Vai al contenuto

Basilica della Santissima Annunziata

Coordinate: 43°46′36.84″N 11°15′40.61″E
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Santissima Annunziata (Firenze))
Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Basilica della Santissima Annunziata (disambigua).
Basilica della Santissima Annunziata
Esterno
StatoItalia (bandiera) Italia
RegioneToscana
LocalitàFirenze
Coordinate43°46′36.84″N 11°15′40.61″E
Religionecattolica di rito romano
Arcidiocesi Firenze
FondatoreServi di Maria
ArchitettoMichelozzo
Stile architettonicorinascimentale, barocco
Completamento1857
Sito webannunziata.xoom.it/
Pianta del complesso dell'Annunziata

La basilica della Santissima Annunziata è il principale santuario mariano di Firenze, casa madre dell'ordine dei Servi di Maria. La chiesa è collocata nell'omonima piazza nella parte nord-est del centro cittadino, vicino allo Spedale degli Innocenti ed è stata per secoli al centro della vita religiosa - e non solo - della città (per esempio il 25 marzo, in occasione del Capodanno toscano).

Esisteva in questa zona, tradizionalmente dal 1081, un oratorio fondato ai tempi di Matilde di Canossa come ex-voto per la fine dell'assedio di Enrico IV e dedicato alla Madonna. Nel 1233 era pressoché abbandonato, e fu chiesto al vescovo Ardingus da sette giovani fiorentini che avevano avuto una doppia visione della Vergine piangente per le continue discordie cittadine, il 15 agosto e l'8 settembre di quell'anno. Con la dedica a Maria Addolorata, fondarono una compagnia, ritirandosi in penitenza e in preghiera su un monte ai limiti del Mugello detto "Asinario", oggi contratto in Montesenario, a 18 km a nord della città. La strada per tale romitorio passava proprio fuori dalla Porta di Balla che affacciava sull'attuale via de' Servi, e l'oratorio sul sito della futura basilica era particolarmente conveniente nei loro spostamenti.

L'affresco miracoloso

Nel 1250 la compagnia, che intanto era stata rititolata popolarmente come dei Servi di Maria, pose la prima pietra per la costruzione di una più grande basilica. Questa prima chiesa, e il convento annesso, furono detti di Santa Maria dei Servi di Cafaggio, dai nomi dell'Ordine religioso e del luogo dove venne edificata, situato fuori delle mura di Firenze e della Porta di Balla. La prima notizia sicura sulla sua costruzione è un atto notarile del 17 marzo 1250 con il quale il vescovo di Siena Bonfiglio - la sede di Firenze era allora vacante - concesse ai frati di edificare una chiesa presso le mura, consegnando anche la prima pietra. La prima pietra fu evidentemente posta il 25 marzo 1250, festività dell'Annunciazione che in quell'anno cadeva il Venerdì Santo. L'anno dopo la chiesa era terminata almeno nelle strutture principali.

Nel 1252, secondo una leggenda, i Servi di Maria vollero far dipingere l'affresco dell'Annunciazione, da un pittore chiamato Bartolomeo, che mise tutta la sua perizia per rappresentare degnamente la scena. Ma nonostante diversi tentativi, fu preso da sfiducia perché non riusciva a dipingere il volto della Vergine. Cadde così in una strana sonnolenza e al risveglio, per miracolo, il volto apparve già dipinto, completato da un angelo. L'affresco che nei tempi successivi darà il nome alla chiesa, tuttora conservato nella cappella dell'Annunziata, divenne presto oggetto di grande venerazione e di profonda devozione da parte dei fiorentini. Infatti nel 1255 il Comune di Firenze fece tracciare una strada, l'odierna via dei Servi, che dalla Porta di Balla conduceva a Santa Maria dei Servi, mentre i frati comperavano il terreno per creare la piazza (1299, grazie alla donazione da parte del Comune di 400 fiorini d'oro). Nel secolo successivo la chiesa e il convento vennero inclusi nella cinta muraria trecentesca.

La basilica nel Codice Rustici (datato tra il 1425 e il 1450)

Intorno al 1280 la chiesa doveva avere una pianta rettangolare, facciata a capanna volta a meridione e una piccola abside circolare. Verso la fine del secolo fu rifatto il pavimento e gli stalli del coro vennero intagliati dal maestro Guglielmo di Calabria. Altri maestri che lavorarono a Santa Maria dei Servi in questo periodo furono Datuccio dal Palagio, Daldo e il pittore Calandrino, che decorò l'occhio della chiesa. Nella prima metà del Trecento sono costruite varie cappelle e altari: S. Anna, San Biagio, San Martino della famiglia Guadagni, Sant'Iacopo, San Michele Arcangelo, Santa Maria del Purgatorio, Sant'Ansano e la SS. Annunziata. Nel 1364 si trova notato che «Giovanni e Neri Fioravanti, misurarono la chiesa». Presero cioè, le misure ma non fecero mai i lavori di ampliamento, lavorando invece nel convento. Nel 1384 fra Andrea da Faenza, padre Generale dei Servi di Maria, affidò la direzione dell'ampliamento della chiesa con la creazione della crociera e delle cappelle di San Donnino dei Falconieri all'architetto Antonio Pucci.

Il 18 ottobre 1444 fu posta la prima pietra della tribuna. Progettista e direttore dei lavori fu Michelozzo di Bartolommeo che costruì o restaurò anche la sagrestia, la cappella Villani, la cappella della Madonna, il Chiostrino dei Voti, l'oratorio di San Sebastiano e la parte sinistra della navata. I lavori durarono fino al 1453 e ripresero nel 1460 sotto la direzione di Antonio Manetti (sua è la parte centrale del porticato). A seguito di problemi finanziari, i frati offrirono il patronato della fabbrica a Ludovico III Gonzaga,[1] marchese di Mantova e finalmente, nel 1477, dopo lievi modifiche al progetto precedente di Leon Battista Alberti, la tribuna fu inaugurata.

Nel 1481 furono terminati i lavori alla navata centrale. La chiesa si presentò così coperta con un tetto a capriate, con pilastri, archi e cornicioni in pietra serena.

Nel Cinquecento i lavori alla chiesa subirono un rallentamento. Tuttavia furono dipinti gli affreschi del Chiostrino dei Voti, in fretta e furia prima dell'arrivo solenne di Leone X in città nel 1513; in quell'occasione fu collocato anche lo stemma mediceo sulla piazza e gli affreschi di un giovanissimo Pontormo, oggi sostituiti da copie. Il 17 gennaio 1516, il cardinale Antonio del Monte, legato di Leone X, consacrò solennemente la chiesa.

La basilica nella Pianta del Buonsignori (1594).

Negli ultimi decenni del XVI secolo fu aggiunto il portico esterno su finanziamento della famiglia Pucci (dei quali è presente lo stemma con la "testa di moro" marmorea sia nel pavimento sia ai lati del portico sui pilasti angolari) nel 1601 dall'architetto Giovanni Battista Caccini, per raccordare la facciata alla decorazione della piazza. Rispetto alle analoghe arcate dello Spedale degli Innocenti e del Loggiato dei Serviti, le colonne furono impostate più alte, perché per accedere alla chiesa non esisteva la scalinata come negli altri edifici: in tal modo si poté mantenere l'altezza degli archi dei tre loggiati tutti allo stesso livello.

Nel 1664 Mattia de' Medici figlio di Cosimo II dette il suo aiuto a costruire il soffitto della chiesa. Fu disegnato da Baldassarre Franceschini detto il Volterrano che vi dipinse la Madonna Assunta. Il coro fu rivestito all'esterno di marmi e pietra serena e nel 1680 il Volterrano cominciò ad affrescare la cupola, terminandola tre anni dopo.

Nel 1687 i frati decisero di rivestire la parte inferiore della chiesa con marmi, stucchi e dipinti. Tra il 1783 e il 1795 fu ripavimentata e le molte e ricche lapidi tombali che erano nel pavimento andarono disperse. Dal 1789 Pietro Leopoldo impose che la venerata immagine dell'Annunziata venisse sempre tenuta scoperta, anziché svelata solo in particolari occasioni.

Nel gennaio del 1806 papa Pio VII la elevò alla dignità di basilica minore[2].

Nel 1857 fu effettuato un ultimo grandioso restauro ad opera dell'architetto Giuseppe Poggi: fortunatamente, e a differenza delle principali basiliche fiorentine, la chiesa non venne spogliata dei suoi decori barocchi alla ricerca di un'arbitraria "forma originale" della struttura, secondo la moda allora dominante del revival gotico e rinascimentale. La chiesa fu riaperta al pubblico il 20 agosto dello stesso anno alla presenza di papa Pio IX che celebrò all'altare della Madonna.

Per donare l'olio da ardere che doveva servire tutto l'anno per le lampade della cappella dell'Annunciazione miracolosa, si effettuava una peculiare cerimonia, alla mattina della domenica in Albis da parte di una compagnia laico-religiosa, con il parroco della parrocchia d'appartenenza che si muoveva dalla propria sede per raggiungere in processione l'altare della Santissima Annunziata. La pittoresca cerimonia vedeva alla testa del corteo un somarello che portava a bastina, cioè sulla groppa, coperta da una bella gualdrappa, due mezzi barili d'olio ed un bambino di tre o quattro anni vestito da angioletto. La gente era attratta dalla semplice ma particolare cerimonia, definita "dell'Angiolino".

La lunetta del portale centrale con l'Annunciazione di David Ghirlandaio

Sopra l'arco centrale del portico esterno sono rimaste tracce di affreschi (oggi sostituiti da copie, gli originali sono al Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto), eseguiti fra il 1513 e il 1514 dal Pontormo, mentre il portale centrale è sormontato da un'Annunciazione a mosaico di Davide Ghirlandaio (1509).

Il campanile

Sul tamburo posteriore si erge il piccolo campanile a vela dotato di 5 aperture, nelle quali sono collocate le campane. Sono state fuse dalla storica fonderia Moreni di Firenze nel 1872

Il cavalcavia

[modifica | modifica wikitesto]

Sul fianco destro è presente un cavalcavia sorretto da un arco, che collega la basilica con il palazzo della Crocetta, sede del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Questo passaggio venne costruito affinché la principessa Maria Maddalena de' Medici, sorella del granduca Cosimo II, in quanto debole di salute e forse malforme, potesse recarsi a messa senza scendere in strada: all'interno della navata destra della chiesa è infatti presente una grata dorata, corrispondente a un piccolo vano al termine dell'arco.

