Scisma di Montaner

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Con l'espressione scisma di Montaner si intende la vicenda che portò la quasi totalità degli abitanti di Montaner, frazione del comune di Sarmede, in provincia di Treviso, ad abiurare il cattolicesimo per abbracciare la religione ortodossa a causa di alcune gravi divergenze con l'allora vescovo di Vittorio Veneto Albino Luciani.

La morte del parroco[modifica | modifica sorgente]

La chiesa cattolica di San Pancrazio a Montaner
Albino Luciani vescovo di Vittorio Veneto

All'origine dei fatti sta la morte del parroco di Montaner, don Giuseppe Faè, deceduto il 13 dicembre 1966. Il sacerdote, in paese sin dal 1927, si era distinto per le sue opere antifasciste che lo avevano portato a fondare le brigate partigiane "Vittorio Veneto". Amatissimo dalla popolazione, era da molti considerato un santo e numerosi furono gli aneddoti che circolavano sui suoi presunti poteri taumaturgici e miracolosi.

Tra i parrocchiani appariva scontato che la successione dovesse andare al cappellano don Antonio Botteon, il quale aveva assistito don Faè negli ultimi tre anni di sacerdozio. Tuttavia, grande fu la delusione quando Albino Luciani, all'epoca vescovo di Vittorio Veneto, ricordando che non è il popolo a eleggere i parroci, nominò don Giovanni Gava, il cui insediamento sarebbe dovuto avvenire il 22 gennaio 1967.

Rifiutando la scelta del vescovo, in paese si costituì un comitato che proponeva di far rimanere il cappellano Botteon o come nuovo parroco, o come viceparroco. La risposta del vescovo Luciani fu negativa: non solo, come già detto, secondo il canone 523 del codice di diritto canonico non è contemplata l'elezione del parroco da parte dei parrocchiani, ma il cappellano Botteon era troppo giovane per amministrare da solo una parrocchia; inoltre non si riteneva necessario un viceparroco per un paese così piccolo.

Montaner si divise allora fra una minoranza che non riteneva giusto ribellarsi al vescovo e i sostenitori del cappellano Botteon come nuovo parroco; i primi vennero soprannominati "topi di sacrestia", contrapposti agli altri, i "gatti"[senza fonte]. Tra le due fazioni scoppiò un vero e proprio odio sfociato talvolta in atti di violenza.

La tensione salì alla vigilia dell'insediamento di don Gava. Il 21 gennaio, giorno del suo insediamento, trovò le porte e le finestre della chiesa murate, mentre la popolazione impediva all'autocarro di scaricare i suoi effetti personali. Nei giorni seguenti il paese venne addirittura presidiato dai carabinieri, anche per la notizia che a Montaner fossero state trovate delle armi (fatto non smentito dalla popolazione visto che molti in casa avevano pistole e fucili dal tempo della seconda guerra mondiale).

Il 9 febbraio 1967 una delegazione di montaneresi partì per Roma con la speranza, rimasta vana, di un colloquio con Paolo VI.

Il vescovo Luciani, cercando un compromesso, mandò al paese un frate con l'incarico di parroco temporaneo per sei mesi, allo scadere dei quali, fra una rosa di nomi forniti dalla curia, i montaneresi avrebbero dovuto scegliere il loro parroco stabile. Il 19 marzo 1967 arrivò padre Casimiro, un frate di Monselice. A nulla valsero i suoi sforzi di riappacificazione: allo scadere dei sei mesi non era ancora stato scelto un sacerdote e il vescovo nominò nuovo parroco don Pietro Varnier.

Quando don Pietro Varnier arrivò, la mattina del 12 settembre 1967, tutto il paese si riversò in piazza. Viste le finestre della canonica aperte, la popolazione inferocita si precipitò nella casa del parroco e lo rinchiuse in soffitta. Solo in seguito gli fu permesso di telefonare al vescovo per informarlo della situazione. Nel pomeriggio dello stesso giorno arrivò a Montaner il vescovo Luciani in persona, preceduto dal vicequestore di Treviso, alcuni commissari, poliziotti e un autobus di carabinieri. Per punire la disobbedienza di quei parrocchiani Luciani entrò in chiesa, prelevò le ostie consacrate dal tabernacolo e andò via, lanciando l'interdizione canonica contro la parrocchia: da quel momento in poi nessun sacerdote vi avrebbe più potuto celebrare funzioni o amministrare i sacramenti, pena la sospensione.

Lo scisma[modifica | modifica sorgente]

La chiesa ortodossa di Montaner

La popolazione, non rassegnata, compì allora un vero e proprio scisma costituendo in paese una comunità ortodossa. Già dalla fine del gennaio 1967 alcuni rappresentanti di altre confessioni religiose avevano iniziato a interessarsi alla vicenda. Parlarono con la gente e si informarono circa la situazione, ma la possibilità di una conversione dell'intero paese non fu presa in considerazione seriamente.

La sera del 26 dicembre 1967 venne celebrata a Montaner la prima messa secondo il rito bizantino.

La comunità ortodossa proveniva da Montalto Dora, vicino Torino. Il sacerdote si chiamava padre Claudio Vettorazzo e si stabilì definitivamente a Montaner nel giugno del 1969.

Successivamente venne edificata la chiesa ortodossa e consacrata il 7 settembre 1969 da Antonio Bloom, esarca per il patriarcato di Mosca.

Tuttavia la nuova comunità dovette affrontare numerose difficoltà, soprattutto perché l'adesione all'ortodossia fu dettata più dal risentimento nei confronti del vescovo che da un autentico sentimento di fede. A questo si aggiungevano le problematiche guide spirituali: padre Claudio Vettorazzo aveva avuto una vita religiosa piuttosto tormentata, dovette affrontare dei processi per truffa e altri reati e fu cacciato dal suo successore padre Fanurio Vivan con l'accusa di aver intestato a se stesso tutti i beni della comunità. Dal canto suo, padre Fanurio fu poi arrestato nel 1994 per possesso e traffico di stupefacenti; l'indagine rivelò anche come organizzasse orge omosessuali[1]. La chiesa di Montaner passò quindi un periodo di profonda confusione, riscontrabile anche nell'adesione ai vari riti liturgici: per un periodo seguì quello russo, poi quello polacco, poi ancora quello assiro di tipo nestoriano. Per questo motivo, gran parte della popolazione tornò cattolica o smise di praticare.

Solo dal 1998, grazie all'attività di alcuni fedeli, la comunità ha finalmente assunto una maggiore consapevolezza religiosa. Da allora segue definitivamente il rito bizantino.

Attualmente la chiesa, non più parrocchiale, è parte integrante di un monastero femminile fondato nel 2000, posto sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli; è frequentata, oltre che dai cristiani di Montaner rimasti legati al rito ortodosso, da un numero crescente di immigrati ortodossi provenienti dall'Europa orientale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Claudio Pasqualetto, Sesso e droga in casa del " vescovo " in Corriere della Sera, 5 agosto 1994. URL consultato il 26-03-2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Valentina Ciciliot, Il caso Montaner. Un conflitto politico tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa, Venezia - Ca' Foscari, 2004.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]