Aspreno di Napoli

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Sant'Aspreno
Luca Giordano Protector saints of Naples.jpg
Luca Giordano, I Santi Patroni di Napoli (Bacolo, Eufebio, Francesco Borgia, Aspreno, e Candida) adoranti il Crocifisso, XVII secolo, Napoli, Palazzo Reale
 

Vescovo di Napoli

 
NascitaNapoli, I secolo
MorteNapoli, II secolo
Venerato daChiesa cattolica
Ricorrenza3 agosto
AttributiBastone pastorale
Patrono diNapoli; invocato contro l'emicrania

Aspreno, o Asprenato secondo il Martirologio Romano, (I secoloNapoli, II secolo) è stato un vescovo e santo romano.

Fu il primo vescovo di Napoli, secondo quanto riportano le Gesta episcoporum Neapolitanorum[1] e il Catalogus episcoporum Neapolitanorum;[2] il suo nome appare commemorato al 3 agosto nel calendario marmoreo di Napoli.[3]. Secondo questi testi la sua guida pastorale sarebbe stata di circa 23 anni. La sua vita si sarebbe svolta sotto gli imperatori Traiano e Adriano. Fu particolarmente ricolmo d'amore verso i poveri e si dimostrò sempre disponibile verso qualsiasi persona al di là del ceto e della condizione sociale, il suo speciale carisma fece accrescere la comunità cristiana napoletana. La sua memoria cade il 3 agosto.

Leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Aspreno avrebbe ricevuto il Kerygma cristiano dall'apostolo Pietro che, giunto da Antiochia diretto a Roma, si sarebbe fermato a Napoli dove avrebbe guarito da un male una vecchia la quale si sarebbe convertita e sarebbe poi divenuta Santa Candida la Vecchia. Candida avrebbe portato da Pietro proprio Aspreno, anch'egli infermo. La leggenda narra che, a guarigione avvenuta, Aspreno si convertì e quando Pietro dovette lasciare Napoli per Roma consacrò l'uomo vescovo poiché nel frattempo la comunità cristiana era divenuta ampia e necessitava di un pastore. Avrebbe fatto costruire l'edificio di culto di Santa Maria del Principio, dove poi sarebbe sorta la Basilica di Santa Restituta e quindi il Duomo di Napoli. La leggenda attribuisce ad Aspreno anche la fondazione della Basilica di San Pietro ad Aram, prima chiesa napoletana, dove è ancora presente l'altare su cui Pietro avrebbe celebrato il Sacrificio eucaristico.

Reliquie[modifica | modifica wikitesto]

Sepolto secondo la tradizione nell'oratorio della chiesa napoletana di Santa Maria del Principio, recenti ricerche hanno affermato che i suoi resti si trovassero nelle Catacombe di San Gennaro e furono traslati per decisione del vescovo di Napoli Giovanni IV lo Scriba (842-849) nella basilica Stefania dove tutt'oggi riposano sotto l'altare della cappella che porta il suo nome. Nella cappella del Tesoro di san Gennaro vi è, insieme a quello di Gennaro e degli altri 50 santi patroni della città di Napoli, il suo busto d'argento e nella cappella delle reliquie del Duomo di Napoli è conservato quello che la tradizione ritiene essere il bastone con cui l'apostolo Pietro lo guarì dalla malattia.

Nella chiesa di Sant'Aspreno al Porto a lui dedicata si trova il suo Pastorale. Una seconda chiesa dedicata ad Aspreno a Napoli si chiama Sant'Aspreno ai Crociferi.

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Fu il primo patrono di Napoli, dal 1673 è venerato come secondo patrono della città.

È particolarmente invocato per curare l'emicrania.

Il Martirologio Romano, riformato a norma dei decreti del concilio Vaticano II, ricorda il santo vescovo il 3 agosto con queste parole:[4]

«A Napoli, sant'Asprenato, primo vescovo della città.»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (LA) Gesta episcoporum Neapolitanorum Archiviato il 20 dicembre 2019 in Internet Archive., in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores. Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, p. 403.
  2. ^ (LA) Catalogus episcoporum Neapolitanorum Archiviato il 3 settembre 2014 in Internet Archive., in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores. Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, p. 436.
  3. ^ Gennaro Luongo, Il calendario marmoreo napoletano. Un approccio linguistico, Bollettino linguistico campano 2010, p. 9.
  4. ^ Martirologio Romano. Riformato a norma dei decreti del Concilio ecumenico Vaticano II e promulgato da papa Giovanni Paolo II, Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2004, p. 605.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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