L'atrio anteriore

[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Chiostrino dei Voti.

Dal portico si accede ad un piccolo atrio antistante la chiesa, detto "chiostro dei Voti", perché vi furono esposti nel corso dei secoli quadretti votivi e statue di legno o gesso decorate, tolti dalla sede e distrutti definitivamente nel 1785 sembra per suggerimento del granduca giansenista Pietro Leopoldo di Lorena.

A forma di quadrilatero, il chiostrino fu iniziato nel 1447 su disegno di Michelozzo ed è abbellito da svelte colonne di ordine corinzio che reggono gli archi.

Notissimi sono gli affreschi che ne decorano le pareti, eseguiti per narrare la vita della Madonna e la storia di Filippo Benizzi, fucina della "maniera" a Firenze in cui lavorarono Andrea del Sarto, Pontormo, Rosso Fiorentino.

Oratorio di San Sebastiano (cappella Pucci)

[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella di San Sebastiano (Firenze).
Interno dell'oratorio di San Sebastiano

Sotto il loggiato, la porta a destra dell'entrata centrale conduce nell'oratorio di San Sebastiano, eretto dalla famiglia Pucci nel 1452 su progetto di Michelozzo. Il corpo della chiesetta e l'arco divisorio delle volte non hanno subito trasformazioni. Il presbiterio fu rifatto nel 1608 su disegno di Giovanni Caccini e terminato da Gherardo Silvani. La volta è affrescata dal Poccetti, le tele sono del Paggi e del Lomi, le due statue di Antonio Novelli. Sull'altare, la Natività di Maria è copiata dal Cigoli.

Per questo oratorio Piero del Pollaiolo nel 1475 dipinse il suo capolavoro, il Martirio di san Sebastiano, oggi alla National Gallery di Londra.

Interno

La chiesa presenta una bella decorazione barocca ben visibile nel soffitto del Volterrano e nella profusione di marmi, stucchi e dorature. I grandi quadri in alto, tra i finestroni, narrano i più famosi Miracoli della Madonna e furono dipinti quasi tutti da Cosimo Ulivelli (1671). Il primo a destra invece è di Giovanni Fiammingo, e l'ultimo a sinistra, di Ferdinando Folchi. I cori d'angeli sopra i due organi sono di Alessandro Nani a destra, e di Alessandro Rosi a sinistra.

Le pitture dei medaglioni (1693-1702) sono di Tommaso Redi, di Pietro Dandini, di Alessandro Gherardini, e gli stucchi di Vittorio Barbieri, Carlo Marcellini e Giovanni Battista Comasco. Da notare sopra il secondo medaglione a destra una finestra con grata dorata: la finestra dei Principi, dalla quale la famiglia del Granduca, venendo dal Palazzo della Crocetta (oggi Museo Archeologico), poteva assistere in privato alle funzioni liturgiche che si svolgevano nella Cappella della Madonna.

Controfacciata

[modifica | modifica wikitesto]
Cappella della Santissima Annunziata
[modifica | modifica wikitesto]
La cappella della Santissima Annunziata

Si tratta del nucleo più antico della chiesa. Qui si hanno notizie di un altare nella chiesa con l'immagine di Maria Santissima Annunziata fin dal 1341: i documenti non fanno che parlare di offerte, di lampade, di ex voto. La leggenda racconta che i frati avevano commissionato nel 1252 l'immagine, nell'antica chiesetta, a un certo pittore Bartolommeo il quale, insoddisfatto dei propri tentativi di rappresentare il volto della Vergine, l'avrebbe poi trovato miracolosamente dipinto in maniera achiropita.[3]

L'affresco dell'Annunciazione dopo la pulitura, mostrato al culto l'8 dicembre 2020

Tuttavia l'analisi stilistica dell'opera non è compatibile con la leggenda, in quanto l'affresco presenta innegabili caratteristiche trecentesche, post-giottesche, impossibili nella Firenze bizantineggiante di metà Duecento: si pensi alla lontananza col Giudizio Universale di Meliore nei mosaici del battistero, realizzato in quei decenni. Tra le proposte di attribuzione, compatibili con la prima menzione del 1341, c'è quella a Matteo di Pacino, artista formatosi con Giovanni da Milano. Tuttavia la leggenda della Madonna Annunciata fiorentina ha resistito ai secoli, come ad esempio ribadiva Michelangelo Buonarroti: «Quivi non è arte di pennelli, onde sia stato fatto il volto della Vergine, ma cosa divina veramente». L'immagine è stata restaurata nel 2020, smontando la teca che non veniva aperta dagli anni '50.

Tanta devozione provocò nel corso dei secoli vari interventi di ammodernamento e restauro nella cappella, come dimostrano le diverse consacrazioni dell'altare, il 13 gennaio 1443 da parte di Eugenio IV; il 1º gennaio 1452 dal cardinale Guillaume d'Estouteville; il 14 ottobre 1628 dal cardinale Alessandro Ludovisi, arcivescovo di Bologna (poi papa Gregorio XV).

Nel 1447 i frati Servi di Maria, con l'aiuto di Piero di Cosimo dei Medici, decisero di innalzare l'attuale tempietto che fu terminato nel 1448 su disegno di Michelozzo ed esecuzione di Pagno di Lapo Portigiani. L'edicola è composta di quattro colonne corinzie di marmo di Carrara, alte m. 5,25, che reggono la trabeazione intagliata, mentre nel fregio sono scolpiti festoni, nastri e simbolici medaglioni. Il soffitto della cappella, in marmo, con dorature e smalti probabilmente eseguito dalla bottega di Luca della Robbia. Chiude l'edicola un reticolato di bronzo, opera di Maso di Bartolomeo (1447) e sopra il tempietto si innalza una specie di cuspide barocca, intagliata in legno da Luca Boncinelli su disegno del Volterrano (1674). Molto probabilmente il "Tempietto" fu progettato inizialmente per posizionarlo al centro della Tribuna progettata da Leon Battista Alberti[4].

L'altare e l'affresco miracoloso (prima del restauro del 2020)

L'altare, fatto costruire in marmo da Piero de' Medici aveva la forma di sarcofago a tinozza romano con un medaglione contenente la rappresentazione della Trinità (oggi al Museo Bardini), sulla quale poggiava la mensa sorretta da quattro balaustre (oggi nelle cappelle sotto gli organi). Nel 1600 il granduca Ferdinando I de' Medici lo sostituì con quello attuale in argento e pietre dure, sbalzato da Egidio Leggi.

Quasi tutta la decorazione della cappella e quella che incornicia l'affresco, ha subito nei secoli restauri e rifacimenti. La parte più antica consiste nel fregio con simboli riguardanti i privilegi della Madonna e la cortina che simula un tendaggio di stoffa finissima, ideata da Giulio Parigi ed eseguita da Cosimo Merlini (1629). I due angeli che in alto sorreggono la corona sono dello scultore Stefano Ricci e di Vincenzo Scheggi (1816); i due bracci alle colonne furono donati dal granduca Leopoldo II di Lorena nel 1839; i grandi candelieri ai lati dell'altare (disegno di Luigi Sabatelli) sono del 1820. La cateratta che serve a chiudere l'affresco fu donata da Leopoldo II e dalla consorte.

Diciannove lampade votive in argento sono appese intorno alla cappella, e risalgono tutte a dopo il 1799, quando vennero gradualmente rifatte in seguito al furto perpetrato dai Francesi durante l'occupazione[5]. Sono state tutte ripulite e restaurate nel 2020. Sul lato sinistro, il più vicino alle porte, se ne trovano nove, disposte su due file. La fila esterna, da sinistra ne conta sei:

  1. Lampada donata dalla Società dei Nastrai nel 1800 (di Gaetano Querci)
  2. Lampada donata dalla Società dei Servitori nel 1800 (di Angelo Codacci)
  3. Lampada donata dalla famiglia Covoni Girolami Bettoni nel 1800 (di Andrea Marchesini)
  4. Lampada donata dalla famiglia Capponi nel 1800
  5. Lampada di provenienza ignota
  6. Lampada donata dalla famiglia Ranieri Torrigiani nel 1803

La fila interna ne conta tre:

  1. Lampada ad anfora donata dal Capitolo Vaticano l'8 settembre 1852
  2. Lampada fabbricata per il VII centenario dell'Annunziata nel 1952 (opera di Vitaliano De Angelis)
  3. Lampada donata dai Borboni di Napoli nel 1821

Il lato antistante l'affresco ha due file. Quella esterna conta cinque lampade, da sinistra:

  1. Lampada donata dalla Società dei Fruttaioli nel 1800
  2. Lampada donata dalla Società dei Mercanti nel 1800 (di Andrea Marchesini)
  3. Lampada donata dalla Società dei Pizzicagnoli nel 1800 (di Michele Peyer)
  4. Lampada donata dalla Società dei Merciai nel 1799 (di Andrea Marchesini)
  5. Lampada di provenienza ignota

Le lampade della fila interna sono più piccole: a sinistra una di provenienza ignota (15), a destra quella donata dalla famiglia Del Vivo (16).

Infine sul lato destro, quello confinante col coretto, si trovano tre lampade, da sinistra guardando dalla navata:

  1. Lampada donata nel 1896 per lo scampato pericolo per Firenze durante il terremoto del 1895 (di Giuseppe Gherardi)
  2. Lampada donata dalla famiglia Riccardi nel 1799 (di Vincenzo Scheggi e Giovanni Poggi)
  3. Lampada donata da Leopoldo II di Toscana per la restaurazione del Principato nel 1849 (di Enrico Franceschi e Giovanni Stanghi).
L'Armadio degli Argenti, del Beato Angelico (1453)

Piero de' Medici e i suoi successori non intesero mai di avere diritti di patronato sulla cappella della Santissima Annunziata. Infatti per sé e per la famiglia Medici, Piero il Gottoso fece adattare a oratorio o coretto l'ambiente a destra dell'edicola. L'inizio dei lavori è del 1453, ma essi ebbero termine solo nel 1463. L'intaglio dei marmi dell'arco che unisce la cappella con il coretto, e le finestre e tutto il progetto dell'ambiente sono dovuti a Giovanni di Bettino. Alla decorazione della volta e delle pareti partecipò Alesso Baldovinetti.

