di costruire basi militari nella regione del Tonchino nel nord dell'Indocina. Una successiva guerra franco-thailandese (ottobre 1940 - maggio 1941) per il possesso delle regioni occidentali della Cambogia si concluse favorevolmente per i thailandesi grazie alla mediazione dei giapponesi, i quali il 29 luglio 1941 completarono la loro occupazione di fatto dell'Indocina ottenendo da Vichy la cessione della base navale della baia di Cam Ranh, degli aeroporti intorno a Saigon e delle eccedenze di materie prime prodotte dalla regione: le autorità coloniali francesi furono mantenute, ma erano di fatto state private di gran parte dei loro poteri reali[62][63].

La nave da battaglia USS Arizona (BB-39) in fiamme dopo l'attacco di Pearl Harbor

Dopo il lancio dell'operazione Barbarossa nel giugno 1941, che ormai escludeva qualunque possibilità di un intervento sovietico in Asia, il governo giapponese prese la decisione finale di condurre la sua guerra di espansione nel Sud-est asiatico[64][65]. Le manovre espansionistiche nipponiche trovarono però un'ostilità sempre più manifesta da parte del governo statunitense: dopo che già nel luglio 1940 erano state varate restrizioni al commercio tra le due nazioni, nel luglio 1941 il presidente Roosevelt decretò, fino al completo ritiro dei reparti di Tokyo dalla Cina e dall'Indocina, il congelamento dei beni nipponici presenti negli Stati Uniti e un embargo totale sulle esportazioni di petrolio verso il Giappone, decisioni seguite nei giorni successivi da misure analoghe da parte dei governi britannico e olandese. Queste misure furono devastanti per l'economia giapponese, privata in un sol colpo del 90% delle sue importazioni di petrolio e del 75% del suo commercio con l'estero, forzando il governo di Tokyo ad agire: il governo di Konoe, favorevole a evitare la guerra con gli Stati Uniti e a risolvere la disputa con i negoziati, fu costretto alle dimissioni il 16 ottobre e rimpiazzato da un gabinetto guidato dal generale Hideki Tōjō, fautore della guerra a qualunque costo[66].

Mentre trattative ormai inutili continuavano tra Tokyo e Washington, lo stato maggiore giapponese stese i suoi piani definitivi per una guerra contro gli Stati Uniti nel Pacifico. L'ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante della flotta da battaglia nipponica, concepì un piano ambizioso: per dare tempo alle forze giapponesi di occupare l'Asia orientale e stabilire un perimetro difensivo lungo il Pacifico a protezione della madrepatria, la flotta statunitense doveva essere resa inoffensiva nelle prime ore di guerra con un attacco aereo a sorpresa contro il suo principale ancoraggio di Pearl Harbor nelle Hawaii, portato dalla flotta di portaerei dell'ammiraglio Chūichi Nagumo. L'attacco venne sferrato la mattina del 7 dicembre 1941, e ottenne un grande successo: anche se le portaerei statunitensi evitarono qualunque danno perché lontane da Pearl Harbor, tutte e otto le navi da battaglia della United States Pacific Fleet furono colpite e affondate. Immediata fu la risposta degli Stati Uniti, che il giorno dopo dichiararono guerra al Giappone imitati subito dal Regno Unito e dalle nazioni alleate[67].

1942: l'apice dell'Asse[modifica | modifica wikitesto]

Le conquiste giapponesi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna delle Filippine (1941-42), Campagna della Malesia, Campagna delle Indie Olandesi e Campagna della Birmania.
Carri giapponesi Type 89 Yi-Go in marcia alla volta di Manila

L'attacco giapponese a Pearl Harbor fu immediatamente seguito da un'impressionante serie di offensive simultanee contro i possedimenti statunitensi ed europei nell'area dell'Asia orientale.

Gli sparsi possedimenti statunitensi furono colpiti in pieno: bombardata Midway nelle ultime ore del 7 dicembre, i giapponesi invasero e occuparono Guam il 10 dicembre e l'Isola di Wake il 23 dicembre, anche se quest'ultima capitolò solo dopo una dura battaglia. Un pesante attacco aereo nipponico l'8 dicembre distrusse al suolo gran parte delle forze aeree statunitensi dislocate a protezione delle Filippine, e fu seguito dallo sbarco dei reparti giapponesi su Luzon il 22 dicembre; le forze statunitensi nell'arcipelago, al comando del generale Douglas MacArthur, dovettero abbandonare Manila in mano al nemico il 2 gennaio 1942 e ripiegare sulla piazzaforte di Bataan, dove rimasero assediate. Per ordine diretto di Roosevelt, MacArthur si sottrasse alla cattura e riparò in Australia, mentre le sue forze dovettero capitolare il 9 maggio; circa 76.000 soldati statunitensi e filippini caddero prigionieri dei giapponesi, venendo sottoposti a una serie di vessazioni e marce forzate che causarono la morte di migliaia di loro[68].

Artiglieri australiani durante una pausa degli scontri in Malesia

Mentre alcune unità attaccavano Hong Kong (che capitolò il 25 dicembre seguente), l'8 dicembre 1941 truppe giapponesi invasero la Thailandia, dove il governo dittatoriale del generale Plaek Phibunsongkhram si affrettò a siglare un trattato di alleanza con Tokyo. L'affondamento in attacchi aerei il 10 dicembre delle unità della Force Z della Royal Navy aprì all'invasione giapponese della colonia britannica della Malaysia, e della sua strategica piazzaforte di Singapore: i britannici avevano fortificato Singapore dal lato del mare ritenendo impossibile per un grande esercito aprirsi la strada attraverso l'entroterra malese, ma i reparti giapponesi del generale Tomoyuki Yamashita erano perfettamente addestrati alla guerra nella giungla e poterono assalire la piazzaforte dal lato scoperto; la battaglia di Singapore si concluse il 15 febbraio 1942 con la resa delle forze anglo-indiane del generale Arthur Percival, caduto prigioniero insieme a 62.000 dei suoi soldati[69].

Un aerosilurante giapponese in volo sopra il Mare di Giava

La capitolazione di Singapore lasciò indifeso l'ampio arcipelago delle Indie orientali olandesi, ricco di materie prime strategiche: i giapponesi invasero il Borneo olandese e l'isola di Celebes a partire dall'11 gennaio 1942, proseguendo verso Timor e Sumatra in una grande manovra a tenaglia contro l'isola centrale di Giava. Le forze alleate dell'American-British-Dutch-Australian Command, sotto il generale Archibald Wavell, tentarono di organizzare una resistenza ma subirono una pesante sconfitta navale nella battaglia del Mare di Giava il 27 febbraio, azione che portò il giorno seguente allo sbarco delle truppe giapponesi su Giava stessa e alla capitolazione della sua guarnigione il 12 marzo. Nel frattempo, il 20 gennaio truppe giapponesi provenienti dalla Thailandia avevano dato il via all'invasione della Birmania, mossa strategica per assicurare la difesa delle recenti conquiste nel sud-est asiatico e interrompere i rifornimenti bellici ai cinesi: nonostante l'aiuto di un corpo di spedizione cinese arrivato dallo Yunnan, i britannici dovettero abbandonare Rangoon l'8 marzo e ritirarsi alla volta dell'India, lasciando virtualmente l'intera Birmania in mano ai giapponesi entro il maggio seguente[70].

L'offensiva giapponese stava ormai arrivando a lambire l'Australia: il 23 gennaio truppe nipponiche occuparono Rabaul nell'isola della Nuova Britannia, subito trasformata in un'importante base navale e area per prolungare l'azione verso il Mar dei Coralli. Il 19 febbraio le portaerei giapponesi bombardarono pesantemente il porto di Darwin sulla costa settentrionale dell'Australia; a ciò fece poi seguito lo sbarco di alcuni reparti a Lae e Salamaua sulla costa nord-orientale della Nuova Guinea.

I maggiori successi di Rommel[modifica | modifica wikitesto]

In Africa settentrionale le forze italo-tedesche avevano ripreso l'iniziativa ricacciando gli inglesi dalla Libia e penetrando in Egitto. Rommel si vedeva aperta la strada verso Il Cairo e fece balenare a Hitler la possibilità di raggiungere il Canale di Suez entro l'autunno. L'estate del 1942 fu l'ultimo periodo di espansione tedesca, con la conquista del Caucaso in Unione Sovietica e la corsa di Rommel verso Suez, ciò che per pochi mesi aveva dato l'illusione di un'unica e gigantesca manovra a tenaglia dalla Russia all'Egitto.

La prima battaglia di El Alamein ebbe luogo tra il 1º luglio e il 27 luglio 1942. Le truppe dell'Asse avanzarono fino all'ultimo punto difendibile prima di Alessandria d'Egitto e del Canale di Suez, ma rimasero a corto di rifornimenti[71] e i britannici ebbero modo di allestire una solida linea difensiva.


Obiettivo Caucaso[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Blu, Battaglia del Caucaso e Battaglia di Stalingrado.

Sul fronte orientale, il 1942 cominciò con le nuove offensive sovietiche invernali ordinate da Stalin, convinto della possibilità di un crollo "napoleonico" dell'esercito tedesco e quindi desideroso di non dare respiro all'invasore. Dopo la vittoriosa battaglia di Mosca, l'Armata Rossa proseguì la sua avanzata, in mezzo alle intemperie dell'inverno russo e a costo di terribili perdite, soprattutto nella regione a ovest della capitale. I tedeschi si trovarono spesso in drammatiche difficoltà, persero ancora parecchio terreno, ma non crollarono, anche per l'ordine di Hitler di resistere ad ogni costo e per aver mantenuto la loro coesione e combattività. Leningrado era ancora assediata, Ržev e Vjaz'ma divennero capisaldi sulla via di Mosca, la linea sul Donec venne mantenuta;[72] le due sacche di Demjansk e Cholm vennero tenacemente difese dalle truppe tedesche accerchiate che, rifornite per via aerea, resistettero fino a primavera, quando vennero liberate dalle colonne di soccorso.[73]

Un Panzer III in Russia

A costo di gravi perdite, con oltre 1 milione di soldati morti o feriti dal 22 giugno 1941 al 30 marzo 1942,[74] la Wehrmacht riuscì a fermare la prima controffensiva dell'Armata Rossa, altrettanto provata con 1,5 milioni di vittime.[45] Hitler, consapevole che l'ingresso in guerra degli Stati Uniti modificava fortemente lo scacchiere mondiale ed erroneamente convinto che i russi dopo la loro sanguinosa offensiva invernale avessero definitivamente esaurito le loro forze, impose una nuova offensiva concentrata nel solo settore meridionale dell'immenso fronte allo scopo di schiacciare le forze residue sovietiche e di conseguire quegli obiettivi strategico-economici, cioè il bacino del Donbass, la regione del Volga, il petrolio del Caucaso e il grano del Kuban', ritenuti essenziali per proseguire una guerra aeronavale contro le potenze occidentali. Dopo dei contrasti[75] tra alcuni generali, favorevoli a un nuovo attacco diretto su Mosca o addirittura a un mantenimento della linea difensiva, e Hitler, deciso a concludere a tutti i costi la guerra a est entro il 1942, venne preparata l'Operazione Blu, ossia la Direttiva 41 del 5 aprile.

Il 28 giugno 1942, la Wehrmacht ricominciò l'offensiva, puntando verso sud-est. Dopo alcune rilevanti vittorie preliminari, come la conquista della Crimea, di Sebastopoli, già assediata da tempo, e la seconda battaglia di Char'kov, che frustrò i tentativi di contrattacco sovietici, ebbe inizio la spinta decisiva in direzione del fiume Don, del fiume Volga e contemporaneamente anche del Caucaso. La Wehrmacht, favorita anche da contrasti nelle alte sfere sovietiche sulle strategie da seguire, per alcuni mesi sembrò nuovamente trionfante e vicina alla vittoria definitiva. L'Armata Rossa batteva in ritirata, in disordine, mentre i tedeschi conquistavano Rostov, il 23 luglio, e aprivano le porte per il Caucaso. Hitler, convinto che ormai il crollo sovietico fosse imminente, impose di accelerare i tempi, con un'avanzata contemporanea sia verso il Volga e il grande centro industriale di Stalingrado, sia verso il Caucaso e i pozzi di petrolio di Groznyj e Baku.[76]

Soldati sovietici della 62ª Armata in azione durante la battaglia di Stalingrado

Per Stalin era un momento drammatico: la città che portava il suo nome era minacciata, l'esercito appariva scoraggiato, i tedeschi invincibili e gli alleati occidentali sembravano non voler aprire nessun secondo fronte in Europa. Nonostante i progetti dei generali George Marshall e Dwight Eisenhower per intervenire subito in Francia e alleggerire la pressione sui sovietici, Winston Churchill, sempre timoroso dei tedeschi e forse desideroso di un dissanguamento reciproco russo-tedesco, ebbe partita vinta con Franklin Delano Roosevelt e impose l'abbandono dei piani americani e l'adozione del piano di sbarco in Nordafrica.[77]

Il 28 luglio, Stalin emanò quindi il suo famoso ordine del giorno "Non un passo indietro". Esso segna l'inizio della ripresa militare, organizzativa e morale dell'Armata Rossa, rafforzata in seguito dall'esito della dura e sanguinosa battaglia di Stalingrado, iniziata il 17 luglio. Il 23 agosto, i tedeschi raggiunsero il Volga ma la resistenza sovietica fu subito tenace, Stalin mobilitò tutte le risorse della città, difesa dalla 62ª Armata del generale Vasilij Čujkov. Per due mesi infuriò una violenta battaglia urbana che dissanguò la 6ª Armata tedesca del generale Friedrich Paulus.[78] Contemporaneamente anche nel Caucaso l'avanzata tedesca rallentava, nonostante alcuni successi propagandistici tedeschi come la scalata del Monte Elbrus in agosto, e finiva per fermarsi alle porte di Groznij, di Tbilisi e di Tuapse, a causa delle prime intemperie, delle difficoltà del terreno e della tenace difesa sovietica.

Aspettando il secondo fronte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Secondo fronte.

