San Mauro Castelverde

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San Mauro Castelverde
comune
San Mauro Castelverde – Stemma San Mauro Castelverde – Bandiera
San Mauro Castelverde – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Palermo-Stemma.png Palermo
Amministrazione
Sindaco Giuseppe Minutilla (lista civica) dal 01/06/2015
Territorio
Coordinate 37°54′52″N 14°11′26″E / 37.914444°N 14.190556°E37.914444; 14.190556 (San Mauro Castelverde)Coordinate: 37°54′52″N 14°11′26″E / 37.914444°N 14.190556°E37.914444; 14.190556 (San Mauro Castelverde)
Altitudine 1 050 m s.l.m.
Superficie 114,37 km²
Abitanti 1 701[1] (31-12-2015)
Densità 14,87 ab./km²
Frazioni Botindari, Karsa, Borrello Alto, Borrello Basso, Mallia, Tiberio
Comuni confinanti Castel di Lucio (ME), Castelbuono, Geraci Siculo, Pettineo (ME), Pollina, Tusa (ME)
Altre informazioni
Cod. postale 90010
Prefisso 0921
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 082065
Cod. catastale I028
Targa PA
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti maurini
Patrono San Mauro abate
Giorno festivo 15 gennaio. La solenne celebrazione in onore di San Mauro Abate, detta "'a Fera", accade ogni primo martedì di luglio protraendosi per quattro giorni, tra i quali la domenica e il lunedì precedenti e la domenica successiva, detta "ottava".
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
San Mauro Castelverde
San Mauro Castelverde
Il comune di San Mauro Castelverde nella provincia di Palermo.
Il comune di San Mauro Castelverde nella provincia di Palermo.
Sito istituzionale

San Mauro Castelverde (Santu Mauru in siciliano[2]) è un comune italiano di 1.701[1] abitanti della città metropolitana di Palermo in Sicilia.

La storia della Terra di Santo Mauro e del castello[modifica | modifica wikitesto]

San Mauro Castelverde si eleva sull'omonimo monte a 1050 metri sul livello del mare. Esso è avvolto tra il massiccio delle Madonie ad ovest, quello dei Nebrodi ad est e, di rimpetto, il visibile Mar Tirreno che spazia incontrastato, interrotto soltanto da rilievi su cui sorgono sia campagne locali sia visibili paesi limitrofi come Pollina e Castelbuono da un lato e Gangi e Geraci Siculo dall'altro. È uno degli 82 comuni dell'ex provincia di Palermo e dista dal suo capoluogo circa 114 km. Porta l'appellativo "Castelverde" dal 16 dicembre 1862 quando, in seguito all'unificazione del regno d'Italia, per distinguerlo dagli altri 22 paesi aventi medesima onomastica, la circoscrizione di Palermo chiese di aggiungere un secondo epiteto e l'allora consiglio comunale deliberò per tale identificativo.

Pur essendo uno dei pochi (se non l'unico) comune d'Italia ad avere nella sua regione un litorale proprio nonostante gli oltre 1000 metri di altitudine, da punti sparsi del suo vasto territorio si possono scorgere diversi paesi delle Madonie, dei Nebrodi e di altre province, senza escludere lo spettacolare scenario dell'Etna. Tra di essi è utile menzionare il "Pizzo Vuturo", vale a dire “avvoltoio”, con 1223 m di quota[3] o, ancor meglio, i 1346 metri di "Timpa del Grillo" sui Nebrodi (in gergo locale "Pizzu di tri finaiti", ossia "dei tre confini", poiché zona che delimita le Province di Palermo, Enna e Messina, oltre che frontiera di tre importanti feudi maurini: Gallina, Sallemi e Colombo[4]). Da quest'ultimo, in particolare, si riescono a scorgere ben 32 paesi, compresi isole e colli inerenti ai territori delle Province di demarcazione.

Sotto il titolo “Santo Mauro” il paese esisteva sicuramente fin dai tempi dei Normanni, iscritto tra i manieri della contea di Geraci nella diocesi di Messina. Questo nome non avrebbe potuto prenderlo prima del 15 gennaio 584, data della morte di san Mauro abate, ma il paese, seppur sotto forma di agglomerato di costruzioni, probabilmente esisteva già. Stando alla tradizione, il nome "San Mauro" pare che sia stato attribuito in seguito alla donazione di una reliquia del suddetto santo, racchiusa in un teschio argenteo, da parte di un monaco benedettino che, di passaggio, dovette fermarsi a causa del mal tempo (che cessò soltanto dopo che essa venne lasciata in custodia qui, interpretando ciò come un segno voluto da san Mauro stesso).

La storia di un paese antichissimo quale questo si perde sin dalla “notte dei tempi”, si intreccia tra racconti probabili e narrazioni semimitiche, raccontate di volta in volta alle generazioni successive con tocchi tali da raggiungere, spesso, l'inverosimile; per cui, sebbene si abbiano anche delle testimonianze concrete ma, forse, inattendibili, non sempre risulta facile distinguere una storia propriamente detta da millenarie e incerte leggende. Tuttavia si può rimandare alle opere del La Rocca[5][6] e del Leonarda[7] (autori locali) per ulteriori brillanti ed efficaci cenni illustrativi.

Si dice che i primi conquistatori o dimoranti, se non altro di passaggio, siano stati i Greci. A dimostrazione del fatto sussistono un antico bevaio e una via omonima (dette dei "rieggi") che lasciano pensare ad un insediamento in quel periodo. In effetti le tracce greche, stando agli atti del Tribunale del Real Patrimonio del 1593 (documentazione sui più antichi censimenti siciliani), sono state non soltanto un dato di fatto ma addirittura vivente. Infatti, oltre a persistere un quarterio delli greci, vi si inserisce una diretta testimonianza realmente vissuta: Joanna la greca, una vedova nullatenente[8]. Ciò premesso si rispedisce ad alcuni secoli dopo i Greci.