Il grande Armadio degli Argenti, incassato nella parete principale, veniva chiuso a cateratta, da una tavola dipinta con storie della Vita di Cristo, a opera del Beato Angelico (1453), del Baldovinetti, e della scuola dell'Angelico (le diverse parti di questa tavola sono ora al Museo Nazionale di San Marco). Piero dei Medici fece anche costruire adiacente al coretto un piccolo organo la cui mostra è visibile dalla chiesa. Lo strumento che era opera di Matteo di Paolo da Prato non esiste più e al suo posto è ora un organo costruito da Michelangelo Paoli nel 1842. Tutto il coretto è rivestito fino all'altezza delle finestre da marmi e intarsi in pietre dure, formanti cinque pannelli che esaltano la Madre di Dio, nei simboli della rosa, del giglio, della luna, del sole, della stella. Il disegno di quest'opera è di Giovan Battista Balatri, e l'esecuzione è dell'Opificio fiorentino delle pietre dure (1671). Nel vano dell'armadio degli argenti è ora collocata una mostranza di ex voto che incornicia il Salvatore di Andrea del Sarto (1515).

Jacopo Vignali, Assunta con i santi Vitale, Alessandro e Gregorio

Sagrestia della Madonna

[modifica | modifica wikitesto]

L'ambiente, che si trova nel corridoio del Chiostro Grande, non nell'interno della chiesa, edificato come sagrestia della sola cappella dell'Annunziata, fu realizzato nel 1635 da Alessandro e Antonio di Vitale dei Medici (figli di un ebreo convertito che aveva avuto lo stemma e il cognome dal cardinal Ferdinando de' Medici), allo scopo di custodire i paramenti, gli arredi e l'argenteria che la cappella aveva accumulato nel tempo.

Il progetto dell'ambiente fu di Matteo Nigetti che fornì il disegno dei grandi armadi di noce della porta intagliata con simboli che si riferiscono alla Vergine. Sulla parete superiore interna del muro dove fu praticata la porta è stata rimessa in luce una Madonna con Bambino, con decorazione di broccato rosso, gigli e fregi d'oro. L'altare marmoreo custodisce una tavola di Iacopo Vignali raffigurante l'Assunta con i santi Stefano, Alessandro, Gregorio taumaturgo, Valentino ed Agnese, commissionata anch'essa dai Medici ed eseguita tra 1632 e 1635.

Alla parete destra è un affresco di Cecco Bravo eseguito nel 1638 e raffigurante San Vitale e i figli Gervaso e Protaso in adorazione dell’Eucaristia, iconografia allusiva ai nomi di Vitale Medici e dei suoi figli, Alessandro e Antonio e alla loro vicenda umana. L'opera mostra l'abilità e l'immaginazione del pittore nel vivacizzare una composizione che poteva essere troppo schematica, con il tono grottesco e scanzonato, evidente soprattutto nelle fisionomie, con le posizioni dei personaggi, in primo luogo quella di San Vitale con la testa rivolta all'indietro, e con i contrasti luministici e gli effetti di controluce[6].

Cappelle a destra nella navata

[modifica | modifica wikitesto]
Cappella di San Nicola da Bari
[modifica | modifica wikitesto]

Appartenuta fin dal 1353 alla famiglia del Palagio, poi Palagi, la cappella è una delle prime tre cappelle edificate nella prima chiesa mariana. Nel Trecento, secondo quanto racconta Vasari nella Vita di Taddeo Gaddi, il pittore aveva affrescato le pareti con alcune scene della Vita di san Nicola, tra le quali fu molto lodata dai suoi contemporanei Il salvataggio dei marinai da parte di san Nicola. La decorazione valse all'artista anche l'incarico di affrescare la cappella maggiore con episodi della vita della Vergine e di eseguire una pala per l'altare maggiore, tutte opere perdute. L'altare dell'antica cappella conservava un polittico di Andrea Orcagna, oggi alla Galleria dell'Accademia.

Gli affreschi trecenteschi furono coperti dalla ristrutturazione secentesca del sacello, voluta da Camillo di Lodovico Palagij, banchiere, discendente romano dei del Palagio, comprendente affreschi, pala d'altare e preziosa decorazione marmorea e completata nel 1628. Nel 1623, o forse più tardi, ma entro il 1628, Matteo Rosselli vi affrescò allegorie e i Quattro Evangelisti della volta. L'artista fu coadiuvato da Domenico Pugliani, a cui spettano le lunette con episodi della vita di san Nicola. La composizione delle pareti mostra un tendaggio scostato da angioletti con al centro una edicola con l'iscrizione funebre in pietra di paragone, affiancata da due allegorie, schema simile al baldacchino afrescato intorno alla tomba di Michelangelo in Santa Croce[7]. I marmi e gli affreschi, già coperti da un pesante strato di nerofumo e sporcizia, sono stati restaurati tra il 2021 e il 2023[8].

L'altare marmoreo è concluso da un frontone spezzato, al centro del quale si trova un busto di Cristo in marmo, attribuito a Giovan Battista Caccini sebbene lo scultore fosse scomparso nel 1613. La scultura potrebbe essere stata quindi eseguita per un altro luogo e collocata in cappella solo successivamente. La tavola dell'altare è di Iacopo Chimenti detto l'Empoli, rappresenta la Vergine con san Nicola e altri santi e fu eseguita nel 1628, data che ne fu l'ultima opera dell'artista. La composizione neo cinquecentesca e la vicinanza al maestro Santi di Tito, visibile nella pulizia delle forme e nel disegno accurato, si unisce ad una pastosità degli incarnati e a una diffusa luce dorata, elementi pienamente secenteschi[9].

Cappella del Beato Giovacchino da Siena
[modifica | modifica wikitesto]
Monumento funebre di Luigi Tempi, opera di Ulisse Cambi (1849)

La cappella, di patronato Macinghi dal 1371, conservava all'altare forse la tavola con la Natività di Nostro Signore, dipinta da Lorenzo di Credi ed ora agli Uffizi. Il sacello fu rimodernato alla metà degli anni settanta del Seicento per iniziativa del servita Prospero Bernardi. Un nuovo altare accolse nel 1676 la tela ancora oggi in situ, rappresentante il Miracolo del cero sospeso del beato Gioacchino Piccolomini da Siena, dipinta nello stesso anno da Pietro Dandini. Il dipinto è una delle prime importanti commissioni del pittore, di impostazione neo veneziana e memore, nei contrasti luminosi, dell'opera di Livio Mehus[10]. Sulla parete sinistra è appeso il Crocifisso in legno già sull'altare maggiore, intagliato da Giuliano da Sangallo nel 1483 ricordando il modello del Crocifisso di Brunelleschi ma rendendolo più scattante e dai tratti più nervosi su ispirazione di quello di Antonio del Pollaiolo in San Lorenzo[11]. Il Monumento sepolcrale al marchese Luigi Tempi, di ispirazione neo quattrocentesca, fu scolpito da Ulisse Cambi nel 1849.

Il restauro delle pareti del 2026 ha rimesso in luce un già nerissimo Sant'Antonio abate, riferibile a Cosimo Ulivelli.

Cappella dei Sette Santi Fondatori
[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella Colloredo.

Già detta di Santa Lucia, dal 1387, vi ebbe sepoltura la famiglia Cresci, poi i Colloredo. Nel 1643 Matteo Nigetti disegnò la presente architettura, e la cupoletta fu affrescata dal Volterrano, che raffigurò Santa Lucia davanti alla Trinità. Il quadro dei Sette Santi Fondatori fu qui collocato nel 1888 ed è del pittore Niccolò Nannetti. Il monumento marmoreo a Fabrizio Colloredo è opera di Francesco Mochi.

Cappella di San Pellegrino Laziosi
[modifica | modifica wikitesto]

Fu fondata verso il 1425 e intitolata alla Pietà. Nel 1456 la cappella, che presentava nell'ancona l'affresco di un Calvario di Bicci di Lorenzo (oggi nascosto dalla pala attuale), passò in patronato di Andrea di Gherardo Cortigiani. Nel 1675 Cosimo Ulivelli dipinse la tela dell'altare con il Crocifisso che risana da cancrena san Pellegrino.

Il monumento di marmo della parete di destra, in memoria del medico Angiolo Nespoli, è opera di Lorenzo Bartolini (1840); quello a sinistra, di Lorenzo Nencini, del 1838, ricorda l'incisore Giovita Garavaglia e si presenta già purista in un certo naturalismo ed espressività della figura allegorica dell'Incisione.

Monumento funebre di Orlando di Guccio de' Medici, attribuito a Bernardo Rossellino
Cappella dell'Addolorata
[modifica | modifica wikitesto]

La cappella fu edificata da Michelozzo intorno al 1450 per Orlando di Guccio de' Medici (di un ramo secondario della famiglia), del quale si vede sulla parete di sinistra il monumento funerario marmoreo. Questo, attribuito a Bernardo Rossellino (con la collaborazione di aiuti) e realizzato dopo la morte del Medici tra 1456 e 1458 circa, ha la sua prima ispirazione in quello di Onofrio Strozzi nella sacrestia di Santa Trinita, eseguito da Pietro Lamberti nel 1418, per la collocazione del sarcofago all'interno di una nicchia semicircolare. L'alta base spartita da lesene presente in questo monumento al di sotto del sarcofago, forse derivata dal Monumento Federighi di Luca della Robbia che forse ne era corredato, lo apparenta invece a diversi monumenti funerari fiorentini pressochè coevi. Nel 1455 Andrea del Castagno dipinse per l'ancona dell'altare una Santa Maria Maddalena piangente ai piedi della croce (oggi distrutta).

Prima dell'alluvione la cappella era ornata da una tela di Raffaello Sorbi rappresentante San Filippo Benizi, al quale era stata dedicata la cappella nel 1885. Al presente in una nicchia dietro l'altare è collocata la statua della Madonna Addolorata.

Sulla parete destra è un altro monumento marmoreo della fine del secolo XVI e opera di uno scultore non ancora identificato, che raccoglie le ceneri di Tommaso de' Medici, condottiero della flotta del granducato operante nel Tirreno. Gli affreschi alle pareti laterali furono eseguiti nel 1677 da Cosimo Ulivelli (I Sette Fondatori dell‘Ordine dei Servi di Maria; e, nelle lunette: i Beati Martiri di Praga, il Martirio del beato Benincasa e del beato Piriteo Malvezzi).