Il problema di un "secondo fronte" in Europa occidentale, che attirasse e logorasse una parte della Wehrmacht impegnata quasi completamente ad est e alleviasse la pressione tedesca sui russi, era sorto praticamente fin dalla prima lettera di Stalin a Churchill del 18 luglio 1941, in risposta alla missiva del Primo Ministro inglese del 7 luglio. Le richieste di Stalin, riguardo a un impegno immediato inglese in forze sul continente, erano irrealistiche: in primo luogo, a causa della debolezza dell'esercito britannico, reduce dalle disfatte in Francia, Norvegia, Grecia e Creta, e in secondo luogo perché il piano di guerra di Churchill, prima dell'entrata in guerra degli Stati Uniti, era completamente differente. Esso partiva dalla convinzione, presente soprattutto nell'establishment militare, di un rapido crollo dell'URSS e si fondava sul potenziamento massimo dei rifornimenti di armi dagli Stati Uniti, grazie alla Legge Lend-Lease (Affitti e Prestiti) dell'11 marzo 1941, sul continuo incremento dei bombardamenti strategici del Bomber Command per scuotere il morale dei civili tedeschi e distruggere l'industria bellica del Reich, sull'organizzazione di piccole operazioni periferiche dirette a logorare il nemico e a provocare il crollo dei suoi alleati, secondo il vecchio schema adottato dagli inglesi contro Napoleone nella guerra d'indipendenza spagnola. Erano quindi state pianificate le operazioni: Crusader (in Cirenaica), Acrobat (in Tripolitania), Gymnast (nel Nordafrica francese), Jupiter (in Norvegia) e Whipcord (in Sicilia).[79]

Due eventi capitali verificatisi alla fine del 1941 cambiarono radicalmente la situazione: Stalin e l'Armata Rossa riuscirono a fermare l'avanzata tedesca e passarono al contrattacco dal 5 dicembre, con conseguente necessità per l'esercito tedesco di rimanere in gran parte sul fronte est, e dal 7 dicembre gli Stati Uniti entrarono in guerra.

Nel gennaio del 1942, Churchill e Roosevelt s'incontrarono in America: l'accordo fu immediato sul concetto del Germany first (sconfiggere prima la Germania e poi occuparsi del Giappone), ma nel campo della pianificazione operativa sorsero ampi contrasti tra inglesi, desiderosi di non correre rischi e di coinvolgere gli Stati Uniti in Africa nell'Operazione Super-Gymnast, e gli americani.[80] Nell'aprile 1942, George Marshall inviò in Europa Eisenhower e Mark Clark, che subito pianificarono operazioni per un rientro in forze sul continente fin dal 1942, per alleviare i russi di nuovo sotto pressione (piano 'Sledgehammer') e poi nel 1943 con offensive in grande stile (piano 'Round-up').[81]

Durante il viaggio di Molotov a Washington, nel maggio 1942, Roosevelt diede precise assicurazioni positive in questo senso, ma Churchill e gli strateghi inglesi riuscirono, negli incontri del 18-20 luglio 1942, a imporre l'abbandono di questi progetti americani, alla luce della vittoria a Tobruch in Nordafrica e delle nuove ritirate sovietiche, e a stabilire come unico impegno per gli angloamericani nel 1942 l'Operazione Torch.[82]

Tuttavia, l'ipotesi di aprire un "secondo fronte" che minacciasse direttamente la Germania, magari partendo da un'invasione della Francia occupata dai tedeschi, non poteva essere del tutto messa da parte. I maggiori dubbi strategici e logistici dei generali Alleati risiedevano, soprattutto, nel cercare di capire se fosse possibile occupare un porto marittimo francese sul Canale della Manica, da utilizzare sia come punto di lancio per un'invasione su vasta scala, sia come punto di approdo sicuro per i rifornimenti alle truppe impegnate nell'invasione. Gli Alleati concordarono nell'effettuare un esperimento, per sondare la capacità di reazione della Wehrmacht: avrebbero tentato l'invasione del porto di Dieppe, sulla costa francese. Le truppe alleate avrebbero dovuto conquistarlo il più rapidamente possibile, quindi avrebbero tentato di mantenerne il controllo per almeno 48 ore, dopodiché sarebbero state evacuate. Se la Wehrmacht avesse dimostrato incapacità a reagire efficacemente, la futura ipotetica invasione della Francia avrebbe potuto avere inizio da un porto.

Dieppe: un gruppo di soldati canadesi prigionieri

Il 18 agosto, fu messo in azione il piano Jubilee a Dieppe, che però si risolse in un completo disastro. Non solo le truppe sbarcate, principalmente canadesi, non riuscirono a occupare il porto, ma furono in gran parte distrutte dalle truppe tedesche di difesa e soltanto una minoranza di soldati alleati riuscì a essere evacuata dal campo di battaglia mentre la battaglia aerea sopra le spiagge terminò con una netta vittoria della Luftwaffe. Pertanto, i generali alleati ebbero la conferma che non sarebbe stato possibile invadere la Francia attaccando direttamente un porto marittimo, ma sarebbe stato necessario inventare nuove soluzioni tattiche, che sarebbero state poi impiegate nello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. Per contro, il fallimento alleato a Dieppe mise comunque in allarme Hitler, che diede ordine di cominciare la costruzione di un imponente Vallo Occidentale o Vallo Atlantico, una lunghissima catena di fortificazioni difensive che, teoricamente, si sarebbe dovuta estendere sulle coste di tutto il Nord Europa, dalle coste della Norvegia sino ai confini con la Spagna, creando così una Fortezza Europa. Da questo punto di vista, la sanguinosa incursione alleata su Dieppe risultò un discreto successo "indiretto", in quanto la conseguente decisione di Hitler, di costruire una quantità impressionante di fortificazioni a ovest, comportò il dispendio di enormi quantità di risorse industriali, come ad esempio l'acciaio, che altrimenti l'industria bellica tedesca avrebbe potuto impiegare per produrre più carri armati e cannoni, da destinare al Fronte orientale.

Poco prima del raid su Dieppe, durante il suo soggiorno a Mosca, tra il 12 e il 17 agosto 1942, Churchill aveva illustrato a un furibondo Stalin le motivazioni delle nuove decisioni alleate: l'URSS sarebbe rimasta da sola a combattere il Terzo Reich sul continente almeno per un altro anno, mentre gli Alleati avrebbero preso la strada per l'Africa, in attesa di un ulteriore logoramento tedesco a est, nonché in attesa della costituzione di adeguate forze americane in Inghilterra, per un ipotetico attacco in forze in Francia nel 1943 o più probabilmente nel 1944.[83]

Il Giappone perde l'iniziativa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Mar dei Coralli, Battaglia delle Midway e Campagna di Guadalcanal.
La portaerei USS Lexington affonda durante la battaglia del Mar dei Coralli

Tra il marzo e l'aprile 1942 la flotta da battaglia giapponese condusse un'imponente incursione navale nell'oceano Indiano: i porti di Colombo e Trincomalee furono bombardati, il traffico mercantile nel Golfo del Bengala venne sconvolto e la Eastern Fleet britannica dovette fuggire in direzione dell'Africa orientale dopo aver perso una portaerei e due incrociatori[84]. L'azione fu l'apice dei successi giapponesi, ma l'alto comando di Tokyo era impegnato da settimane in complicate discussioni su quale fosse il modo migliore per proseguire questa serie ininterrotta di vittorie; fu un evento apparentemente minore a portare infine a una decisione. Il 18 aprile bombardieri dell'esercito statunitense decollati da una portaerei compirono la prima incursione aerea su Tokyo e altre città del Giappone; benché i danni materialmente inflitti fossero minimi, l'azione testimoniò che il perimetro difensivo allestito nel Pacifico dai giapponesi non era ancora sufficientemente ampio per tenere la guerra lontana dalla madrepatria, e che le portaerei statunitensi sopravvissute a Pearl Harbor costituivano ancora la principale minaccia per la supremazia bellica del Giappone. L'ammiraglio Yamamoto ottenne quindi l'assenso per una serie di piani che avrebbero dovuto portare a una soluzione definitiva del problema[85].

Ai primi di maggio una flotta giapponese venne distaccata nella zona del Mar dei Coralli, per appoggiare una serie di operazioni anfibie volte a occupare l'arcipelago delle Isole Salomone e la base di Port Moresby sulla costa sud della Nuova Guinea; l'azione era parte di un più ampio disegno volto a tagliare i collegamenti aeronavali tra l'Australia e gli Stati Uniti. Una squadra di portaerei statunitensi fu inviata a contrastare la manovra, portando tra il 4 e l'8 maggio agli scontri della battaglia del Mar dei Coralli: per la prima volta nella storia una battaglia navale venne combattuta a distanza tale che le opposte flotte non fecero uso dei loro cannoni contro altre navi, e l'intero scontro si risolse in una serie di azioni navi-contro-aerei. Entrambe le parti persero una portaerei e unità minori, ma i giapponesi annullarono l'operazione di sbarco a Port Moresby e si ritirarono[86]. La conquista di Port Moresby venne tentata, più avanti, per via terra: alla fine di luglio truppe giapponesi sbarcarono sulla costa nord-orientale della Nuova Guinea e avanzarono verso sud lungo uno stretto sentiero attraverso l'impervia catena dei Monti Owen Stanley; ne seguì una lunga campagna, nota come campagna della pista di Kokoda, contro le forze australiane che difendevano i passi montani. Alla fine gli australiani, sostenuti da contingenti statunitensi, bloccarono e respinsero le forze giapponesi[87].

Marines statunitensi alle prese con l'impervia giungla di Guadalcanal

Nel frattempo, il grosso della flotta giapponese era salpato per un'imponente operazione nel Pacifico centrale avente come obiettivo l'occupazione dell'atollo di Midway, primo passo per un attacco anfibio all'arcipelago delle Hawaii; Yamamoto sperava che una simile minaccia avrebbe spinto gli statunitensi a impiegare tutte le loro portaerei, offrendo ai giapponesi l'opportunità per affrontarle in uno scontro diretto e colarle a picco. Gli statunitensi erano tuttavia perfettamente al corrente della mossa nemica grazie alla decifrazione dei codici crittografici giapponesi portata avanti dal sistema "Magic", e il comandante delle forze statunitensi nel Pacifico ammiraglio Chester Nimitz dislocò le sue portaerei a nord di Midway per tendere un'imboscata ai giapponesi. La battaglia delle Midway tra il 4 e il 6 giugno 1942 rappresentò il punto di svolta della guerra nel Pacifico: le quattro portaerei dell'ammiraglio Nagumo, tutte veterane dell'attacco di Pearl Harbor, furono sorprese dai bombardieri statunitensi con gli aerei ancora fermi sui ponti e colate a picco nel giro di pochi minuti, mentre gli statunitensi dovettero registrare la perdita di un'unica portaerei. Lo sbarco anfibio a Midway fu annullato e, ancora una volta, i giapponesi batterono in ritirata[88].

Oltre al danno materiale della perdita delle portaerei (e dei loro addestratissimi equipaggi, ancora più insostituibili), Midway portò per il Giappone alla perdita dell'iniziativa: i giapponesi furono costretti a rinunciare ad altre mosse offensive nel Pacifico e a preparasi alle inevitabili controffensive degli Alleati. La prima di esse fu lanciata, appena due mesi dopo, nella zona delle Salomone: il 7 agosto truppe dei marines statunitensi occuparono parte dell'isola di Guadalcanal, dove i giapponesi stavano allestendo una base aerea. L'azione portò a una lunga e defatigante campagna: mentre a terra i marines facevano la loro prima sanguinosa esperienza di combattimento su vasta scala contro i reparti dell'esercito imperiale giapponese, in mare le opposte flotte si affrontarono in ripetuti scontri aeronavali che causarono pesanti perdite a entrambi gli schieramenti. Il logoramento delle risorse belliche si rivelò insostenibile per i giapponesi, che alla fine dovettero ordinare il ritiro dei loro reparti da Guadalcanal per concentrarli a difesa dell'importante base di Rabaul più a nord; la lunga campagna si concluse quindi il 9 febbraio 1943 con una vittoria per gli statunitensi[89].

El Alamein e Stalingrado[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Urano, Seconda battaglia di El Alamein e Operazione Torch.
Un carro T-34 sovietico in azione durante l'operazione Urano

A metà novembre, i tedeschi erano avvinghiati in un sanguinoso scontro a Stalingrado, bloccati definitivamente nel Caucaso e ridotti alla difensiva su tutto il Fronte orientale. Tale fronte si estendeva pericolosamente su quasi 3 000 km, con i due raggruppamenti più potenti bloccati a Stalingrado e nel Caucaso. Il pericolo principale risiedeva nel lungo fianco settentrionale sul Don, ma Hitler decise di mantenere le posizioni raggiunte poiché i tedeschi ritenevano che l'Armata Rossa fosse ormai indebolita e incapace di offensive su ampia scala.[90] Al contrario Stalin e i suoi generali più importanti, Aleksandr Vasilevskij e Georgij Žukov, già da settembre avevano cominciato a organizzare grandi controffensive, previste per il tardo autunno e inverno, con lo scopo di ottenere una vittoria decisiva e rovesciare completamente l'equilibrio sul fronte orientale.[91] Erano le offensive "planetarie" dell'Armata Rossa, denominate con nomi di pianeti, per sottolineare il massiccio numero di forze impiegate.

Le colonne corazzate sovietiche avanzano nella neve durante l'operazione Piccolo Saturno

Il 19 novembre 1942, si scatenava l'Operazione Urano: in quattro giorni i corpi corazzati e meccanizzati sovietici travolsero le difese tedesco-rumene sul Don e sbaragliarono le indebolite Panzer-Division tedesche di riserva che per la prima volta nella guerra furono nettamente sconfitte dai carri dell'Armata Rossa.[92] Il 23 novembre, i corpi corazzati e meccanizzati si incontrarono a Kalač, accerchiando completamente la 6ª Armata bloccata a Stalingrado, con quasi 300 000 uomini intrappolati.[93]

La seconda battaglia di El Alamein avvenne tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942 dopo che il generale Bernard Law Montgomery sostituì Claude Auchinleck come comandante dell'Ottava Armata. Le forze del Commonwealth lanciarono l'offensiva e nonostante la disperata resistenza delle divisioni italiane (tra le quali ricordiamo la "Folgore" e l'"Ariete") e tedesche sfondarono il fronte facendo migliaia e migliaia di prigionieri. Rommel venne respinto indietro, e questa volta non si fermò fino a che non giunse in Tunisia.

A complemento di questa vittoria, l'8 novembre 1942, truppe americane e britanniche sbarcarono in Marocco e Algeria durante l'operazione Torch. Le forze locali della Francia di Vichy opposero poca resistenza prima di unirsi alle forze alleate. Infine, le truppe tedesche e italiane vennero prese nella morsa di una doppia avanzata dall'Algeria e dalla Libia.

1943: la marea cambia[modifica | modifica wikitesto]

I tedeschi arretrano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Offensiva Ostrogorzk-Rossoš, Operazione Stella e Terza battaglia di Char'kov.

