Sant'Agata in carcere con san Pietro e l'angelo

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Sant'Agata visitata in carcere da san Pietro e l'angelo
Sant'Agata in carcere, Giovanni Lanfranco.jpg
AutoreGiovanni Lanfranco
Data1613 - 1614
Tecnicaolio su tela
Dimensioni100×132.6 cm
UbicazioneGalleria nazionale di Parma

Il dipinto raffigurante Sant'Agata visitata in carcere da San Pietro e l'Angelo è un'opera a olio su tela (100 x 132,6 cm) di Giovanni Lanfranco ed è conservato presso la Galleria nazionale di Parma. L'opera è databile tra il 1613 e il 1614.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Sant'Agata, particolare

La protagonista dell'opera è Sant’Agata, martire siciliana, la cui vita è descritta in testi come la Passio Sanctae Agathae e il De laudibus virginitatis di Adelmo. La giovane donna, vissuta secondo le fonti nella prima metà del III secolo, fu sottoposta a martirio durante la persecuzione di Decio. Secondo altri testi invece, Sant'Agata potrebbe esser vissuta sotto Diocleziano, all'inizio del IV secolo. La martire, durante il suo supplizio, fu sottoposta a dure prove alle quali non cedette mai, poiché aveva fatto voto di perpetua verginità. Venne così punita con l'amputazione delle mammelle, fino a quando le apparve in una visione San Pietro a risanargliele. Lafranco rappresenta il momento nel quale la giovane vergine è rinchiusa in carcere, dopo aver subito il supplizio infertole e riceve la visita miracolosa di San Pietro. Questo risana le sue ferite al seno con un unguento, mentre un angelo illumina il percorso con una torcia[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L’opera, acquistata e collocata in Galleria nel 1851, era proveniente dalla collezione del marchese Dalla Rosa Prati. Al tempo dell’acquisizione, un dubbio sull’autobiografia dell’opera fece abbassare notevolmente il prezzo dell’acquisto, da 1000 a 400 franchi[1]. Forse sull'onda di questi dubbi, studiosi come Ricci l'opera presenta un "eccessivo contrasto tra ombre e luci, ma eseguito bravamente"[1][2]. Autori come Salerno[3] fanno risalire l'opera al periodo parmense dell'autore (1611) per la sua purezza delle linee e le influenze di artisti come Bartolomeo Schedoni. Altri[4], vedono una forte contaminazione di ispirazioni parmesi e bolognesi, generate da Ludovico e Annibale Carracci, ma anche romane, originate da caravaggeschi come Orazio Gentileschi, Borgianni e Saraceni. Infine Schleier colloca l'opera attorno al 1613-1614[5].

La committenza, ancora sconosciuta, doveva essere probabilmente privata e quindi non indirizzata ad una pubblica fruizione. L'opera, infatti, si addice alla sperimentazione di quella "mozione degli affetti", tipica dello stile Barocco. Lafranco si misurerà spesso con questo aspetto della cultura del suo tempo, scandagliando specialmente il tema dell'intimità in alternativa alle scene magniloquenti, visibili soprattutto nei cicli affrescati dello stesso autore[1].

Presso la Galleria Corsini è conservata una copia dell'opera realizzata dallo stesso Lanfranco qualche anno dopo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Lucia Fornari Schianchi, 1999
  2. ^ Ricci, 1896, p.151
  3. ^ Salerno, 1958; p.53
  4. ^ Bernini, 1985; pp. 41-42
  5. ^ Schleier, 2001

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G.P. Bernini, Giovanni Lanfranco, Parma, 1985
  • Lucia Fornari Schianchi, Scheda dell'opera; in Lucia Fornari Schianchi (a cura di) Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere, il Seicento, Milano, 1999 e bibliografia precedente.
  • L. Salerno, Per Sisto Badalocchi e la cronologia del Lafranco, in "Commentari", IX, 1958, f.I, pp. 44–64.
  • Erich Schleier, Giovanni Lanfranco, un pittore barocco tra Parma, Roma, Napoli; catalogo della mostra di Parma, Napoli, Roma, 2001-2002; Electa, Milano, 2001 pp 110–111

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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