Cappella del Salvatore
[modifica | modifica wikitesto]
La Cappella del Salvatore

La cappella sotto l'organo di destra, in realtà consistente in pratica del solo altare, risale almeno al 1486 e ne aveva il patronato il mercante Salvatore Billi. L'altare venne dotato tra il 1514 e il 1515 circa di una tavola di Fra Bartolomeo della Porta con Il Salvatore Mundi con i quattro Evangelisti e di altri due dipinti dello stesso autore con Isaia e Giobbe. Verso il 1516 il fronte fu adornato da una struttura marmorea ad arco di trionfo disegnata da Piero di Jacopo Rosselli ma ispirata a modelli di Baccio d'Agnolo e Michelangelo. La coppia di piccole colonne di marmo a sostegno della mensa apparteneva all'altare della cappella dell'Annunziata.

Nel 1631 le tavole furono cedute dai nuovi patroni, i Soldani, al cardinale Carlo de' Medici e furono sostituite da copie eseguite dall'Empoli. La tavola principale è oggi alla Galleria Palatina, mentre i due profeti sono invece alla Galleria dell'Accademia. Fino all'alluvione del 1966 era sull'altare una tavola di Maso da San Friano, con l'Ascensione di Gesù al cielo. Al suo posto oggi è presente un mosaico di Anna Brigida raffigurante Sant'Antonio Pucci dei Servi di Maria, canonizzato nel 1962. I due angeli oranti sui lati sono attribuiti a Jacopo Vignali.

Cappella di Santa Barbara
[modifica | modifica wikitesto]

La cappella, a destra della crociera, fino a poco tempo fa chiamata Cappella degli Sposi, fu affidata nel 1448 alla Compagnia dei Tedeschi e dei Fiamminghi che vivevano e lavoravano a Firenze. Qui la Compagnia ebbe il proprio luogo sepoltura e a ricordo di ciò ancora rimane la lapide sul pavimento. Dopo una prima pala del 1450 circa, della quale non si hanno notizie, l'altare ebbe la pala con Santa Barbara tra san Giovanni Battista e san Matteo, dipinta da Cosimo Rosselli tra 1468 e 1469 ed oggi alla Galleria dell'Accademia[12]. La cappella fu rimaneggiata nel 1740 da Giuseppe Grisoni, autore anche della nuova pala d'altare con Santa Barbara pagatagli l'anno successivo.

Una lapide in graffito ricorda Arrigo Brunick, lo scultore tedesco della bottega di Giovanni Battista Foggini che sbalzò in argento il paliotto dell'altare maggiore. Sul pilastro di sinistra, in alto, è il monumento funebre di Giovanni Stradano, morto nel 1605, eretto per volontà del figlio Scipione. Il monumento e, in particolare il busto ritratto in marmo del pittore fiammingo, di acuto ed intenso naturalismo, sono attribuiti a Giovanni Caccini e databili tra 1605 e 1606 circa[13]. Sull'altro pilastro, simile nella composizione, è il monumento funerario di Lorenzo Palmieri, noto cavallerizzo della corte medicea, realizzato nel 1624 (come è indicato nell'iscrizione) probabilmente dal fratello, il frate servita Matteo Palmieri. Il busto, di difficile datazione e che dovrebbe essere precedente e poi riutilizzato a scopo funerario, è in terracotta dipinta di bianco a imitazione di quello marmoreo dirimpetto ed è attribuito a Pietro Tacca[14].

La Cappella del Santissimo Sacramento
Cappella del Santissimo Sacramento
[modifica | modifica wikitesto]

Detta anche di Santa Giuliana Falconieri, la cappella era già esistente nel 1350 e dedicata a san Donnino ed ospitò la sepoltura della famiglia Falconieri. La cappella venne poi detta della Concezione, per una tavola di Matteo Rosselli, posta sull'altare nel 1605 e rappresentante la Vergine Immacolata. Nel 1676 fu trasportato sotto l'altare il corpo di santa Giuliana Falconieri, fondatrice delle monache Mantellate Serve di Maria.

Dopo la canonizzazione di Giuliana, avvenuta nel 1737, i Falconieri ristrutturarono la cappella e l'arricchirono con marmi rari secondo un progetto di Ferdinando Fuga, adattato da Filippo Cioceri. Nel 1767 i lavori erano terminati. Gli affreschi nella cupoletta e la tela dell'altare sono di Vincenzo Meucci, mentre i due quadri laterali, Morte di santa Giuliana e Morte di sant'Alessio Falconieri sono di Giuseppe Grisoni. Nel 1937 fu progettata una nuova urna in bronzo per racchiudere le reliquie della santa, su disegno di Giuseppe Cassioli. Nel 1957, oltre all'urna in bronzo (realizzata dalla ditta Bearzi di Firenze su disegno del Cassioli) veniva applicata al teschio della santa una maschera di plastica, opera dello scultore E. Bava. Sempre nello stesso anno si restauravano i marmi dell'altare e di tutta la cappella, a opera della ditta Tosetti di Firenze. Recentemente è stato collocato sopra il ciborio dell'altare il Crocifisso delle Misericordie, attribuito ad Alesso Baldovinetti e datato intorno al 1456, normalmente sull'altare maggiore.

Cappella della Pietà
[modifica | modifica wikitesto]
Baccio e Clemente Bandinelli, Cristo in pietà sorretto da Nicodemo (1554-1559 circa)

Appartenne dal 1340 alla famiglia Pazzi, ma nel 1559 la cappella passò allo scultore Baccio Bandinelli e ai suoi discendenti. Ivi trova luogo il gruppo scultoreo in marmo di Carrara raffigurante Cristo in pietà sorretto da Nicodemo, realizzato tra il 1554 e il 1559, che secondo Giorgio Vasari sarebbe stato iniziato da Clemente Bandinelli, figlio dello scultore morto nel 1555, e poi terminato dal padre stesso. La composizione fondata su un triangolo rettangolo, geometrica ed astraente, 'contiene' le due figure di grande accuratezza esecutiva e dalle anatomie perfette, vicine all'idealizzazione. Sul basamento, sono scolpiti a bassorilievo i ritratti di Baccio Bandinelli e di sua moglie Jacopa Doni, insieme allo stemma di famiglia[15].

Cappelle a sinistra nella navata

[modifica | modifica wikitesto]
Cappella di San Giuseppe (Feroni)
[modifica | modifica wikitesto]
La Cappella Feroni

La prima, detta anche Cappella Feroni, fu eretta nel 1451 da Piero di Filippo Da Gagliano che commissionò ad Andrea del Castagno anche l'affresco, eseguito tra il 1455 e il 1456, con San Giuliano riceve l'assoluzione dal Redentore, di solito non visibile perché nascosto in una nicchietta dietro la pala d'altare attuale. L'affresco era inserito in un'edicola centinata, si svolgeva anche sulle pareti laterali, dove erano probabilmente dipinte le Storie di San Giuliano, e nella parte inferiore, perduta con l'inserimento dell'altare tardobarocco[16]. L'affresco fu riscoperto solo nel 1857.

L'aspetto attuale della cappella è frutto della ristrutturazione operata su disegno di Giovanni Battista Foggini tra 1691 e 1693 e che comprese una nuova ed abbondante decorazione ricca di marmi e stucchi. Anche la ampada che pende di fronte, documentata al 1694, è stata probabilmente disegnata dal Foggini. All'altare fu collocata la tela con il Transito di san Giuseppe, opera del bavarese Johann Carl Loth, artista attivo soprattutto a Venezia, ma amato e promosso in Toscana dal Gran Principe Ferdinando. Su i due monumenti sepolcrali, della famiglia Feroni, patronI della cappella, la statua di San Francesco è del fiorentino Camillo Cateni, e quella di San Domenico, di Carlo Marcellini. Le altre sculture sono di Francesco Andreozzi, Isidoro Franchi, Giuseppe Piamontini; i medaglioni di bronzo dorato sono di Massimiliano Soldani Benzi. Una lampada d'argento (1694) pende dall'arco della cappella, e fu disegnata dal Foggini stesso.

Cappella di San Girolamo (Montauti)
[modifica | modifica wikitesto]
Affreschi di Alessandro Allori sulla volta della Cappella Montauti

Nel 1451 il convento cedeva alla famiglia Corboli questa cappella. Con il passaggio della cappella alla famiglia Caiani da Montauto nel 1553 la cappella fu fatta decorare da Alessandro Allori. Il soggetto della pala d'altare con il Giudizio universale dette il nome anche alla cappella fino a che nel 1933 non venne rimesso in luce l'affresco con la Apparizione della Trinità ai santi Girolamo, Paola e Giulia Eustochio di Andrea del Castagno (1454 circa) e la cappella riprese il suo antico nome. La pala dell'Allori non è più presente in cappella, ma si possono ancora ammirare gli affreschi delle pareti, raffiguranti i Profanatori scacciati dal Tempio, Gesù tra i dottori e quelli della volta, con il Paradiso terrestre, Profeti e Sibille, Annunciazione, Natività, Presentazione di Gesù al Tempio, Fuga in Egitto.

Cappella della Crocifissione
[modifica | modifica wikitesto]

Fu patronato dal 1450, della famiglia Galli. Sull'altare è la tavola (firmata e datata) con la Crocifissione che Giovanni Stradano dipinse nel 1569 per Niccolò di Bartolomeo Galli, che riprende la composizione della tavola di medesimo soggetto del Vasari al Carmine e nella quale la plasticità fiorentina si unisce ad un'attenzione nordica al particolare. La pala è contornata da una parete affrescata dallo stesso Stradano: ai lati sono raffigurati i profeti Isaia e Abacuc, restaurati nel 2024, affiancati da ghirlande, dalle figure dei committenti, mentre nell'arco in alto sono sei Angeli.[17]

La Resurrezione di Lazzaro, nella parete destra è di Niccola Monti (1837). Alla parete di sinistra è collocata la pala di Alessandro Allori proveniente dall'altare dell'attigua cappella Montauti, da lì spostata per rendere visibile l'affresco di Andrea del Castagno. il Giudizio Universale è praticamente una copia di una parte del Giudizio di Michelangelo, al quale il pittore aggiunse tra i personaggi un ritratto di Michelangelo in suo omaggio.

Cappella dell'Assunta
[modifica | modifica wikitesto]
Pietro Perugino, Assunzione di Maria (1506 circa)

La famiglia dei da Rabatta fu la patrona della cappella fin dal momento della sua edificazione, nel 1451. Il sacello, che era in origine completato da un altorilievo dipinto di Michelozzo, di cui rimane solo il San Giovanni Battista oggi nella cappella del Crocifisso, venne poi restaurato nel 1667. L'Assunzione di Maria del Perugino, una delle due 'facce' della pala dell'altare maggiore realizzata all'inizio del Cinquecento (l'altra di Filippino Lippi si trova alla Galleria dell'Accademia), fu qui collocata dopo la trasformazione dello stesso altare.