Mentre falliva l'Operazione Marte, sulla direttrice di Mosca, a metà dicembre Stalin sferrò il nuovo attacco sul Don, l'Operazione Piccolo Saturno, mentre i tedeschi tentavano disperatamente di venire in soccorso delle truppe rimaste accerchiate a Stalingrado, anche per ordine di Hitler che era risoluto nel tenere le posizioni fino all'ultimo. La catastrofe colpì in pieno anche le truppe del Corpo di spedizione italiano in Russia, riorganizzato nell'estate 1942 come ARMIR, schierato a difesa del medio Don con mezzi e equipaggiamenti inadeguati. Dal 19 dicembre, la ritirata degli italiani, inseguiti nella neve dalle colonne corazzate sovietiche, si trasformò in tragedia, con la perdita di 100 000 uomini.[94] Alla fine dell'anno, la situazione per l'Asse sul fronte orientale era molto critica: la 6ª Armata tedesca era accerchiata a Stalingrado, isolata, affamata e ormai senza più speranze, le truppe rumene e italiane erano in rotta, l'esercito tedesco nel Caucaso era in piena ritirata a partire dal 30 dicembre per evitare un nuovo accerchiamento, mentre i sovietici erano invece in avanzata generale. L'Asse perse circa 1 milione di uomini[55] tra il novembre 1942 e il 2 febbraio 1943, data della resa definitiva a Stalingrado.[95]

Il 2 febbraio 1943, i resti della 6ª Armata tedesca si arresero a Stalingrado. Mentre si consumava il drammatico finale dell'interminabile battaglia, Stalin e il Comando supremo ampliarono le dimensioni e gli scopi dell'offensiva invernale sovietica. Coscienti che le truppe dell'Asse avevano perso quasi 70 divisioni – almeno 30 tedesche, 18 rumene, 10 italiane e 10 ungheresi[96] – e di fronte ai segni di ritirata generale dei tedeschi, con il ripiegamento dal Caucaso il 30 dicembre e l'inizio, il 12 gennaio, dell'Offensiva sul medio Don contro le truppe ungheresi e il Corpo Alpino italiano,[97] i comandi sovietici sperarono di respingere il nemico, prima del disgelo di primavera, almeno fino al Dnepr e alla Desna. Le vittorie sovietiche, in effetti, si succedettero: sul Medio Don le colonne corazzate sovietiche procedettero verso Kursk e Char'kov, il Caucaso fu progressivamente liberato, Rostov sul Don tornò in mano russa il 14 febbraio, mentre il 30 gennaio cominciarono l'Operazione Galoppo e l'Operazione Stella dirette verso il Dnepr e il mar d'Azov e il 16 febbraio cadde anche Char'kov dopo una dura battaglia contro alcuni reparti scelti tedeschi.

Stalin e il Comando sovietico organizzarono contemporaneamente altre offensive sul fronte di Leningrado, che venne parzialmente sbloccato il 18 gennaio, sul fronte di Ržev-Vjaz'ma, dove i tedeschi ripiegarono ordinatamente ai primi di marzo e anche sul fronte di Orël e Smolensk. Tuttavia, ormai anche i sovietici erano esausti dopo tre mesi di offensive ed estenuanti inseguimenti, con i reparti ormai stanchi e gravi carenze logistiche. I comandanti e lo stesso Stalin sottovalutarono le difficoltà e i pericoli. I tedeschi, dopo un momento di sbandamento, ritrovarono la loro efficienza e con l'afflusso di reparti corazzati provenienti dalla Francia, organizzarono una controffensiva per tagliare fuori le avanguardie sovietiche e riprendere in mano la situazione sul Fronte orientale.

A partire dal 19 febbraio, le Panzer-Division tedesche del feldmaresciallo von Manstein sferrarono il loro contrattacco. I sovietici furono colti di sorpresa, poiché erano convinti che i tedeschi avrebbero continuato la loro ritirata, e subirono delle sconfitte. Tutte le colonne di testa vennero messe in grave difficoltà e cominciarono a ripiegare. I tedeschi riguadagnarono la linea del Donec e del Mius, a marzo riconquistarono anche Char'kov, prendendosi una sanguinosa rivincita nella terza battaglia di Char'kov. Anche i tentativi sovietici verso Orël e Smolensk vennero respinti. A metà marzo, con l'arrivo della rasputizsa, il disgelo primaverile, le operazioni si fermarono e il fronte si stabilizzò momentaneamente.[98]

Il Giappone in difficoltà[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna delle Isole Salomone, Campagna della Nuova Guinea e Campagna delle isole Gilbert e Marshall.
Truppe australiane nel difficile teatro della Nuova Guinea

All'abbandono di Guadalcanal da parte dei giapponesi fece subito seguito, nel febbraio 1943, un'avanzata delle forze alleate (statunitensi, australiani e neozelandesi) nel teatro delle Isole Salomone. Mentre in mare e in aria si susseguivano vari scontri (in cui cadde vittima anche l'ammiraglio Yamamoto, il cui aereo fu abbattuto da caccia statunitensi il 18 aprile sopra Bougainville), i reparti terrestri alleati si trovarono alle prese con due impegnative campagne: la campagna della Nuova Georgia tra il giugno e l'agosto 1943, e la campagna di Bougainville iniziata in novembre e proseguita con alterne vicende fino alla conclusione della guerra. La difficoltà nello sconfiggere le ostinate guarnigioni giapponesi e le forti perdite registrate dai propri reparti spinsero gli alleati a ideare una nuova strategia: invece di assaltare direttamente tutte le piazzeforti giapponesi, queste dovevano essere aggirate conquistando le isole vicine e infine rese inoffensive tramite una serie di periodici bombardamenti aerei e navali. Questa Leapfrogging strategy (letteralmente "strategia del salto della rana") fu applicata nei confronti della grande base di Rabaul: la munita piazzaforte giapponese fu isolata da sbarchi di truppe statunitensi e australiane nel sud della Nuova Britannia e infine neutralizzata tramite una serie di bombardamenti in novembre, rimanendo in mano giapponese fino alla fine della guerra ma non svolgendo più alcun ruolo nelle operazioni belliche[99].

Allontanata la minaccia da Port Moresby, anche in Nuova Guinea gli Alleati erano all'avanzata: agli ordini del generale MacArthur, truppe statunitensi e australiane respinsero i giapponesi dalla Nuova Guinea orientale al termine di una sanguinosa battaglia tra il novembre 1942 e il gennaio 1943, per poi avanzare lungo la costa settentrionale con sbarchi anfibi e lanci di paracadutisti fino a scacciare i giapponesi dalle loro basi principali di Lae e Salamaua al termine di una dura campagna intercorsa tra aprile e settembre. L'avanzata proseguì quindi in direzione della Penisola di Huon, teatro di un'altra lunga campagna proseguita fino ai primi di marzo 1944[100].

Le spiagge di Tarawa al termine degli scontri

Nel corso dei primi 18 mesi di guerra, i giapponesi avevano retto a stento contro una flotta statunitense composta in maggioranza da navi varate nel periodo prebellico; a partire dalla seconda metà del 1943, tuttavia, iniziarono a entrare in servizio in massa le nuove unità costruite dopo Pearl Harbor. La superiorità industriale degli Stati Uniti fece sentire tutto il suo peso: nel corso del solo 1943 gli statunitensi misero in linea 51 nuove portaerei seguite da altre 44 l'anno dopo, mentre nello stesso biennio i giapponesi vararono solo 12 nuove portaerei[101]. Questa enorme disponibilità navale consentì ai comandi statunitensi di allestire una seconda grande flotta con cui condurre, in contemporanea agli attacchi nelle Salomone e in Nuova Guinea, una grande avanzata nel Pacifico centrale.

I primi obiettivi furono gli arcipelaghi delle Isole Gilbert e delle Isole Marshall, al fine di aggirare la grande piazzaforte giapponese di Truk. Tra il 20 e il 23 novembre 1943 i marines diedero l'assalto all'atollo di Tarawa; la battaglia di Tarawa mise in chiaro quale sarebbe stata la durezza dei combattimenti nelle isole del Pacifico: per conquistare un minuscolo isolotto gli statunitensi riportarono circa 1.000 morti e un numero doppio di feriti, mentre la guarnigione di 4.600 giapponesi si fece completamente annientare lasciando solo 20 prigionieri in mano al nemico. L'offensiva nelle Marshall continuò con la conquista di Kwajalein tra il 31 gennaio e il 3 febbraio 1944 e di Eniwetok tra il 17 e il 23 febbraio; Truk, tagliata fuori, fu neutralizzata con una serie di bombardamenti aerei (operazione Hailstone)[102].

L'ultima spallata a oriente[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Kursk e Offensiva del basso Dnepr.
Panzer nella battaglia di Kursk

Nella primavera del 1943, la nuova linea del fronte presentava nel settore centrale un grosso saliente sovietico profondamente spinto verso ovest, presso Kursk, in una situazione potenzialmente pericolosa e favorevole a un nuovo attacco tedesco a tenaglia. Hitler, scosso dalla catastrofe di Stalingrado e dalle sconfitte subite in Africa settentrionale dall'Afrikakorps, con conseguente ulteriore indebolimento degli italiani, mostrò per una volta indecisione nella pianificazione strategica.[103] Timoroso di un nuovo fallimento, e di fronte ai pareri ampiamente divergenti dei suoi generali, Hitler rinviò più volte l'offensiva a tenaglia, per dare tempo all'industria bellica tedesca di fornire alla Wehrmacht un grande numero di carri armati, tra i quali i nuovi Panther e Tiger dai quali si aspettava risultati decisivi.

I carri armati Tiger a Kursk

Il ritardo tedesco nello scatenare l'offensiva fornì ai sovietici l'opportunità di rafforzare e fortificare il saliente di Kursk. Anche Stalin stava pianificando nuove offensive, ma di fronte ai giganteschi preparativi tedeschi decise, su consiglio anche dei suoi generali, di mantenersi in un primo tempo sulla difensiva, per poi passare in un secondo momento a una controffensiva generale. L'Armata Rossa ebbe quindi tutto il tempo di prepararsi allo scontro. Il saliente di Kursk fu riempito di mine anticarro e cannoni anticarro sovietici, trasformandosi da potenziale punto debole del Fronte in autentica trappola per la Wehrmacht.[104]

Il 5 luglio, i tedeschi diedero inizio all'Operazione Cittadella per schiacciare il saliente di Kursk. Furono otto giorni di battaglia durissima tra i panzer tedeschi e le difese anticarro e i carri armati sovietici. Il 12 luglio, i tedeschi, dopo aver subito grosse perdite, non erano ormai più in grado di insistere nell'attacco. La gigantesca mischia corazzata di Prochorovka suggellò la sconfitta tedesca, proprio mentre nello stesso momento, secondo i progetti di Stalin, i sovietici passavano a loro volta all'attacco nella regione di Orël e sul Mius. I tedeschi, avendo perso circa il 60% delle forze corazzate disponibili sul fronte,[105] dovettero rinunciare definitivamente all'iniziativa a est e cominciarono la lunga e sanguinosa ritirata.

L'offensiva di Stalin si sviluppò progressivamente su tutti i settori principali del fronte. Il 12 luglio, cominciò la battaglia di Orël, il 3 agosto, i sovietici passarono all'attacco, dopo aver ricostituito con grande rapidità grosse forze corazzate, nonostante le pesanti perdite a Kursk, anche nel settore di Belgorod. I tedeschi non ripiegarono senza combattere e, al contrario, organizzarono continui ridispiegamenti delle loro esperte Panzer-Division per rafforzare le difese e effettuare aspri contrattacchi. L'avanzata sovietica fu però inesorabile, anche se duramente contrastata: il 5 agosto venne liberata Orël, il 23 agosto finiva con la vittoria russa la quarta battaglia di Char'kov, dopo nuovi furiosi scontri tra carri armati. Ai primi di settembre crollava anche il fronte sul Mius, con la presa di Taganrog e Stalino. A questo punto Hitler accolse, pur con riluttanza, la proposta del feldmaresciallo Erich von Manstein di un ripiegamento strategico fino alla linea del Dnepr (l'ipotizzato Ostwall), poiché le perdite tedesche erano ingenti, le riserve corazzate erano esaurite e i russi apparivano nettamente superiori.

Cominciò così la grande offensiva del basso Dnepr, con le truppe sovietiche, energicamente spronate da Stalin, all'inseguimento dell'esercito tedesco in ritirata che tentava di attestarsi sul fiume. Il progetto tedesco però fallì e i sovietici costituirono rapidamente numerose teste di ponte da cui partire per liberare anche l'Ucraina occidentale, dove l'obiettivo più importante era Kiev, che venne liberata il 6 novembre con una manovra aggirante delle truppe corazzate sovietiche. Anche più a sud i sovietici si attestarono sulla riva occidentale del Dnepr e liberarono progressivamente, dopo duri scontri, i grandi centri di Dnipropetrovs'k, Zaporižžja, Kremenčuk. Infine anche a nord, nella regione centrale, l'Armata Rossa passò all'offensiva e, nonostante la resistenza tedesca e le difficoltà del terreno, liberò anche Brjansk il 17 settembre e Smolensk il 25 settembre.

I tedeschi, pur fortemente indeboliti, mantennero ancora il possesso della Crimea, degli importanti centri minerari di Kryvyj Rih e Nikopol' e sferrarono anche una nuova controffensiva, con l'afflusso di rinforzi da ovest e dall'Italia, che mise in grosse difficoltà le truppe sovietiche in avanzata dopo la liberazione di Kiev, nella controffensiva di Žytomyr tra novembre e dicembre 1943. Nonostante questi rovesciamenti locali e le gravi perdite di più di 1 milione di morti solo nel secondo semestre del 1943,[45] Stalin e l'Armata Rossa conclusero l'anno con un pieno successo. L'esercito tedesco era stato gravemente danneggiato, subendo 1 400 000 tra morti, feriti e dispersi tra luglio e dicembre,[106] ed era ora inferiore numericamente e tecnicamente. Gran parte delle regioni occupate erano state liberate, l'offensiva invernale, già in preparazione, prometteva nuovi successi e l'intervento in forze sul continente degli Alleati era imminente.[107]

Attacco al ventre d'Europa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Tunisia, Campagna d'Italia (1943-1945) e Operazione Achse.

Avanzando da est e da ovest, gli Alleati spinsero le forze dell'Asse completamente fuori dall'Africa e il 13 maggio 1943, i resti delle truppe italiane e tedesche in Nordafrica si arresero. Furono presi circa 200 000 prigionieri;[108] l'intero raggruppamento italo-tedesco in Africa era stato distrutto (8 divisioni tedesche e 7 italiane).[106]

Le decisioni definitive alleate riguardo alla pianificazione operativa dell'assalto al continente europeo avevano scatenato nuovi duri contrasti tra gli americani, desiderosi di un pronto ritorno in forze in Europa occidentale (Operazione Round-Up per un attacco in Francia nel 1943, che poi sarebbe diventata l'Operazione Overlord del 1944) e Churchill, più interessato a consolidare gli interessi inglesi nello scacchiere orientale e meridionale, quindi propenso per l'esecuzione di operazioni marginali nel Mar Mediterraneo, nei Balcani, nel Mar Egeo, il ventre molle dell'Europa, mentre i tedeschi continuavano a subire dure perdite a est. Le decisioni della Conferenza di Casablanca portarono allo Sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943, anche nell'intento di provocare un crollo del Regime Fascista già fortemente indebolito. La dissoluzione delle difese italiane in Sicilia, dopo un mese di combattimenti, spinse, il 25 luglio, il re Vittorio Emanuele III a destituire Benito Mussolini, che venne imprigionato in una località segreta e sostituito dal maresciallo Pietro Badoglio. Il ventennale regime fascista si dissolse in pochissime ore senza opporre resistenza.