Con la denominazione Terra si soleva indicare un abitato fortificato circondato da mura protettive, distinto chiaramente da un conglomerato aperto definito Casale. Caduto l'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.), la Sicilia fu conquistata dagli Ostrogoti di Teodorico e, nel VI secolo, dai Bizantini. Per cui, avendo questi ultimi creato delle fortificazioni in Sicilia in difesa dagli attacchi Saraceni, costruirono anche imponenti roccaforti volte soprattutto a scopo di osservazione nemica. L'abitato di San Mauro era fortificato già da secoli. Del suo unico castello, del quale oggi non si conservano nient'altro che poche rovine parietali, molti storici ne parlano come opera di origine bizantina. Tuttavia sulla sua vera origine si è aperta una questione storica rilevante. A parte la tesi insufficientemente documentabile del La Rocca secondo cui il castello esisteva al tempo della conquista di Siracusa da parte dei Romani (III secolo a.C.), un'altra posizione è stata messa in luce dalla Paruta[9] (con analoga risoluzione del dott. Gioachino Drago Calascibetta[10]) che lo farebbe risalire, invece, al 1196 con fondazione avvenuta da parte della contessa Guerrera Creone Bernavilla, succeduta al padre Ruggero nello stato di Geraci proprio l'anno precedente. Nonostante le si attribuisca nello stesso anno anche la fondazione del Monastero di Santa Maria di Altopiano in località Batìa, Rocco Pirro, nella sua opera Sicilia Sacra[11], sostiene indirettamente che tale data non sia di fondazione, bensì di attestazione del castello e che nel 1196 San Mauro fosse già abitato e reso luogo fortificato. Una attestazione documentale del castrum Sancti Mauri è contenuta in una pergamena risalente al febbraio del 1322. Si tratta di una quietanza rilasciata da Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, a un tal Novello da Montonino, procuratore della contea, in cui emerge chiaramente la controprova sia dell'esistenza del castello sia della fortificazione dell'abitato[12]. Sicuramente, pertanto, esistevano già da tempo degli agglomerati sul monte e ciò è provato dal fatto che nelle murature laterali del castello si sono ritrovati rottami di tegole o mattoni, tutti materiali derivati da fabbricati.

Da antichissime tradizioni locali (a cui si rifà anche il Leonarda) si hanno notizie di Calàndra (o Calàtta), antica cittadina presente sull'omonimo monte a sud-est, poco distante dal paese, secondo cui fosse in realtà l'antica San Mauro poi andata distrutta e rimpiazzata, con sito diverso, dall'odierno centro. Si diceva che fosse esistita sin dai tempi di Cicerone (I secolo a.C.) e che avesse dato al mondo illustri figli quali un certo Demetrio e Cecilio, la cui discendenza, comunque, non ci appare essere stata tràdita in nessun elaborato. Oggi, invece, si è accertato che i suoi ruderi siano da riconoscere nei pressi o, addirittura, nella stessa Caronia. Probabilmente Calatta era, assieme ad Alèsa (corrente Tusa), una colonia di Hèrbita (l'odierna Nicosia).

In un manoscritto pergamenaceo apocrifo, trovato allora nel Castello Maurino (ma la notizia è assai dubbia), si narra inoltre della storia, affibbiata ma poco attendibile, di un nobile francese feudale carolingio, Pietro Verde, che, caduto in disgrazia e profugo, rifugiatosi in Sicilia e sbarcato alla foce del fiume Pollina, si diresse verso Calandra dominata dagli Ateniesi. In seguito, dopo aver comperato un vasto appezzamento nei paraggi, costruì un castello in posizione strategica che affacciava sul mare e, portato a compimento nel 788, venne chiamato “Castello Verde” (da ciò si giustifica anche il secondo nome dato al paese nel 1862). Dopo essersi unito in matrimonio con un'altra nobile castellana di Calandra, Maria Coco, iniziarono i primi discendenti tra cui il primogenito Diacinto e, in seguito, l'intera sua stirpe[13]. Anche questo racconto, seppur spurio, conferma l'omonimo secolo di attribuzione per il castello (VIII sec).

Del periodo bizantino a San Mauro restano la chiesa di Santa Sofia o del Monte, giacché in essa si era dediti ai culti della santa. Importante da segnalare è che, oltre al mitico castello, in sua difesa vennero istituite delle torri laterali (o, forse, anche più), quali quella del Colle della Maddalena e quella del Colle San Marco, collegate al fortilizio per mezzo di cunicoli sotterranei; di quest'ultima, in particolare, oggi rimane solo un resto murale.

Il Castello fu forse distrutto nel IX secolo durante l'occupazione Saracena. Tale periodo, meglio conosciuto come “dominazione araba”, fu quello più importante riguardo ai cambiamenti universali della cultura, delle tradizioni e del territorio: infatti, gran parte del luogo venne suddiviso in zone diverse con nomi differenti e la parte nord-orientale venne chiamata “Val Dèmani” (oggi Valdèmone), nella quale fu inserita anche San Mauro. Nel paese, come tracce di tale periodo, rimangono varie contrade (Xinni; Karsa, il cui significato probabilmente sarebbe “giardino”) e cognomi (Xialabba, Zillì), di certo propri dei conquistatori orientali.

Poi, in circa trent'anni, per la precisione dal 1060 al 1091, si attuò la sconfitta degli Arabi e l'ascesa dei Normanni del Conte Ruggero. Restaurata la religione Cristiana, San Mauro passò alla diocesi nuova di Messina ed il re in persona ne portò il totalitario potere fino all'avvento borbonico. Dopo essere bruscamente passato alla Diocesi di Nicosia, il paese pervenne definitivamente nel 1844 a quella di Cefalù, in funzione dell'ordinamento di Papa Gregorio XVI. Dopo diverse lotte e molteplici movimenti di contee, che non si enumerano per ragioni semplicistiche, si arriva alla famosa battaglia di Benevento (1266) in cui soccombe Manfredi di Svevia e subentra in Sicilia Carlo d'Angiò. Nel 1282, con la rivoluzione dei Vespri, la vecchia Trinacria si liberò dal giogo angioino e passò alla casata d'Aragona perché non riuscì a mantenere una indipendenza forte e fu, come si dice, “offerta” loro dal popolo stesso. Dal 1282 al 1410 l'isola, anche se fu dominata da otto re d'Aragona in avvicendamento, fu regno indipendente. Del periodo angioino sappiamo che San Mauro si inaridì economicamente e solo dopo i Vespri la Sicilia crebbe nuovamente, poiché Federico II concesse al conte Francesco Ventimiglia le terre di diversi paesi attigui, tra cui San Mauro stesso. Assieme a Geraci Siculo, Castelbuono e Pollina fu sempre legato alla loro casata e non fu mai oggetto di cessioni o elargizioni.

Nel 1492 i cittadini si ribellarono ai Ventimiglia ed ottennero che nei giorni di mercato non si sarebbe dovuto pagare alcun gravame o dazio e, a testimonianza di ciò, esiste una targa con scritta “Fera franca e luoghi franchi” nella cammino discendente corso Umberto. Il paese venne sballottato, dopo la sconfitta del regno d'Aragona, tra Spagnoli e Borboni sotto cui, come sappiamo, vennero fatte numerose stragi, facendo vivere al paese un orrendo e cruento periodo. Si dovrà indugiare prima all'Unità d'Italia con intervento garibaldino (1861) e poi all'avvento della Repubblica per i ristabilimenti di pace e la fine di molti liberatori che non avevano fatto altro che scarcerare il paese da altrettanti emancipatori.