Sulle pareti, i dipinti con David e Golia e l'Arca Santa sono di Luigi Ademollo (1828). In questa cappella si vedono ancora bene i resti dei pilastri originali che separavano la navata centrale da quelle laterali, prima che queste ultime venissero trasformate in cappelle.

Cappella dell'organo
[modifica | modifica wikitesto]

Un tempo di patronato Poccianti e dedicata a san Rocco, aveva sull'altare una statua in legno del santo che ora è nella cappella della Resurrezione. Dopo la collocazione in questo punto, dirimpetto a quello cinquecentesco, dell'antico organo proveniente dalle collezioni della Domus Aurea di Roma, la vecchia cappella fu ridotta nelle dimensioni ed affidata nel 1630 al patronato della famiglia Palli. Jacopo Palli commissionò l'anno seguente a Bartolomeo Rossi la ricca decorazione marmorea che doveva essere simile a quella della cappella di fronte. Nello stesso 1631 il nobiluomo fece dipingere a Cesare Dandini il quadro dell'altare, raffigurante l'Assunzione della Vergine alla presenza di san Jacopo e san Rocco.

Cappella di San Biagio, o Grazzi
[modifica | modifica wikitesto]
Stefano d'Antonio (attr.), Sant'Ansano (1440)

La cappella era in origine dedicata a sant'Ansano ed infatti vi si conserva, dietro l'attuale pala d'altare, una nicchia affrescata con un Sant'Ansano, attribuito a Stefano d'Antonio e databile al 1440 circa. La cappella fu concessa nel 1643 ai fratelli Giovan Francesco e Paolo Grazzi, il primo sacerdote e l’altro musicista e suonatore d’organo presso la stessa basilica, che la ristrutturarono completamente. I fratelli ripresero un progetto di Matteo Nigetti per la cappella vecchio di una quindicina d'anni e non realizzato, facendolo modificare da Bernardino Radi. Il ricco paramento di marmi è opera di Alessandro Malavisti, mentre all'altare fu collocata la pala cinquecentesca con San Biagio e altri santi martiri attribuita al Maestro dei cassoni Campana e proveniente dalla cappella dell'Antella, affiancata da due piccole tele con i Santi Pietro e Paolo, eseguite da Jacopo Vignali per l'occasione. La decorazione della volta e delle lunette fu eseguita ad affresco dal Volterrano tra 1643 e 1644, che la lasciò qui uno dei suoi capolavori ed uno dei momenti fondamentali dell'inizio del barocco a Firenze. Nelle lunette sono dipinti angeli musicanti di grande vivacità espressiva ed illuminati dal basso, mentre nella volta è raffigurata Santa Cecilia in gloria in mezzo agli angeli musicanti.

Cappella del Crocifisso
[modifica | modifica wikitesto]
Michelozzo, San Giovanni Battista (1454)

Si trova nella crociera di sinistra, dove era la vecchia sagrestia della chiesa. Nel 1445 l'ambiente divenne la cappella padronale della famiglia Villani e fu ristrutturata da Michelozzo: a quell'anno data la lastra tombale marmorea di Jacopo di Giovanni Villani che si trova sul pavimento. Sull'altare, in una nicchia, è il Crocifisso in legno, uno di quelli detti dei Bianchi (ante 1404). Ai piedi del Crocifisso sono invece due pregevoli statue di terracotta a grandezza naturale della Vergine e di San Giovanni Evangelista, opera della bottega di Luca della Robbia e databili al 1430-1450 circa. La tela che a volte ricopre l'ancona fu dipinta nel 1855 da Ferdinando Folchi, e rappresenta una Deposizione. il paliotto dorato sotto la mensa dell'altare e l'urna che accoglie i resti di san Fiorenzo (compagno di sant'Antimo di Roma), sono di Luca Boncinelli (1689).

La decorazione affrescata fu eseguita nel 1746: alle pareti le quadrature e le finte architetture sono opera di Giuseppe Sciaman (Jean-Joseph Chamant), mentre la volta venne eseguita da Vincenzo Meucci[18]. La grande statua in terracotta di Michelozzo del San Giovanni Battista, che è in realtà un altorilievo non essendo rifinita sul retro, era originariamente all'altare dell'attuale cappella dell'Assunta, in precedenza dedicata proprio a san Giovanni Battista. L'opera venne realizzata poco dopo la fondazione di quella cappella, nella prima metà del sesto decennio del Quattrocento, tanto che essa mostra una grande vicinanza anche al San Giovanni per il dossale dell'altare del Battistero (ora al Museo dell'Opera del Duomo), del 1452. Il fonte battesimale è opera di Giuseppe Cassioli.

Cappella di San Filippo Benizi
[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie della cappella risalgono al 1464 quando essa era dedicata a San Giovanni Evangelista. In seguito l'altare, di patronato dei Tedaldi, era stato corredato all'inizio del Cinquecento da una pala di Piero di Cosimo con l'Incarnazione di Gesù, san Filippo Benizi ed altri santi, oggi agli Uffizi. Nel 1671, a seguito della canonizzazione di Filippo Benizi, la cappella fu dedicata al servita e ristrutturata. In quell'occasione fu realizzato il nuovo altare e la pala che limitò la devozione solo al santo rappresentando l'Intercessione di san Filippo Benizi, dipinta da Baldassare Franceschini, detto il Volterrano. Anche il più piccolo quadro con il San Giovanni Evangelista nel fastigio è del Volterrano. Cosimo Ulivelli eseguì gli affreschi, oggi perduti.

Altare maggiore

[modifica | modifica wikitesto]
L'altare maggiore
Volterrano, Assunzione della Vergine (1680-1683)

Fu forse Leon Battista Alberti, nel 1471, a disegnare l'altare per il quale tra 1481 e 1482 Giuliano da Sangallo scolpì in legno il Crocifisso ora collocato nella cappella del Beato Gioacchino da Siena. Nel 1504 venne alzato un arco dietro la mensa a separazione dal coro ed una ancona in legno, complesso realizzato da Baccio d'Agnolo. Il fornice era chiuso da una grande tavola dipinta sulle due facce (oggi sezionata e divisa): dalla parte del coro, un'Assunzione del Perugino (ora nella cappella dell'Assunta), e verso la navata una Deposizione di Filippino Lippi, terminata dal Perugino (oggi nella Galleria dell'Accademia). Nel 1541 la tavola venne tolta e al suo posto fu collocato un grande ciborio intagliato in legno da Filippo e Giuliano di Baccio d'Agnolo.

Nel 1655 Antonio di Vitale de' Medici donò alla chiesa l'attuale Sancta Sanctorum d'argento, sormontato da una croce di cristallo di rocca, disegnato da Alfonso Parigi ed eseguito, tra 1653 e 1657, da Giovanni Battista e Marc'Antonio Merlini. La struttura a tempietto, di tradizione buontalentiana, presenta sei lati. Sulle facce principali, anteriore e posteriore, sono le figure in rilievo di Cristo e della Madonna, mentre su quelle laterali nicchie poco profonde ospitano le statuette di San Vitale, San Mercuriale, Sant'Alessandro e San Francesco d'Assisi.

Più tardi si iniziò a rinnovare l'intero altare sottostante. Il paliotto d'argento dell'altare fu commissionato a Giovan Battista Foggini che ne fornì il disegno, ma fu fatto eseguire dal fiorentino, tra 1683 e 1685, all'argentiere tedesco Arrigo Brunich che a sua volta si servì della collaborazione di Bernardo Holzmann. Il manufatto rappresenta la volontà di portare, anche nell'ambiente della basilica, le novità del barocco romano. Un rilievo così alto sulla quale la luce riesce a plasmare morbidamente il metallo e ricco di elementi decorativi e di figure in posizioni mosse, talvolta esasperate, era qualcosa che a Firenze a quelle date ancora non si era mai visto. La scena al centro raffigura l'Ultima Cena, mentre ai lati, entro tondi, sono il Sacrificio di Isacco, affiancato dalle figure di Mosè e Melchisedech, e la Caduta della manna, fiancheggiata da Aronne e Abele. L'altare fu poi terminato nel 1704 su disegno di Giovacchino Fortini, al quale appartengono anche le statue di San Filippo Benizi e di Santa Giuliana Falconieri (1705) sopra le due porte del coro.

Ai lati del presbiterio, si trovano due edicole monumentali in marmo di Giovanni Caccini, con le statue di San Pietro (1601) e San Paolo (1609-10), scolpite dal suo allievo Gherardo Silvani su disegno dello stesso Caccini. Sul pavimento una lapide segna dove fu sepolto Andrea del Sarto. Addossati ai pilastri che formano l'arco del presbiterio, due monumenti sepolcrali di monsingnor Angelo Marzi-Medici, a sinistra, e del senatore Donato dell'Antella, a destra. Il primo monumento è opera di Francesco da Sangallo (1546); l'altro, di Giovan Battista Foggini (1702).

Il coro

Costruita da Michelozzo nel 1444 in forma circolare come rotonda riservata alla meditazione per i frati, la tribuna fu successivamente trasformata in grande spazio coperto a cupola su disegno di Leon Battista Alberti, che costruì anche il grandioso arco di collegamento con la navata della chiesa, sfondando l'antica Cappella di Santa Giuliana Falconieri.

Al centro è il coro, che ebbe nel 1668 l'attuale sistemazione esterna a opera di Alessandro Malavisti su disegno di Pier Francesco Silvani. La porta centrale con il gruppo della Carità (in stucco) è del Giambologna (1578). Altre sei statue in marmo posano sulla spalletta del recinto: il San Filippo Benizi è attribuita a fra Vincenzo Casali, servita; il Redentore, San Gaudenzio e il Beato Ubaldo Adimari sono di Giovanni Angelo Montorsoli, servita (1542 circa); l'Addolorata è di Alessandro Malavisti (1666) e il Beato Lottaringo della Stufa è di Agostino Frisson (1668 circa).

All'interno del coro il pavimento di marmo risale al 1541. Gli attuali stalli di noce furono rifatti nel 1846 su modello dei precedenti, intagliati da Giovanni d'Alesso Unghero nel 1538. I due leggii di ottone, con aquila ad ali spiegate, sono pregevoli opere del XIV e XV secolo. Del più antico è stata riconosciuta la provenienza inglese. Il grande leggio in noce al centro del coro è invece opera di Antonio Rossi (1852).