La liberazione di Mussolini

Hitler previde la possibile resa dell'Italia e organizzò rapidamente le truppe e i piani per fare fronte alla defezione, liberare "l'amico" Mussolini e organizzare un fronte difensivo tedesco in Italia per rallentare la progressione alleata da sud e proteggere le frontiere meridionali del Reich.

«Dopo la caduta e la scomparsa del capo di stato italiano, parve sorgere in Hitler una specie di fedeltà nibelungica. Non c'era "gran rapporto" in cui non tornasse a chiedere che fosse fatto tutto il possibile per ritrovare l'amico disperso.[109]»

Truppe americane durante lo sbarco di Salerno

Dopo confuse manovre diplomatiche Badoglio e il re decisero di accettare l'Armistizio di Cassibile imposto dagli Alleati, firmato il 3 settembre e reso pubblico l'8 settembre. Le truppe tedesche si mossero con grande velocità e risolutezza e riuscirono, anche a causa del completo crollo militare e politico della struttura statale italiana, a disarmare oltre 600 000 soldati italiani che furono catturati e deportati in Germania, a occupare Roma e affrontare con abilità l'invasione alleata della penisola. Lo sbarco a Salerno del 9 settembre venne quindi fortemente contrastato delle truppe tedesche del feldmaresciallo Albert Kesselring. Dopo aver rallentato l'avanzata angloamericana, i tedeschi ripiegarono metodicamente, infliggendo dure perdite, sulle varie linee difensive stabilite sugli Appennini Meridionali. Alla fine dell'anno le intemperie invernali e l'abile condotta dell'esercito tedesco condussero alla definitiva stabilizzazione del fronte sulla cosiddetta Linea Gustav, imperniata sulle difese di Cassino. L'avanzata era, almeno per il momento, finita. Nel frattempo, nell'Italia occupata dai tedeschi, Hitler, dopo la liberazione di Mussolini il 12 settembre, organizzò un governo fascista fantoccio, la Repubblica Sociale Italiana, con il redivivo Duce alla sua testa. Il duro comportamento delle truppe e delle autorità tedesche e fasciste nell'Italia centrosettentrionale favorì l'inizio dei primi fenomeni di resistenza contro l'occupante. L'Italia si trovava spaccata in due: a nord, era occupata dai tedeschi, a sud, dagli alleati, mentre la popolazione era preda dei bombardamenti e ridotta in miseria.[110]

Bombardamento di Amburgo (info file)

1944: gli Alleati al contrattacco[modifica | modifica wikitesto]

L'offensiva invernale sovietica[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Korsun' e Offensiva Uman-Botoșani.

Fin dal 24 dicembre 1943, dopo la breve pausa imposta dalla controffensiva tedesca di Žytomyr, l'Armata Rossa riprese la sua offensiva nel settore meridionale del fronte orientale. Nonostante il peggioramento delle condizioni climatiche, i sovietici, partendo dalla loro grande testa di ponte a Kiev, progredirono nell'Ucraina occidentale nel tentativo di schiacciare le forze tedesche sulla costa del mar Nero. La resistenza tedesca, ancora una volta basata sulle forze corazzate, riuscì a frenare l'avanzata, ma le truppe che Hitler aveva ostinatamente lasciato nella testa di ponte sul Dnepr di Kaniv, vennero accerchiate e distrutte dopo una la terribile battaglia di Korsun', terminata il 18 febbraio con quasi 50 000 perdite tedesche.[96]

Le colonne sovietiche avanzano in Ucraina occidentale nell'inverno 1943-1944

Questo nuovo disastro tedesco facilitò la successiva avanzata di tutto lo schieramento meridionale sovietico: a sud vennero liberate Kryvyj Rih, il 22 febbraio, e Nikopol', l'8 febbraio, e venne isolato il raggruppamento tedesco in Crimea; il maresciallo Konev cominciò la sua celebre marcia nel fango e, a dispetto delle intemperie, liberò Uman' e proseguì superando in successione il Buh Meridionale, il Dnestr e il Prut. Il maresciallo Žukov avanzò in profondità verso Černivci e i Balcani. A Kam"janec'-Podil's'kyj, i carri armati dei due marescialli riuscirono a chiudere in una sacca un'intera armata tedesca il 28 marzo; per i tedeschi sembrò giunta la fine a sud, ma l'armata accerchiata riuscì, con una ritirata di centinaia di chilometri, e aiutata da un efficace contrattacco di truppe corazzate affluite da ovest al comando del generale Model, a uscire dalla sacca e a trarsi in salvo il 4 aprile. In questo modo i tedeschi riuscirono a evitare il crollo ma tutta l'Ucraina fu persa con i sovietici già penetrati in Romania, dopo aver liberato Odessa, e in Polonia orientale. Anche a nord i sovietici riuscirono a rompere in modo definitivo la presa tedesca su Leningrado il 26 gennaio, mettendo fine all'assedio di 900 giorni[111] e a progredire, seppur con grosse difficoltà e gravi perdite, verso gli Stati baltici fino a raggiungere la linea Pskov-Narva ancora saldamente tenuta dai tedeschi.

Alla vigilia dello sbarco in Normandia, ai russi rimanevano da liberare solo la Bielorussia e gli Stati baltici. A costo di incredibili sacrifici e spaventose perdite, oltre 700 000 morti da gennaio a giugno,[45] l'esercito tedesco era stato dissanguato, con quasi 1 milione di perdite per l'Asse durante l'inverno 1943-44.[96] Stalin poteva ora guardare con fiducia ai suoi vasti progetti geopolitici di riorganizzazione della carta europea.[112]

La liberazione di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Montecassino, Sbarco di Anzio e Liberazione di Roma.

Contemporaneamente all'invasione della Francia, gli Alleati conquistarono Roma il 4 giugno e, in poche settimane, il resto dell'Italia Centrale. In novembre, raggiunto l'importante obiettivo simbolico, obiettivo a cui gli inglesi molto tenevano, della liberazione di Forlì, la cosiddetta "Città del Duce", le operazioni conobbero un rallentamento, dovuto all'arrivo dell'inverno, con il fronte che si assestava sulla Linea Gotica.

Overlord[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Overlord e Battaglia di Normandia.
D-Day, 6 giugno 1944, soldati americani in Normandia

Dopo quasi due anni di preparativi e di pareri discordanti tra gli Alleati, durante la conferenza di Teheran[113] venne presa la decisione di attaccare il Vallo Atlantico, allo scopo di aprire il secondo fronte, insistentemente richiesto da Stalin dall'inizio dell'Operazione Barbarossa, con il duplice intento di liberare la Francia e di sottrarre risorse alle forze tedesche impegnate sul fronte orientale contro l'Armata Rossa. L'Operazione Overlord prese il via il 6 giugno 1944, con lo sbarco in Normandia seguito dalla battaglia di Normandia, che terminò il 26 agosto con la liberazione di Parigi.

Dopo lo sbarco le truppe Alleate, disponendo di una schiacciante superiorità aerea, riuscirono dapprima ad attestarsi sulle spiagge e successivamente ad avanzare verso sud e nel Cotentin; i primi tentativi di sfondamento da parte della 2ª Armata britannica, comandata dal generale Miles Dempsey, nel settore di Caen furono respinti dalle divisioni corazzate tedesche e la città cadde solo il 9 luglio, mentre nel settore di competenza della 1ª Armata americana, comandata dal generale Omar Bradley, l'avanzata fu ostacolata dal bocage normanno e solo il 26 giugno terminò la battaglia di Cherbourg.

I carri armati alleati a Bayeux

L'attacco in profondità fuori dalla Normandia venne portato dagli americani con l'Operazione Cobra nel settore di Saint-Lô. L'attacco ebbe successo e, oltre a sfondare il fianco sinistro del fronte tedesco, permise alla 3ª Armata americana, comandata dal generale George Smith Patton, di aprirsi un varco verso la Bretagna. Hitler, reduce dall'attentato del 20 luglio, proibì qualunque ripiegamento e ordinò un contrattacco, l'Operazione Lüttich, che venne interrotta dopo soli quattro giorni a causa dell'impossibilità di respingere gli americani verso Avranches.

Il 14 agosto la 1ª Armata canadese, comandata dal generale Harry Crerar, sferrò un'offensiva verso Falaise, allo scopo di congiungersi con le forze americane che a sud avevano occupato Argentan; l'Operazione Tractable, nonostante la resistenza tedesca, consentì di perseguire l'obiettivo ma una larga parte delle forze nemiche riuscì a sottrarsi alla sacca di Falaise, ripiegando verso la Senna. Sconfitte le forze tedesche poste a difesa della Normandia, le forze Alleate poterono dirigersi verso Parigi che venne liberata il 25 agosto, con l'ingresso nella capitale della 2ª Divisione Corazzata francese, comandata dal generale Philippe Leclerc de Hauteclocque, alla quale venne consentito, a seguito di accordi intercorsi tra il comando alleato e il generale Charles de Gaulle, comandante delle forze della Francia libera, di entrare per prima, sfilando in parata il giorno successivo.

Nel frattempo, il 15 agosto, un nuovo sbarco alleato in Provenza (Operazione Dragoon) suggellava la disfatta tedesca in Francia. Ai primi di settembre, l'avanzata sembrava ormai inarrestabile, nonostante la perdita di circa 210 000 uomini,[114] e la sconfitta tedesca ormai prossima, alla luce delle oltre 500 000 perdite subite.[115] Il 3 settembre, gli inglesi entrarono a Bruxelles, l'11 settembre, le prime truppe alleate raggiunsero il confine tedesco e i reparti corazzati americani del generale Patton superarono la Mosa e la Mosella, raggiungendo la Lorena.[116]

Crollo a est[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Bagration, Offensiva Lvov-Sandomierz, Rivolta di Varsavia e Offensiva Iași-Chișinău.

Ancor prima dell'inizio dell'Operazione Overlord, i russi ottennero una nuova vittoria liberando la Crimea, compreso il grande porto di Sebastopoli, il 9 maggio, schiacciando le forze tedesco-rumene rimaste intrappolate nella penisola sul Mar Nero. Il 10 giugno, Stalin sferrò una nuova offensiva all'estremo nord del Fronte orientale, nell'istmo di Carelia, per regolare i conti con la Finlandia. Dopo una dura resistenza, le forze sovietiche, nettamente superiori, ebbero ragione delle difese finniche, con la conquista di Vyborg il 20 giugno. La Finlandia abbandonò l'alleanza con la Germania e accettò di firmare la pace con l'URSS il 19 settembre, conservando la propria indipendenza a prezzo di nuove perdite territoriali.

Il 22 giugno, a tre anni esatti dall'inizio dell'Operazione Barbarossa, Stalin diede il via all'Operazione Bagration che si dimostrò una spettacolare dimostrazione della potenza dell'Armata Rossa. L'attacco venne sferrato contro le forze tedesche in Bielorussia e fin dall'inizio ottenne pieno successo. Con una manovra a tenaglia, i 4 000 mezzi corazzati sovietici[117] prima travolsero i capisaldi tedeschi di Vitebsk sulla Dvina il 26 giugno e di Babrujsk sulla Beresina il 27, quindi si diressero velocemente su Minsk. I tedeschi, molto indeboliti, tentarono disperatamente di rallentare l'avanzata per permettere il deflusso delle forze che rischiavano di rimanere tagliate fuori ad est della Beresina, ma l'avanzata sovietica fu inarrestabile: Minsk venne liberata il 3 luglio, nei giorni seguenti le armate tedesche rimaste isolate e vennero progressivamente fatti oltre 100 000 prigionieri.[96]

L'intero raggruppamento centrale tedesco era crollato. A questo punto le colonne corazzate sovietiche proseguirono l'avanzata in due direzioni: verso nord-ovest, presero Vilnius il 13 luglio e Kaunas il 1º agosto, per raggiungere poi la costa baltica; verso ovest in direzione del Niemen e della Vistola, prendendo Lublino il 23 luglio e Brest-Litovsk il 28 luglio, raggiungendo del confine tedesco in Prussia Orientale il 31 luglio. Inoltre, fin dal 13 luglio, l'Armata Rossa passò all'attacco anche più a sud, in Volinia; dopo duri scontri, i carri armati russi liberarono Lvov il 27 luglio e proseguirono verso la Vistola che attraversarono a Sandomierz e a Magnuszew. Tuttavia, i tedeschi, con l'arrivo di riserve corazzate, riuscirono miracolosamente a riprendersi, a fermare l'avanzata sovietica verso il golfo di Riga, a contenere le teste di ponte sulla Vistola e ad arrestare l'avanzata su Varsavia.

Il 30 luglio, l'Armia Krajowa polacca (filo-occidentale e legata al governo polacco in esilio a Londra) cominciò la drammatica rivolta di Varsavia; i tedeschi però riuscirono a controllare la situazione, a schiacciare l'insurrezione e a respingere, con l'intervento di alcune Panzer-Divisionen, le esauste colonne corazzate sovietiche, in avvicinamento alla capitale polacca, nella battaglia di Radzymin. Stalin certamente non si dispiacque del fallimento della rivolta e contava di trarre profitto dalla sconfitta degli insorti nazionalisti, tuttavia il mancato intervento sovietico in aiuto fu dovuto in parte anche alla stanchezza delle truppe e alla violenza del contrattacco tedesco.[118] Dopo un'avanzata di oltre 500 km e dopo aver inflitto ai tedeschi una perdita di 900 000 uomini da giugno a agosto,[119] l'Armata Rossa si fermò sulla Vistola e sul San: anche le sue perdite erano state ingenti con quasi 500 000 morti.[45] Stalin ora era interessato alla conquista del Baltico e a liberare le nazioni balcaniche.

Il 20 agosto, le forze sovietiche a sud dei Carpazi sferrarono la terza grande offensiva dell'estate 1944; una nuova manovra a tenaglia si chiuse rapidamente su tutto lo schieramento tedesco-rumeno il 24 agosto. L'offensiva Iași-Chișinău si concluse con un nuovo trionfo per Stalin, dopo la perdita di altri 200 000 soldati tedeschi[96] e il vuoto che si apriva per i carri armati sovietici. Il 23 agosto, la Romania abbandonò l'alleato germanico e le colonne sovietiche dilagarono senza incontrare resistenza e il 31 agosto i russi entrarono a Bucarest; il 9 settembre, la Bulgaria, a cui l'URSS aveva dichiarato guerra il 5, passò al fianco degli Alleati e aprì le porte all'Armata Rossa. Solo l'Ungheria rimase alleata dei tedeschi, in particolare dopo il colpo di stato filo-nazista di Ferenc Szálasi del 15 ottobre. Le residue forze tedesche ripiegarono attraverso i Carpazi e cominciarono l'abbandono della Grecia e della Jugoslavia. Belgrado venne liberata dai carri armati sovietici provenienti dalla Bulgaria, insieme alle truppe di Tito, il 14 ottobre.[120]

La fine di una grande potenza[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna delle Isole Marianne e Palau e Campagna delle Filippine (1944-45).
Marines statunitensi trincerati sulle spiagge di Saipan

Le offensive alleate nel Pacifico stavano ormai convergendo sul Giappone stesso. Dopo l'isolamento della base di Truk la flotta nipponica si era rifugiata a Singapore, più vicino alle riserve di carburante del Borneo e al sicuro dalle incursioni aeree statunitensi ma troppo lontano per appoggiare la difesa del Pacifico meridionale. Di ciò ne approfittarono le forze di MacArthur, che tra febbraio e maggio 1944 occuparono le isole dell'Ammiragliato per poi avviare, a partire da aprile, la liberazione della Nuova Guinea occidentale[121]. Anche le forze di Nimitz nel Pacifico centrale avanzarono con decisione: bombardieri statunitensi avevano condotto alcune incursioni contro obiettivi strategici giapponesi a partire da basi situate nella Cina continentale, ma gli aeroporti cinesi erano difficili da approvvigionare (i rifornimenti dovevano giungere dall'India attraverso un ponte aereo che scavalcava l'Himalaya, il cosiddetto The Hump) e vulnerabili alle offensive via terra dei giapponesi; gli statunitensi puntarono quindi alla conquista delle Isole Marianne nel Pacifico occidentale, dove potevano essere allestite basi aeree per i nuovi bombardieri a lungo raggio Boeing B-29 Superfortress rifornibili direttamente dagli Stati Uniti[122].