Infine, terminato il feudalesimo, essendo divenuto un paese della provincia di Palermo, grazie ad un mandato fu elevato a circondario e ottenne la pretura. Dopo averla tenuta per breve tempo, avendo dovuto distaccarsene non troppo volubilmente, bisognò accontentarsi di una sede disgiunta come quella di Castelbuono ma, in prosieguo, è passato alla potestà giudiziale di Cefalù dalla quale tutt'oggi dipende.

Stemma[modifica | modifica wikitesto]

La blasonatura dello stemma comunale è così composta:[14]

« Partito: il primo colore, azzurro, ha la banda diminuita, scaccata di rosso e di argento, di due file da ventidue pezzi complessivi; la pianura inferiore, invece, è troncata d'oro e di rosso. La seconda cromatura, verde, possiede una fascia rossa diminuita, di colore rosso, caricata dalla stella d'oro »

Monumenti e manufatti artistici[modifica | modifica wikitesto]

All'ingresso del paese, di fronte al corso principale si trova un modesto ma bel monumento innalzato agli eroi della Grande Guerra del 1915-18. L'opera, dello scultore Francesco Sorge di Palermo, raffigura un soldato di bronzo (dicesi il primo soldato maurino a cadere in battaglia, Giuseppe Madonia) che volge lo sguardo verso il mare, simbolo di libertà, e ogni anno, solitamente il quattro del mese di novembre, vi si commemorano i caduti in battaglia alla presenza dei combattenti e reduci, delle autorità religiose, civili e militari. Inaugurato nel 1929 al cospetto del prefetto Cesare Mori, durante i lavori di scavo per la base delle fondamenta furono rinvenute delle monetine d'età romano-imperiale e, più precisamente, secondo gli studiosi e numismatici del tempo, appartenenti all'età di Antonino Pio (138-161 d.C.)[15]. Di orologi solari se ne contano attualmente circa una decina, tutti di tipo verticale, impropriamente chiamati "meridiane". Sono posizionati su pareti di chiese e di edifici privati, sia nel centro storico sia in alcune contrade (Casale Botindari e Karsa), in cui avevano una precisa funzione sociale oltre che quella di misurazione del tempo. In seno ai 66 archi e ai molti cortili ("bàgli") disseminati in tutto il paese, da menzionare sono il palazzo municipale (a tre piani e sormontato da un orologio del 1884, nonché ex magazzino dei Ventimiglia), realizzato e ultimato durante l'Amministrazione di Mauro Leonarda, inaugurato il 18 settembre 1889 ma già ideato e progettato tempo addietro, tra il 1873 e il 1875, dal sindaco Giuseppe Pace Turrisi[16]. Qui, in particolare, nei locali che un tempo furono carcere mandamentale, oggi vi è la sede dell'archivio storico comunale (contenente atti che vanno dal 1622 al 1652 e dal 1798 al 1980), inventariato nel 1993 e inaugurato nel 1997 dall'allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante. Esso, complessivamente, comprende 2736 documenti provenienti da cinque fondi diversi[17]; la biblioteca comunale[18] (con un notevole numero di libri antichi e una sala dedicata al poeta maurino Paolo Prestigiacomo) e il museo etno-antropologico e dell'amicizia dei popoli (che custodisce molti oggetti antichi legati all'uso quotidiano e artigianale e altri appartenenti al ciclo dell'ulivo, della vite e del lino); degno di nota anche il teatro comunale, ovvero una delle arene più grandi e belle di tutto il comprensorio madonita che, ancor prima di essere tale, fu insieme chiesa e convento (difatti all'inizio del 1500 fu inizialmente fondato, nella zona a Est dell'“albero del Rosario”, come convento dei Padri di San Francesco, detti “conventuali”, che rimasero stabili in paese per circa un secolo e mezzo)[19]; inoltre l'ex convento dei Cappuccini, che sorge nel luogo un tempo detto di San Filippo d'Argirò, sia perché a San Mauro vi erano ben venticinque religiosi di tale ordine sia per diretto interessamento di Don Nicola Agnello, arcidiacono della Cattedrale di Cefalù, tanto che nel 1746 dalla Santa Sede si ottenne l'autorizzazione necessaria alla sua istituzione; circa dieci anni dopo, invece, il permesso reale. Fu completato e inaugurato il 22 giugno 1762 assieme alla nuova chiesa annessa, dedicata alla Vergine Addolorata, invocata dagli abitanti per intercedere alla realizzazione del suddetto monastero[20]. Infine si annoverano anche i ruderi del padiglione di caccia dei Ventimiglia (in zona Sant'Ippolito), la torre di San Cono (nell'omonima contrada) e le edicole votive sparse per il territorio.

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso piano, con prospetto principale ed entrate rivolte in via Umberto I (un tempo denominata "via del soccorso" per la presenza di un'omonima chiesetta), si trova la chiesa del patrono, San Mauro Abate, col suo particolare campanile a sfere semi-sovrapposte in laterizi smaltati e variopinti. Fu più volte distrutto da terremoti e lampi ma pur sempre ricostruito dai cittadini. Ritornando all'edificio, di certo ha incorporato le chiese allora esistenti di San Giovanni Evangelista e San Vito e, sempre a discrezione del Leonarda, venne costruito per la prima volta nel 1050, così come si evince dalla data incisa nella campana più grande del campanile. Attraverso una vetrata posta sul pavimento della chiesa, si può notare la vecchia costruzione sulla quale è edificata. La ricostruzione fu interamente finanziata dal popolo maurino, in particolare dai carbonai, dai pastori e da Bartolo Barrica, medico maurino che visse e fece fortuna a Parigi. La facciata della chiesa presenta tre ordini verticali, con un portale di pietra arenaria e intagli del maestro Luca Murena di Nicosia (1650). Il caratteristico campanile con la sua cuspide in maiolica colorata fu costruito nel 1620 e poi restaurato diverse volte. L'interno è a tre navate; in fondo a sinistra si può ammirare la splendida "Vara" del santo, a otto colonne elicoidali, chiusi da una madonnina e con in cima alcuni angeli. Tra i dipinti presenti vi sono quello di San Benedetto da Norcia che riceve il giovine Mauro, del 1779 di autore sconosciuto; poi una grande croce in legno, con al centro un quadro dell'Addolorata con pregiata cornice. Infine, i quadri di Sant'Eligio, San Vito, l'organo, il pulpito e, ancor più importante, il simulacro aureo del patrono contenente una reliquia del cranio del santo. Posta oggi alla sommità della navata centrale, vi è la statua in marmo della “Madonna dell'Udienza”, di scuola pseudo-gaginiana, datata 1477.