La decorazione della cupola fu commissionata dal granduca Cosimo III nel 1680 al Volterrano che affrescò, in soli tre anni, dal 1680 al 1683, una Incoronazione della Vergine al cospetto della Trinità, tra una folla di santi del Vecchio e del Nuovo Testamento, secondo un programma iconografico elaborato dallo stesso pittore.

Cappelle della tribuna

[modifica | modifica wikitesto]

A sinistra della Cappella di San Filippo si entra nel vestibolo della sagrestia, che ha sul fondo il passaggio (1937) alla tribuna. Fu creato da Michelozzo ma fu trasformato nel 1625 in Cappella della Presentazione, di cui rimane ancora l'incorniciatura architettonica dell'altare. Le due piccole statue in pietra nelle nicchie laterali, sono di autore ignoto. Il tondo sopra il vano è lo stemma di Parte Guelfa. A destra, un busto di stucco, qui posto nel 1592, ci tramanderebbe la vera effigie di san Filippo Benizi.

Cappella della Natività
[modifica | modifica wikitesto]
Alessandro Allori, Natività della Vergine (1602)

La Cappella della Natività, o di Sant'Ignazio, fu eretta nel 1471 dalla famiglia dei dell'Antella. Venne rinnovata per volere di Donato dell'Antella a partire dall'anno 1600, su disegno dello scultore Bartolommeo Rossi e consacrata già il 25 giugno 1602. La pala d'altare, la Natività della Vergine (1602), è di Alessandro Allori. Sulle pareti, altri quattro pregevoli dipinti narrano alcuni fatti della vita di san Manetto dell'Antella, uno dei Sette santi Fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria. Il primo dipinto in alto a destra è di Jacopo Ligozzi, e rappresenta San Manetto al piedi di papa Clemente IV; quello inferiore, San Manetto che risana uno storpio, è di Cristoforo Allori, del 1602, importante per l'adesione del pittore al nuovo naturalismo nel disegno e nel colore appreso dagli insegnamenti del Cigoli e del maestro Gregorio Pagani, e nota per la presenza, tra gli astanti sulla sinistra, dei suoi maestri e di alcuni suoi colleghi insieme al proprio autoritratto;[19] a sinistra, il primo in alto, è il dipinto con i Sette Santi Fondatori diretti a Montesenario, di Alessandro Allori; sotto è il San Manetto eletto Generale dell'Ordine, di Domenico Cresti detto il Passignano.

La volta fu affrescata da Bernardino Poccetti, che vi rappresentò il Paradiso, dove, sopra i patriarchi biblici, la colomba dello Spirito Santo effonde una pioggia di luce con piccole fiammelle dorate, tra le quali sette stelle luminose lavorate a rilievo in stucco che rimandano ai sette doni dello Spirito ma alludono anche ai Sette Santi fondatori.

Cappella di San Michele Arcangelo
[modifica | modifica wikitesto]

Appartenuta dal 1470 ai Benivieni passò poi a quella dei Donati che la restaurò nel 1666. Il dipinto dell'altare, la Madonna col Bambino tra San Michele Arcangelo, San Raffaele Arcangelo e Sant'Antonio da Padova (1671) e i due laterali, San Carlo Borromeo e Santa Maria Maddalena dei Pazzi, sono di Simone Pignoni. Gli affreschi della volta sono di Cosimo Ulivelli.

Cappella di Sant'Andrea Apostolo
[modifica | modifica wikitesto]

Fu eretta nel 1456 da Francesco Romoli dei Bellavanti; ma nel 1721 fu patronato dei Malaspina che la restaurarono nel 1726. La tavola dell'altare, Madonna e santi, è attribuita alla cerchia del Perugino; due dipinti laterali rappresentano il Martirio di sant'Andrea.

Cappella della Risurrezione
[modifica | modifica wikitesto]
Agnolo Bronzino, Resurrezione (1552)

La cappella fu fondata da Piero Del Tovaglia, primo patrono della cappella, ma nel 1548 il patronato veniva assunto dalla famiglia Guadagni che la restaurò nel 1742. La pala d'altare di Agnolo Bronzino che raffigura la Resurrezione fu commissionata dai fratelli Jacopo, Filippo e Paolo Antonio Guadagni nello stesso 1548 e terminata nel 1552. Il pittore traduce i modelli michelangioleschi, specie del Giudizio della Sistina, in morbide, a tratti sensuali figure.[20]

Nella cappella è la statua di San Rocco, in legno di tiglio, opera di Veit Stoss, raro esempio di scultura tedesca rinascimentale in un contesto chiesastico italiano. Il San Francesco di Paola, in marmo, nella nicchia di fronte è di Giuseppe Piamontini, siglato e datato 1700 e qui collocato nel 1857.[21]

Cappella della Madonna del Soccorso (del Giambologna)
[modifica | modifica wikitesto]
Giambologna, Crocifisso (1598, in questa immagine esposto dopo il restauro in una sede temporanea)

La cappella fu fondata nel 1444 dalla famiglia Pucci. Più tardi, terminata la tribuna con gli aiuti finanziari del Marchese di Mantova, questi si riservò il patronato della cappella che, in seguito fu ceduto alla famiglia Dolce e finalmente, nel 1594, passò allo scultore Giambologna che si impegnò a decorarla, ne fece la sua cappella funeraria e si occupò anche del progetto architettonico valorizzato dall'uso della tradizionale pietra serena. Lo scultore realizzò la decorazione bronzea consistente nel Crocifisso in bronzo, eseguito nel 1598 e nei sei bassorilievi in bronzo con scene della Passione realizzati nello stesso periodo e già collocati al momento dell'inaugurazione della cappella, nello stesso 1598.

La decorazione marmorea fu affidata invece all'allievo Pietro Francavilla che scolpì le figure della Vita attiva e della Vita contemplativa), mentre le altre statue di stucco degli Angeli e degli Apostoli sono invece opere di Pietro Tacca.

Nella parete di fondo, al di sopra del sarcofago che racchiude le spoglie del Giambologna e di Pietro Tacca, è il quadro con la Pietà di Jacopo Ligozzi. Degli altri due dipinti presenti, la Resurrezione è opera del Passignano, del 1598, e la Natività di Cristo di Giovan Battista Paggi. I dipinti completano l'ambiente che si pone come un interessante complesso decorativo della Firenze di fine Cinquecento.

Sull'altare, realizzato in marmo e decorazioni bronzee nel 1749, è posta la tavola della Madonna del Soccorso, attribuita a Bernardo Daddi.

Cappella di Santa Lucia
[modifica | modifica wikitesto]

Già detta dei Santi Martiri e San Francesco, prima appartenne alla famiglia del Giocondo, ma nel 1723 passò a quella degli Anforti che la restaurò nel 1727.

Sull'altare vi era un tempo il quadro delle Stimmate di san Francesco di Domenico Puligo (ora alla Galleria Palatina), poi vi fu posto quello dei Sette Santi Fondatori, e infine l'attuale Santa Lucia, di Jacopo Vignali. I due quadri delle pareti, Storia dei santi martiri e San Francesco, sono di autore ignoto.

La volta è decorata da Niccolò Nannetti.

Cappella del cieco nato
[modifica | modifica wikitesto]
Passignano, Miracolo del cieco nato (1604)

Prende il nome dalla pala del Passignano, che rappresenta il Miracolo operato da Cristo al cieco nato. Nel 1534, erano patroni della cappella gli Scala, e qui fu sepolto il letterato e Cancelliere della Repubblica di Firenze Bartolommeo Scala. Nel 1604 i Brunaccini subentrarono nel patronato della cappella, e cancellarono ogni traccia dei precedenti curatori, ivi compresi uno stemma e un'iscrizione dedicata a Bartolommeo[22]. A destra l'Adorazione del cieco nato è dell'Empoli; il quadro di sinistra, di Pietro Sorri, artista senese; le pitture della volta sono di Ottavio Vannini.

Cappella di Santa Caterina
[modifica | modifica wikitesto]

I primi patroni di questa cappella furono i Bardi, quindi gli Accolti e nel 1612 i Buontalenti, che l'adornarono su disegno di Gherardo Silvani. Il quadro dell'altare che rappresenta le Nozze mistiche di santa Caterina d'Alessandria firmata da Giovanni Bilivert e datata 1642, ma eseguita in gran parte da Agostino Melissi.[23]

e i due laterali, Santa Maria Maddalena e Santa Margherita da Cortona con gli affreschi della volta, sono del Vignali.

Cappella di Sant'Anna
[modifica | modifica wikitesto]

La cappella, che appartenne alla famiglia Giacomini-Tebalducci, custodisce all'altare una pala di Antonio di Donnino del Mazziere eseguita nel 1543 e raffigurante Sant'Anna con i santi Stefano, Lorenzo, Filippo Benizi e Giuliana Falconieri.

Organi a canne

[modifica | modifica wikitesto]

Nella basilica si trovano sei organi a canne. L'organista titolare è dal 2011 il fiorentino Simone Stella, terziario servita.

Organo in cornu Epistolæ
[modifica | modifica wikitesto]
Organo in cornu Evangelii
Organo in cornu Epistolæ (Di Lorenzo, 1509-1521)

Sulla cantoria soprastante la cappella del Salvatore (sulla parete di destra della navata), con parapetto scolpito in marmo da Piero Rosselli, vi è l'organo a canne, con cassa lignea, ricca d'intagli e dorature, in parte di Giovanni d'Alesso Unghero. Lo strumento venne costruito da Domenico di Lorenzo da Lucca tra il 1509 e il 1521; la tenda che chiude la mostra è costituita da una tela dipinta nel 1705 da Antonio Puglieschi con la Presentazione al Tempio.

L'organo, più volte restaurato, a trasmissione meccanica e ha un'unica tastiera di 62 note con prima controttava scavezza e una pedaliera a leggio scavezza di 18 priva di registri propri e costantemente unita al manuale. Dispone di 7 registri.

Organo in cornu Evangelii
[modifica | modifica wikitesto]

Dirimpetto all'organo di Domenico di Lorenzo si trova un secondo strumento, restaurato da Andrea e Cosimo Ravani da Lucca nel 1628. Il basamento in marmo venne scolpito da Bartolommeo Rossi; la ringhiera di pietra tinta a marmo è di Alessandro Malavisti; la parte lignea è intagliata da Benedetto Tarchiani; il progetto è opera di Matteo Nigetti. Il pittore Giuseppe Romei dipinse la tela che chiude la mostra con la Morte di Santa Giuliana Falconieri (1772). Ambedue gli organi, nel 1763 furono ridotti alla medesima tonalità da padre Bonfiglio Vambré, O.S.M.. Nel 1911 l'organo venne completamente rifatto da Carlo Vegezzi Bossi.