La portaerei giapponese Zuiho sotto attacco aereo statunitense durante la battaglia del Golfo di Leyte

Il 15 giugno le forze statunitensi diedero il via alla campagna delle Marianne attaccando l'isola di Saipan, cui fecero seguito gli sbarchi a Guam il 21 luglio e a Tinian il 24 luglio. La minaccia al Giappone rappresentata dagli sbarchi nelle Marianne non sfuggì all'attenzione del comando nipponico e la flotta da battaglia, già mobilitata per tentare di ostacolare l'avanzata statunitense nella Nuova Guinea occidentale, fu dirottata per fronteggiare questa nuova minaccia. Tra il 19 e il 20 giugno le opposte flotte si affrontarono nella battaglia del Mare delle Filippine: in una serie di scontri aeronavali, i giapponesi persero tre portaerei e ben 360 aerei imbarcati senza riuscire a infliggere agli statunitensi perdite significative; il corpo aereo della Marina giapponese, faticosamente ricostruito nel corso di un intero anno dopo le perdite di piloti e velivoli patite a Midway e nelle Salomone, fu di fatto spazzato via nel corso di quest'unica battaglia, rendendo inutili ai fini bellici le portaerei superstiti. Le operazioni nelle Marianne si conclusero quindi entro i primi di agosto con l'annientamento delle guarnigioni nipponiche; in ragione di questa sconfitta, il primo ministro Tojo fu costretto alle dimissioni e rimpiazzato con il generale Kuniaki Koiso[123].

La caduta delle Marianne aprì la strada alla riconquista statunitense delle Filippine, fortemente voluta dal generale MacArthur benché Nimitz le preferisse un assalto anfibio all'isola di Formosa. Preceduto a metà settembre dall'occupazione dei punti strategici dell'arcipelago delle Palau (battaglie di Peleliu e di Angaur), lo sbarco nelle Filippine ebbe inizio il 20 ottobre con l'assalto all'isola di Leyte, dove gli statunitensi stabilirono rapidamente una testa di ponte. La perdita dell'arcipelago avrebbe definitivamente tagliato fuori il Giappone dai pozzi petroliferi delle Indie olandesi, e la Marina nipponica era pronta a sacrificare le sue ultime risorse per impedirlo; fu concepito un piano ambizioso: la squadra delle portaerei, ormai quasi inutilizzabile per mancanza di velivoli imbarcati, avrebbe fatto da esca attirando a nord delle Filippine le portaerei statunitensi, permettendo a due gruppi navali di corazzate e incrociatori di convergere sulla flotta d'invasione ammassata davanti Leyte. L'azione portò, tra il 23 e il 26 ottobre, alla vasta battaglia del Golfo di Leyte, la più grande battaglia navale della guerra; lo scontro segnò definitivamente la superiorità dell'aereo imbarcato contro le grandi navi armate di cannoni: i giapponesi furono completamente sconfitti perdendo, principalmente in attacchi aerei, quattro portaerei, tre corazzate e sei incrociatori pesanti[124].

Truppe britanniche in azione nella giungla al confine indo-birmano

Mentre la lotta infuriava nelle isole del Pacifico le operazioni belliche nell'Asia continentale erano ristagnate, salvo conoscere un'improvvisa recrudescenza nel 1944. A partire da aprile e fino a dicembre i giapponesi sferrarono una grande offensiva nella Cina meridionale, la loro prima operazione su vasta scala in territorio cinese dal 1939; l'operazione Ichi-Go rappresentò l'ultima grande vittoria giapponese della guerra: vaste zone nello Henan, nello Hunan e nel Guangxi furono occupate, e il Kuomintang fu politicamente umiliato per via della sua incapacità nel difendere i cinesi dai giapponesi[125].

Nel frattempo, i giapponesi passarono all'offensiva anche sul fronte della Birmania: per tutto il 1943 i giapponesi avevano mantenuto un atteggiamento difensivo, limitandosi a contrastare le azioni portate avanti dagli Alleati (gli anglo-indiani a ovest, le armate cinesi assistite da contingenti statunitensi a nord), ma nel marzo 1944 i reparti giapponesi lanciarono una vasta offensiva (operazione U-Go) in direzione dell'Assam, sia per occupare gli aeroporti da cui partivano i rifornimenti per i cinesi sia nel tentativo di scatenare una rivolta anticolonialista in India. Le truppe anglo-indiane del generale William Slim erano ora meglio addestrate alle operazioni nella giungla, e riuscirono a bloccare l'offensiva giapponese tra le città di Imphal e Kohima finché l'arrivo del monsone in giugno non provocò il crollo delle linee di approvvigionamento nipponiche. L'operazione si risolse in una catastrofe per i giapponesi, che persero 60.000 dei 100.000 uomini impiegati; a coronamento di questo successo per gli Alleati, in agosto le forze cinesi riconquistarono Myitkyina nel nord della Birmania ristabilendo i collegamenti terrestri tra India e Cina[126].

L'ultimo azzardo di Hitler[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Market Garden, Offensiva delle Ardenne e Campagna della Linea Sigfrido.

Alla metà di settembre, la situazione del Terzo Reich sembrava disperata: ad ovest, dopo il crollo del fronte in Normandia, le colonne alleate progredirono rapidamente nelle pianure franco-belghe disperdendo i demoralizzati resti dell'esercito tedesco a ovest; in Italia le forze del feldmaresciallo Albert Kesselring ripiegavano verso nord, dopo aver perso tutta l'Italia centrale, cercando di attestarsi sulla Linea Gotica, apprestata per sbarrare agli Alleati l'accesso alla valle Padana; nell'aria i bombardamenti strategici, sempre più devastanti, provocavano enormi distruzioni e intralciavano la produzione bellica tedesca di armi e carburanti sintetici; a est, dove combatteva ancora il grosso della Wehrmacht, il fronte sembrava provvisoriamente stabilizzato sulla linea della Vistola e in Prussia Orientale, mentre il raggruppamento tedesco nel Baltico rischiava di essere completamente isolato; nei Balcani, l'inarrestabile avanzata dell'Armata Rossa, con il conseguente cambio di alleanza di Romania e Bulgaria, progrediva verso le pianure ungheresi e metteva a rischio tutte le forze tedesche presenti in Jugoslavia e in Grecia.

Contro ogni previsione, tuttavia, a questo punto si assistette a una sorprendente ripresa tedesca autunnale su tutti i fronti, che avrebbe portato a nuove sanguinose battaglie e anche a un ultimo tentativo tedesco di controffensiva strategica. I fattori che resero possibile questa imprevista ripresa tedesca furono principalmente la spietata volontà di Hitler di continuare a battersi, di rastrellare tutte le risorse umane e materiali, di non rassegnarsi alla sconfitta,[127] la capacità dell'esercito tedesco di ripiegare senza perdere la coesione e la combattività dei reparti, l'abilità dei comandanti tedeschi nelle improvvisazioni tattiche, alcuni errori alleati nella pianificazione operativa e logistica, l'esaurimento momentaneo delle risorse alleate in attesa della liberazione del porto di Anversa e la decisione di Stalin di dare priorità alle avanzate Balcaniche e nel Baltico.[128]

Offensiva delle Ardenne: gli ufficiali tedeschi studiano le rotte di marcia

A ovest, gli Alleati, tentarono di portare a termine l'Operazione Market Garden, uno attacco combinato terrestre e aviotrasportato, organizzato dal generale Bernard Law Montgomery, per occupare in un sol colpo tutti i ponti strategici su i vari rami del Reno. Tuttavia, fallirono dopo l'aspra battaglia di Arnhem,[129] tra il 17 e il 25 settembre, e durante l'inverno si ridussero a operazioni limitate dirette alla completa liberazione del porto di Anversa, a opera dei Canadesi, all'attacco alle fortificazioni della Linea Sigfrido che portò alle logoranti battaglia di Aquisgrana, combattuta tra il 2 e il 21 ottobre, e della foresta di Hürtgen, alla liberazione, a opera di americani e francesi, di Alsazia e Lorena. I tedeschi persero altro terreno, ma nel complesso riuscirono a stabilizzare solidamente il fronte occidentale, infliggendo dure perdite agli alleati (miracolo dell'ovest).[130]

In Italia, il feldmaresciallo Kesselring, con la sua consumata abilità tattica, contenne sulla Linea Gotica, l'avanzata alleata, indebolita da notevoli prelevamenti di truppe a favore del fronte occidentale; alcuni ulteriori tentativi offensivi alleati ottennero solo mediocri successi locali, come la battaglia di Rimini, terminata il 21 settembre dopo un mese di scontri.[131]

A est, dove rimaneva oltre il 60% delle forze della Wehrmacht, l'offensiva sovietica nei paesi Baltici venne duramente contrastata. Riga cadde il 13 ottobre e solo il 15 ottobre, al secondo tentativo, le forze corazzate sovietiche raggiunsero la costa a Memel, isolando tutto il raggruppamento tedesco settentrionale.[96] Queste forze però continuarono a battersi, rifornite via mare, e ripiegarono progressivamente in Curlandia dove sarebbero rimaste asserragliate fino alla fine della guerra. In Prussia orientale un primo attacco sovietico venne respinto. Nei Balcani, con l'intervento di nuovi reparti corazzati e con l'aiuto del governo fantoccio ungherese, Hitler organizzò un'aspra difesa nelle pianure ungheresi. Le forze sovietiche, esauste, subirono in questa regione numerosi scacchi a opera dei panzer nella battaglia di Debrecen, tra il 6 e il 29 ottobre. Dopo aver raggruppato le forze, e con l'afflusso delle armate provenienti da Belgrado, i russi ripresero l'offensiva e riuscirono, dopo nuovi scontri tra carri armati, ad avvicinarsi alla capitale ungherese, dove sarebbe stata combattuta fino al febbraio 1945 la lunga e durissima battaglia di Budapest.[132]

Paracadutisti americani della 101ª Divisione Aviotrasportata in ricognizione nei pressi del villaggio di Bastogne durante l'offensiva delle Ardenne

Il 16 dicembre, l'esercito tedesco sferrò l'Operazione Herbstnebel, segnando l'inizio dell'offensiva delle Ardenne, il disperato tentativo di Hitler di ottenere una clamorosa vittoria a ovest, abbattere il morale angloamericano e ribaltare la situazione strategica.[133] L'attacco, sferrato da tre armate e oltre 1 000 carri armati,[134] colse di sorpresa i comandi alleati, convinti dell'impossibilità di una nuova offensiva tedesca,[135] e provocò confusione e anche cedimenti tra le truppe americane attaccate. Alcune colonne corazzate tedesche penetrarono in profondità, superando i deboli sbarramenti americani, dirigendosi verso Bastogne. I panzer di testa, rallentati dalle intemperie climatiche che avevano anche impedito l'intervento dell'aviazione alleata e dal terreno boscoso, il 24 dicembre giunsero in vista della Mosa.[136] Tuttavia, grazie alla coraggiosa resistenza di alcuni reparti americani e alla scarsità di rifornimenti tedeschi, in particolar modo di carburante, gli Alleati poterono rompere l'assedio di Bastogne e chiudere la breccia, tornando alle posizioni iniziali ad inizio 1945. A metà gennaio la battaglia, sanguinosa per entrambe le parti, con circa 80 000 perdite ciascuna,[137] era finita. Essa segnava la fine delle ultime speranze di Hitler di ottenere una pace separata con le Potenze occidentali.

1945: la fine[modifica | modifica wikitesto]

Attacco al cuore dell'Asse[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Invasione Alleata della Germania, Assedio di Budapest, Operazione Vistola-Oder e Offensiva di Vienna.