Limitrofi alla chiesa di San Mauro sono la chiesa di Santa Maria della Catena e il monastero della Badia, dedicati entrambi alla Madonna della Catena, un tempo in custodia delle suore domenicane missionarie di San Sisto. La chiesetta, databile al XVI secolo e impiantata su una precedente struttura della quale si conservano la cripta e i locali ipogei con affreschi vari del XV secolo che descrivono episodi biblici, oggi si presenta a unica navata e conserva al suo interno il quadro della madonna del Rosario, un dipinto con cornice lignea del 1800 (un tempo presso la chiesa di San Giorgio), due quadri con la presenza topografica del paese (uno proveniente dall'ex convento del Cappuccini e l'altro dalla chiesa di Porto Salvo), una statuetta di San Sebastiano, portata da Roma da Don Vincenzo Greco (vedi infra) nel 1674, un'altra di Gesù flagellato e un reliquiario della Santa Croce (esposto per le benedizioni dei venerdì di marzo) con vari dipinti raffiguranti angeli; inoltre, un ostensorio aureo del 1779 dal peso di circa sei chili e, in alto sul tetto, un piccolo stemma affrescato.

Di maggior rilievo sono la chiesa di Santa Maria de' Francis e quella di San Giorgio Martire, compatrono del paese.

Chiesa di Santa Maria.

La prima si colloca nella parte centrale del borgo, nella piazza in cui sorge il municipio, ed è pertanto la più frequentata. Essa fu costruita o dai franchi durante il dominio angioino, dopo il 1266, o dalla famiglia nobiliare dei Franchi che soggiornava allora in paese. Con pianta a croce latina, di certo ampliata e modificata, oggi è posta su un livello più alto a tre navate e, nel portone principale in pietra arenaria, è incisa la data del 1634. Da menzionare certamente l'abside, dietro l'altare maggiore, contenente un'icona marmorea con al centro la Madonna, databile al 1522, di scuola gaginiana. La navata di sinistra (detta del "Sacramento") offre un antico quadro di Santa Lucia (che prima era custodito nella chiesa omonima nei pressi di via Garibaldi); altrove, il quadro di San Gaetano da Thieni che divide denaro ai poveri e quello di San Francesco di Paola che opera il miracolo della resurrezione. Sempre a sinistra, ma sull'altare, si trova un piccolo ciborio angelico in marmo (di plausibile scuola gaginiana) e, di rimpetto, il mezzo busto marmoreo del SS. Salvatore con una mano sul mondo e l'altra benedicente. Quest'ultimo, scolpito da Ercole Ferrata, fu portato da Roma in paese dal benemerito Don Vincenzo Greco[21]. Nella navata di destra, oltre a quadri di rilievo come quello della "madonna del lume", si trova la celebre statua marmorea della Madonna della Provvidenza (nota anche come Madonna del Soccorso), opera di Domenico Gagini e realizzata nel 1480; inoltre, sempre all'inteno della navata in questione, si trovano i resti di un polittico ligneo del XIV secolo di scuola gotico-senese, raffigurante la Vergine col Bambino, proveniente dalla chiesa di San Nicola. Degna di nota, oltre all'antico fonte battesimale di Antonello Gagini, è la torre campanaria, che porta due date sulle pareti (1726 a sud e, ad ovest, 1765) anche se, a distanza di due secoli d'incompiutezza, fu terminato nel 1960 per volontà del sacerdote Domenico Leonarda, al quale, oltretutto, si deve pure l'attuale pavimentazione marmorea della chiesa. Il culto in onore di San Giorgio (III secolo d.C.) venne forse introdotto dai Normanni, che fecero del santo il compatrono del paese. Secondo il La Rocca, invece, esso esisteva sin dai tempi più remoti: tant'è che la chiesa in questione, a lui dedicata, fu fondata molto tempo addietro, dal momento che il santo fu ritenuto primo protettore del paese. A parte la dubbia cronologia del culto, la chiesa svolge certamente ancora oggi il ruolo di "matrice" o chiesa madre. Essa (XII-XVII secolo) fu, in primis, eretta in stile arabo-normanno; in seguito, ampliata e modificata, di esso rimane (a causa dell'erosione) il portale in pietra arenaria che immette nella navata centrale e la cupola del campanile. L'edificio è a tre navate e vi si trovano una statua della Madonna del Carmelo con annesso altare, un'altra di San Giuseppe col bambino e, simbolicamente, un quadro di San Giorgio che uccide il mostro. E ancora: un'icona marmorea dell'altare Maggiore di Andrea De Marta (1514), nonché una statua di San Giorgio stesso assieme ad un quadro di San Lorenzo, l'altare del crocifisso, un quadro dell'angelo custode, l'altare contenente il sarcofago con le spoglie di Santa Vittoria, martire protocristiana, un quadro sulla deposizione del Cristo e un altro intitolato alla Madonna della cintura. Inoltre vi sono la lapide sepolcrale del sacerdote don Francesco La Rocca e quella di Giovanni Ventimiglia. Nella sagrestia sono presenti i ritratti degli arcipreti maurini dal 1601 al 1892. Il campanile o, meglio, la vecchia torre si ritiene che sia stata costruita nel 400 a causa delle quattro "C" rinvenuti su alcune delle sue pareti: tale ipotesi, nonostante tutto, sembra improbabile.

Tra le altre chiese, a parte quelle sparse per tutto il territorio e quelle ormai profanate o non più esistenti, si hanno quelle di San Nicolò, del collegio di Maria, San Giacomo, l'ex chiesa del Santissimo Salvatore, Santa Sofia e San Pietro; alle porte del paese, invece, la chiesa di Porto Salvo.