Lo strumento attuale, in stato di abbandono, è a trasmissione mista (idraulica per i registri, i manuali e il pedale, meccanica per le unioni) e dispone di 20 registri; la sua consolle, anch'essa situata in cantoria, ha due tastiere di 56 note ciascuna e una pedaliera retta di 27.

Organo della Cappella della Santissima Annunziata
[modifica | modifica wikitesto]
Organo della Cappella della Santissima Annunziata (Paoli, 1842)

Di fianco alla Cappella della Santissima Annunziata, fra la prima e la seconda cappella di sinistra, si trova l'organo a canne costruito da Michelangelo Paoli nel 1842 riutilizzando il materiale fonico di un precedente strumento, costruito da Matteo da Prato tra il 1444 e il 1453 e ampliato da Onofrio Zeffirini nel 1551 (all'intervento cinquecentesco risalgono alcuni registri e la mostra attuale). Lo strumento è situato in un vano scale e la sua consolle, a finestra, si apre nella parete posteriore della cassa; essa ha un'unica tastiera di 50 note con prima ottava scavezza e una pedaliera a leggio scavezza di 8 note costantemente unita al manuale e priva di registri propri. L'organo, in stato di abbandono, è a trasmissione integralmente meccanica e dispone di 14 registri.

Organo della tribuna
[modifica | modifica wikitesto]

All'interno del recinto del coro, dietro l'altare maggiore, si trova l'organo a canne utilizzato durante le liturgie e per alcuni concerti. Questo fu costruito da Carlo Vegezzi-Bossi nel 1912, ma dopo la piena del 1966, nel 1969 la consolle fu rifatta da Giovanni Bai e fu spostata nel presbiterio. Lo strumento, a trasmissione elettrica (ma fino al 1992 era elettro-pneumatica), dispone di 18 registri; la consolle ha due tastiere di 58 note ciascuna e una pedaliera concavo-radiale di 30 e a essa è collegato anche l'organo positivo costruito da Paolo Ciabatti nel 2002 e situato nella prima esedra di destra della tribuna.

Organo della Cappella di San Luca
[modifica | modifica wikitesto]

Nella Cappella di San Luca (anche detta "dei Pittori") si trova un organo positivo costruito dal faentino Tommaso Fabbri nel 1702. Questo strumento, originariamente destinato alla Sagrestia Nuova e solo in un secondo tempo collocato nella cappella, è a trasmissione meccanica sospesa e ha 5 registri; dispone di un'unica tastiera di 45 note con prima ottava scavezza e una pedaliera a leggio scavezza di 9 note costantemente unita al manuale e priva di registri propri.

Il complesso conventuale

[modifica | modifica wikitesto]

Il Chiostro Grande

[modifica | modifica wikitesto]
Il chiostro grande

Il Chiostro "Grande" o dei "Morti", venne risistemato su un lato della chiesa da Michelozzo e da altri, e terminato nel secolo XV. L'orologio risale al secolo XVI, anche se ha subito modifiche nei secoli successivi. La piccola campana porta la scritta Ave Maria e la data 1567.

Le venticinque lunette dipinte che ammiriamo sotto gli archi, sono dovute al pennello di diversi autori. Le prime tre lunette a sinistra sono di Ventura Salimbeni (1605): San Manetto dell'Antella e il pontefice Clemente IV (da notare il ritratto di Dante); Ampliamento di Santa Maria di Cafaggio, Morte di san Bonfiglio Monaldi, primo Generale dell'Ordine.

La quarta lunetta è di Bernardino Poccetti (1612): Morte di san Bonagiunta Manetti. La quinta e la sesta furono dipinte da Matteo Rosselli (1614): San Bonfiglio rassegna le dimissioni da superiore; Approvazione dell'Ordine dei Servi di Maria.

Continuando sul lato che segue troviamo ancora una lunetta del Salimbeni (1608), Visione di san Filippo Benizi. Nell'ottavo affresco (1625), il padre pittore Donato Arsenio Mascagni racconta la tradizione devota del Volto della Madonna dipinto da un angelo. La nona lunetta è dì Matteo Rosselli (1616): Innocenzo IV e il cardinale Fieschi protettore dell'Ordine dei Servi. Nel decimo affresco di Arsenio Mascagni con la Posa della prima pietra di Santa Maria di Cafaggio, e nell'undicesimo, del Rosselli (1616), invece, San Manetto alla presenza del re di Francia.

Andrea del Sarto, Madonna del Sacco (1525)

Le sei lunette che seguono nel braccio nord sono affrescate da Bernardino Poccetti. Rappresentano: l'Apparizione della Madonna al vescovo di Firenze e ai Sette Fondatori; Fondazione del monastero di Montesenario; Il vescovo di Firenze assegna al nuovo Ordine la Regola di sant'Agostino; I sette fiorentini si ritirano a villa Camarzia; Vocazione alla vita eremitica; Nascita del nuovo Ordine nella compagnia dei Laudesi. La lunetta sopra la porta secondaria di entrata alla chiesa, è un capolavoro di Andrea del Sarto, la celebre Madonna del Sacco (1525). Poco lontano, a sinistra, il sepolcro di Chiarissimo dei Falconieri.

Anche le altre sette lunette lungo il lato della chiesa, sono affrescate dal Poccetti: Morte di sant'Alessio Falconieri, San Filippo Benizi converte due peccatrici; Morte dei santi Uguccione e Sostegno; Sant'Uguccione alla presenza di Rodolfo I conte d'Asburgo; San Sostegno a Parigi davanti al re Filippo; San Manetto rinunzia al governo dell'Ordine in favore di san Filippo Benizi; Sant'Amadio degli Amidei risuscita un fanciullo annegato.

Sotto la quarta e la quinta lunetta di questo braccio del chiostro, si trova il monumento sepolcrale di Guglielmo di Durfort, morto nella battaglia di Campaldino (11 giugno 1289). Il fiordaliso di Francia e il giglio di Firenze, ricordano l'amicizia dei due popoli.

Cappella del Capitolo
[modifica | modifica wikitesto]
La Cappella del Capitolo

La Cappella del Capitolo dà sul chiostro grande.

Fu cosiddetta perché in essa i frati solevano tenere i loro raduni comunitari, era la loro sala capitolare. Prima essa era la cappella della famiglia Macinghi, e fu costruita nel 1384. Nel 1722, su disegno di Giovacchino Fortini, fu portata allo stato attuale. La decorazione e le pitture sono di Matteo Bonechi (Storie dei Sette Santi Fondatori) e di Antonio Puglieschi (autore delle sole scene nella scarsella, con la Visione della vite e San Filippo bambino che acclama i Servi di Maria), con quadrature di Benedetto Fortini[24].

Nella parete dietro l'altare, in una ricca cornice intagliata e dorata, è un antico dipinto dei Sette Fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria, composta da altrettante tavole forse trecentesche rinvenute casualmente nel 1699 nel soffitto della chiesa della Santissima Annunziata a Pistoia e inviate a Firenze: si tratta dei più antichi ritratti dei sette, sebbene pesantemente ridipinti nel Settecento[25].

Sul lato sinistro dell'altare riposano i resti mortali della mistica Maria Valtorta, terziaria dell'Ordine dei Servi di Maria, che il 2 luglio 1973 furono traslati dal cimitero della Misericordia di Viareggio all'attuale tomba ubicata all'interno della Cappella del Capitolo.

Secondo Chiostro

[modifica | modifica wikitesto]
Il secondo chiostro

Un corridoio e una porta introducono dal Chiostro Grande nel Secondo Chiostro. Di esso abbiamo notizie fin dal 1322, ma nel 1371 fu ricostruito in colonne di pietra serena e a due piani. Oggi è murato e solo le colonne d'angolo sono state liberate.

Sono interessanti due affreschi di Francesco Montelatici detto Cecco Bravo, la Carità e la Speranza, che si trovano ai lati della nicchia dove un tempo era la statua della Vittoria (ora al Museo Nazionale del Bargello) scolpita dall'Ammannati. Al presente nella nicchia è posta una grande statua policroma di San Filippo Benizi, intagliata da Luca Boncinelli per la sua canonizzazione (1671). Sulle pareti del lato nord, sono stati ritrovati frammenti di affreschi sulla vita di Sant'Agostino, dipinti da Stefano d'Antonio nel 1470 circa.

Cappella dei pittori o di San Luca

[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella di San Luca.
La Cappella di San Luca

Questa cappella è legata ai nome dello scultore fiorentino dell'Ordine dei Servi di Maria, Giovanni Angelo Montorsoli, il quale diede nuova vita alla Compagnia del Disegno, destinandole come sede questo locale. Restaurata la cappella a proprie spese, la inaugurò nel 1562 alla presenza di quarantotto tra pittori, scultori e architetti che avevano dato il proprio nome alla risorta Compagnia.

La cappella fu dedicata alla Santissima Trinità di cui è presente a destra l'affresco (1571) eseguito da Alessandro Allori. Sotto questo affresco era in origine l'altare, e dalla parte opposta si apriva l'entrata che dava nel Secondo Chiostro. Eustache d'Osmond, vescovo di Nancy mandato a Firenze da Napoleone come arcivescovo, si prese una parte del convento per abitazione, la Cappella dei Pittori per cappella privata, facendo chiudere l'ingresso primitivo. Al posto dell'antica entrata fu in seguito messo l'affresco del Pontormo, la Vergine e santi (già della chiesa di San Ruffillo), e l'altare finì sotto l'affresco di Giorgio Vasari, San Luca che dipinge la Vergine.

Nella parete di fronte all'altare, Santi di Tito dipinse la Fabbrica del Tempio di Salomone (secondo alcuni: Costantino che presiede alla prima costruzione delle basiliche cristiane); mentre il quadro della volta, la Vergine e san Bernardo, è di Luca Giordano (1685). È presente un l'organo positivo di Tommaso Fabbri da Faenza (1702).

Le statue intorno alla cappella sono del Montorsoli, del Giambologna e di altri scultori fiorentini dell'epoca. Al centro un pozzetto con cornice marmorea segna l'accesso sotterraneo alla cappella mortuaria, dove vennero sepolti il Pontormo, lo stesso Montorsoli, il Franciabigio, Benvenuto Cellini, Lorenzo Bartolini, ecc. L'ultimo a essere qui sepolto fu Rodolfo Siviero, nel 1983.