Nell'inverno 1944-1945, in Ungheria continuavano i duri scontri tra tedeschi e sovietici, i primi con l'aiuto di reparti dell'esercito ungherese, i secondi appoggiati dai contingenti rumeni. Le colonne meccanizzate sovietiche, a cavallo del Danubio, vincendo diversi scontri tra unità corazzate, il 27 dicembre chiusero le tenaglie, accerchiando completamente Budapest e le cospicue forze tedesche e ungheresi poste a difesa della capitale magiara.[138] Ben lontano dal rinunciare, Hitler, mentre dirigeva le operazioni nelle Ardenne, cercò in tutti i modi di sbloccare la città, facendo affluire nuove forze tedesche. Dopo nuovi aspri scontri, con notevoli difficoltà e perdite per i sovietici, alla fine di gennaio i tedeschi dovettero rinunciare a Budapest. Nel frattempo, dentro la città, stava infuriando una battaglia urbana, analoga per ferocia a quella di Stalingrado, tra le truppe di Waffen-SS e le truppe d'assalto sovietiche. Fu una battaglia durissima combattuta fanaticamente, le perdite furono ingentissime per tutte e due le parti, le devastazioni della città altrettanto enormi. Pest cadde il 18 gennaio ma la città vecchia di Buda resistette ancora più accanitamente. Infine, le residue truppe tedesche e ungheresi si arresero il 13 febbraio 1945.[139] I sovietici vinsero causando tra i tedeschi e gli ungheresi 50 000 morti e ottenendo 138 000 prigionieri tra novembre e febbraio,[96] mentre le perdite sovietiche erano state molto più pesanti, con 320 000 vittime in tutta la campagna ungherese.[45]

Mentre infuriavano i combattimenti per le strade di Budapest, le enormi forze sovietiche ammassate più a nord, sulla Vistola e in Prussia Orientale, avevano già ottenuto una schiacciante vittoria e stavano marciando, apparentemente inarrestabili, su Berlino. L'ultima grande offensiva invernale dell'Armata Rossa era cominciata il 12 gennaio, forse in anticipo sui piani per ordine di Stalin, sollecitato da Churchill il 6 gennaio affinché cominciasse una nuova offensiva per alleggerire gli Alleati, in difficoltà sul fronte occidentale.[140] A partire dalle teste di ponte sulla Vistola di Baranow e Sandomir, una vera valanga di uomini, 32 000 cannoni, 6 400 carri armati e 4 800 aerei[141] si abbatterono sulle difese tedesche recentemente indebolite da Hitler, ingannato sulle intenzioni sovietiche,[142] con trasferimenti di truppe in Ungheria. Le prime linee sulla Vistola vennero rapidamente travolte, Varsavia cadde senza combattere, le riserve corazzate tedesche, schierate troppo vicine alla prima linea, vennero distrutte nella battaglia di Kielce dai corpi meccanizzati del maresciallo Konev.[143]

Un enorme vuoto si aprì davanti alle colonne dei marescialli Žukov e Konev, che si lanciarono rapidamente in profondità aggirando i capisaldi di resistenza tedeschi di Breslavia e Posen, difesi dai tedeschi secondo la tecnica dei "frangiflutti" (wellenbrecher) ideata da Hitler.[127] L'avanzata in Polonia fu rapidissima infatti il 17 gennaio venne raggiunta Częstochowa, il 19 Łódź e Cracovia, il 28 gennaio Katowice e il bacino industriale della Slesia cadde intatto in mano dei sovietici, come sperava lo stesso Stalin.[144] Alla fine di gennaio l'Armata Rossa raggiunse, dopo un'avanzata forsennata, il fiume Oder, l'ultima protezione naturale di Berlino, e costituiva subito teste di ponte sulla riva occidentale a Küstrin e a Opole. La capitale tedesca era distante appena 80 km e i tedeschi avevano perso quasi 400 000 uomini in un mese;[145] il paese era devastato, i civili avevano abbandonato in massa i territori invasi della Pomerania, della Prussia e della Slesia, mentre i soldati sovietici si abbandonavano spesso al saccheggio e alla vendetta sulle popolazioni.[146]

Molto più combattuta fu la battaglia per la Prussia Orientale, attaccata dal 13 gennaio. I tedeschi, che la ritenevano suolo patrio, si batterono con abilità e efficacia, sfruttando il terreno boscoso e le solide fortificazioni. I russi dovettero impegnarsi in estenuanti e sanguinosi attacchi frontali, impiegando in quantità l'artiglieria pesante.[147] Tuttavia, le colonne corazzate sovietiche raggiunsero la costa baltica presso Marienburg il 27 gennaio, ma i tedeschi contrattaccarono e una parte delle truppe riuscì a ripiegare in Pomerania.[148] Le superstiti navi da guerra della Kriegsmarine intervennero con le loro artiglierie in aiuto delle truppe di terra e inoltre eseguirono numerose evacuazioni di reparti militari e soprattutto di civili in fuga davanti alla devastazione russa.[149] La lotta si prolungò fino ad aprile; progressivamente le forze tedesche vennero frammentate e distrutte dopo al prezzo di 585 000 perdite russe.[45] La poderosa fortezza di Königsberg venne attaccata a partire dal 1º aprile dalle forze sovietiche, guidate personalmente dal maresciallo Vasilevsky e conquistata il 9 aprile, grazie all'impiego in massa dell'artiglieria pesante e di grandi rinforzi di aviazione causando 150 000 perdite tra i tedeschi.[96][149] Piccoli nuclei di resistenza tedeschi rimasero attivi nella regione del Frisches Haff fino alla capitolazione del Terzo Reich.

Mentre si prolungava la battaglia in Prussia Orientale, le forze russe giunte all'Oder avevano interrotto, in febbraio, la loro avanzata verso Berlino. Questa inattesa tregua fu causata dalla costituire di un nuovo fronte difensivo con i resti delle forze sconfitte e con l'afflusso di circa 20-25 divisioni da ovest e dall'Italia, dall'esaurimento e dalle difficoltà logistiche delle forze sovietiche in avanzata per 600 km, dalla decisione di Stalin, impegnato in quel momento nella conferenza di Jalta,[150] di non rischiare un balzo immediato su Berlino temendo di esporre i fianchi delle avanguardie. Durante febbraio e marzo, quindi, l'Armata Rossa si impegnò nel rastrellamento delle sacche di resistenza rimaste nelle retrovie, che si batterono duramente, e nella sconfitta delle forze nemiche in Pomerania e in Slesia, in preparazione dell'ultima grande battaglia di Berlino.[151]

Dopo la battaglia delle Ardenne e il crollo della linea della Vistola, con il conseguente trasferimento di numerose divisioni tedesche verso il fronte orientale, l'esercito tedesco a ovest era ormai in netta inferiorità numerica e materiale nei confronti delle forze alleate, continuamente potenziate dall'afflusso di nuovi reparti da oltre oceano.[152] Dopo una fase di riorganizzazione e pianificazione, e anche di scontri tra i vertici inglesi e americani sulle priorità strategico-operative,[153] gli alleati poterono quindi ricominciare l'offensiva, a partire dall'8 febbraio, per superare la Linea Sigfrido e conquistare tutto il territorio tedesco a ovest del fiume Reno. I tedeschi combatterono ancora con tenacia, ma la superiorità aerea e terrestre alleata era troppo evidente. Dopo aspri scontri le truppe tedesche cercarono di ripiegare oltre il Reno. Il 6 marzo, gli americani entrarono a Colonia e sfruttando la crescente confusione tra le file del nemico, il 7 marzo, con un colpo di mano si impadronivano del grande ponte sul Reno di Remagen, costituendo una prima testa di ponte ad est del fiume.[154] Nel frattempo, altri reparti americani penetrarono in Germania più a sud. Il 21 marzo occuparono Magonza e il 23 superarono anch'essi a sorpresa il Reno a Oppenheim, organizzando una seconda testa di ponte. La resistenza tedesca dava segni di collasso, con 280 000 soldati arresisi dall'8 febbraio al 23 marzo,[145] con la linea del Reno intaccata e il morale dei soldati in calo.

La fine dei dittatori[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Offensiva della primavera 1945 sul fronte italiano, Battaglia di Berlino e Fine della seconda guerra mondiale in Europa.
Le truppe americane al ponte di Remagen

Il 23 marzo, anche gli inglesi superarono il Reno a Wesel, con una mastodontica operazione aereo-terrestre.[155] A questo punto il fronte tedesco ad ovest cedette definitivamente; il raggruppamento centrale venne accerchiato il 2 aprile nella sacca della Ruhr dalle veloci colonne americane sbucate dalle teste di ponte. La resistenza nella sacca fu debole e cessò già il 21 aprile con 325 000 uomini fatti prigionieri prigionieri.[145] Con poche perdite, i mezzi corazzati alleati poterono dilagare nella Germania occidentale, sfruttando anche l'eccellente rete autostradale tedesca, contrastati solo da una sporadica resistenza di alcuni reparti di Waffen-SS e della Hitlerjugend. Il grosso dei tedeschi si arrese o ripiegò, in rotta.[154]

I soldati tedeschi arresisi nella sacca della Ruhr

Mentre gli anglo-canadesi puntavano su Brema e Amburgo, raggiunta il 2 maggio, per anticipare i russi in Danimarca, le unità americane al centro, con quasi 4 000 carri armati,[145] puntarono verso il fiume Elba. Il 10 aprile, raggiunsero Hannover, il 14 cadde Lipsia; il 13 aprile costituirono una prima testa di ponte sul fiume vicino a Magdeburgo, a 120 km da Berlino. In questa zona, alcune divisioni tedesche opposero resistenza e bloccarono l'avanzata americana; del resto, secondo le disposizioni di Eisenhower, la linea dell'Elba doveva costituire il limite massimo d'avanzata alleata su cui si doveva incontrare i russi.[156] Più a sud, le colonne del generale George Patton avanzarono in Sassonia e Baviera, in direzione dell'Austria, mentre altre forze americane e francesi penetrarono in Baviera, dove il 19 aprile cadde Norimberga e il 2 maggio Monaco, alla ricerca di un inesistente Ridotto nazista alpino in cui, secondo l'intelligence alleata, Hitler e i suoi fedelissimi avrebbero dovuto opporre l'ultima resistenza.[157] In realtà, l'esercito tedesco ad ovest aveva ormai cessato di combattere; milioni di soldati si consegnarono spontaneamente agli alleati per non cadere in mano ai sovietici. Durante la loro avanzata, gli alleati liberarono diversi campi di concentramento e di sterminio nazisti, che svelarono pienamente il piano di sterminio del Terzo Reich; inoltre, già il 27 gennaio le truppe sovietiche erano entrate nel campo di Auschwitz in Polonia. Il primo collegamento, molto amichevole, tra russi e americani avvenne a Torgau, sul fiume Elba, il 25 aprile.

Fino all'ultimo, Hitler, ormai disperato e quasi farneticante, pianificò fantomatiche offensive e proclamò propositi di resistenza a oltranza,[158] utilizzando i miseri resti delle armate sconfitte, anziani e giovanissimi del Volkssturm e divisioni "fantasma", create frettolosamente con nomi altisonanti e pochi mezzi. Ancora il 6 marzo, le divisioni corazzate Waffen-SS, ritirate dalle Ardenne, sferrarono un'ultima offensiva in Ungheria nella zona del lago Balaton. Dopo duri scontri le forze sovietiche contenettero l'attacco e passarono alla controffensiva il 16 marzo. Ormai in disfacimento, le armate tedesche ripiegavano per difendere Vienna ma le colonne russe proseguirono superando tutti gli sbarramenti. Vienna cadde il 13 aprile dopo alcuni duri scontri in città e i russi si incontrarono il 4 maggio con gli americani provenienti da ovest nella regione di Linz.[96]

Montreal Daily Star: "Germany Quit" ossia "La Germania Chiude", 7 maggio 1945
Il maresciallo Žukov firma il documento di resa della Germania l'8 maggio 1945

Il 16 aprile 1945, l'Armata Rossa sferrò la sua ultima offensiva generale con obiettivo Berlino, L'attacco venne sferrato in gran fretta sotto la pressione di Stalin; di fronte al crollo del fronte occidentale, ai segni evidenti di dissoluzione della resistenza a ovest e alla rapidità dell'avanzata alleata, c'era il rischio che gli Alleati occidentali precedessero i russi a Berlino.[159] Al contrario, la resistenza tedesca sul fronte est si stava rafforzando, con l'afflusso di rinforzi terrestri e aerei dagli altri fronti, e le truppe nemiche erano intenzionate a battersi fino all'ultimo per difendere la capitale e il Führer, ma anche per salvaguardare la popolazione civile e guadagnare tempo in attesa dell'arrivo angloamericano da ovest.[160]

Le forze sovietiche, agli ordini dei marescialli Žukov e Konev, erano imponenti e nettamente superiori a quelle nemiche, ma inizialmente venne impiegata male e confusamente. Le perdite, di fronte alle difese fortificate tedesche, furono altissime e lo sfondamento decisivo, ottenuto con la forza bruta di migliaia di carri armati impiegati in massa, fu ottenuto solo il 20 aprile.[161] Dopo queste difficoltà iniziali, la velocità dell'avanzata aumentò; in campo aperto le armate corazzate sovietiche superarono tutti gli ostacoli e manovrarono per accerchiare la capitale; il 25 aprile cominciò la battaglia di Berlino. Hitler, ormai rassegnato e deciso a terminare la sua vita e quella del Terzo Reich con un vero "Crepuscolo degli Dei" nibelungico,[162] decise di rimanere in città e di organizzare la difesa, contando su reparti raccogliticci di Waffen-SS straniere, resti di Panzer-Division disciolte e truppe del Volkssturm e della Hitlerjugend. La battaglia casa per casa fu durissima e sanguinosa, i sovietici avanzarono passo passo da tutte le direzioni lentamente e a costo di pesanti perdite. Dall'esterno, alcuni tentativi di soccorrere Berlino da parte delle modeste forze dei generali Wenck e Steiner fallirono; il cerchio di ferro sovietico era impenetrabile. Sempre il 25 aprile, l'Armata Rossa si congiungeva a Torgau sull'Elba con l'esercito americano arrivato sul fiume il 13 aprile.

La battaglia finale nel centro di Berlino terminò il 2 maggio con la resa della guarnigione. Hitler si era suicidato già il 30 aprile dopo aver sposato il 29 Eva Braun.[163] I sovietici avevano così concluso vittoriosamente, dopo grandi sacrifici, la "Grande Guerra Patriottica". Solo nell'ultima battaglia persero 135 000 uomini[45] mentre le perdite tedesche furono di 400 000 tra morti e feriti e 450 000 prigionieri.[45]

L'ultima manovra sovietica in Europa fu l'offensiva di Praga, insorta contro i tedeschi il 5 maggio, organizzata da Stalin anche per anticipare l'arrivo degli americani. Le colonne corazzate russe si diressero su Dresda, superandola e arrivando nella capitale cecoslovacca il 9 maggio.[96] Sul Baltico le forze sovietiche si erano già congiunte con le truppe inglesi provenienti dallo Schleswig-Holstein, dove si era rifugiato l'ultimo governo del Reich guidato, secondo le disposizioni testamentarie di Hitler, dall'ammiraglio Karl Dönitz.

La capitolazione tedesca a ovest venne firmata ufficialmente da Alfred Jodl il 7 maggio, a Reims, alla presenza del generale Eisenhower, Comandante supremo delle forze alleate. La notte dell'8 maggio, al quartier generale del maresciallo Žukov a Berlino, alla presenza dei rappresentanti alleati Carl Andrew Spaatz, Arthur Tedder e Jean de Lattre de Tassigny, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel firmò il documento di resa incondizionata della Germania. Per volontà di Stalin, volendo egli sottolineare il ruolo preponderante dell'Unione Sovietica nella vittoria, i rappresentanti del Reich dovettero ripetere davanti ai russi la resa già firmata il 7 maggio al quartier generale di Eisenhower a Reims.

Lotta senza speranza[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Iwo Jima e Battaglia di Okinawa.
Marines in azione nella sabbia vulcanica delle spiagge di Iwo Jima

All'inizio del 1945 era ormai chiaro che il Giappone aveva perso la guerra. Dopo aver completato l'occupazione di Leyte nel dicembre precedente, le forze di MacArthur nelle Filippine sbarcarono su Luzon il 9 gennaio e il 3 marzo seguente liberarono Manila dopo una sanguinosa lotta casa per casa che portò alla distruzione dell'80% degli edifici della città; dopo Varsavia, Manila fu la capitale degli Alleati che subì i maggiori danni durante il conflitto[164]. Gli Alleati erano all'offensiva anche sul fronte della Birmania, dove i reparti anglo-indiani del generale Slim valicarono il corso dell'Irrawaddy, l'ultimo grande ostacolo geografico sulla loro strada, il 14 gennaio; finché i combattimenti si erano sviluppati nella giungla i giapponesi avevano potuto compensare con il terreno impervio la loro inferiorità in fatto di mobilità e potenza di fuoco, ma quando gli scontri si spostarono nelle pianure della Birmania centrale gli Alleati poterono usare a pieno la loro superiorità in carri armati e supporto aereo ravvicinato: il nucleo delle forze nipponiche in Birmania finì annientato nel corso della battaglia di Meiktila e Mandalay entro la fine di marzo, e la campagna si concluse con la riconquista britannica di Rangoon (operazione Dracula) il 3 maggio[165].