Menzione a parte merita certamente la chiesetta dell'Annunziata. Ubicata a circa un paio di chilometri a sud di San Mauro Castelverde, ha origini molto antiche. Veniva chiamata anche chiesa di Santa Maria dei Tracchi perché di appartenenza tracia (sebbene improbabile per ragioni cronologiche) o, più rettamente, poiché "solitaria", nonché "aspra", in riferimento alla foltezza dei boschi circostanti. Di forma rettangolare, pare che essa sia stata eretta nel 152 d.C. stando a quanto riporta la data sulla pietra di chiusura del portale in pietra arenaria. Diversi studiosi ipotizzano che essa, se si dà per certa tale datazione, debba essere stata eretta come rifugio per le persecuzioni contro i cristiani ottemperate dall'allora imperatore romano Antonino Pio (138-161 d.C.). Più certo è, invece, che la struttura che oggi si può ammirare è differente da quella originaria, dal momento che è stata riedificata per volere di Don Vincenzo Greco nel 1640. Tuttavia si vuole, forse per tradizione, che sia proprio il 152 l'anno di edificazione: così, probabilmente, si spiegherebbe meglio il fatto che la chiesa fosse stata visitata, nel sesto secolo, da San Gregorio Magno, papa dal 590 al 605, durante una sua visita in Sicilia, divenendo meta di pellegrinaggio extraurbano[22]. Si racconta anche che il pontefice, passando da quella zona e vedendo la chiesetta da lontano, dopo essersi genuflesso per rendere grazie a Dio, abbia lasciato miracolosamente l'impronta del ginocchio, tutt'oggi racchiusa in un'edicola votiva con grata in ferro poco distante dall'edificio chiesastico[23]. Se non c'è nulla che possa non escluderne il suo inestimabile valore come passaggio di epoche storiche, certo è che, quantomeno a livello più prettamente devozionale, i maurini, fino a non molti anni addietro, ringraziavano la madonna dell'Annunziata per il buon raccolto l'otto settembre di ogni anno, giacché l'intera zona ove sorge la chiesetta era dedita alla coltivazione della manna e dei cereali.

Uscite escursionistiche[modifica | modifica wikitesto]

Tra le campagne, nella rocca di San Gregorio, si è detto esservi una piccola grata edicolare con una impronta di genuflessione su pietra lasciata, secondo la tradizione, da San Gregorio Magno in preghiera[24].

Delle chiese delle contrade omonime si hanno quelle di Borrello, Karsa e Botindari. Località turistiche esse stesse, sono borgate (o frazioni, come Borrello Alto e Basso, appunto) in cui, soprattutto durante il periodo invernale, la gente "migra" per poi tornare in paese in primavera.

Ingresso delle gole di Tiberio.

Al confine del territorio, proseguendo dal bivio di Borrello verso Gangi, scendendo un paio di chilometri dall'asse della SP 60 si possono visitare le gole del fiume Pollina, le cosiddette "Gole del Tiberio". Risalenti al periodo del Triassico superiore, per le sue valenze geologiche sono state riconosciute dall'UNESCO come uno dei siti Geoparks Network. Esse si trovano lungo il predetto fiume a 80 m s.l.m. (e a circa 10 km di distanza dal Mar Tirreno) tra i comuni di San Mauro Castelverde, Pollina e Castelbuono, nel Parco delle Madonie. Pur senza riferimenti storici correlati, nella cultura popolare locale si tramanda che il luogo in cui sono poste (borgata maurina dalle nobili origini, ex feudo della casata dei Ventimiglia, Conti di Geraci Siculo) abbia preso la denominazione di "contrada Tiberio" per il fatto che lì vi fosse una villa d'età romano-imperiale intitolata proprio all'omonimo imperatore (regnante a Roma tra il 14 e il 37 d.C.), già amante dei luoghi d'acqua. Per via del continuo flusso d'acqua del fiume, si è leggendariamente creduto che esso fosse legato al mare per via subacquea lungo la zona del "mirìcu" (antico lemma locale stante a significare "ombelico"). In riferimento sempre alla tradizione orale, si narra della presenza di un particolare anfratto, posto all'interno delle insenature rocciose, in cui sarebbe stato conservato un tesoro sottoposto all'incantesimo della "truatùra" (per cui vedasi infra) appartenuto ai briganti maurini del XIX secolo: pare che essi, infatti, fossero soliti utilizzare le grotte come nascondiglio per mettere al sicuro i frutti delle loro refurtive. Un enorme masso incastonato tra due pareti del fiume, visibile anche oggi durante una traversata, ne avrebbe poi consentito loro il passaggio su di esso in quanto via di fuga. La caverna, distribuita su tre piani, era probabilmente conosciuta dai locali ma nessuno, per timore dei malviventi, ebbe mai il coraggio di avvicinarvisi.

Uscendo di paese, dopo il colle della Maddalena e il colle San Marco (luogo dell'attuale cimitero) si piazza il colle della Calàndra. Può darsi che il nome provenga da un'etimologia locale ("calànnara") indicante un comune uccello passeriforme, l'allodola. Su quel colle, tuttavia, resta un vago ricordo di una città precedente al paese andata in rovina e che lasciava presupporre un luogo incantevole. Di essa è nota la leggenda della "truatùra", che non può mancare dato che si tratta di una città ormai da tempo scomparsa: la fantasia popolare, sicuramente, ve ne ha sotterrato miti e ricchezze d'ogni sorta. Il termine "truatùra" indica propriamente un tesoro da anni nascosto che può essere trovato dando compimento a delle specifiche condizioni. In questo caso, stando a quanto si narra, ogni sette anni, il sei gennaio a mezzanotte, vi si potrebbe trovare una gran quantità d'oggetti d'oro prendendosi tutto ciò che si può. Siccome si disconosce l'ultimo anno in cui essa è stata sciolta, occorre fare una notevole fatica: riempire un bicchiere fino al colmo al bevaio del cosiddetto "Pìscio" e portarlo, senza farne cadere nemmeno una goccia, sino alla vetta del nostro colle; il che significa percorrere un impervio cammino, in pieno inverno, di notte e, soprattutto, non facendo cadere dell'acqua. Alcuni che si sono prodigati nell'adempimento dell'impresa non vi hanno trovato nulla: o non era l'anno giusto o, forse, si tratta di un mito oramai sfatato.

Scendendo per la contrada "Malìa" e salendo ai margini della strada, ci si imbatte nella rocca della Dragonia, luogo certamente asperrimo di condizioni e, secondo l'antico costume mitico, abitato dai draghi. Vi si può ammirare un antico bevaio i cui i blocchi sono stati scavati a mano da uno scultore allora famoso di Castel di Lucio.

Per le rocche dei Saraceni, invece, si sale un'altra zona scoscesa a partire da Gàllina. Qui si trova ancora una piccola fontana circondata da pietra, anche se doveva esserci anche una grotta non più esistente. Forse qui si sono fermati gli Arabi in preparazione dell'assalto del castello tenuto dai Greci.

Scendendo, infine, per la SP 52 si incontra la piccola borgata di "San Giuseppe" con annessa chiesina. In essa vi si può ammirare una statuetta del Santo Padre e del Bambin Gesù. Ogni anno, nel primo giorno del mese di maggio, si celebra una festa in onore di San Giuseppe artigiano con una messa solenne e con una piccola processione che ritorna nella suddetta chiesa. Come momento di lucro della festa vi è la tradizionale rottura delle "pignàti", gioco consistente nella rottura di pentole di terracotta, preparate e colme di premi, da parte dei concorrenti che, a turno, bendati, cercano di squassarle con un bastone per poi riceverne l'intero contenuto.