Nel piccolo ambulacro che serve da sagrestia si trovano altre opere, tra cui il San Giovanni a Patmos, una terracotta di scuola robbiana, il Crocifisso ligneo di Antonio da Sangallo il Vecchio e la sinopia con Vergine in trono e santi che fu trovata dietro l'affresco del Pontormo, da attribuirsi a Raffaellino del Garbo.

Il refettorio del convento

Il convento dei frati serviti si trova a sinistra della chiesa, con accesso da via Cesare Battisti 6. Sebbene oggi sia notevolmente ridimensionato per la secolarizzazione di molti ambienti (in cui hanno oggi sede tra gli altri l'Istituto Geografico Militare e l'Università di Firenze), il complesso comprende ancora molte opere d'arte e strutture monumentali. Si accede dalla portineria, decorata sullo sfondo da quadrature settecentesche, sulla quale si affacciano alcuni ambienti dove si trovano le sinopie delle lunette del chiostro grande, alcune pale come l'Annunciazione di Francesco Traballesi, proveniente dall'altare dell'oratorio di San Pierino. e databile all'inizio degli anni settanta del Cinquecento.[26] Nella sala dell'Annunciazione è stata scoperta una Madonna Annunciata quattrocentesca, riferibile a Cosimo Rosselli.

Sempre al piano terra, il grande refettorio, decorato dalla Cena in casa del Fariseo di Santi di Tito (1573), da alcuni affreschi di Giandomenico Ferretti e una grande macchina d'altare lignea con l'Addolorata (1750). Accanto si trovano le cucine, che presentano ancora un grande camino quattrocentesco.

Alla biblioteca dei frati contribuì Michelozzo. Un corridoio a lato della basilica contiene molte opere devozionali per lo più del XVII secolo. Ai piani superiori si trovano le celle dei frati, tra le quali spicca quella già appartenuta al Montorsoli, che visse qui isolato gli ultimi anni della sua vita, in un piccolo eremo all'interno del convento stesso, con una cappellina personale affrescata da Andrea Boscoli verso il 1587. Altri ambienti sono l'infermeria (dove abitavano temporaneamente i frati malati) e la foresteria (per gli ospiti).

Nel 2007, nella parte ovest del convento oggi sede dell'Istituto Geografico Militare, vennero scoperti alcuni ambienti, tra cui uno scalone realizzato da Michelozzo, precedentemente nascosto, una lunetta con un'Annunciazione attribuita dubitativamente a Paolo Uccello, delle grottesche di Morto da Feltre e degli affreschi di uccelli in volo di mano forse di Leonardo da Vinci e della sua scuola. Leonardo risiedette infatti nel convento della Santissima Annunziata per due anni. Fa parte dell'Istituto anche un salone adibito a biblioteca, con antichi arredi lignei e due affreschi monumentali con Storie di san Vincenzo Ferrer, di Giovanni Maria Ciocchi.

Confraternite

[modifica | modifica wikitesto]

Nella grande basilica e nei suoi annessi si riunirono nel tempo molte Compagnie o confraternite. Tra le più importanti ci furono:

Opere già nella Santissima Annunziata

[modifica | modifica wikitesto]
  1. Garofalo e Mattei, pp. 21-43.
  2. Catholic.org - Basilicas in Italy, su gcatholic.org.
  3. L'affresco, l'Immagine e l'edicola della Madonna Annunziata, su annunziata.xoom.it. URL consultato il 7 aprile 2026 (archiviato dall'url originale il 4 dicembre 2020).
  4. F. Canali e V. C. Galati, Ancora dul tempietto umanistico della Madonna nella Santissima Annunziata: ipotesi per una prima collocazione nella Tribuna terminale (1453-1460), in Bollettino della Società di Studi Fiorentini, 7-8, 2000-2001.
  5. Per tutte le informazioni sulle lampade: ricerca di Eugenio M. Casalini e Paola Ircani Menichini su Academia.edu, 2011
  6. Cecco Bravo pittore senza regola. Firenze 1601 - Innsbruck 1661, catalogo di mostra a cura di A. Barsanti - R. Contini, Milano 1999, pag. 30.
  7. Alessandro Grassi, "Fratrum et piorum ope": trasformazioni seicentesche all'Annunziata, in "La Basilica della Santissima Annunziata. Dal Seicento all'Ottocento", Firenze, 2014, pag. 74.
  8. Articolo su Ansa.it, su ansa.it.
  9. Brunella Teodori, Jacopo da Empoli, Madonna col Bambino, Angeli e i santi Nicola di Bari, Giuliana Falconieri, Giovanni Battista e Andrea, in "Jacopo da Empoli, 1555 - 1640, Pittore d'eleganza e devozione", catalogo di mostra a cura di Rosanna Caterina Proto Pisani, Antonio Natali, Carlo Sisi, Elena Testaferrata, Cinisello Balsamo, 2004, pagg. 152 - 155.
  10. Sandro Bellesi, Una vita inedita di Pier Dandini, in «Rivista d’arte», XLIII (1991), s. IV, 7, pag. 95 e 119.
  11. Alfredo Bellandi, In riva d'Arno, "a un buon lume". La scultura in legno dipinto del Quattrocento a Firenze, in "Fece di scoltura di legname e colorì". Scultura del Quattrocento in legno dipinto a Firenze, catalogo di mostra, Firenze, 2016, p. 51.
  12. P. Nuttali, La "Tavele Sinte Barberen": New Documents for Cosimo Roselli and Giuliano da Maiano, in "Burlington Magazine", 127 (1985), pp. 367 - 372.
  13. Alessandro Grassi, "Fratrum et piorum ope"..., cit., in "La Basilica della Santissima Annunziata...", cit., Firenze, 2014, pag. 68.
  14. Alessandro Grassi, "Fratrum et piorum ope"..., cit., in "La Basilica della Santissima Annunziata...", cit., Firenze, 2014, pag. 70.
  15. Cristo in pietà sorretto da Nicodemo, su beni-culturali.eu. URL consultato il 5 aprile 2019.
  16. Guido Botticelli, Il restauro del S. Giuliano di Andrea del Castagno nella Chiesa della SS. Annunziata a Firenze, in "Critica d’arte" n. 1, 1999, pp. 62-74.
  17. Grazia Badino, Giovanni Stradano, Crocifissione, in Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma, catalogo di mostra, Firenze 2017, pagg. 122 - 123.
  18. C. Lenzi Iacomelli, Pittori a Firenze al tempo della reggenza lorenese (1737-1765), in "Proporzioni", I, 2000, pag. 208.
  19. Novella Barbolani di Montauto, Lodovico Cigoli: i committenti figlinesi, l’amicizia col Pagani e il “colorire naturale e vero", in Colorire naturale e vero. Figline, il Cigoli e i suoi amici, catalogo della mostra, Firenze, 2008, p. 31.
  20. Liala Morini, Bronzino, Discesa di Cristo al Limbo, in Bronzino pittore e poeta alla corte dei Medici, catalogo di mostra a cura di C. Falciani, A. Natali, Firenze, 2010, pp. 306 - 307.
  21. E. Casalini, Il S. Francesco di Paola di Giuseppe Piamontini e il ciborio dell’altare maggiore di Alfonso Parigi, in Studi storici dell’Ordine dei Servi di Maria, XXIII (1973), pp. 210 s.
  22. M. Ricci (1876) Il Santuario della Santissima Annunziata di Firenze: guida storico-illustrativa, pagg. 178-179.
  23. Roberto Contini, Agostino Melissi, in Il Seicento Fiorentino, Catalogo della Mostra, Firenze, 1986, pag. 123.
  24. Scheda di catalogo, su catalogo.uffizi.it.
  25. Una scheda, su catalogo.uffizi.it.
  26. Ludovica Sebregondi, Chiese, conventi e confraternite a Firenze nell'età della Controriforma, in Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma, catalogo di mostra, Firenze 2017, pagg. 114 - 115.
  • Casalini Eugenio M., La SS. Annunziata di Firenze: studi e documenti sulla Chiesa e il convento, Firenze, Convento della SS. Annunziata, 1971, SBN SBL0383171.
  • Casalini Eugenio M., Dini Iginia, Giorgetti Renzo, Ircani Paola, La SS. Annunziata di Firenze: studi e documenti sulla Chiesa e il convento. 2, Firenze, Convento della SS. Annunziata, 1978, SBN SBL0324393.
  • Casalini Eugenio M. La SS. Annunziata di Firenze. Guida storico-artistica, Firenze. Prima edizione Firenze 1957. Seconda edizione, riveduta dall'autore, Firenze 1980. Ristampata nel 2008 con nuove fotografie.
  • Casalini Eugenio M. Una icona di famiglia. Nuovi contributi di storia e d'arte sulla SS. Annunziata di Firenze, Biblioteca della Provincia Toscana O.S.M. Collana Colligite 10, Firenze 1998.
  • F. Canali e V. C. Galati, Ancora dul tempietto umanistico della Madonna nella Santissima Annunziata: ipotesi per una prima collocazione nella Tribuna terminale (1453-1460), in Bollettino della Società di Studi Fiorentini, 7-8, 2000-2001
  • Petrucci Francesca. Le chiese di Firenze. Santissima Annunziata, Fratelli Palombi Editori, Roma 1992.
  • Taucci Raffaello M. Un Santuario e la sua città. La SS. Annunziata, Edizioni Convento SS. Annunziata, Firenze 1976.
  • Tonini P. Il santuario della Santissima Annunziata di Firenze. Guida storico illustrativa compilata da un religioso dei Servi di Maria, Firenze, Tipografia di M. Ricci, 1876.
  • Emanuela Garofalo e Francesca Mattei (a cura di), I Gonzaga fuori Mantova. Architettura, relazioni, potere, Roma, Viella, 2022, ISBN 978-88-3313-813-8.
  • Riccardo Spinelli, Gli affreschi di Matteo Rosselli e Domenico Pugliani nella cappella del Palagio alla Santissima Annunziata di Firenze, in "L'Artista. Critica delle arti in Toscana", III, 2021, pagg. 106 - 117.

Voci correlate

[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti

[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni

[modifica | modifica wikitesto]
Controllo di autoritàVIAF (EN) 127837808 · LCCN (EN) n80050114 · GND (DE) 4236652-5 · J9U (EN, HE) 987007603993205171