Sul mare gli Alleati avevano ormai una superiorità schiacciante. In febbraio una grande flotta statunitense compì un'incursione aeronavale lungo le coste del Giappone stesso, la prima dal raid su Tokyo dell'aprile 1942; a testimonianza della superiorità industriale statunitense, delle 119 unità navali impegnate nel raid solo sei erano state in servizio nel periodo prebellico. Mentre portaerei e navi da battaglia battevano le città costiere giapponesi, la flotta di sommergibili della US Navy aveva imposto un sostanziale blocco alle importazioni navali nipponiche, in una sorta di vittoriosa riedizione della guerra sommergibilistica tedesca in Atlantico: complice anche l'insufficiente dispositivo di protezione al traffico mercantile allestito dalla Marina giapponese, i sommergibili statunitensi inflissero danni catastrofici affondando mercantili pari a circa 5,3 milioni di tonnellate di stazza lorda, facendo crollare le importazioni nipponiche dalle 48 milioni di tonnellate di merci del 1941 alle 7 milioni di tonnellate del 1945. A parte la gravissima mancanza di carburante e materie prime per l'industria, ciò si tradusse in una devastante penuria di generi alimentari per la popolazione, le cui razioni medie calarono al 16% della dose considerata il minimo vitale; nel 1945, almeno 7 milioni di civili giapponesi erano a forte rischio di morte per malnutrizione[166].

La portaerei Bunker Hill in fiamme dopo essere stata colpita da un kamikaze l'11 maggio 1945 davanti Okinawa

Non di meno, la resistenza dei reparti giapponesi raggiunse vette di fanatismo altissime. Il 19 febbraio i marines diedero l'assalto all'isola di Iwo Jima, onde farne una base avanzata per i raid di bombardieri sulle isole giapponesi: il generale Tadamichi Kuribayashi aveva trasformato l'isola in un enorme complesso di bunker e postazioni in caverna, e la lotta proseguì per oltre un mese al prezzo di 6.800 moti e 18.000 feriti per gli statunitensi; della guarnigione giapponese di 23.000 uomini non si contarono più di un migliaio di prigionieri di guerra. Ancora più devastanti furono gli scontri che seguirono lo sbarco statunitense sull'isola di Okinawa il 1º aprile seguente, primo passo per l'avanzata verso le isole stesse del Giappone: i 130.000 soldati della guarnigione giapponese resistettero fino al 22 giugno prima di essere quasi completamente annientati, infliggendo agli statunitensi più di 48.000 tra morti e feriti[167].

Già durante gli scontri aeronavali nelle Filippine nell'ottobre 1944, i giapponesi avevano costituito un reparto di piloti volontari da impiegare in missioni suicide: definiti come Kamikaze, questi piloti erano addestrati a schiantarsi deliberatamente contro le navi nemiche con aerei imbottiti di esplosivo, un buon sistema per compensare il carente addestramento delle ultime generazioni di piloti nipponici; la disperazione spinse i giapponesi a convertire alle tattiche kamikaze negli ultimi mesi di guerra interi squadroni, dotandoli anche di velivoli appositi (i Yokosuka MXY7) che non erano più che missili a pilotaggio umano. Superato lo shock iniziale, gli statunitensi furono ben presto in grado di contrastare questa tattica: negli scontri nelle acque di Okinawa l'aviazione nipponica perse quasi 7.000 aerei affondando solo 34 navi nemiche e danneggiandone irreparabilmente altre 25. La furia suicida contagiò anche la Marina, che il 7 aprile fece salpare con le ultime scorte di carburante disponibili l'unica grande unità rimasta operativa, la corazzata Yamato: la nave doveva incagliarsi deliberatamente al largo di Okinawa e lottare fino alla fine con i suoi cannoni, ma fu colata a picco a metà strada da ripetute incursioni aeree[168].

La capitolazione del Giappone[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, Guerra sovietico-giapponese (1945) e Resa del Giappone.

Era convinzione generale che solo un'invasione anfibia dello stesso Giappone avrebbe potuto mettere fine alla guerra in Asia. Gli strateghi alleati erano da tempo all'opera per stilare un piano in tal senso: sotto il nome in codice di operazione Downfall, prevedeva come prima mossa l'occupazione di parte dell'isola di Kyūshū per allestirvi basi aeree da cui appoggiare, in una seconda fase, lo sbarco nella regione di Kantō presso Tokyo. L'esperienza dei combattimento su Iwo Jima e Okinawa faceva agevolmente prevedere che i giapponesi avrebbero opposto una resistenza fanatica, e i pianificatori alleati stimarono in un milione e mezzo i morti tra i reparti impegnati nell'operazione; atterriti da una simile prospettiva, i comandi degli Alleati si misero alla ricerca di una strategia alternativa[169].

Il fungo atomico causato dall'esplosione della bomba Fat Man sopra Nagasaki

Nell'agosto 1939 una lettera a firma di Albert Einstein, indirizzata al presidente Roosevelt, aveva sollevato presso il governo statunitense il pericolo che la Germania nazista potesse impiegare le recenti scoperte scientifiche in materia di fissione nucleare per realizzare un ordigno dalla potenza distruttiva mai vista prima. Questa lettera fu l'atto di nascita del programma statunitense per la realizzazione di una bomba atomica: sotto il nome in codice di "Progetto Manhattan", il programma si avvalse della collaborazione di centinaia di scienziati statunitensi e britannici coordinati dal fisico Robert Oppenheimer. Il primo prototipo di una bomba atomica (The Gadget) venne testato con successo il 16 luglio 1945 nel poligono di Alamogordo nel Nuovo Messico, e il presidente Truman autorizzò immediatamente l'impiego della nuova arma contro il Giappone[170].

Il 6 agosto il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò una bomba all'uranio (Little Boy) sulla città giapponese di Hiroshima: tre quarti della città furono distrutti e 78.000 persone morirono all'istante. Tre giorni più tardi, il 9 agosto, il B-29 BOCKSCAR sganciò una bomba al plutonio (Fat Man) sulla città di Nagasaki: due quinti dell'abitato furono spazzati via e le vittime immediate furono 35.000, ma come a Hiroshima molte migliaia di persone perirono nei giorni seguenti a causa delle gravi ustioni e dell'avvelenamento da radiazioni. Le bombe atomiche non furono i soli colpi mortali inferti al Giappone: tenendo fede a un impegno assunto fin dal 1943, l'8 agosto l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e un milione e mezzo di soldati sovietici diedero il via all'invasione della Manciuria; benché i reparti giapponesi e mancesi schierati nella regione ammontassero a circa un milione di uomini, i sovietici possedevano una schiacciante superiorità quantitativa e qualitativa in fatto di carri armati, aerei e artiglieria, e travolsero rapidamente ogni resistenza. Gran parte della Manciuria cadde in mano sovietica entro il 19 agosto e, mentre alcune unità proseguivano l'avanzata in direzione della Corea settentrionale, operazioni anfibie portarono all'occupazione di Sachalin e delle isole Curili entro i primi di settembre[171].

La delegazione giapponese si presenta a bordo della Missouri per siglare l'atto di resa

Davanti a questi disastri, il governo giapponese non poté fare altro che capitolare. L'imperatore Hirohito non era mia stato un convinto sostenitore della guerra, ma aveva sempre preferito non intromettersi nelle decisioni del governo e lasciare fare ai suoi ultramilitaristi ministri; nel corso di una riunione nella notte tra il 9 e il 10 agosto, tuttavia, l'intervento di Hirohito fu determinante nel convincere il gabinetto imperiale ad accettare la richiesta alleata di una resa incondizionata. Un tentativo di colpo di stato promosso da ufficiali di basso grado che non volevano accettare la resa fu stroncato sul nascere dalla fedeltà all'imperatore dimostrata dai reparti, e il 15 agosto Hirohito in persona lesse alla radio l'annuncio dell'accettazione dei termini di resa formulati dagli Alleati. Il 28 agosto i primi reparti statunitensi fecero il loro ingresso incontrastati nella capitale nipponica e il 2 settembre seguente, a bordo della corazzata USS Missouri ancorata nella Baia di Tokyo, il generale MacArthur presiedette alla cerimonia della firma dell'atto di capitolazione del Giappone, ponendo formalmente fine alla guerra mondiale[172].

I bombardamenti strategici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bombardamenti strategici durante la seconda guerra mondiale.

La Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Un fenomeno fondamentale per le sorti del conflitto fu quello delle resistenze che, composte da combattenti di differenti schieramenti politici, miravano a sconfiggere il nemico nazifascista e ad aiutare gli alleati. Esempi importanti di resistenze furono la Resistenza italiana, la Resistenza francese, la Resistenza olandese, ma furono presenti anche quella belga, quella polacca e seppure in maniera minore quella tedesca. Nessuna di queste raggiunse mai la forza militare di un vero esercito come avvenne in Jugoslavia.

Teatro balcanico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Fronte jugoslavo (1941-1945).
7 novembre 1942: Josip Broz Tito passa in rivista a Bosanski Petrovac i partigiani della 1ª Brigata proletaria

La rapida e schiacciante vittoria delle potenze dell'Asse nei Balcani non segnò la fine della guerra in questo teatro operativo; al contrario già a partire dal giugno 1941 iniziò un movimento insurrezionale in Jugoslavia che mise subito in difficoltà gli occupanti; i tedeschi dopo la vittoria avevano lasciato solo poche forze in Serbia e contavano soprattutto nella collaborazione di formazioni locali di filo-nazisti, mentre il grosso delle truppe occupanti era fornito dagli italiani, che schierarono oltre 30 divisioni nei Balcani. L'insurrezione ebbe inizio in Serbia e Montenegro e nella prima fase fu condotta insieme dai partigiani comunisti di Josip Broz Tito e dai cetnici nazionalisti di Draža Mihailović; la resistenza ottenne alcuni successi iniziali e costituì "zone libere" in Serbia e nei territorio dello Stato Indipendente di Croazia, mentre la rivolta in Montenegro causò pesanti perdite agli italiani che rischiarono di essere costretti alla ritirata. Con l'afflusso di rinforzi, entro il 1941 gli italo-tedeschi ripresero il controllo della situazione in Serbia e Montenegro e inflissero pesanti perdite agli insorti che dovette disperdersi o fuggire.

Partigiani jugoslavi in marcia durante la battaglia della Sutjeska

Da quel momento i partigiani jugoslavi di Tito continuarono la lotta contro l'occupante con la massima determinazione, riaccendendo la guerriglia in Montenegro, Sangiaccato, Bosnia, Dalmazia, Slovenia e Croazia, mentre Mihailović, che godeva dell'appoggio del governo jugoslavo in esilio a Londra, decise di rompere con i comunisti e sospendere gli attacchi contro gli occupanti. Si sviluppò quindi in Jugoslavia una sanguinosa guerra civile tra partigiani e cetnici; questi ultimi ben presto entrarono in collaborazione con gli italiani di cui divennero utili ausiliari contro la resistenza.

Nonostante una serie di offensive italo-tedesche, all'inizio del 1942 i partigiani rimasero attivi e potenziarono le loro forze costituendo brigate e divisioni mobili. Tito, alla fine del 1942, organizzò una nuova "zona libera" in Bosnia centrale e costituì un vero esercito partigiano, l'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia. All'inizio del 1943, Hitler decise di concentrare nuove forze nei Balcani per distruggere definitivamente la resistenza nel timore di uno sbarco anglo-americano; vennero quindi sferrate a febbraio e maggio due grandi offensive con truppe tedesche, italiane, croate e cetniche. I partigiani furono in grado di resistere; la battaglia della Neretva si concluse con la pesante sconfitta di italiani e cetnici e con l'avanzata partigiana in Erzegovina e Montenegro, mentre nella battaglia della Sutjeska i partigiani di Tito, nonostante le fortissime perdite, sfuggirono all'accerchiamento e conclusero la ritirata tornando in Bosnia orientale. Da questo momento la resistenza partigiana si rafforzò; i britannici decisero di abbandonare i cetnici di Mihailović, dei quali era sempre più evidente la collaborazione con il nemico, e di aiutare i partigiani; anche l'Unione Sovietica iniziò a sua volta a sostenere materialmente le forze di Tito. Inoltre, dopo l'8 settembre 1943 e l'armistizio dell'Italia, i partigiani jugoslavi poterono impadronirsi di una parte delle armi, liberarono molti territori e accorparono nelle loro fila numerosi volontari italiani.

I partigiani jugoslavi del III Korpus entrano a Sarajevo il 6 aprile 1945

I tedeschi reagirono brutalmente alla defezione e inviarono nuove forze con le quali, entro la fine del 1943, riconquistarono gran parte dei territori, inflissero pesanti perdite ai partigiani jugoslavi e stabilizzarono temporaneamente la situazione. Nel 1944, la guerra ebbe una svolta anche nei Balcani; le ultime offensive tedesche per distruggere la resistenza e catturare o uccidere Tito fallirono e i partigiani guadagnarono terreno in Montenegro, Bosnia e Sangiaccato; nell'estate 1944, entrarono in Serbia in cooperazione con l'avanzata da est dell'Armata Rossa. I cetnici di Mihailović e i collaborazionisti di Milan Nedić furono sbaragliati, mentre i tedeschi iniziavano la ritirata strategica delle loro forze in Grecia e cercavano di difendere le loro posizioni in Jugoslavia. A ottobre, iniziò l'offensiva di Belgrado che fu vinta dai partigiani di Tito e dalle forze meccanizzate sovietiche; i tedeschi evacuarono Dalmazia, Montenegro e Serbia ma costituirono un fronte stabile sullo Srem, in Bosnia e Erzegovina, che fermò l'avanzata partigiana per tutto l'inverno 1944-45. L'esercito titino era ormai divenuto, grazie all'aiuto britannico e sovietico, un vero esercito regolare con 800 000 combattenti uomini e donne, organizzati in quattro armate e circa 50 divisioni, con forze pesanti meccanizzate e squadriglie aeree. Nella primavera 1945, questo esercito fu in grado di partecipare autonomamente all'offensiva finale alleata contro le ultime posizioni tedesche. Sarajevo venne liberata il 6 aprile, mentre il fronte dello Srem venne sfondato il 12 aprile e le divisioni partigiane entrarono a Zagabria il 9 maggio; fin dal 2 maggio 1945 altre forze mobili partigiane avevano raggiunto Trieste in anticipo sugli Alleati occidentali. Nella città ebbe subito inizio la repressione contro gli italiani ritenuti ostili al potere comunista e si accese il contrasto con le truppe britanniche. La guerra in Jugoslavia terminò solo il 15 maggio 1945, con la vittoria totale dei partigiani di Tito che arrivarono fino all'Austria meridionale; i residui gruppi avversari, cetnici, ustaša e nazionalisti sloveni, furono sommariamente eliminati nelle battaglie finali o nelle successive, brutali, repressioni.