Proseguendo lungo la strada di San Giuseppe troviamo il "piano Triàri" (delle tre aie) da cui, a sinistra, si accede alla contrada "Santa Rosalia", un tempo ricca di vigneti. E ancora quella del "Vuscìgliu" (quercia) e, scendendo ancora, "Xinni" e "Karsa" (giardino), nomi di contrade arabe floridissime per legname e agrumeti.

Per ciò che concerne il rapporto tra scuola e contrade rurali, durante la fine del secondo Dopoguerra vennero istituzionalizzate delle scuole di campagna nelle borgate più abitate. Nacquero quindi scuole multiclasse come quelle di Casale Botindari, Borrello e Karsa (uniche tre rimaste attive sino agli anni '90 del Novecento), nonché quelle di Palminteri e Passo Zorba, che accolsero sia ragazzi delle omonime contrade sia di quelle vicine. Benché esse forse non riuscirono a formare del tutto culturalmente gli allievi, di certo favorirono a riscattarli da una situazione di arretratezza sociale, sebbene prima dell'istituzione dell'obbligo solo in pochi ebbero la fortuna di poter accedere agli studi. Con l'avvento del nuovo millennio e delle nuove strutture di paese, gli edifici scolastici delle campagne sono stati oggetto di trasformazioni e rimaneggiamenti, sia strutturali che di utilizzo[25].

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[26]

Festività tra tradizioni religiose e folclore etnico[modifica | modifica wikitesto]

Il primo e più importante momento di commemorazione collettiva, dopo il giorno della festa patronale, è costituito dalla celebrazione della Pasqua. Momento di sacra rappresentazione, qui essa è entrata a far parte della cultura di un popolo che, da diverse generazioni, soprattutto attraverso il rito, permette oggi di far conoscere costumi, modelli culturali e sociali di gente che ha vissuto antecedentemente su questi monti. La festività pasquale, nello specifico, si dirama in momenti particolarmente significativi:

  • La Domenica delle Palme;
  • La Cena del Giovedì santo;
  • A Visaria (percorso della Via Crucis) del Venerdì santo;
  • A scinnùta 'a cruci (rappresentazione della scesa del corpo di Gesù Cristo dalla croce).

La processione della domenica delle Palme, che si snoda lungo un antico percorso urbano fatto di antiche maioliche murali rappresentanti le stazioni della Via Crucis, parte dalla chiesa madre di San Giorgio e arriva nella chiesa parrocchiale di Santa Maria de' Francis. Le palme portate in processione sono abbellite da “panarietri” e “cori di parma”, semplici oggetti ricavati dal ramo di palma opportunamente intrecciati.

La Cena (‘a czèna), antica funzione religiosa secentesca, si svolge la sera del Giovedì santo nella Chiesa di San Giorgio, posta nella parte più antica del paese. Questa è la rappresentazione più suggestiva dell'intera manifestazione pasquale. Nella tavola imbandita, oltre alla presenza dei confrati del SS. Sacramento (confraternita nata nel 1629) che fungono da apostoli, sono poste delle cibarie che non solo simboleggiano la morte e la resurrezione di Cristo ma possiedono anche una doppia valenza simbolica, strettamente legata al mito di Cerere e del risveglio della natura. Pane, lattuga, finocchio, agnello pasquale, 'minnulicchi' (biscotti di mandorle): ciascuno di questi elementi rappresenta un qualcosa di specifico e possiede forma particolare. Durante questa funzione, inoltre, si svolge il rituale della lavanda dei piedi e poi i cibi della tavola vengono divisi, con suggestivo silenzio intervallato da gestualità essenziali, dal sacerdote ai dodici apostoli che hanno il compito di suddividere in piccole porzioni gli alimenti ricevuti, successivamente, ai vicini di casa, ai conoscenti o ai bisognosi. Dalla sera del giovedì fino alla mezzanotte del sabato faceva la sua comparsa ‘a truèccula (la bàttola o tabella) che sostituisce il suono delle campane, messe momentaneamente da parte per far intendere una collettività in lutto durante tutto il predetto periodo. Un tempo anche gli altari venivano coperti da enormi teli dipinti a mano, oggi entrati in disuso.

‘A Visaria (letteralmente "via sacra") consiste nella percorrenza del percorso della via crucis cittadina. La mattina del Venerdì santo dalla Chiesa di Santa Maria de' Francis inizia una processione, per poi giungere, dopo aver percorso alcune vie del paese (ove si trovano incastonate nei muri le stazioni della via Crucis, in maiolica) alla matrice San Giorgio. A ogni stazione ci si sofferma, si prega e si riflette. Attualmente essa viene praticata il venerdì antecedente la settimana pasquale, come dettato dalle nuove norme della Chiesa, per lasciar più spazio alla preghiera e all'adorazione della passione di Gesù. Il Venerdì santo prosegue con la processione del pomeriggio. Il Cristo morto e la madre addolorata vengono portati in processione dai confrati del SS. Sacramento, della Madonna del Rosario e di San Mauro Abate. Durante la processione, giunti nella chiesa di San Giorgio, dopo la lettura della passione di Cristo avviene il rituale della pirdunanza: qui i confrati, che indossano una corona di spine, e tutti quei fedeli che vogliono partecipare, percorrono, percuotendosi il corpo con un flagello, il corridoio della navata centrale della chiesa inginocchiandovisi di continuo. In tale contesto fanno scena i cosiddetti "lavuriètri", ossia piatti e ciotole opportunamente preparati a metà quaresima con stoppa o canapa, chicchi di grano, lenticchie, scagliola e acqua, tenuti al buio e fatti germogliare fino al tale giorno. Di colore giallo e verde, sono di indubbia derivazione precristiana (si ricordino a tal proposito i “giardini di Adone”, piatti di orzo, lattuga e finocchio fatti germogliare al buio in onore del dio Adone, amato da Afrodite). Vengono talvolta abbelliti con nastri colorati e portati ai fianchi delle statue del Cristo e della madonna, simboleggiando il campo di grano appena in erba. ‘A scinnuta da Cruci (discesa del Cristo dalla Croce) costituisce una funzione che si svolge la sera del Venerdì santo nella chiesa di Santa Maria de' Francis. Dopo la celebre predica sulla ultime "sette parole" pronunciate da Gesù prima di passare alla casa del Padre, il Cristo è deposto dalla croce e portato in solenne processione nel sepolcro, la cripta della chiesa. Il rituale della Settimana santa continua con la benedizione del fuoco, del cero pasquale, del fonte battesimale e con l'adorazione del Cristo risorto: il tutto avviene la notte del sabato.

