Scettico blues

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Scettico Blues
ArtistaAntonio Etti
Gino Franzi
Anna Fougez
Autore/iDino Rulli (musica)
Tommaso De Filippis (testo)
GenereBlues
Edito daFratelli Franchi, Roma
Data1919
EtichettaCasa della Canzone

«Cosa m'importa se il mondo mi rese glacial,
se di ogni cosa nel fondo non trovo che il mal;
quando il mio primo amore
mi sconvolse la vita
senza lusinghe pel mondo ramingo io vo
e me ne rido beffando il destino così.»

Scettico blues, noto anche come Scettico blu[1], è un brano musicale composto dal musicista Dino Rulli su un testo di Tommaso De Filippis nel 1919.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Canzone 'ballabile' divenuta tanto famosa e nota per contenuto e 'immagini' evocate, da essere ormai considerata un prezioso documento degli anni Venti, la descrizione di un fenomeno di costume, di una filosofia di vita, un manifesto degli spettacoli di varietà del Tabarin.

L'identificazione canzone/personaggio descritto è talmente radicata che lo stesso titolo, italianizzato in Scettico Blu dalla censura fascista[1], diventerà un modo di dire corrente negli anni seguenti.[2]

Lanciata dal tenore Antonio Etti nel 1919,[2] la canzone diventa conosciuta nel 1920 grazie all'attore e "fine dicitore" Gino Franzi.[1]

Ispirazione e contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il protagonista è l'immagine, diventata proverbiale, dello scettico per eccellenza: dubbio, incredulità, insensibilità e distacco lo rendono impassibile e freddo di fronte a circostanze e persone; di conseguenza mitico e inarrivabile. Un primo e unico amore ha sconvolto la sua esistenza, ha trasformato l'uomo in un essere notturno, un viveur, che sotto un costruito aspetto signorile e impeccabile, si beffa di un destino crudele e, nauseato, sfoga tutto il suo cinico pessimismo contro l'amore vero e le ambiguità della società.[2][1]

Anche l'evoluzione del genere musicale fa la sua parte: la canzone esaspera il languido foxtrot dell'epoca proiettandolo verso sonorità blues che verranno, mentre il testo raggiunge livelli di spregiudicatezza non ancora proposti o ascoltati.[2]

Il tutto avrà un successo clamoroso, facendo leva sui pensieri pruriginosi e le smanie peccaminose di quel ceto medio di provincia che, nell'immediato dopoguerra, sogna, per distinguersi culturalmente e socialmente, vizio, alcool, fumo e droga attraverso gli spettacoli del tabarin.[2]

Sarà proprio Franzi, seguito da Anna Fougez, a incarnare questo prototipo dannunziano tra l'erotico e il dissoluto, presentandosi in scena vestito come Guido da Verona: ghette, calzoni a righe, cravatta con la gobba, polsini a vista, monocolo, bastone di malacca e guanti gialli.[2]

Interpreti e incisioni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo dieci anni di incontrastato dominio nel costume di un'epoca, sarà rivisitata ancora dai cabarettisti degli anni '50 e '60, che ne faranno interpretazioni dal dissacratorio al grottesco, dal serio all'esilarante in centinaia di incisioni.

Fra questi:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Paola Campi, FRANZI, Giovanni Pietro, detto Gino, in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 50, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1998. URL consultato il 23 febbraio 2018.
  2. ^ a b c d e f g Dizionario CurcioLe Canzoni, op. citata, Scettico Blues, p.382-383.
  3. ^ Salviati, 78 giri del 1956, su ildiscobolo.net, Associazione culturale "Museo Virtuale del Disco e dello Spettacolo", Sanremo. URL consultato il 23 febbraio 2018.
  4. ^ Pericoli, 33 giri del 1961, su ildiscobolo.net, Associazione culturale "Museo Virtuale del Disco e dello Spettacolo", Sanremo. URL consultato il 23 febbraio 2018.
  5. ^ (EN) Virgili, 45 giri, su Discogs, Zink Media. URL consultato il 22 febbraio 2018.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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