La Resistenza francese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Resistenza francese.

Esattamente come quella italiana, la Resistenza francese fu il movimento armato clandestino che combatté contro l'occupazione militare della Francia da parte della Wehrmacht e contro il governo di Vichy, dopo la resa dell'Alto comando di Francia nel 1940. I gruppi della Resistenza comprendevano uomini armati, chiamati solitamente maquisards, editori di giornali e cinegiornali clandestini e spie al servizio degli Alleati. La Resistenza francese cooperò con i servizi segreti alleati (Office of Strategic Services e Special Operations Executive), specialmente nel fornire informazioni sul Vallo Atlantico e coordinare i sabotaggi e altre azioni utili a contribuire il successo dello sbarco in Normandia e delle successive operazioni.

La Resistenza italiana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Resistenza italiana.

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani e anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito i primi governi del dopoguerra.

Il periodo storico in cui il movimento fu attivo inizia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, con la formazione del CLN a Roma il 9 settembre, e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell'Alta Italia. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, questi ultimi collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.

La Resistenza italiana giocò un ruolo importante per l'esito della guerra in Italia e, a costo di grandi sacrifici umani, cooperò attivamente ad indebolire le forze nazifasciste, a minarne il morale ed a renderne precarie le retrovie, impegnando notevole parte delle unità militari o paramilitari del nemico. Anche le fonti tedesche documentano che le forze partigiane furono causa di problemi e difficoltà militari per i comandi e le truppe della Wehrmacht. Secondo il Center for the Study of Intelligence della Central Intelligence Agency, i partigiani italiani "tennero sette divisioni tedesche occupate lontano dal fronte [con gli Alleati]" e, con l'insurrezione finale dell'aprile 1945, "ottennero la resa di due divisioni tedesche, che portò direttamente al collasso delle forze della Germania entro ed attorno Genova, Torino e Milano".

Crimini di guerra e contro l'umanità[modifica | modifica wikitesto]

L'Olocausto e il Porajmos[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Olocausto e Porajmos.

Crimini di guerra delle Potenze dell'Asse[modifica | modifica wikitesto]


Crimini di guerra degli Alleati[modifica | modifica wikitesto]


Conseguenze della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Conseguenze della seconda guerra mondiale e Modifiche territoriali causate dalla seconda guerra mondiale.
I tre grandi a Jalta: Churchill, Roosevelt e Stalin

L'Italia dovette cedere alla Jugoslavia Fiume, il territorio di Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, gran parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano, l'alta valle dell'Isonzo e alla Francia territori nell'area alpina.[173]

L'Unione Sovietica, che ebbe un ruolo preponderante nella vittoria finale, invece, ottenne cospicui guadagni territoriali, ritenuti indispensabili da Stalin per costituire un nuovo bastione difensivo contro possibili nuove aggressioni, con l'accordo di Churchill e Roosevelt.

Nel dettaglio, Stalin ottenne dalla Germania gran parte della Prussia orientale, dalla Finlandia circa un decimo del suo territorio, tra cui la Carelia, Petsamo e lo sbocco sull'Artico, il raggiungimento della Linea Curzon sul confine orientale polacco, con l'aggiunta di Lvov, che la Polonia compensò a ovest, sul confine tra la Germania e la Polonia; gli Stati baltici persero l'indipendenza; la Romania, che aveva partecipato in forze all'Operazione Barbarossa nel 1941, perse la regione moldava a est del Prut e la Bucovina settentrionale; la Cecoslovacchia perse la sua regione orientale.

La Bulgaria, alleata della Germania nelle operazioni militari nei Balcani, ma che si astenne dalla partecipazione all'aggressione all'Unione Sovietica, ottenne dalla Romania la Dobrugia meridionale. A differenza di quanto era avvenuto dopo il primo conflitto mondiale, si ebbero nel secondo dopoguerra spostamenti di milioni di persone che abbandonarono i territori ceduti, o che ripopolarono quelli acquisiti. Un piano creato dal segretario di stato statunitense George Marshall, il Piano di Recupero Economico, meglio noto come piano Marshall, ottenne dal Congresso degli Stati Uniti l'assegnazione di miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Europa. Alla porzione di Europa occupata o dominata dall'Unione Sovietica, Finlandia inclusa, non fu consentito di beneficiare del Piano Marshall.[174]

La Società delle Nazioni che aveva chiaramente fallito nel prevenire la guerra, fu abolita e al suo posto venne costruita, nel 1945, l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel Trattato di Pace di Parigi, a Ungheria, Finlandia e Romania venne richiesto di pagare un'indennità di guerra per 300 000 000 di dollari ciascuna (valuta del 1938), all'Unione Sovietica. All'Italia ne furono chiesti 360 000 000, destinati principalmente a Grecia, Jugoslavia e Unione Sovietica.

Nelle aree occupate dall'Unione Sovietica, vennero installati progressivamente regimi comunisti filo-sovietici, anche se Ungheria e Cecoslovacchia furono inizialmente escluse dal processo, nonostante le obiezioni degli altri alleati e dei governi in esilio. La Germania venne divisa in due stati, con la parte orientale che divenne uno Stato comunista. Per usare le parole di Churchill, "una cortina di ferro è calata attraverso l'Europa". Per impedire il propagarsi dell'ideologia comunista nell'Europa occidentale gli Stati Uniti si impegnarono direttamente e fu fondata la NATO in contrapposizione al patto di Varsavia legato all'Unione Sovietica. La fase di tensione che ne derivò negli anni successivi è ricordata come "guerra fredda".

Il rimpatrio, conformemente ai termini della Conferenza di Jalta, di due milioni di soldati russi prigionieri dei tedeschi, che erano stati liberati dalle forze armate britanniche e americane in avanzata da ovest, risultò per molti di loro in una condanna alla deportazione o alla morte nei vari campi di rieducazione e lavoro. Stalin, e anche molti cittadini sovietici, vedevano questi sventurati, prevalentemente caduti in mano tedesca durante il primo anno di guerra a causa degli errori dei vertici militari, quasi come dei disertori o elementi infidi passati al nemico; comunque meritevoli di punizione per non aver combattuto fino alla morte contro l'invasore.

L'imponente azione di ricerca e sviluppo che caratterizzò nel Progetto Manhattan, finalizzata all'ottenimento in tempi rapidi di un'arma nucleare funzionante, ebbe un profondo effetto sulla comunità scientifica, sia dal punto di vista puramente tecnico, sia dal punto di vista filosofico e morale. Nella sfera militare, sembrò che la seconda guerra mondiale avesse marcato l'avvento dell'era della potenza aerea, principalmente a spese delle navi da guerra.

Dopo la guerra, molti alti esponenti della Germania nazista vennero processati per crimini di guerra, così come per gli omicidi di massa dell'olocausto, al processo di Norimberga. Similarmente, i capi giapponesi vennero giudicati nel processo per crimini di guerra di Tokyo. In altre nazioni, ad esempio in Finlandia, gli Alleati chiesero che la leadership politica venisse giudicata in un "processo per le responsabilità di guerra", ovvero non per crimini di guerra. Una delle poche eccezioni è rappresentata dall'Italia, dove non si arriverà mai a un processo contro i criminali di guerra.

La sconfitta del Giappone, e la sua occupazione da parte delle forze americane, portò a un'"occidentalizzazione" del paese. Il Giappone si avvicinò di più alla democrazia di stampo occidentale. Questo grande sforzo portò il Giappone del dopoguerra al miracolo economico e a diventare la seconda economia mondiale. Anche la Germania Ovest e l'Italia, pur uscendo sconfitte dalla seconda guerra mondiale, riuscirono a risollevarsi nel dopoguerra, tornando a essere potenze economiche e politiche nella nuova Europa.

Tecnologia e logistica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Tecnologia e logistica nella seconda guerra mondiale.

Tecnologia e logistica svolsero un ruolo decisivo per lo svolgimento e gli esiti della seconda guerra mondiale. Anche in questi settori, per la prima volta, fu guerra totale. Se, infatti, durante la Grande Guerra comparvero già molte innovazioni, spesso a livello di prototipo, fu solo nel secondo conflitto che esse acquistarono un'importanza cruciale. Ricordiamo, tra le altre, l'aeronautica militare, con l'arma micidiale del bombardamento aereo, i carri armati, i sottomarini, la crittografia, e, infine, la bomba atomica.

Anche le strutture economico-logistiche ebbero un ruolo fondamentale, insieme con le dinamiche demografiche (la consistenza delle forze armate, a fronte dei milioni di morti). Sicuramente tra le ragioni che decretarono l'esito del conflitto fu fondamentale il fatto che gli Alleati ebbero a disposizione molte più risorse produttive rispetto all'Asse, e furono in grado di utilizzarle efficacemente a sostegno dello sforzo bellico. Gli Stati Uniti ebbero un ruolo-chiave in questa dinamica economica e tecnologica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  2. ^ Willmott et al. 2005, pp. 22-23.
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  5. ^ S.J. Zaloga, Poland 1939, Osprey publ, 2002. Altre fonti (rivista Eserciti nella storia) riportano cifre più alte: 1,8 milioni di soldati sovietici e oltre 6 000 carri armati.
  6. ^ The Times, Atlas of the Second World War, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1989.
  7. ^ Il Primo ministro francese trasmise anche un messaggio radiofonico in cui, con «tono sprezzante», esprimeva il suo diniego sui propositi di pace provenienti da Hitler e furono parimenti respinte dai due Primi ministri, il mese successivo, le offerte di mediazione di Guglielmina dei Paesi Bassi, di re Leopoldo del Belgio e di re Carlo di Romania. Vedi Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 28.
  8. ^ Nei vari paesi il termine ebbe diverse allocuzioni e significati: in tedesco Sitzkrieg, "guerra seduta", in francese drôle de guerre, "guerra buffa", in polacco dziwna wojna, "guerra strana", in inglese bore war, "guerra noiosa", ed in italiano "guerra fittizia", termine coniato da Benito Mussolini; lo storico William Shirer, il 9 ottobre 1939, percorse in treno la ferrovia che costeggiava la riva orientale del Reno e commentò: «vedo i tedeschi issare sulla linea ferroviaria cannoni e provviste senza che i francesi li disturbino; che buffa guerra!». Vedi Biagi 1995, p. 146.
  9. ^ L'aereo tedesco fu costretto ad un atterraggio di fortuna nei pressi di Mechelen; i due ufficiali a bordo, il maggiore Reinberger ed il maggiore Hoenmans, stavano trasportando gli ordini destinati al comando del gruppo d'armate B relativi al piano d'attacco in occidente. Vedi Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 40.
  10. ^ La corazzata Nelson fu gravemente danneggiata da una di queste mine prima che i britannici trovassero il modo di neutralizzarle, smagnetizzando lo scafo per mezzo di un cavo elettrico chiamato degaussing. Vedi Peillard 1992, p. 47.
  11. ^ La prima strage in assoluto della guerra fu ad opera della Luftwaffe, la mattina del 1º settembre 1939: i bombardieri tedeschi colpirono la città di Wieluń, causando 1200 morti. Fonte: Rivista Eserciti nella Storia, nº 22 marzo-aprile 2004, Delta Editrice, Parma.
  12. ^ Riguardo l'accaduto, il comandante dell'U-30 si giustificò, con i suoi superiori, sostenendo che aveva scambiato il transatlantico per un incrociatore mercantile armato; in quanto il transatlantico stava navigando di notte con tutte le luci spente e a zig-zag (andatura tipica delle navi da guerra in navigazione notturna, per evitare la caccia dei sommergibili nemici). Hitler impose che l'incidente rimanesse segreto, per motivi politici. I britannici, invece, sostennero sempre che l'Athenia fu probabilmente attaccato da un sommergibile tedesco e che l'attacco era presumibilmente intenzionale, basandosi sull'esperienza della prima guerra mondiale, durante la quale i sommergibili tedeschi erano soliti attaccare le navi passeggeri che sospettavano trasportassero truppe nemiche. Nel 1946, al processo di Norimberga, gli alti comandanti della Kriegsmarine dichiararono che l'affondamento del transatlantico era stato effettivamente opera dell'U-30, ma che era avvenuto senza alcuna intenzionalità, per un errore di identificazione della nave passeggeri. Fonte: Enciclopedia Il Terzo Reich.
  13. ^ La Norvegia protestò presso il governo britannico per la violazione delle sue acque territoriali, ma Londra rispose lamentando l'atteggiamento miope del governo norvegese; il Führer invece accusò apertamente il paese scandinavo di connivenza con gli inglesi, a dispetto dei loro propositi di neutralità, e decise definitivamente di dare il via all'Operazione Weserübung, l'attacco alla Norvegia passando attraverso l'occupazione della Danimarca. Le direttive del piano furono preparate il 19 febbraio e completate ai primi di marzo. Vedi Biagi 1995, p. 178.
  14. ^ Il 29 aprile, il governo norvegese venne trasferito a Tromsø e, dopo che gli Alleati occuparono Narvik, giunse l'ordine di reimbarco che venne completato durante la prima settimana di giugno. Vedi Biagi 1995, p. 47.
  15. ^ Dal 5 maggio, re Haakon VII di Norvegia aveva abbandonato il paese per costituire a Londra un governo in esilio. Vedi Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 48.
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  24. ^ Nel dopoguerra divenne famosa la frase che l'ambasciatore francese André François-Poncet avrebbe pronunciato quando il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano gli consegnò la dichiarazione di guerra. Nelle memorie dell'ambasciatore si legge: «E così, avete aspettato di vederci in ginocchio, per accoltellarci alle spalle», mentre nel diario di Ciano: «È un colpo di pugnale ad un uomo in terra. Vi ringrazio comunque di usare un guanto di velluto».
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  41. ^ Sarà lo stesso Stalin, nel giugno del 1945, a rompere il patto, attaccando un Giappone ormai allo stremo, secondo gli accordi stabiliti con Roosevelt a Teheran e a Jalta.
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  46. ^ Secondo alcuni autori, già questa battaglia di Smolensk, con il ritardo che impose ai piani tedeschi, segnò un momento decisivo per gli esiti futuri dell'operazione Barbarossa; vedere Hillgruber 1991.
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  104. ^ Erickson 1983.
  105. ^ Sulle perdite effettive di carri armati delle due parti da molti anni non c'è accordo; per i dati più recenti, che limitano molto le perdite di carri tedesche 'definitive' (circa 350 mezzi in confronto con i 1 600 carri perduti dai sovietici) vedere D. Glantz e J. House, The battle of Kursk, 1999.
  106. ^ a b Bauer 1971, vol. 5.
  107. ^ La fonte principale è Erickson 1983; utili anche Carell, Terra bruciata; Ziemke 1971, Boffa 1979.
  108. ^ Sul numero reale dei prigionieri è sorta una complessa diatriba; i dettagli in Liddel Hart 1993.
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