  • ‘A Fera (Festa del Patrono San Mauro Abate - primo martedì di luglio)

San Mauro Castelverde detiene il primato della festa patronale più lunga delle Madonie. Ciò deriva da due diversi fattori: uno climatico-ambientale, poiché il clima rigido ha suggerito nei secoli passati lo slittamento dei festeggiamenti del 15 gennaio alla data attuale, ovvero il primo martedì di luglio (data scelta poiché si riteneva - erroneamente - che San Mauro fosse morto proprio di martedì), con la domenica e il lunedì che lo precedono e la domenica successiva, detta dell'ottava; l'altro di natura logistica: il fercolo del santo, infatti, ha subito nei secoli diverse trasformazioni: si è passati da una Vara a quattro colonne, tutte dorate con in cima la statuetta della Resurrezione, esistente prima del 1600, a quello attuale a otto colonne, commissionato nel 1650 ad opera dei carbonai, con dodici puttini e con la statuetta dell'Immacolata Concezione alla sommità di esse. Al centro del c'è, naturalmente, la statua di San Mauro Abate intronizzato. La sua ragguardevole mole, portata in processione da circa 30 persone, oltre 8/12 guide, obbliga a compiere sempre lo stesso percorso processionale per alcune vie del paese, dovendosi essa spostare dalla propria chiesa a quella della matrice San Giorgio, ove era custodita la reliquia di San Mauro Abate. Dunque, data l'ingente maestosità del fercolo, dovendosi oltretutto adempiere a queste pratiche religiose, la festa dura quattro giorni in estate e solo uno nella reale ricorrenza (15 gennaio). Anticamente i confrati erano soliti distribuire, in questo giorno, la cuccìa (grano bollito) ai poveri, ma da quando la festa solenne ha iniziato ad essere commemorata a giugno, è accaduto che essa fosse concomitante alla fiera del bestiame del 30 maggio. Per cui, probabilmente a causa di ciò, il nome tradizionale dei festeggiamenti ('a Fera) deriva da tale fatto. Ancora oggi il primo martedì di luglio è il giorno solenne dell'intera festa ma è assai caratteristica la processione dell'ottava, con la benedizione dei campi verso i quattro punti cardinali e la messa vespertina che si svolge all'aperto presso piano San Mauro. Tale benedizione, in epoca passata, era propiziatrice di un buon raccolto di grano, sostegno e cibo preferenziale della classe contadina: le spighe che adornano il fercolo nei quattro giorni della festa ne sono testimonianza diretta. Tutte le quattro giornate sono sottolineate da processioni solenni, alle quali partecipano le confraternite, con antichi costumi, la banda musicale, i portatori della vara (testimoni della sua pesantezza), le autorità civili e militari nonché tanti fedeli, anche se emigrati o trasferiti, che ritornano in paese per non dimenticare il proprio passato.

  • Acchianata ‘a Maronna (Assunzione della beata vergine Maria - 15 agosto)

Suddetta funzione, voluta dall'arciprete Giordano Silvestri dopo la seconda metà del XIX secolo, si svolge la sera del 15 agosto nella chiesa parrocchiale di Santa Maria de' Francis, rappresentante l'assunzione di Maria Vergine al cielo. Un apposito meccanismo di argani e corde, opportunamente collegati con una statua della Madonna, permettono di scenografare l'ascesa al cielo della beata Vergine. La rappresentazione si svolge al culmine della navata centrale della chiesa ormai da decenni: questa sua suggestività contribuisce a rendere tale funzione, accompagnata da antichi canti religiosi e dal suono dell'organo settecentesco, veramente peculiare. Subito dopo la messa, si apre il sipario di un antico apparato scenografico (oggi rifatto, per via dell'usura) e le nuvole si diradano pian piano per dare spazio a una coppia di angeli che reggono una corona di stelle, la quale, scendendo dal cielo, determinerà l'apertura del sepolcro della Madonna. Da questo momento Maria e gli angeli che la contornano comincerà l'ascesa al cielo, al termine della quale gli apostoli compariranno dai lati del sepolcro e lo scopriranno vuoto. Il marchingegno che permette alla statua della Madonna di salire è antico e costituito da corde, carrucole, organi motori e altro ancora.

  • Degustazioni tipiche

Di appellativi sempre differenti (sagra del caciocavallo, tradizioni e memorie, sapori e tradizione, pane e dolci di paese), costituiscono una sorta di sagra paesana che, all'insegna dell'artigianato, della cucina casereccia, della degustazione di cibi cotti secondo antiche ricette, di sapori ormai scomparsi nel tempo, cercano di far conoscere e apprezzare alla gente i costumi di un popolo, quello maurino, che ha saputo conservare antiche tradizioni e usanze quali “il senso dell'ospitalità”: la sacralità dell'ospite era primario obiettivo per gli avi, come d'altra parte avveniva nella Grecia antica. Esse prendono vita in alcuni quartieri o nelle contrade tipiche e sono manifestazioni che non hanno una data fissa o certa; tuttavia, accanto agli antichi sapori delle fave, del pane fatto in casa, della deliziosa salsiccia, dei fiorelli e di quant'altro, le degustazioni riescono a trasmettere storie di costumi e tradizioni proprie del luogo anche attraverso foto dei mestieri di una volta, di maestri, di pastori, della raccolta dell'olio, della mietitura, della vendemmia, della vita di relazione degli abitanti di un piccolo centro madonita che, nel 1881, contava circa 6.200 abitanti. Altra festa tradizionale, istituitasi recentemente, è l'oramai celebre sagra della capra, degustazione della capra bollita e cucinata con ortaggi e aromi locali, fonte indiscussa di turismo nonché meta preferita per la gola del mangiar sano e particolare. Si devono aggiungere ad essa la sagra delle fave bollite e del cutruruni, ovvero pastella fritta, accompagnate dal buon vino locale nonché, come si diceva, dall'ospitalità della gente in loco, e quella dei dolci di paese. Esse solitamente si svolgono tutte nel periodo compreso tra agosto e i primi giorni di settembre.

Persone legate a San Mauro Castelverde[modifica | modifica wikitesto]

  • Paolo Prestigiacomo (San Mauro Castelverde, 1947 – Roma, 1992), poeta a cui è intitolato un premio letterario cittadino.
  • Santa Biondo (San Mauro Castelverde, 1892 – Stamford, Connecticut, 1989), star dell'opera americana il cui apice della carriera si attesta tra il 1927 e il 1938.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sindaci di San Mauro Castelverde.

Elenco dei sindaci del XXI secolo[27]

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
17 aprile 2000 1º giugno 2010 Mauro Cascio Lista civica Sindaco [28]
1º giugno 2010 1º giugno 2015 Mario Azzolini Lista civica Sindaco
1º giugno 2015 in carica Giuseppe Minutilla Lista civica Sindaco

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Targa ricordo del gemellaggio con Rush.

San Mauro Castelverde è gemellato con:

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Fa parte del Parco delle Madonie.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2015.
  2. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, Garzanti, 1996, p. 585.
  3. ^ http://natura2000.eea.europa.eu/Natura2000/SDF.aspx?site=ITA020003
  4. ^ Uliveto San Francesco - Dintorni
  5. ^ Arc. Dr. Don Francesco La Rocca, “Tradizioni e Memorie della terra di S. Mauro”. 1976. U.S.E.C, Palermo.
  6. ^ Parroco, teologo, moralista e canonista. Benefattore dei poveri e di aperta liberalità, regolò l'amministrazione dei legati locali. Primo ad aver concepito il pensiero di un lavoro storico sulle vicende del paese, il suo manoscritto è attualmente la fonte più antica (1700) di quelle in nostro possesso. Reggente della chiesa locale per ben 55 anni, morì il 5/9/1736.
  7. ^ Mauro Leonarda, “Ricerca ed esame delle notizie tradizionali e storiche di Santo Mauro Castelverde”. Egli fu anche Sindaco di San Mauro Castelverde dal 1877 al 1894; poi anche nel 1896 (S. Mauro C/de, 09/07/1843 – 13/01/1903).
  8. ^ Domenica Barbera, La terra di Santo Mauro alla fine del XVI secolo, Arianna (collana Zabbara-Novecento), 2014. Pag 33.
  9. ^ Enza Paruta, “Geraci Siculo”. 1973, Palermo. Sicilia Nuova Editrice.
  10. ^ Esploratore del passato Maurino e attento giornalista dell'allora “Corriere delle Madonie”.
  11. ^ Rocco Pirro, Sicilia sacra, disquisitionibus et notitiis illustrata..., Forni, pag 837.
  12. ^ Domenica Barbera, Op. cit., pagg. 29-30.
  13. ^ Mauro Leonarda, Op. cit., pag. 53 ss.
  14. ^ D.P.R. 17 gennaio 2000.
  15. ^ Mario Ragonese, San Mauro Castelverde, Palermo, Arti Grafiche Siciliane, 1976, pagg. 57-58.
  16. ^ Sindaco di San Mauro Castelverde dal 1870 al 1872 (S. Mauro C/de, 15/01/1842 – assassinato il 21/11/1872). Altra delle sue fondamentali riforme, sortita al fine di migliorare le condizioni del paese, fu quella riguardante l’illuminazione pubblica. Nel 1872, infatti, grazie al suo personale interessamento, furono impiantati i primi diciotto fanali a petrolio, distribuiti nelle vie principali al fine di illuminare il paese di notte per questioni di sicurezza e di conseguente contrasto alla malavita organizzata. Nel giro di pochi anni i fanali passarono da diciotto a settantacinque, illuminando ancor più non solo il centro ma anche molte strade secondarie. Soltanto dopo, nel 1929, arrivò l’illuminazione a energia elettrica gestita da una società locale, la S.E.S.M. (società elettrica San Mauro), in seguito assorbita dall’Enel.
  17. ^ http://pierogiordano.blogspot.it/2011/09/larchivio-storico-comunale-di-san-mauro.html
  18. ^ La prima biblioteca popolare del periodo post-unitario di cui si hanno notizie documentate è istituita nel 1875 e comprendeva 213 volumi (che si andavano ad aggiungere ai documenti dell’archivio comunale dal 1820). Cfr. Giovanni Nicolosi, La Sicilia dell’Ottocento…, pag. 41.
  19. ^ Francesco La Rocca, Op. cit., pagg. 77-80
  20. ^ Mario Ragonese, Op. cit., pagg. 98-99.
  21. ^ Parroco e teologo, beneficiale di Santa Maria Maggiore presso Santa Caterina in Roma (S. Mauro C/de, 22/01/1597 – Roma, 30/05/1687). Giacché confessore della sorella di Papa Innocenzo X, portò nel tempo in paese preziosi oggetti d’arte, tra cui il celebre reliquiario della vera croce, già Ostensorio dei Papi, di produzione orafa lombarda di fine ‘400 - inizio ‘500.
  22. ^ Mauro Leonarda, Op. cit., pag. 69 ss.
  23. ^ Id., pagg. 84-85.
  24. ^ Ibid.
  25. ^ Giovanni Nicolosi, La Sicilia dell'Ottocento prigioniera dei briganti maurini, Palermo, Pietro Vittorietti Edizioni, 2012, pagg. 41-42.
  26. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  27. ^ Storia amministrativa del comune di San Mauro Castelverde (PA).
  28. ^ Rieletto il 15 maggio 2005.
  29. ^ laVoceweb, su www.lavoceweb.com. URL consultato il 13 gennaio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco La Rocca, Tradizioni e Memorie della terra di S. Mauro, manoscritto del Settecento ritrattato e pubblicato da Gioacchino Drago Calascibetta, Palermo, U.S.E.C., 1976.
  • Mauro Leonarda, Ricerca ed esame delle notizie tradizionali e storiche di Santo Mauro Castelverde, ristampa anastatica dell'edizione del 1894, San Mauro Castelverde, Amministrazione comunale, 1987.
  • Mario Ragonese, San Mauro Castelverde, Palermo, Arti Grafiche Siciliane, 1976.
  • Mario Ragonese, Sulle origini di San Mauro Castelverde tra storia e leggenda, Palermo, Arti Grafiche Siciliane, 1986.
  • Pola Giallombardo, Proverbi e modi di dire dell'area madonita, Palermo, Gaefra Editore, 2001.
  • Paolo Polizzotto, Malìa, Palermo, Pitti Edizioni, 2004. ISBN 88-901364-1-3.
  • Giovanni Nicolosi, U cuntu. Siamo il nostro passato. Un museo immaginario di mutevoli forme, Palermo, Anteprima, 2006.
  • G. Rampulla, La Valle del Fiume Tusa nella Contea di Geraci: Pettineo, Migaido e Castel di Lucio, voce S. Mauro, Patti, Kimerik, 2007. ISBN 978-88-6096-157-0.
  • Giovanni Nicolosi, Ninghili Ninghili. La tradizione orale di San Mauro, Palermo, Fotograf, 2008.
  • G. Antista (a cura di), Alla corte dei Ventimiglia. Storia e committenza artistica, atti del convegno di studi (Geraci Siculo, Gangi, 27-28 giugno 2009), Geraci Siculo, 2009.
  • Giovanni Nicolosi, La Sicilia dell'Ottocento prigioniera dei briganti maurini, Palermo, Pietro Vittorietti Edizioni, 2012. ISBN 978-88-7231-150-9.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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